Come la politica ha usato, controllato e combattuto il calcio nel mondo contemporaneo.
Questo articolo è un estratto di “Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale“. Di Gabriel Kuhn. Ringraziamo l’autore e l’editore Eleuthera per la gentile concessione.
In copertina e lungo il testo opere di L. S. lowry
di Gabriel Kuhn
Il calcio è senza dubbio il gioco più amato del mondo. Quasi la metà della popolazione mondiale ha guardato almeno una pezzetto della copertura televisiva degli ultimi Mondiali e nel 2025 la FIFA conta ancora più membri delle Nazioni Unite (211 contro 193).I motivi di una popolarità così ampia sono molteplici. È un gioco facile da praticare, le regole sono semplici e intuitive, e l’unica cosa di cui si ha bisogno è un qualche tipo di pallone, una superficie più o meno piana e qualcosa da poter usare per segnare le porte. Il calcio ci permette di sperimentare l’archetipo della guerra in un ambiente pacificato (in Austria per definire i tifosi si usa spesso il termine Schlachtenbummler : una persona che si sposta di battaglia in battaglia). Il calcio fa appello a concetti ben radicati come collettività e solidarietà («più che una squadra siamo una vera famiglia» ecc.). Ha una lunga tradizione e in molti luoghi del pianeta costituisce una parte significativa della vita sociale («birra e partita stasera?»). Il calcio offre icone culturali, momenti speciali e grandi tornei diventati ormai punto di riferimento sociale per tutti. Ci concede esperienze magiche e storie individuali incredibili, come quella dello sconosciuto Jimmy Glass, il portiere che nel 1999 salvò il Carlisle United dalla retrocessione nel campionato dilettantistico segnando un gol all’ultimo minuto, salvo poi scomparire di nuovo nell’anonimato. Infine, grazie a punteggi relativamente bassi e ai molti fattori che possono influire sul risultato finale, il calcio è più predisposto di altri sport a produrre vittorie sensazionali, strappate dagli sfavoriti e dalle squadre rivelazione: se una giocata eccezionale e un po’ di fortuna non ti permetteranno mai di vincere una partita a tennis o a pallavolo, nel calcio invece tutto è possibile. Gli scettici hanno spesso criticato questo aspetto del gioco, eppure è innegabile che sia parte integrante della sua magia. A sintetizzare bene l’importanza del calcio per la vita di molte persone è stato forse Stanley Rous, ex segretario della fa ed ex presidente della FIFA, quando nel 1952 disse: «Se quello che viviamo può essere definito il secolo dell’uomo comune, allora il calcio, fra tutti gli sport, è senza dubbio il suo gioco […]. In un mondo minacciato dallo spettro incombente delle bombe all’idrogeno e al napalm, il campo di calcio è un posto dove il buonsenso e la speranza vengono ancora lasciate in pace»1. Occupare una posizione di tale rilievo nel contesto sociale conferisce al calcio un grande potere. Il gioco infiamma le masse, produce eroi popolari, divide e unisce. Quando John Williams, direttore del Centre for the Sociology of Sport della Leicester University, osserva che «tenere la politica fuori dallo sport è come voler bandire la pioggia dal clima inglese», o quando Chris Bambery del Socialist Workers Party (swp) dichiara che «lo sport del calcio […] è totalmente integrato nel quadro della rivalità fra Stati, della produzione capitalistica e dei rapporti di classe», tutto questo si riflette sul calcio a vari livelli. Sfortunatamente il più ovvio è lo sfruttamento politico del calcio da parte di chi detiene il potere: i politici cercano di guadagnarsi il sostegno pubblico identificandosi con il «gioco della gente», le vittorie sportive vengono trasformate in vittorie politiche e i tornei vengono usati per consolidare i regimi autoritari. I Mondiali del 1934 organizzati in Italia sono un esempio da manuale. Le partite vennero giocate, tra gli altri, nello Stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma e nello Stadio Benito Mussolini di Torino. La nazionale italiana veniva celebrata da canti fascisti, con il fascio littorio in bella vista in qualsiasi punto degli spalti. Diverse delegazioni straniere omaggiarono Mussolini con il saluto fascista: argentini, austriaci, brasiliani, spagnoli, francesi, olandesi e svizzeri. Indubbiamente la vittoria italiana rafforzò il regime e l’organizzazione stessa del torneo contribuì alla sua legittimazione all’estero. Considerato l’ultranazionalismo fascista, d’altra parte, è piuttosto ironico che la vittoria della compagine italiana sia maturata anche grazie alla naturalizzazione di tre argentini avvenuta appena prima che il torneo avesse inizio. Molti sostengono che fu proprio questa l’occasione in cui Mussolini ha inventato la «scena del balcone», quella in cui i leader politici invitano le squadre vincitrici a salire sulla balconata di un edificio pubblico, parlando e salutando le masse in visibilio sotto di loro. Nonostante l’origine fascista, del resto, questo tipo di messa in scena è ormai un must praticamente in tutte le celebrazioni sportive. Secondo Eric Hobsbawm il calcio è capace di suscitare tendenze sciovinistiche più di ogni altro fenomeno sociale. Simon Kuper ha osservato che «è raro trovare un dittatore che non si interessi di calcio».
In Nigeria, Costa Rica, Giamaica, Camerun, Turchia e altri paesi, dopo una grande vittoria è stata proclamata una festa nazionale. Il celebre giornalista polacco Ryszard Kapuściński una volta citò un collega brasiliano in esilio secondo cui dopo la vittoria del Brasile ai Campionati del mondo del 1970 «la dittatura militare» avrebbe potuto «contare su altri cinque anni di regime indiscusso»6. Per festeggiare la vittoria, il leader della junta Emílio Médici organizzò a Brasilia una sfarzosa accoglienza. Un capitolo speciale nella storia del calcio va dedicato anche ai Mondiali argentini del 1978. I militari avevano preso il controllo del paese due anni prima e il generale Jorge Rafael Videla governava il paese con il pugno di ferro insieme ai suoi sodali. Migliaia di militanti di sinistra vennero imprigionati o diventarono desaparecidos, cioè furono fatti «sparire». In tutto il mondo gli attivisti manifestarono contro l’evento chiedendo di boicottarlo, ma in pochissimi risposero all’appello. Inizialmente il campione mondiale olandese Johan Cruyff aveva rivendicato il suo rifiuto di giocare legandolo a ragioni politiche, ma in seguito ritrattò. In Argentina i dissidenti erano divisi sulla posizione da prendere nei confronti dell’evento. Le Madres de Plaza de Mayo organizzarono una protesta mentre i gruppi armati della resistenza indirono un cessate il fuoco. Nel frattempo l’allenatore di sinistra César Luis Menotti dichiarò che la squadra non giocava per la dittatura ma per il popolo e dopo la vittoria in finale si rifiutò di stringere la mano a Videla. Ancora oggi non è chiaro se la vittoria dell’Argentina abbia aiutato o meno la dittatura militare. Da una parte il regime poté rivendicare la vittoria e riunire tutti gli argentini sotto un supposto vessillo comune; dall’altra i festeggiamenti di massa ricordarono a molti argentini l’esistenza di un potere più forte del controllo dei generali. Almeno i nazisti, per fortuna, non sono mai riusciti a sfruttare a proprio vantaggio il calcio internazionale. Dopo due sconfitte in casa contro la Svizzera e la Svezia nel 1942, i nazisti di fatto smisero di partecipare a match internazionali. Dopo aver perso contro gli svedesi a Berlino, il segretario per gli affari esteri Martin Luther osservo che «siccome la vittoria di questa partita sta più a cuore al popolo tedesco di quanto non lo sia la conquista delle città a est, eventi del genere dovranno essere proibiti per il bene dello stato d’animo nazionale»7.In generale, il lascito calcistico dei nazisti ha il carattere dell’oppressione. Nel 1933 non solo chiusero i battenti dei club ebraici e di quelli organizzati nella suddetta Arbeiter-Turn-und Sportbund, ma la stessa sorte toccò anche a molte altre squadre, compresa la bavarese SpVgg Unterhaching – una compagine da Bundesliga negli anni Novanta – per «inaffidabilità politica». Inoltre, durante l’occupazione di Kiev nel 1942, i nazisti uccisero alcuni dei più importanti giocatori della Dynamo Kiev. Sebbene la leggendaria «partita della morte» non sia mai stata realmente disputata, diversi giocatori della Dynamo furono effettivamente arrestati dai nazisti, tre dei quali vennero poi giustiziati8.I calciatori patirono anche sotto il regime sovietico. Nikolai Starostin – che nel 1934 a fine carriera contribuì a fondare lo Spartak Moscow, la squadra del popolo contrapposta alla Dynamo Moscow (la squadra della polizia segreta) e al CDKA Moscow (la squadra dell’Armata Rossa, oggi CSKA Moscow) – fu imprigionato ed esiliato in Siberia dal 1942 al 1953.Significativo è anche il caso del grande attaccante Ėduard Strel’cov, che nel 1958 fu imprigionato in un gulag per cinque anni a causa di un presunto stupro. In tanti oggi sostengono che le autorità sovietiche avessero fabbricato le accuse perché il calciatore era diventato ormai un disertore. Strel’cov sarebbe tornato nel mondo del calcio nel 1965, arrivando persino in nazionale. In Spagna il generale Franco è stato apparentemente in grado di sfruttare il calcio per i propri interessi.
Fernando María Castiella, a lungo ministro degli affari esteri sotto la dittatura, ha definito infatti il Real Madrid «la miglior ambasciata che abbiamo mai avuto»9.Del resto, sono stati diversi i paesi in cui le squadre sono state controllate da un potere politico autoritario e usate a scopi propagandistici. Gli esempi spaziano dalla già menzionata Hafia Conakry nella Guinea di Ahmed Sékou Touré alla Dynamo Berlin nella Repubblica democratica tedesca o all’Al-Rasheed nell’Iraq di Saddam Hussein. Kuper e Szymanski hanno coniato il termine «calcio totalitario» per descrivere questo fenomeno10.Il «calcio totalitario» è stato declinato anche in altri modi. Per esempio, squadre nazionali sono state punite dai propri governi per non avere offerto una buona prestazione in campo. Dopo la brutta performance alla Coppa d’Africa del 2000, l’intera compagine ivoriana è stata spedita ai lavori forzati per tre giorni, i giocatori vennero rilasciati solo dopo la minaccia di sanzioni da parte della FIFA. I giocatori di un deludente Zaïre ai Mondiali tedeschi del 1974 al ritorno in patria furono emarginati dall’allora dittatore Mobutu e molti di loro passarono il resto della vita in povertà. I racconti sulle torture inflitte ai giocatori iracheni per mano di Uday, figlio di Saddam Hussein e allora alta carica dello sport nazionale, sono talmente terribili che potrebbero sembrare inverosimili se solo non ci fossero state moltissime testimonianze oculari a confermarli. Arrivando a tempi più recenti, l’ex primo ministro italiano e magnate dei media Silvio Berlusconi è stato anche presidente del Milan, mentre il multimiliardario Mauricio Macri, ex presidente del Boca Juniors, è stato presidente dell’Argentina dal 2015 al 2019. In Austria, il politico di estrema destra Jörg Haider è stato presidente dell’FC Kärnten, il club rappresentativo della sua provincia natale. Vulgata vuole che i tornei di calcio siano stati anche in grado di influenzare i risultati delle elezioni, come quando il primo ministro britannico Harold Wilson imputò all’uscita dell’Inghilterra dai Mondiali del 1970 le cause della propria sconfitta alla elezioni politiche, avvenuta pochi giorni dopo.Il calcio è stato anche utilizzato come strumento nelle relazioni internazionali. Quando nel 2004 il Brasile organizzò un’amichevole in una Haiti martoriata dalla guerra, i politici brasiliani non nascosero più di tanto che la partita fosse stata organizzata per aumentare le possibilità del paese di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ci sono poi contesti in cui il calcio riflette la situazione geopolitica: la nazionale israeliana gioca il campionato europeo e non quello asiatico, per dirne una, oppure è successo che le squadre nazionali non abbiano potuto giocare in casa a causa di conflitti militari in corso. Nel 2008 la Georgia è stata obbligata a cominciare la campagna per le qualificazioni ai Mondiali a Mainz, in Germania, a causa della guerra contro la Russia. Il fatto poi che alle squadre del Sud globale vengano spesso negati i visti per partecipare ai tornei che si tengono nel Nord – un fenomeno per nulla insolito – non è altro che il riflesso di un’ingiustizia socioeconomica globale. Le decisioni amministrative relative al calcio possono avere enormi implicazioni politiche. Fra gli esempi più eclatanti c’è il piano da parte della FIFA di impedire lo svolgersi di qualsiasi partita al di sopra dei tremila metri, una decisione che toglierebbe a grandi città e capitali come La Paz e Bogotà il diritto di ospitare match internazionali. Soprattutto in Bolivia, il progetto è stato interpretato alla stregua di un attacco imperialistico alla sovranità del paese. Allo stesso modo, nel 2011 l’interdizione della divisa sportiva della nazionale femminile iraniana, comprensiva di hijab, ha procurato alla FIFA diverse accuse di islamofobia. D’altra parte, sulla gestione di questi problemi è complicato non accusare l’organo del calcio internazionale di eurocentrismo. Se da un lato gli hijab vengono vietati e l’attaccante dell’Hapoel Tel Aviv Itay Shechter viene ammonito per aver festeggiato un gol con la kippah e una breve preghiera in una partita di qualificazione per la Champions League del 2010 contro l’Austria Salzburg, dall’altro i giocatori europei o americani si fanno continuamente il segno della croce e si uniscono persino in preghiere collettive sul campo. L’accondiscendenza della FIFA per gli interessi europei e americani ha suscitato grande indignazione anche quando la Germania è stata scelta come paese ospitante per la Coppa del mondo del 2006 al posto del Sud Africa. La decisione è parsa talmente piena di ombre e pregiudizi che le nazioni africane hanno minacciato il boicottaggio. Un rischio scongiurato solo quando è diventato chiaro che il Sud Africa avrebbe ospitato il torneo nel 2010.In questo contesto, è necessario ricordare come nessuna squadra africana sia stata invitata a partecipare ai Mondiali prima del 1970. Quando nel 1966 venne offerto un solo posto per Africa, Asia e Oceania messe insieme, le squadre africane si ritirarono in segno di protesta. Ancora oggi, gli interessi europei rimangono centrali. Non soltanto il calcio d’inizio delle partite ai Mondiali viene regolato a seconda del miglior orario televisivo per l’Europa – con i giocatori obbligati a sopportare il caldo di mezzogiorno ai Mondiali in Messico del 1986 – ma i continui successi delle squadre europee ai Campionati del mondo si riducono a una profezia autoavverante: su trentadue nazioni partecipanti ai Mondiali in Sud Africa del 2010, ben tredici erano europee. Se all’Africa fosse concesso di partecipare con numeri simili una qualificazione alla semifinale sarebbe molto meno improbabile. Le regole del gioco, inoltre, vengono ancora oggi decise dall’International Football Association Board (IFAB), che oltre ai quattro rappresentanti della FIFA, presenta almeno un rappresentante per ognuna delle federazioni britanniche: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.La FIFA è un’organizzazione estremamente potente e ricca, con una struttura oligarchica, incline alla corruzione e indissolubilmente legata a diversi interessi politici ed economici. Nella sua storia ha preso diverse decisioni scandalose. Fra queste c’è stata l’accettazione della Germania nazista ai Mondiali del 1938, sebbene l’Austria fosse stata appena annessa e i suoi giocatori integrati nella nazionale tedesca, ebrei esclusi. Le federazioni continentali e nazionali non sono poi tanto meglio. In quasi tutti i casi sono gestite da persone provenienti dalle élite politiche ed economiche, a volte in modo particolarmente evidente: il longevo presidente della federazione tedesca Gerhard Mayer-Vorfelder, per esempio, è stata una figura di spicco della Christlich Demokratische Union (CDU), così come lo sceicco del Kuwait Fahad Al Ahmed, che ai Mondiali dell 1982 si fiondò in campo dopo un gol controverso, era un alto funzionario governativo e militare. La mancanza di conoscenza del gioco da parte dei dirigenti di calcio è talmente proverbiale che l’ex giocatore Len Shackleton ha intitolato un paragrafo della sua autobiografia Quanto sa di calcio un direttore sportivo medio e ha poi lasciato la pagina in bianco. Nel suo testo seminale The Ball Is Round: A Global History of Football, David Goldblatt descrive la cultura calcistica ufficiale come qualcosa di colonizzato dalla politica dell’«acquiescenza», a suo giudizio è così che andrebbero letti i saluti nazisti dei giocatori inglesi prima del match internazionale contro la Germania nel maggio del 193811.Ecco infine alcuni esempi di come il calcio si è ritrovato tra il fuoco incrociato dei conflitti politici.
Diversi stadi di calcio sono stati usati come centri di detenzione per gli oppositori politici. Negli anni Settanta è successo in Cile e in Argentina. A El Salvador lo stadio nazionale è stato addirittura usato per registrare in diretta televisiva l’esecuzione di alcuni dissidenti. Nel 1991, migliaia di migranti albanesi «irregolari» furono condotti trattenuti all’interno dello stadio San Nicola di Bari prima di essere rimpatriati.Nel 1980 il colombiano Movimiento 19 de Abril (M-19) prese in ostaggio diversi diplomatici nell’ambasciata della República Dominicana di Bogotà. Erano riusciti a entrare chiedendo di poter riavere il pallone che avevano calciato oltre il recinto. Nel giugno del 1994, alcuni membri della Ulster Volunteer Force (UVF) entrarono in un bar di Loughinisland, un piccolo villaggio cattolico, durante una partita di Coppa del mondo fra Italia e Irlanda uccidendo sei persone e ferendone cinque. Nel 1997 il drammatico rapimento di civili da parte del Movimento Tupac Amaru all’interno dell’ambasciata giapponese di Lima ebbe fine quando i ribelli si riunirono nella hall principale per giocare a calcio. A quel punto un’unità delle forze speciali fece detonare una bomba che uccise la maggior parte di loro sul colpo. Durante la Coppa d’Africa del 2010 in Angola il pullman della nazionale togolese fu attaccato dal Frente para a Libertação do Enclave de Cabinda (FLEC) che arrivò a uccidere tre persone.



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