Il saggio divulgativo di enorme successo torna in libreria con una serie di novità, compreso un nuovo scritto dell’autore Fritjof Capra. Lo abbiamo letto.
In copertina e lungo il testo opere di joan mitchell
di Adriano Ercolani
In occasione del cinquantesimo anniversario dalla pubblicazione, Aboca Edizioni ha pubblicato una speciale riedizione di uno dei testi più popolari della divulgazione scientifica del Dopoguerra, Il Tao della fisica. Un’indagine sulle analogie tra la fisica moderna e il misticismo orientale di Fritjof Capra, ormai notissimo fisico teorico austriaco.
Come di prassi in questi casi, il testo è arricchito da una nuova prefazione, in cui l’autore riflette à rebours sulla fortuna critica ed editoriale del testo (nella fattispecie particolarmente mista e feconda), una nuova postfazione (La nuova fisica rivisitata) in cui si confrontano le nuove scoperte della ricerca scientifica con gli assunti alla base del testo originale e un poscritto (Scienza, spiritualità e religione), forse il contributo più interessante, in cui Capra sintetizza la sua weltanschaaung olistica (in senso alto).
L’autore si impose come uno dei primi intellettuali a promuovere un confronto strutturato e approfondito tra la fisica moderna — in particolare la meccanica quantistica e la teoria della relatività — e le antiche filosofie orientali quali il Taoismo, il Buddhismo e l’Induismo. Tale confronto non solo rappresentava una novità nel panorama culturale, ma anche una sfida alle moderne barriere tra sapere scientifico e conoscenza spirituale.
Dico moderne e non tradizionali, perché in realtà prima di Cartesio (semplificando una complessa dialettica nella storia della filosofia occidentale) la distinzione fra sapienza spirituale, cultura umanistica e ricerca scientifica non era certo a compartimenti stagni: basti pensare ai geni che ancora danno lustro alla nostra cultura, da Dante a Leonardo, da Pico della Mirandola a Giordano Bruno.
Dalla sua pubblicazione nel 1975, Il Tao della Fisica è divenuto un vero e proprio caso editoriale, capace di conquistare il grande pubblico nel momento in cui, con proporzione inversa, suscitava critiche severe in ambito scientifico.
L’autore stesso ha ricordato come ben dodici editori rifiutarono inizialmente il manoscritto prima che Wildwood House ne accettasse la pubblicazione, testimonianza di quanto la sua proposta fosse percepita come controcorrente.
Da questo punto di vista, il libro ben coglie lo Zeitgeist della rivoluzione culturale degli anni ‘60, un fermento culturale confuso ma gravido di nuove visioni, soprattutto attraverso l’incontro (e la volgarizzazione talvolta grossolana) della filosofia orientale.
Come ogni opera filosoficamente innovativa, infatti, Il Tao della Fisica ha destato forti controversie nel mondo accademico. Alla stregua di ogni fenomeno intellettuale non convenzionale, tale reazione lo ha reso, per contrario, un testo di culto — talvolta, però, per ragioni improprie, facendolo diventare quasi un “vangelo” per fricchettoni— alimentando così ulteriori pregiudizi da parte degli esponenti di una visione rigidamente scientista.
Il libro è senza dubbio rilevante per lo sforzo divulgativo: innegabile è il ruolo svolto nell’aver introdotto un vasto pubblico alle complessità “incomprensibili” della fisica moderna con un linguaggio chiaro e uno stile coinvolgente.
Come accennato, però, la sua popolarità ha fatto storcere il naso a molti scienziati. Diverse voci autorevoli della comunità accademica hanno accusato Capra di aver forzato i paralleli tra fisica e misticismo, utilizzando analogie affascinanti ma prive di un vero metodo scientifico: secondo queste voci critiche, Il Tao della Fisica non presenta dati sperimentali né dimostrazioni matematiche, elementi fondamentali per qualunque testo che ambisca a essere considerato scientifico.
Ad esempio, Jeremy Bernstein lo accusò di creare associazioni su somiglianze linguistiche più che connessioni sostanziali, creando una forma di divulgazione “superficiale e fuorviante”, mentre Peter Wolt gli rimprovera di utilizzare teorie già all’epoca superate (come il cosidetto modello bootstrap, secondo il quale tutte le particelle sono composite e si determinano reciprocamente attraverso un sistema coerente di relazioni).
In realtà, se letto con mente aperta e libera da dogmi intellettuali, il saggio di Capra — tradotto in italiano da Adelphi nel 1982 e salito alla ribalta internazionale soprattutto dopo il 1989 — si rivela un’opera non solo di valore divulgativo, ma di stimolo alla meditazione filosofica. Il suo merito è quello di aver presentato al vasto pubblico, con chiarezza e passione, un’intuizione che per chi si è avventurato in un autentico percorso di meditazione orientale appare quasi immediata.
Per evitare equivoci, forse, sarebbe più corretto definirlo come un’opera di filosofia della scienza.
L’interpretazione di Capra si fonda sulla convinzione che non si tratti di dimostrare scientificamente il misticismo, bensì di promuovere un dialogo fecondo tra differenti modalità di comprensione della realtà, valorizzando anche la dimensione intuitiva e spirituale.
Ciò che a un primo sguardo potrebbe sembrare un luogo comune da cultura alternativa, si rivela invece un fertile terreno di riflessione e dialogo interdisciplinare.
Personalmente, ho scoperto il testo quasi un quarto di secolo fa, seguendo un consiglio di lettura del maestro spirituale Shri Mataji Nirmala Devi. Dunque, posso dunque testimoniare l’effetto contrario a quello lamentato dall’accademia scientista: proprio la lettura di Capra avvicinò il sottoscritto, ovvero un giovane ricercatore intellettuale, dalle suggestioni della mistica orientale a uno sguardo più razionale e scientifico sulle manifestazioni della realtà fenomenica.
Ricordo che anni fa ebbi una conversazione con uno scienziato del CERN, inizialmente piuttosto scettico — se non infastidito — alla semplice menzione del libro. Solo dopo una lunga conversazione, con grande onestà, riconobbe il valore (filosofico e non scientifico) del punto di vista che proponevo.
Eppure, come dice lo stesso Capra nella nuova prefazione all’edizione del cinquantesimo anniversario, ora la situazione è piuttosto cambiata:”La prima reazione del mondo scientifico alle analogie tra fisica moderna e misticismo orientale, com’era prevedibile, è stata piuttosto cauta. Tuttavia, negli ultimi decenni l’interesse per le implicazioni più profonde e filosofiche della fisica del XX secolo è cresciuto anche all’interno della comunità scientifica.
Non sorprende che molti scienziati abbiano mostrato una certa resistenza ad accostare le proprie teorie a concetti mistici. In Occidente, infatti, il misticismo è stato a lungo associato – spesso a torto – a idee vaghe, oscure e prive di fondamento scientifico. Ma qualcosa sta cambiando. L’interesse sempre maggiore per il pensiero orientale e la diffusione della meditazione, oggi considerata con serietà anche in ambito accademico, stanno contribuendo a rivedere questi pregiudizi.
Un segnale concreto di questo cambiamento è arrivato nel 2004 dal CERN, il principale centro europeo per la ricerca sulla fisica delle particelle. In quell’anno, il governo indiano ha donato una statua di Śiva alta due metri, raffigurante la celebre forma danzante del dio, Śiva Naṭarāja. Il gesto celebrava la lunga collaborazione tra l’India e il CERN, ma aveva anche un significato simbolico più profondo.
Con quella statua, l’India intendeva riconoscere il legame concettuale tra la danza cosmica di Śiva e il mondo delle particelle subatomiche, un parallelismo già evidenziato da alcuni studiosi. Oggi la statua si trova in un cortile del CERN, circondata da laboratori di ricerca. Accanto, una targa spiega il significato della “danza cosmica” e include alcune citazioni tratte da Il Tao della fisica, opera che ha contribuito a far dialogare scienza e spiritualità.”.
Capra ha spiegato, in diverse occasioni, come sia giunto alla formulazione della sua proposta comparativa.
In un’intervista del 2017 concessa a The Hindu, ha raccontato, ad esempio, di come l’incontro avvenuto nel 1969 con Jiddu Krishnamurti abbia rappresentato una svolta decisiva, orientandolo verso una visione della scienza più contemplativa e umana, ribadendo della necessità di liberarsi dalla rigidità del solo «pensare», del bisogno di integrare diversi stati di coscienza, esperienza spirituale e intuizione con la ragione.
Nell’intervista “Is It True That the Buddha Would Just Be a Physicist?” Capra addirittura sostiene che il fisico danese Niels Bohr (premio Nobel per la Fisica nel 1922 per i suoi studi sulla struttura dell’atomo e sulla meccanica quantistica) sia stato una sorta di mistico, non perché praticasse meditazioni formali o rituali, ma perché il suo lavoro scientifico incarnava la sua visione intuitiva della realtà.
In un’altra intervista su Values, il Nostro afferma che “la vita non può essere compresa dalla sola fisica” e critica l’arroganza di chi pensa che capendo solo la fisica si capisca tutto.
A questo punto, ripercorriamo brevemente il percorso di riflessioni proposto nel testo così dibattuto da cinquant’anni.
Nel primo capitolo (La fisica moderna: una via con un cuore?) che apre la prima sezione del libro (La via della fisica), Capra introduce il tema centrale: le sorprendenti analogie tra la fisica moderna (quantistica e relativistica) e le tradizioni mistiche orientali (Induismo, Buddhismo, Taoismo), affermando che scienza e misticismo non sono necessariamente incompatibili, ma che entrambi cercano di descrivere la realtà al di là delle apparenze ordinarie. Capra racconta l’esperienza personale che lo ha portato a intuire una connessione tra fisica moderna e misticismo orientale e descrive come, osservando un esperimento di particelle, abbia percepito l’universo come una rete dinamica di relazioni. Da qui l’assunto: scienza e spiritualità, seppur diverse nei metodi, possono convergere in una comprensione più profonda della realtà. A questo punto, nel testo si delinea una controstoria della filosofia occidentale, che dall’Antica Grecia alla filosofia moderna, individua come progressivamente si sia affermata in Occidente una divisione tra “mente” e “materia”, in maniera molto più accentuata e decisiva rispetto alle tradizioni orientali.
Nel secondo capitolo (Conoscere e vedere) si affronta il modo in cui crediamo di conoscere il mondo: la distinzione fra conoscenza razionale / scientifica e conoscenza intuitiva o mistica. Capra mostra i limiti del linguaggio e della ragione nel cogliere la meravigliosa e stordente totalità dell’esperienza umana, soprattutto quando si tratta di fenomeni extra-ordinari, come nel caso delle esperienze mistiche.
Nel terzo capitolo (Oltre il linguaggio), in piena aderenza alla tradizione dei mistici di ogni luogo, l’autore mostra i limiti del linguaggio comune rispetto al mistero e ciò si applica anche all’abisso spalancato dalla fisica moderna: il mondo subatomico è indescrivibile secondo le convenzionali categorie del pensiero; per questo, tradizioni spirituali orientali la conoscenza è veicolata attraverso espressioni non razionali, dalla poesia ai paradossi dei koan zen.
Nel quarto, lungo e complesso capitolo (La nuova fisica) si affronta il passaggio epocale dal paradigma newtoniano alle conseguenze della teoria della relatività e della meccanica quantistica. Dopo Einstein concetti fondamentali quali “spazio”, “tempo”, “materia” hanno cambiato significato, donandoci una visione “non separata” della realtà in cui tutto è “interconnesso”.
Spazio e tempo non sono più assoluti, la materia è energia condensata, l’osservatore influenza l’osservato.
L’universo è un intreccio di campi di energia in continua interazione.
Nella successiva sezione del libro, si affronta La via del misticismo orientale.
Capra sintetizza, con brillante capacità divulgativa, i concetti fondamentali delle principali tradizioni spirituali dell’Oriente, a cui è dedicato ciascun capitolo di questa sezione: così nel capitolo sull’Induismo si presentano i concetti di Brahman, Atman, Maya, samsara, karma, sottolineando come essi riconducano a una visione della realtà unificata, in cui l’apparente molteplicità è diversa manifestazione di un’unità ultima; in quello sul Buddismo, soprattutto nella tradizione Mahāyāna, si evidenzia come le idee di vacuità (śūnyatā), impermanenza (anicca), interdipendenza, non-sé (anātman) si possano accostare a certe scoperte della fisica quantistica, dove ogni fenomeno dipende da altri fenomeni e la distinzione soggetto-oggetto non è netta: la realtà è priva di un’essenza fissa; tutto è interdipendente, la percezione di sé come entità separata è illusoria.; nel capitolo sul pensiero cinese classico in particolare si concentra sul Taoismo propriamente detto: il Tao come principio ineffabile, la natura dell’equilibrio e del flusso, l’azione senza sforzo (wu wei), l’idea che la vera conoscenza non è quella del controllo ma del lasciarsi guidare dal ritmo naturale delle cose: i concetti di Yin/Yang esprimono la complementarità dinamica; ancora più facile l’accostamente con lo Zen, soprattutto come pratica diretta: meditazione, koan, esperienza immediata, oltre il pensiero dualistico.
Nella terza sezione, si procede alla sintesi, all’esposizione delle corrispondenze tra i due ambiti, come già dichiarato nei titoli dei capitoli: L’unità di tutte le cose, Al di là del mondo degli opposti, Lo spaziotempo, L’universo dinamico, Vuoto e forma, La danza cosmica, Simmetrie di quark: un nuovo koan?, Configurazioni del mutamento, Compenetrazione.
Sintetizzando le conclusioni del testo: nella fisica quantistica e nelle filosofie orientali, la realtà è una rete unificata e interconnessa, non esistono entità isolate: ogni cosa è in relazione con tutte le altre, l’universo appare come un tutto indivisibile, in continua trasformazione. La fisica quantistica induce al superamento della dualità soggetto/oggetto, spirito/materia, mente/corpo, dacché secondo le sue scoperte a separazione è solo apparente, frutto delle proiezioni illusorie della mente analitica.
Con un’immagine suggestiva, Capra accosta i movimenti energetici delle particelle subatomiche alla danza cosmica di Shiva nella tradizione induista.
Nell’epilogo, Capra chiarisce che la fisica moderna non coincide con la mistica orientale (punto importante!), ma sottolinea come entrambi gli ambiti di ricerca, mutatis mutandi, convergano nella descrizione della realtà profonda, come una, dinamica e non duale.
Il libro si conclude con una sorta di appello a una nuova consapevolezza olistica, che induca a un risveglio delle coscienze anche in senso ecologico e sociale.
Capra ha poi ampliato il suo discorso, in senso filosoficamente più ampio e sistemico, nei testi successivi, in particolare ne Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergente (1982), La rete della vita. Perché l’altruismo è alla base dell’evoluzione (1996) e La scienza della vita. Le connessioni nascoste fra la natura e gli esseri viventi (2002).
Ma qual è stato il senso e l’impatto “politico” e intellettuale delle riflessioni di Capra? Ha aiutato il dialogo tra ricercatori spirituali e scienziati o ha creato ulteriore confusione?
Dipende sempre dal discernimento del lettore.
Gli esseri umani sono in grado di scatenare guerre, uccidere vittime innocenti, perpetuare stupri etnici in nome di una religione fondata sull’amore e sul perdono, figuriamoci se non possono fraintendere e distorcere un testo che propone un accostamento inedito e ardito fra scienza e mistica.
Per ciò riguarda il sottoscritto e molte delle persone con cui ho condiviso un percorso di ricerca, senza dubbio Il Tao della Fisica è stato una lettura illuminante e fondamentale; d’altro canto, molto spesso l’ho visto citato a caso per argomentare l’indifendibile da parte di improbabili “santoni” motivazionali.
Come ha scritto Roberto Paura nella newsletter Le vite degli altri della rivista Lucy:
“Il risultato è, paradossalmente, che il tema della complessità nelle scienze è ancora oggi altamente esposto al rischio di semplificazioni grossolane, allontanando da questo settore gli scienziati più rigorosi che temono di vedersi attribuire l’ambigua etichetta di “complessologi”.
Un esempio di questo rischio di semplificazione risale al 2013, quando tra le tracce per gli esami di maturità in Italia uscì un estratto da La rete della vita: “Tutti gli organismi microscopici sono prove viventi del fatto che le pratiche distruttive a lungo andare falliscono. Alla fine gli aggressori distruggono sempre se stessi, lasciando il posto ad altri individui che sanno come cooperare e progredire. La vita non è quindi solo una lotta di competizione, ma anche un trionfo di cooperazione e creatività. Di fatto, dalla creazione delle prime cellule nucleate, l’evoluzione ha proceduto attraverso accordi di cooperazione e di coevoluzione sempre più intricati”. Preso in sé, questo estratto è facilmente fraintendibile. Chi non conoscesse le diverse teorie dell’evoluzione, dal “gene egoista” di Dawkins alla sociobiologia di E.O. Wilson, passando per la simbiogenesi di Lynn Margulis, a cui l’autore fa qui riferimento (la cellula eucariote frutto della cooperazione simbiotica tra antichi batteri), finirebbe per usare il brano – e commentarlo, come fecero molti maturandi nel 2013 – attribuendo un intento finalistico all’evoluzione.
Lo stesso rischio si verifica ogni qualvolta la complessità del pensiero sistemico viene ridotta a uso e consumo di platee di manager d’impresa, consulenti strategici e coach arrembanti, a cui spesso Fritjof Capra si è rivolto in questi anni. È proprio la deriva che il pensiero sistemico – nato come armamentario concettuale per l’analisi dei sistemi complessi nella scienza – ha sofferto in questi anni, finendo per essere liquidato dalla comunità scientifica come un “vecchio chiacchiericcio inutile, privo di qualsiasi potere esplicativo” (così Roger Brent, direttore del Molecular Sciences Institute a Berkeley, in un profilo di Capra su «Nature») per essere recuperato come dottrina di management organizzativo, ad aver molto ridotto la portata rivoluzionaria del pensiero di Fritjof Capra.”
Tenendo presente il monito di Paura, credo che il Il Tao della Fisica abbia comunque avuto un ruolo significativo nel panorama culturale e filosofico degli ultimi decenni, ponendosi come un’opera capace di mettere in relazione saperi distanti e, a tratti, apparentemente inconciliabili.
Credo che l’importanza del testo e della figura di Capra, al di là dell’aderenza all’evoluzione in fieri delle scoperte scientifiche, sia proprio nella sua weltanschaaung, vorrei ardire, “rinascimentale”.
Proprio in un’intervista concessami, sulla rivista online Kobo, riguardo al suo imponente saggio Leonardo, la scienza della vita (2023), dedicato all’attualità non solo delle scoperte ma della visione filosofica di Da Vinci, Capra mi disse: “Leonardo fu quello che oggi definiremmo un pensatore sistemico. Al livello più fondamentale, ha sempre cercato di comprendere la natura della vita. Il costante sforzo di porre la vita al centro esatto della sua arte, della sua scienza, della sua progettazione, e il riconoscimento che tutti i fenomeni naturali sono fondamentalmente interconnessi e interdipendenti, tutto ciò rappresenta una serie di importanti lezioni che possiamo ancora imparare oggi da Leonardo. La sua sintesi non è soltanto affascinante da un punto di vista intellettuale, ma è di notevole rilevanza per il nostro tempo presente.”.
Appare evidente come Capra si ispiri, soprattutto nell’ultima fase della sua carriera, proprio tale modello e a tale sintesi di visione integrata, verrebbe da dire “yogica”, nel senso etimologico individuato da Mircea Eliade di “unione”: unione dei saperi alla luce di una visione intellettuale (e mistica) di unità oltre le illusorie differenze dei fenomeni esterni.
Ci sentiamo di sottoscrivere ancora il messaggio finale dell’ultima pagina del Tao della fisica: “Io credo che la concezione del mondo che la fisica moderna implica sia incompatibile con la nostra attuale società, che non riflette l’interconnessione armoniosa che osserviamo in natura. Per raggiungere un tale stato di equilibrio dinamico sarà necessaria una struttura sociale ed economica radicalmente diversa: una rivoluzione culturale nel vero senso della parola. La sopravvivenza della nostra intera civiltà potrà dipendere dal fatto che siamo in grado di operare un simile cambiamento.”.
Queste non sono sterili astrazioni, al contrario rappresentano probabilmente una possibile via di redenzione alla follia barocca dell’agonizzante Kali Yuga che stiamo attraversando con rocambolesca vertigine.




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