Il paradosso del Fasmide. Visioni dell’invisibile da Warburg alla bioarte.

Tra mimetismo, metamorfosi e spiritualità naturalistica, Tommaso Lisa attraversa la storia delle immagini alla ricerca di un paradosso visivo. Dal pensiero di Didi-Huberman alla biomimetica, i Fasmidi diventano dispositivo critico, forma pensante e gesto artistico. Un viaggio nel territorio incerto dove arte, scienza e filosofia si confondono.


IN COPERTINA, Strandbeesten, di Theo Jansen

Adattamento da Fasmidi istruzioni per l’uso, Roma, Exòrma, 2026


di Tommaso Lisa

Cercando le raffigurazioni dei Fasmidi nella storia dell’arte ho indagato i repertori delle nature morte del Seicento, con particolare attenzione a Rachel Ruysch e Maria Sibylla Merian, senza trovare però alcuna occorrenza. Per lo più privi di colori sgargianti gli insetti stecco e gli insetti foglia non danno nell’occhio, passano inosservati nell’illustrazione naturalistica delle origini. Quella dei Fasmidi è una traccia concettuale che, per essere apprezzata, deve oltrepassare il positivismo, la scissione tra natura e cultura, palesandosi nella contemporaneità col saggio La conoscenza accidentale di Georges Didi-Huberman (1953), più volte citato nei testi di eco-critica, un esempio che molti artisti odierni hanno mimato. Cosa apparenta il rovo al Fasmide? Occorre condurre questo studio, sospeso tra entomologia e iconografia, con strumenti d’analisi ibridi. 

Nel 1989 sul numero tredici della “Revue littéraire de photographie” uscì Il paradosso del fasmide; il breve e assai citato scritto introduce la raccolta di saggi in cui l’autore analizza “immagini trovate”, opere d’arte e fotografie, sviluppando il metodo d’analisi estetica ideato da Warburg. Le sei pagine che lo compongono narrano la visita ai terrari del Jardin de Plantes di Parigi. L’incipit è folgorante: “Soltanto ciò che all’inizio fu capace di dissimularsi può apparire”. Emerge il paradosso perché l’apparente, per un solo momento, rende accessibile qualcosa che evoca il lato nascosto del mondo visibile, il lato nascosto della foglia, il territorio della dissomiglianza. È appunto lo spazio vago che apparenta il Fasmide al rovo. Huberman definisce il Fasmide il suo animale preferito in quanto capace di provocargli il terrore più squisito, quello del dissimile.

Pare chiaro come ciò che sembra una data cosa, proprio nell’istante in cui si mostra, si voti anche alla dissimulazione. Seguendo la traccia fantasmatica suggerita da Huberman scopro che esistono pratiche di writing ispirate ai Fasmidi. Luca Moscariello (1980) intitola col loro nome il ciclo realizzato nel 2017 con tecniche miste su tavole (definite “spazi eterotopici”) di un metro quadro circa. I curatori della mostra che si è tenuta alla CRAG Gallery – leggo sul sito www.arte.it – parlano di “nuove forme in uno spazio di sintesi per estrarne la quiete e il silenzio che custodiscono”. L’artista decostruisce ed assembla forme geometriche astratte e tessere colorate dando vita a novità creative abbacinanti in cui tutto si muove e si posa nello stesso momento, irretendo l’occhio in una simultaneità data dal proliferare di superfici che ambiscono ad essere un tutto. L’impossibilità per l’occhio di addentrarsi in questi luoghi – definiti appunto “rovi compositivi” – fa sì che il quadro, proprio come il Fasmide, resti sospeso nell’atemporalità dell’attesa. Viene voglia di perdersi tra le pieghe d’una foglia accartocciata osservando i quadretti di Filippo Rizzonelli (1991) e di Francesco Zanatta (1989). I pittori hanno esposto “La terra è umida e il mondo tutto è fecondo” (2025) alla CELLAR CONTEMPORARY by Davide Raffaelli di Trento. Dipingono quadri di piccolo e medio formato, dettagli di paesaggi e giardini (un catalogo di rami, talee, frasche, cespugli, cortecce, steli, rizomi) ispirati dalle riflessioni di Huberman: il corpo del Fasmide, come il perimetro di queste tele, diventa lo scenario in cui nascondersi.

Nel 1905 lo storico dell’arte tedesco Aby Warburg espose riproduzioni di celebri opere d’arte su panno nero a formare il catalogo chiamato Mnemosyne collegando immagini e discorso in un’analisi estetica performativa. Elaborò così la teoria del Pathosformel che mostra come gesti espressivi dell’antichità pagana ricorrano con modi stereotipati, talvolta mutati per eccesso nel loro opposto, in quadri e statue del Rinascimento fino alla contemporaneità. Anche dai disegni dei Fasmidi esposti su uno sfondo scuro emerge un discorso per immagini, le pose stereotipate che ricorrono il tempo profondo, dirette testimoni della preistoria.

Non ricordo insetti stecco o foglia neppure nella famosa opera Insects of the World dell’eccelso artista Walter Linsenmaier, il più abile pittore di esapodi. Eppure devono esserci, tra le pagine dei suoi libri, nelle grandi tavole composite che raffigurano biomi folti e complessi. Forse si mimetizzano così bene, in quelle opere tanto complesse, che non riesco a vederli. I Fasmidi sono insetti solo all’apparenza simili ad esseri viventi, tendenze imitatrici della materia che, dotata di memoria, ripete per abitudine le forme una volta prese, specchiando ciò che la circonda. La loro vita – cintando ancora Didi-Huberman – è quella stessa della scenografia che fa da sfondo, dell’habitat in cui vivono. Pur realizzando una speciale perfezione imitativa il Fasmide infrange la gerarchia che ogni imitazione esige. Non c’è più un modello e una copia. La copia divora il modello, che quindi non esiste più. È il modello imitato che si trasforma in un “accidente” della sua copia, un accidente “fragile, che rischia di essere fagocitato”. 

L’insetto stecco imita il rovo e mangiandolo ne assume le caratteristiche. Così il Fasmide non si mimetizza soltanto assumendo il colore o la forma, ma incorpora in sé lo scenario in cui vive. Con andatura esapode il Fasmide avanza oscillando, scosso da un lieve vento interiore che lo anima. Sembra una scultura cinetica di giunti articolari, segmenti mediani. Ricorda le Strandbeesten, i meccanismi eolici ideati dall’artista olandese Theo Jansen (1948): potrei trovarmi adesso, con l’immaginazione, su una lunga spiaggia di Scheveningen attraversata da un Fasmide. Deambula, bianco e leggero come un panno, esuvia spinta dal soffio di Eolo. 

Forse un effetto di anamorfosi potrebbe sfuggire all’ostensione fotografica, iperrealistica, del Fasmide, un’illusione ottica grazie alla quale l’immagine, proiettata sul piano in modo distorto, risulta riconoscibile solo in determinate condizioni di osservazione (un esempio è il dipinto di Hans Holbein il Giovane, Gli ambasciatori del 1533). Maurits Cornelis Escher ha disegnato una locusta posata sopra uno specchio nero, una mantide sul sepolcro del cardinale, ma non insetti stecco o foglia (forse perché ogni sua opera è già di per sé stessa un Fasmide). 

Cosa avrebbe potuto scrivere Jurgis Baltrušaitis su questi fantastici “mostri dell’immaginazione”, bizzarri più di certe lettere miniate nei codici medievali? Non mancano foto artistiche che li ritraggono in pose sensazionali, in bianco-e-nero, disegni minuziosi nelle più svariate tecniche, tavole illustrate tratte da antichi manuali e altrettante rielaborazioni digitali. Ma quale è il Fasmide, dove si nasconde il tratto distintivo, dove si perde la linea, che è al contempo il profilo della foglia e dell’insetto, secondo uno stile? C’è più di una somiglianza tra i Fasmidi e i ritratti del pittore manierista dal tardo cinquecento Giuseppe Arcimboldo. Gli insetti stecco diventano figurine grottesche con la testa mobile, tiorbe di guscio di noce, ali fatte con scorze di mandorla. 

Immagino un insetto in scala ingrandita, realizzato col montaggio di foglie, che germina dall’unione di elementi disparati della materia. La testa sarebbe composita, fatta di tante cose le più disparate: una pera, delle spine, un ramo, more e foglie, bacche e ciottoli levigati. Le cose che servono a comporre l’assemblaggio, esposte nel corpo del Fasmide, inglobate nella sua figura, sono distolte da altri contesti, simili a unità lessicografiche prelevate da un dizionario per bambini.

L’Acherontia atropos, ossia la sfinge testa di morto resa celebre dal film Il Silenzio degli Innocenti, appare ingrandita in una stampa monocromatica. Fa parte del ciclo Stigma, Differenziazioni dell’essere, Metamorphosis, Insectum, dell’artista Jessica Ferro (1992) che usa svariate tecniche, dalla xilografia all’incisione, con cura certosina applicate per straniare la riproduzione dei dettagli, carrellate ottiche d’ingrandimenti entomologici. Il polittico La vetrina dei Fasmidi, o della ricerca della verità è un’osservazione compulsiva delle parti di cui l’insetto è composto, per confessione dell’artista ispirata (anche stavolta) da La conoscenza accidentale. Nel perimetro del grande formato una cavalletta verde, una Tettigonia viridissima – immortalata con colori ad olio e penna su carta – mostra allo spettatore il proprio corpo nel momento del divenire a sua volta un paesaggio. In un’altra opera la testa e il ventre di una cavalletta più piccola e vaga, di specie non identificata (si tratta stavolta di un’incisione a cera molle e acquatinta) sono ingranditi macroscopicamente. 

L’occhio indagatore del critico, del gallerista e del probabile mecenate si muove sospeso tra figurativo e astratto, iper-descrittivismo e decomposizione del soggetto. Stigma significa appunto puntura, marchio tratto dal ricalco dei particolari ingranditi. Il segno grafico di incisioni e xilografie – nella tradizione cha va da Leonardo da Vinci a Dürer – invita lo spettatore ad immergersi in forme inaspettate, ambigue, fuori scala. La fitta rete di scalfitture cede a tratti il passo ad una scrittura rarefatta. Ho la sensazione d’entrare nel corpo esapode, di diventare “con lui” in un processo d’interiorizzazione. Nelle prime opere giovanili di Jessica Ferro gli insetti erano immersi in una luce abbagliante (su uno sfondo bianco e asettico, laboratoriale) ma evolvendo vengono poi inseriti in sfondi naturali fino a diventare il tema centrale. Il contesto si riflette nel dettaglio corporeo che infine si confonde, sparisce nel paesaggio stesso. Così il processo può dirsi concluso.

Di contro alla virtualizzazione dell’arte la pratica entomologica torna a far esperire una realtà tattile, concreta. Potrei elencare le virtù intrinseche del polimaterismo del Fasmide: altro che “Ragni” di Pino Pascali, “bachi da setola” di Nicola Carrino, “tappeti natura” di Piero Gilardi (figuriamoci gli ambienti immersivi della realtà simulata). Nella celebrazione dell’inarticolato che è il Fasmide nel suo habitat, impossibile da reificare nella vetrina d’una galleria d’arte, ricordo per certo di aver avuto alcune delle più elettrizzanti e lucide epifanie del mondo. Non è un nuovo realismo quello che ispira la visione degli insetti stecco ma una realtà semplice e viscosa, diretta, esistente e non virtualizzata, non filtrata dalla poiesi umana. C’è poesia nel rovo, nella terra, nei loro escrementi più materici dei cretti di Burri.

Le esuvie della metamorfosi, le spoglie della mutazione, portano a compimento un rito: bloccare ciò che è in movimento. Non fa proprio questo certa arte da museo? quando diventa oggetto esposto in mostra o in galleria ciascuna opera è un insetto spillato, trapassato dal valore di mercato. Al contrario di quanto sostenne invece il movimento FLUXUS e di ciò che accade qui, in questo libro intermediale che offre al lettore curioso d’insetti stecco una serie di kit sperimentali, di piccoli esperimenti mentali (uno per ogni paragrafo) per entrare in contatto e farne esperienza in maniera alternativa. L’opera non è fatta per essere acquistata, mercificata, ma pensata, capita, interiorizzata.

Gli occhi sono rossi, gonfi come una creatura infernale. Allo specchio sembra fare smorfie per riconoscersi, avere la riconferma del fatto che l’opaca figura riflessa non è un altro, come in una delle opere disegnate in punta di penna, a china, dettagliatissime e deliranti, dall’artista parigina Mad Meg (1976) – nome d’arte che è omaggio all’opera Margherita la pazza del pittore fiammingo Bruegel il vecchio – come in uno dei suoi monumentali Patriarchi, assumo le sembianze (il busto, la testa) di un Curculionide, di una Proscopia, o d’uno smisurato insetto stecco teriomorfo. Nei suoi quadri cita e ricrea celebri dipinti dell’arte occidentale, resi complessi dall’ossessione per dettagli microscopici e inserti di texture testuali. In certe tavole bocche antropomorfe tendono verso l’inferno. I Fasmidi le popolano come mostri alla maniera di Hieronymus Bosch. 

Sono sempre io tutti quei musi selvaggi che appaiono quando scarabocchio in modo automatico i tratti sulla carta con la penna bic? Tratti immobili che si ritirano, ritratti in cui mi rifletto. Maschere impresse sulle elitre dei coleotteri, come nei disegni del francese Dan Hillier (1973-2024), che realizzò impressionanti mushup monocromi (The endless swarm) in cui emergono volti umani dalle forme dell’insetto-fasmide che diventa una “guardia spirituale” come quelle di Jan Fabre (1958).

Ci sono poi artisti camaleontici capaci – come Woody Allen in Zelig – di assumere l’aspetto e il carattere, le caratteristiche dei propri simili e dell’ambiente circostante. Robert Gabris (1977) è arrivato a metamorfosare in un insetto simile a un Fasmide nella performance Insectopia, ideata e realizzata durante la residenza alla Villa Romana di Firenze nel 2020. La mutazione avvenne sotto ai miei occhi un bigio pomeriggio di tarda primavera. Ignoravo chi fosse quell’uomo nudo legato con lacci e corde a stecchi e aste di bambù. Stava lì, davanti a me, in una specie di serra, come prigioniero in un lattiginoso terrario, dedito ad una particolarissima pratica di bondage. Il foglio di sala venne in soccorso dicendo che il performer stava personificando la vita d’un insetto immobile e paralizzato; il suo corpo, annodato con corde e canne, stava diventando parte d’una ricerca antropologica, esposto nella teca del museo. Nel salone della villa cornici e vetrine mostravano disegni, opere di grafica incarnanti la contemporaneità interiore e la queerness dell’artista per dimostrare la resistenza soggettiva al pensiero normativo e mainstream. Una serie di stampe di grande formato – inchiostro nero su tela – riproduceva a specchio parti del suo corpo (mani, dita, orecchie e genitali), una collezione entomologica. L’artista si era sezionato meticolosamente con una penna sottile per ridefinire la condizione di reietto, oggetto di disgusto associato alla paura del diverso.  Il corpo e l’identità apparvero come nomadi in continuo movimento. Straniero ovunque, il soggetto non emigra, non si assimila, non si integra. Per indentificarne le impronte digitali bisognava passare attraverso quell’Insectopia.

L’idea dei Pokémon nacque in Giappone, un paese dove collezionare e allevare insetti è un hobby assai diffuso. Il video di Willy Guasti per il canale YouTube ZooSparkle conferma ciò che sapevo per sentito dire: a fine anni Novanta del Novecento l’entomologo dilettante Satoshi Tajiri aveva appena fondato una software house quando sviluppò l’idea dei “pocket monsters”. Se i Fasmidi fossero Pokémon li raccoglierei tutti, li porterei in tasca, in capsule di cristallo. Una forma, se feticizzata, porta spesso a un fiorente mercato di figurine, o di opere d’arte.

Interessato alla natura e al cambiamento climatico l’artista spagnolo Daniel Steegmann Mangrané è nato nel 1977 e vive e lavora a Rio de Janeiro. Nel 2019 ha esposto le sue opere al Pirelli HangarBicocca di Milano ed è presente nelle più importanti collezioni internazionali. Sulla parete accanto alla sua installazione Phasmides viene proiettato l’omonimo film in 16mm (trasferito poi in formato digitale) del 2012. Steegmann mette in scena un “cinema fasmide” in cui la macchina da presa diventa la macchina da preda. Il soggetto ritratto è una “famiglia” di insetti stecco che dà vita a una coreografia di apparizioni e sparizioni nel contesto in cui si muovono. Le riprese in cui le sagome degli insetti accennano all’instabilità e alla fragilità dell’immagine cinematografica. Nel corso del film, le forme geometriche diventano organiche e le forme organiche rivelano le loro geometrie, i viventi sembrano inerti e la materia pare invecchiare come un individuo. In altre installazioni come il filmato Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name) un visore di realtà virtuale illude di stare dentro la Mata atlantica, la foresta che si estende – o meglio si estendeva, prima della deforestazione che l’ha ridotta a un decimo della superficie originaria – lungo la costa Atlantica del Brasile. Nelle opere di Steegmann il processo di sostituzione della realtà, appare compiuto. La specie umana, dopo aver sterminato la natura, può ricostruirla tecnologicamente e venderne il surrogato in installazioni da museo. 

La virtualizzazione invade l’esistenza: che sia questo l’ultimo atto di ciò che il filosofo francese Jean Baudrillard (1929-2007) chiamò, sul finire del Novecento, “il delitto perfetto”? Il teorico di Matrix, col suo periscopio intellettuale, aveva visto fin qua, e forse oltre, oppure è la società umana che sta ricalcando a posteriori il suo pensiero? Chi imita chi? Nella didascalia all’opera di Steegmann Mangrané intitolata A Transparent Leaf Instead of the Mouth del 2017 leggo che lui avrebbe voluto fare il biologo di professione. S’intuisce stando davanti alla grande vetrina sinuosa, un acquario di cristallo con dentro la ricostruzione dettagliata dell’ecosistema forestale. Fin dai tempi della Maison Deyrolle di Parigi – ancor oggi attiva come cabinet de curiosités – l’imperialismo occidentale esporta il marchio dell’esotico negli appartamenti dei cittadini borghesi, in vetrine, appunto, che presentano parti scisse da ecosistemi complessi. Cos’è falso e cosa è vero in tale teatro da salotto? Rami, foglie, insetti: tutto è tassidermizzato. La vita appare sterilizzata, ben preparata, asettica. Morta e pronta per entrare nel portfolio, da mostrare a pignoli galleristi senza sporcare la suola dei mocassini. Tutto è pronto per la seconda morte. Perché non è più sufficiente morire biologicamente, dev’essere uccisa anche l’idea che sottende la forma, nella seconda scomparsa imposta dall’ostensione, dalla virtualizzazione. 

Le curatrici della mostra milanese – Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli – presentano l’allestimento di A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand affermando che l’alternarsi di esperienze materiali e situazioni immateriali (nell’installazione site-specific realizzata con partizioni in tessuto bianco trasparente) “ridefiniranno il carattere industriale di Pirelli HangarBicocca, accogliendo e rivelando le opere esposte”.

Alice Padovani (1979) ha realizzato una scatola che fa un effetto piuttosto inquietante, sembra uno di quei cassetti da tipografi suddivisi in scomparti, ciascuno dei quali contiene oggetti, che qui però sono mezzi annegati nella cera. Nei comparti allagati ci vedo insetti, pietre, conchiglie, frammenti vegetali. Tra queste cose derelitte, invischiate, rapprese in ciò che era fluido, ci trovo con sorpresa anche alcuni Fasmidi rimasti coinvolti nel gioco. In un’altra installazione, su un’altra pagina, ad un altro link c’è poi il Fasmide che l’artista ha ricoperto tutto di foglia d’oro (come lo scarabeo di Edgar Allan) spennellato con una colla speciale (ma questa è invece un’Exatosoma tiaratum) e impreziosita quasi fosse un’icona medievale, un quadro sacro, a risarcire la ferita della sua decostruzione, di questo détournement, omaggio di una vita sacra, preziosa di per sé. 

In “Forme ordinate dal caos” secondo Chiara Serri, si esibiscono fratture tra umani e non umani, così che l’insetto appare al centro del quadro (o dell’assemblaggio) oggetto tra gli oggetti (portachiavi, bottoni, orecchini, pietre, un pennino, un orologio, ciondoli, anelli) fissati con uno spillo. L’insetto si mimetizza con le cose: ecco l’infinità del sublime, per citare Edmund Burke, che s’estende alla dimensione dell’estremamente piccolo, generando stupore. L’artista percorre tutti i linguaggi della contemporaneità (scultura, assemblaggio, installazione, performance), trovo anche i video di due performance sul tema. Il primo è la “performance per movimenti di transizione” la cui “messa in scena” dura circa otto minuti ed è accompagnato dalla sonorizzazione creata dalla band “Le Piccole Morti”: mentre spazzola una grande larva di scarabeide l’artista applica su di sé dei Fasmidi, mette in scena la sacralità del processo di mutazione dei corpi, la trasmutazione della forma che contiene già quella futura. L’uno, ovvero il corpo ancora racchiuso pronto a schiudersi, e poco oltre il nuovo uno. In Domino, del 2016, Alice sembra dormire mentre due Exatosoma gli camminano addosso, sul braccio, sul volto, sulla mano mentre scrive. Un altro link m’indirizza all’inquietante Il libro delle ombre.

Quale gigantesco insetto stecco potrebbe averle mai deposte, mi chiedo attendendone all’orizzonte la sagoma alta quanto un palazzo di quattro piani. Sono uova di insetto stecco ingrandite in scala uno per settantotto, in ceramica, o meglio in grès, adatto come arredamento da esterni, che dal 2021 si trovano al Ledro Land Art, esposte al Parco d’arte nel bosco di Pur, lungo la riva del torrente Assat, sulla strada che conduce a Malga Cita. Disseminate sul prato come se un Triceratopo fosse appena passato testimoniano mondi altrimenti invisibili, forme familiari che dall’osservatore distratto vengono confuse con spugne, fungi o creature marine. L’artista che le ha create sconcerta il viandante con la stessa meraviglia suscitata dalla cattedrale della Sagrada Familia, con le arcate simili a immensi steli d’erba, per ricordare che siamo come formiche in un prato. L’opera Phasmidae di Georgia Matteini Palmerini (1972) provoca un effetto di sospensione, fragilità e delicatezza. Nel medesimo sito l’esperimento è stato compiuto con uova di Licenide.

Sono commoventi gli insetti realizzati dalle bambine e dai bambini con foglie e fili d’erba al laboratorio di Gianluca Malgeri (1974) artista che lavora con creta e metallo ispirandosi a Bruno Munari. Ero andato da lui per commissionare una speciale gabbia. Desideravo un insetto stecco fatto di filo di legno e metallo, rivestito di tulle, che contenesse all’interno, nella sua stessa pancia, i rovi, come se fossero stati appena mangiati (e sopra i rovi, ovviamente, i Fasmidi in allevamento). Appesi alle pareti della galleria trovai invece, assemblati con foglie e rami, un “Insetto millepiedi coda gigante”, una “Apra occhiuta”, una “Spiga sonica”, il “Mostro del giardino” e la “Falena martello”. Rimasi esterrefatto dalla genuina ispirazione di tali creazioni. 

Fare insetti con le piante non è una novità: l’esempio, in tempi moderni, è l’opera dell’artista giapponese Raku Inoue (1983) che vive e lavora a Montreal; ha reso popolare una tecnica compositiva semplice soltanto all’apparenza. Realizza collage vegetali di fiori, foglie e steli che, assemblati ad arte ed esposti nelle teche, assumono l’aspetto d’insetti. Nella serie Natura Insects oltre a mantidi orchidea (di fronte alla quale sorge spontanea la domanda su quale sia la mantide orchidea e quale l’orchidea assemblata a formare una mantide) ottiene un Phyllium componendo solo foglie di quercia. A un sopraffino livello di mimesi si pone l’arte giapponese dell’intaglio di Noriyuki Saitoh che nel progetto intitolato Insects Metamorphose riproduce a grandezza naturale un ampio catalogo di esapodi – grilli, mantidi, coleotteri (compreso un Mormolyce) – usando solo il bambù. Come mai tale dedizione verso gli insetti e tanta cura quasi maniacale verso il dettaglio, nella cultura giapponese? Forse perché la religione animista dello Shintoismo riconosce come divinità tutte le creature viventi e venera la natura come sede del divino attraverso la meditazione.

Nella sezione video di una pagina web trovo un filmato di cinque minuti in cui il protagonista, con volto da attore e giubbotto di pelle grigio scuro, arriva in moto nel cortile dell’Università di Oxford. Il curatore del dipartimento di entomologia, Dr James Hogan, si fa incontro a Levon Biss (1975) appena sceso dal centauro, il famoso e pluripremiato fotografo inglese che in oltre venticinque anni di carriera ha sperimentato numerosi generi fotografici, diventando l’autore di copertine per il “Times”. Specializzato dapprima in ritratti di atleti adesso è il più celebre fotografo d’insetti. I due si stringono la mano, attraversando prima il giardino e poi la sala neogotica del museo. Un primo piano li coglie mentre scelgono alcuni tra gli insetti più particolari, prelevati ad uno ad uno dalle teche allestite con sistema Toledano. Tutto è pulito e scintillante. Nettano con un pennellino – prima di fotografarli – un Crisomelide del genere Hispa, un Buprestide, un imenottero Criside. Su un tavolo ordinato comparano le prove di stampa delle immagini, ingrandiscono le fotografie, zoomano sempre più giù, sempre più dentro al dettaglio: stanno allestendo il progetto Microsculpture (2017), che documenta immagini di esemplari dalla collezione dell’Oxford University Museum of Natural History, utilizzando tecniche uniche per catturare texture e dettagli in modo da consentire agli spettatori di apprezzare la bellezza e la complessità delle piccole creature. Infine ripone un Buprestide in una scatolina, dentro la borsa da motociclista, e se ne va, destinazione il laboratorio di fotografia dove, sotto una complessa e incredibilmente sofisticata apparecchiatura di obiettivi e luci allestisce il micro set di macro fotografia, scatta e riassembla più di ottomila immagini per insetto. 

Nella serie Seeds & Fruits del 2021, “La bellezza nascosta di semi e frutti”, dopo aver trascorso mesi a studiare la collezione carpologica del Royal Botanic Garden di Edimburgo, Biss ha fotografato circa cento esemplari tra i più straordinari, sensibilizzando alla biodiversità e alla didattica scientifica. Da quel progetto sono derivate le tavole di Stick Insect Eggs in cui ha ritratto oltre cinquanta uova di altrettante differenti specie di Fasmidi, lunghe poche millimetri ma dalle forme meravigliose, ciascuna dal design unico. I macro ingrandimenti sono di altissima definizione e di grande formato (50 cm per lato, o dimensioni maggiori), la texture delle forme viene ingrandita all’ennesima potenza senza perdere in definizione, con dettagli vividi e colori intensi. Sulla sua pagina web sono vendita a seicento euro ciascuna. Nel 2022 infine Biss ha terminato il progetto triennale Extinct & Endangered: Insects in peril, stavolta in collaborazione con l’American Museum of Natural History; ha fotografato quaranta esemplari di insetti gravemente minacciati o già estinti, tra i quali il Dryococelus australis (Montrouzier, 1855) il Fasmide dell’Isola di Lord Howe. Le fotografie non celebrano solo la bellezza degli insetti ma servono come memento allo spettatore per ricordare ciò che è in gioco quando una specie si estingue, per invitare alla preservazione degli ecosistemi. La mostra, allestita a New York, in due anni è stata visitata da più di 12 milioni di persone.

Ci sono quadri celebri che ricordano i Fasmidi. Penso al San Giorgio e il drago di Albrecht Altdorfer (1480-1538), col cavaliere spaesato, inattivo e quasi indolente, sperso nel quadretto che Luigi Grazioli nota davvero nella sua complessità, come fosse la prima volta, alla Alte Pinakotek di Monaco di Baviera. “La natura, gli alberi dal fogliame frondoso dipinto in modo accurato, con gli effetti luminosi e i riflessi evidenziati dall’uso del bianco distribuito senza parsimonia”. Lo sfondo è il protagonista dell’opera e lo squarcio nel verde scuro lascia intravedere un altrove lontano. Anche se il corpo a corpo con la bestia non ci sarà, anche se verrà dilazionato per tutto il tempo dell’esistenza. Oltre le frasche in cui rovisto non scorgo colline illuminate dal sole al tramonto (la notte non è comunque lontana) ma un quadro dentro al quadro; ci vedo tutt’un tratto La gioia di vivere di Max Ernst (1891-1976), una foresta primordiale che indica una via segreta. Il profilo del Fasmide può emergere dagli arzigogoli d’una scrittura asemica all’apparenza intraducibile, come in certi mostri mescalinici schizzati da Henri Michaux (1899-1984). 

Certi Fasmidi sembrano tatuati con scritture asemiche, spezzoni futuristi di lettere, ritagli tipografici simili agli Zeroglifici di Adriano Spatola. Non c’è comunicazione senza traduzione e non si traduce senza tradire: l’errore è il fondamento della creazione di significato. In un’acquaforte di Patrizio di Sciullo (1965) è ritratto il più bel Mormolyce che abbia mai visto. Da una teca finemente incisa a bulino la sagoma dell’insetto emerge attraverso un complesso intrico di linee e di tratteggi. Quante acque di morsura saranno servite, quanti gesti lenti, meticolosi, accurati, prima di giungere a tale esile risultato?

Łukasz Huculak (1977) è un pittore polacco affascinato dalle esperienze extrasensoriali che nel 2022 ha esposto le sue opere in una mostra dal titolo Mimicry allestita al Museo Regionale di Terrasini di Palermo, in Palazzo d’Aumale. Lo stesso luogo dov’è conservata la collezione entomologica di Raniero Alliata di Pietratagliata. Come quelli che disegnò il principe siciliano infatti, ultimo tra i Gattopardi, anche i suoi disegni sono quadri metafisici di piccolo formato. Per entrambi, secondo affinità occulte, la mimetica difensiva del fenotipo degli insetti si sviluppa nel rapporto tra arte e spiritismo. Sulle superfici pittoriche prendono sostanza immagini ectoplasmatiche mosse dal mesmerismo, scorrimenti ansiogeni in cui il tenebrore trova consonanza nella forma. 

Traendo spunto dai dettagli anatomici dei Fasmidi (ovopositore, antenne, tarsi), in sedute di spiritismo entomologico, emergono tracce d’una tensione biologica che, se portate all’esasperazione, diventano oscene, scandalose, latrici di un intollerabile turbamento. Era questo il metodo, affine alla magia nera, usato da Raniero Alliata per esercitare la sua magia entomologica e trarne opere d’arte. Pagine e pagine piene di disegni di minimi particolari di insetti, ripetuti innumerevoli volte fino a esaurire le combinazioni, per trovare elementi ricorsivi, una formula che astraesse dal flusso della vita un elemento ricorsivo, geometricamente prevedibile. Le sue “trachettili” (descritte da Bent Parodi nel capitolo “I quadri magici” del libro Il principe mago) sono opere grafiche realizzate in uno stato di trance, surreali, che gemmano dalla composizione creativa di frasi incomprensibili, ceneri di fantasmagorie creative. Psicopatie entomologiche. Un decollage dal muro della realtà. 

I Fasmidi sono i protagonisti della biomeccanica, per la progettazione e programmazione di robot esapodi. Nel 2019 venne inaugurata a Tokio la mostra Insects sul tema della Biomimetica: un modello di zampa d’insetto, grande più di una persona, accoglieva i visitatori. Tra vari progetti “nature-inspired” il curatore Taku Satoh restrinse il campo al solo mondo degli insetti l’importanza dei quali è fondamentale non solo per il design ma anche per l’ingegneria. Dalla vaga somiglianza estetica alla stretta emulazione di robot e algoritmi bio-ispirati, la mimesi di meccanismi e comportamenti l’esposizione si proponeva di interfacciare biologia e robotica, portando però allo schiacciamento della prima sulla seconda in base al paradigma del riduzionismo meccanicista. Tuttavia i corpi biologici sono irriducibili a meccanismi. In genere la tecnologia umana non mima l’intero organismo, limitandosi a una sola specifica funzione. Cultura e natura non evolvono alla stessa maniera. La creazione ha un fine definito mentre la vita s’irraggia in plurime direzioni, lasciando aperto il campo.

In Australia un esperimento artistico ha gli insetti stecco come protagonisti: Può un Androide far sognare Fasmidi elettrici? Ossia “Un essere umano, un insetto e uno smartphone possono comunicare attraverso la danza?”. È questo l’interrogativo che fa da sottotitolo al progetto Body / Insect / Machine che auspica l’incontro tra diverse arti: video, robotica e danza. È nato pochi anni fa, dalla ricerca congiunta fra la coreografa Prue Lang del gruppo Chunky Move Australia, l’artista Mathieu Briand di Ars Electronica e un insetto stecco (la specie viene taciuta). L’opera è presentata in un panel di mezz’ora della Science Gallery di Melbourne ed è disponibile su YouTube. L’ho guardato a tarda notte, libero dalle costrizioni della vita attiva. Il trio è affiancato dal professore di biologia evolutiva e comportamento animale, Mark Elgar, e dalla conduttrice Alicia Sometimes. La discussione che ne consegue è centrata sulla comunicazione tra mondi artificiali e naturali attraverso la danza. Il tema è quello di “estrarre” elementi di ispirazione dall’habitat del Fasmide per ricreare una storia. Frammenti di corpi. Frammenti di storie. In questo progetto di ricerca sul movimento Mathieu Briand osserva e manipola la complessa relazione tra il modo in cui si muove la tecnologia e i movimenti istintivi degli insetti in natura. 

Il progetto Body / Insect / Machine indaga le metamorfosi tra vari livelli di ricerca: scientifica, tecnologica e artistica. L’androide costruito da Briand è un arto robotico comandato da sensori di rilevamento che traducono gli impulsi del Fasmide per mezzo della programmazione umana. I movimenti dell’Androide non sono infatti elaborati dall’Intelligenza Artificiale ma progettati dall’artista stesso (non è chiaro che ruolo svolga l’interfaccia androide, quanto sia essenziale nel discorso). L’esperimento indaga una “nuova frontiera” nelle relazioni tra uomo e insetto, così viene laconicamente motivata l’iniziativa. 

Gli autori del progetto concordano che il progetto deve “essere qualcosa di simile ma non esattamente ciò che si dice di essere”, ricontestualizzando il soggetto di studio. L’insetto stecco non è più nel suo ambiente naturale nel laboratorio o nel centro di danza, non si camuffa più come quando è nel bosco, nella foresta. Briand manipola così l’arto robotico come l’insetto stecco manipola la mente dello spettatore. Il progetto artistico cerca una connessione tra queste tre forme corporee d’esistenza – biologica, meccanica e umana – con diversi gradi di coscienza e consapevolezza, coi differenti limiti materiali di movimento e di contesto. Non è da comparare la qualità del movimento dell’arto artificiale con quella dell’insetto stecco – dice Mathieu – ma cercare una sincronia tra le tre parti insieme. 

Mathieu sostiene che la differenza tra la danza umana e quella dell’insetto risieda nel piacere che l’uomo trae dall’imitazione volontaria, mentre nell’insetto ci sarebbe sempre una imitazione necessaria, istintiva e inconsapevole. Cerco una sorta di tassonomia del movimento e della texture. L’Androide non può ancora riprodurre tutti i movimenti del Fasmide riprogrammati. BioInspiration | A Hallmark Initiative è un progetto dell’Università di Melbourne al quale prende parte il professor di Scienze Biologiche Mark Elgar, entomologo specializzato in adattamenti animali. È lui il mediatore del panel che illustra le caratteristiche di Body / Insect / Machine. Analizzando gli scopi della sua ricerca – la collaborazione con l’industria per trovare soluzioni a problemi di nano ottica e materiali, sensori chimici e design – è apparso evidente quanto la tecnologia attuale mimi la natura, quanto sia una mimesi delle soluzioni organiche animali. La specie umana si mimetizza, imitando modelli, e cattura le soluzioni evolute per selezione delle altre forme viventi. Nella robotica e nell’automazione sempre più spesso tali soluzioni imitano proprio gli insetti. Ma i robot, repliche meccaniche del modello entomologico, anestetizzano il fascino dell’insetto. Per citare la teoria elaborata nel 1970 dal giapponese Masahiro Mori, si spalanca una incolmabile Uncanny Valley. 

Nel processo cognitivo noto sotto questo nome quanto più il clone tecnologico s’avvicina in somiglianza al modello naturale tanto minore è l’empatia umana nei suoi confronti. L’allevamento degli insetti stecco è un’arte che costringe a scendere in basso, bucare le mani, attraversare sentieri fangosi, farsi largo tra i cespugli. A ferirsi, talvolta, in un corpo a corpo con le cose. Pone a contatto con la vita che non è ancora contagiata dalla virtualizzazione.


Tommaso Lisa è nato nel 1977 a Firenze, dove vive e lavora. Appassionato entomologo, nel 2001 ha pubblicato per l’associazione francese “r.a.r.e.” il catalogo ragionato sui Cicindelidi della regione del Mediterraneo. È dottore di ricerca in Lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria su Edoardo Sanguineti e Valerio Magrelli.

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