“Il patriarcato non esiste”

La violenza di genere non ha confini etnici o sociali, ma viene spesso usata per alimentare narrazioni divisive. Nonostante i dati mostrino la complessità del fenomeno, la politica e i media tendono a semplificare, puntando il dito contro categorie marginalizzate. Questo approccio non solo ignora il problema culturale alla base, ma rischia di rinforzare stereotipi che danneggiano ulteriormente le vittime e la società.


in copertina, Remo Squillantini, Figure, Anni ’30, Asta Pananti in corso

di Alessia Dulbecco

C’è una donna bionda che sta camminando per strada, a Milano, la sera del 25 aprile 2018. È una sua abitudine, ma – come molte donne – varia spesso traiettorie, percorsi e orari per evitare di diventare prevedibile e rendere più difficile per eventuali aggressori riconoscerla o studiare i suoi spostamenti. Sta ascoltando la musica, quando nei pressi di un cantiere viene afferrata da un uomo che la getta a terra e la aggredisce sessualmente. Rientrata a casa grazie a un taxi chiamato da una coppia a cui aveva chiesto aiuto, riflette sull’accaduto e il giorno dopo decide di andare a denunciare:

Fine verbale. Il poliziotto mi fa leggere cos’ha scritto. La mia dichiarazione è stata stesa in prima persona, da lui: a me ora tocca rileggerla e approvarla. Il verbale – in sette sezioni, mortale, comincia con una descrizione del fatto che io ho deciso di uscire di casa perché avevo caldo, prosegue con la motivazione del perché (faceva caldo) e con una descrizione del tragitto effettuato a grandi linee. Si parla del jersey, qui, sottolineando che è una zona di lavori in corso.

Il crimine in questione: due frasi, dieci parole.

Nella seconda metà della pagina, scorrendo, trovo questa frase:

«Non mi sono rivolta subito alle forze dell’ordine perché provavo un profondo senso di vergogna per l’accaduto». Questa è una cosa che io non ho detto.

La “donna bionda” si chiama Barbara Genova, anche se all’epoca dei fatti era ancora conosciuta con il suo nome di battesimo, Violetta Bellocchio. Electra, il nuovo romanzo, racconta della sparizione conseguente all’aggressione, ma, ancora di più, descrive un tentativo di ontologia negativa applicata alla propria identità, frantumata e ricomposta nello spazio dell’isolamento.

Non sappiamo nulla del suo assalitore, e non lo sapremo neppure proseguendo nella lettura perché non verrà identificato. Non è una novità. Secondo i dati raccolti da Istat, solo il 12% delle donne che subisce una violenza sessuale si reca a denunciare, e ciò fa abbassare di gran lunga la possibilità che, se chi ha commesso il fatto non sia persona nota in quanto partner, familiare o parente, come nel 75% dei casi, sia individuato.

Che la violenza di genere sia un fatto strutturale complesso, che sfugge a facili definizioni, lo sappiamo da tempo. I report annuali stilati dai Centri Antiviolenza e le grandi rilevazioni prodotte da Istat nel 2006 e nel 2014 ribadiscono alcuni elementi incontrovertibili: non ci sono grandi differenze tra vittime italiane e straniere, così come rispetto agli aggressori. Il fatto di descriverli come individui con patologie pregresse o appartenenti a frange marginali della popolazione impedisce di fatto di considerare il problema per quello che è: un fenomeno culturale strettamente legato alle dinamiche implicitamente sessiste che condizionano la vita delle donne dalla notte dei tempi.

È anche per questo che le parole pronunciate dal Ministro dell’Istruzione (e del merito) Valditara, in occasione della presentazione alla Camera dei Deputati della Fondazione Giulia Cecchettin, uccisa un anno fa per mano del suo ex, hanno destato molti malumori. Le frasi che non sono passate inosservate sono due: la prima riguarda la lotta al patriarcato, che ha definito una “visione ideologica” non solo anacronistica – dato che sarebbe scomparso nel 1975, con l’istituzione del nuovo codice di famiglia – ma per giunta incapace di risolvere davvero il problema perché, e qui veniamo alla seconda, sarebbe strettamente legato a “episodi di marginalità e devianza favorite dall’immigrazione illegale”.

A ben guardare, non si tratta della prima volta in cui si cerca di associare l’etnia dell’aggressore a un certo tipo di reato. Tra il 2017 e il 2018 alcuni quotidiani come Libero e Il Tempo sottolineavano come gli stranieri si macchiassero di omicidi e stupri in misura maggiore rispetto agli italiani. In un lungo lavoro di verifica e demistificazione, il giornalista David Puente aveva fatto notare come i dati riportati non solo non reggessero, ma non vi fossero neppure fonti accreditate a poterli confermare.

In ogni caso, la tendenza ad associare la criminalità alle persone straniere non risale a una manciata di anni fa. In un articolo apparso su Jacobin, Sara R. Farris sottolinea come l’apparato fascista abbia costruito su questo binomio una parte importante del proprio sistema ideologico, producendo una vera e propria “razzializzazione del sessismo” e spingendo a pensare che la violenza sia tipica degli uomini non bianchi e non occidentali. Un rigurgito di questa storia era emerso nel 2018 quando il militante di Casapound Francesco Chiricozzi (che nel 2019 verrà accusato di aver compiuto, nel viterbese, uno stupro di gruppo ai danni di una trentaseienne) aveva ricondiviso un vecchio manifesto della Repubblica di Salò che invitava gli uomini italiani a “difendere le donne” dallo stupratore straniero. “Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella”, aggiungeva commentando l’immagine e dando prova, come ricorda ancora Farris, che «la donna (il suo corpo) è proprietà dell’uomo che ne dispone a suo piacimento per il «bene» della nazione».

Come dicevamo, ad oggi non abbiamo dati che possano confermare senza ombra di dubbio che ci sia un legame di causa-effetto tra provenienza geografica o lo status sociale dell’autore e la violenza perpetrata. Più che rispetto agli aggressori, le statistiche sono in grado di rivelarci qualcosa di interessante nei confronti delle denuncianti. In seguito a un maltrattamento o a un’aggressione, sono le straniere, infatti, a ricorrere maggiormente al supporto dei servizi. Ciò si può spiegare considerando anzitutto la rete di supporto informale: chi può contare su amici, familiari, parenti tende cercare meno l’intervento esterno. Ci possono essere, inoltre, altre motivazioni che spingono le italiane a rivolgersi meno ai centri antiviolenza e alle sedi istituzionali per richiedere aiuto: da un lato, il desiderio di tutelare le apparenze e preservare la propria immagine sociale nel caso in cui qualche informazione dovesse trapelare; dall’altro, il timore di attirare l’attenzione dei servizi territoriali, che potrebbero avviare interventi o misure coercitive non richieste.

Remo Squillantini, Figure, Anni ’30, Asta Pananti in corso

Qualche giorno fa la data journalist Donata Columbro ha compiuto un’operazione interessante. Ha recuperato gli oltre novemila commenti – non particolarmente postivi – comparsi sotto il post condiviso dall’account Instagram della Polizia di Stato nel giorno del ritrovamento del cadavere di Giulia Cecchettin e li ha elaborati con un software Ai alla ricerca di thick data, cioè di quelle informazioni “dense”, che possono restituirci il perché di un determinato fenomeno sociale. Tra le migliaia di parole scritte, il sostantivo casa era quello che si presentava con più frequenza; tra le forme verbali, la maggior parte rimandava a richieste di aiuto ignorate, sottovalutate, ridicolizzate. I thick data, in sostanza, ci informano del perché molte donne non denunciano: se non c’è da individuare un colpevole, perché magari con lui condividono la casa e la vita, è molto facile che chi dovrebbe dare supporto si riveli incapace o impossibilitato a farlo, espandendole così al rischio di vittimizzazione secondaria, a sentimenti di vergogna e al rischio di acuire le condotte aggressive del maltrattante.

Relegare il discorso della violenza di genere imputandola in misura maggiore a una certa categoria di soggetti, tuttavia, non è funzionale solo a trovare un facile colpevole contro cui indirizzare la rabbia e il malcontento della popolazione. Per capire meglio questo aspetto è necessario considerare l’altra affermazione espressa dal Ministro, a proposito del patriarcato. Sostenendo sia ormai molto e sepolto, il ministro – forse involontariamente – fa il gioco della stragrande maggioranza dei movimenti antifemministi. Si tratta di una corrente che ha iniziato a imporsi nei primi anni del Novecento in Inghilterra, contestualmente alle manifestazioni delle Suffragette. Come sottolinea la giornalista Mirella Serri, in Italia la critica all’emancipazione femminile, dagli anni della Costituente in poi, non si è mai totalmente arrestata e ha attraversato in maniera trasversale i partiti e le cornetti politiche di destra quanto di sinistra. Nel 1991, la scrittrice Susan Faludi aveva sottolineato i rischi indotti dal backlash, quella controrivoluzione culturale e sociale emersa come reazione ai cambiamenti introdotti dalle conquiste femministe. Se negli anni novanta l’operazione di “contrattacco” passava soprattutto sul piano mediatico e politico, oggi è sostenuto anche dall’acuirsi, anche tramite i social, di posizioni mascoliniste che interpretano il  #metoo e tutte le forme di denuncia delle donne come un attacco alla propria identità, a loro avviso ampiamente compromessa e sottomessa al potere femminile.

In questa cornice, imputare agli stranieri, e in particolare a quelli “devianti” o giunti illegalmente sul suolo italiano, la colpa dei femminicidi e della violenza di genere non è solo un errore, ma rischia anche di manlevare una parte della collettività dalla necessità di fare i conti con il maschilismo assimilato anche involontariamente, per il semplice e fatto di vivere in un ambiente socio-culturale che lo favorisce.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

4 comments on ““Il patriarcato non esiste”

  1. Lorenzo

    Leggo un quantitativo di cavolate sopra misura in questo articolo e anche in alcuni commenti.

    Anche alcune verità, grazie al cielo, ma in un minestrone di poche righe che creano solo caos.

    Il patriarcato non esiste, e la società maschilista nemmeno.
    Esistono delle realtà che lo sono (ad esempio la chiesa cattolica è ampiamente maschilista, non vedo una cardinale o Papessa).
    I retaggi passati esistono, non c’è dubbio.

    Ma la società è fatta dai maschi, e non “per i maschi”. Che è tutto fuorché vero.
    I maschi di tutto il mondo non si sono messi a tavolino per creare una società in cui loro sono i più fighi, sennò in guerra ci mandavamo le donne, le poesie le facevamo agli uomini, l’anello ce lo regalavano loro, ed eravamo noi quelli tutelati legalmente, noi a scegliere sui figli per l’aborto, noi ad essere i capi indiscussi.

    Ciò è durato poco ed è stato abolito rapidamente.
    Gli uomini sono educati a difendere bambini e donne, visti come più deboli fisicamente e quindi prede di uomini, più forti fisicamente che potrebbero attaccarle in vari modi.

    Da sempre esiste la galanteria, ed il ruolo di difensore, tipicamente maschile, della società fatta di altri uomini, e di donne.

    Gli umani hanno creato società, le società si dividono per ruoli (un tesoriere, un ceo, ecc.).
    Si è preso ciò che ognuno fa meglio, specializzandolo. Uno è un grande medico, uno è un contadino.
    Non siamo classisti (non ci schifiamo dei contadini e adoriamo i medici), non siamo più nobili privilegiati con gli schiavi, da tempo.
    Rimane la specializzazione.
    Le donne preferiscono curare e gli uomini metterci i muscoli, perché è dove eccellono.
    Vogliamo fare che le donne mettono i mattoni e gli uomini fanno i..nutritori?

    I ruoli derivano dalla biologia.
    Sono più grosso, sollevo di più, tiro su i muri.
    Partorisci e allatti, badi ai bambini.

    Non si è deciso a tavolo.
    Non è maschilismo, è l’umanità.

    Che poi esistano i maledetti che abusano e vanno scardinati socialmente, siamo tutti d’accordo, ma a me, e alla gente che conosco io, a Roma, in Italia, non è mai stato insegnato ad abusare le donne e che il loro corpo è mio possedimento, ma a difenderle e non toccarle manco coi fiori.

    Esistono quelli che abusano del loro potere e sempre esisteranno, ma li condanniamo, nessuno li giustifica.

    Ognuno usa le sue armi a proprio vantaggio.
    Ciò deriva da dati biologici e di specializzazione sociale, sempre più forte.

    Le donne non vengono abusate più degli uomini, né stuprate più degli uomini (in senso lato). Si usano solo armi diverse, ricatti diversi, armi sociali e non “il bicipite”; ma funziona nella medesima maniera.

    La mafia negli anni 30 (forse l’apice di quel maschilismo in tempi “odierni e riconoscibili”) non uccideva donne e bambini.

    Abbiamo un presidente donna, idem in molte parti della comunità europea.
    Andate in Iran a parlare di queste cose, poiché qui al momento sono gli uomini ad essere sotto attacco, non più le donne.

    Anche gli uomini vengono abusati, nessuno ne parla e se metti un poster in città, viene strappato. Parlate di questo piuttosto.
    Dove sono i centri contro gli abusi perpetrati ai maschi ?

    voglio delle femministe (che dovrebbero chiamarsi in altro modo ormai) che aprono centri per aiutare i maschi e che lottano contro le ingiustizie sociali, tutte, nessuna esclusa.

    Sennò è becero vittimismo e vendetta.
    “visto che i maschi hanno fatto i cattivi, ora pagano” lo sento spesso.
    “guarda che chiamo le guardie e ti denuncio per stupro” quando non le hai sfiorate, lo sento spesso.

    Parlate anche di quante denunce si rivelano false, un numero esorbitante.
    Parlate di quanti figli non sono davvero dei padri, cosa che è “biologica” e crea una disparità di genere ovvia.
    La mamma è sempre certa, il padre no.

    Parlate di tutto questo, se volete capire come mai la società si è settata su determinate regole.
    Sennò state buttando a caso un “i maschi dovrebbero capire” come se le donne invece avessero capito qualcosa.

    Articolo vago, buttato a caso, senza dati veri, senza numeri, e che dice che è sbagliato non accorgersi della verità, senza voler vedere anche l’altra parte della medaglia.

    I maschi che si difendono da questi attacchi non sono degli scellerati anti-femministi, sono le femministe ad essere anti-maschio.

    Partiamo da questo, e dal fatto che il movimento femminista, nato per sacrosante ragioni, ora sta facendo solo buchi nell’acqua e creando problemi, non soluzioni.

    Aspetto un articolo vero, che ne parli davvero.
    Grazie

  2. in che universo parallelo David Puente sarebbe un “giornalista”? oppure è vostra intenzione denigrare e offendere i giornalisti veri?

  3. Vittorino Reggiani

    La violenza fisica la subiscono i fisicamente più deboli da parte dei fisicamente più forti e da questo punto di vista nei rapporti sia di coppia che di gruppo ci sta sempre questa definitiva e finale opportunità da parte di chi non sa darsi ragione di una qualsiasi delusione alle proprie aspettative, piuttosto che una disamina che elabori il tutto come un capitolo della propria vita e un’esperienza di cui farne comunque tesoro.
    Inutile aggiungere che se è il più debole fisicamente, che cerca la gratifica violenta alla propria delusione, allora ciò accade con un agguato mortale o un arma letale, ma la sostanza non cambia.
    In una società dominata dalla competizione piuttosto che dalla collaborazione sussidiaria, questi meccanismi intrinseci nell’istinto bestiale delle persone sono sempre più amplificati e la politica interpreta secondo convenienza elettorale questi fenomeni, anziché cercare soluzioni educative affidandosi alla pedagogia già nei primi anni di scuola e implementandola in seguito nel corso del tempo della scolarizzazione e , perché no, anche nelle aziende pubbliche e private in cui poi si va a lavorare, affinché si possa indurre nelle persone, alla stregua di tabù inibitori, l’uso della violenza per affermare se stessi.
    Ma la dimensione umana e culturale degli attori principali sulla scena del potere di chi governa non è all’altezza del contesto .
    A me, così pare

    • certo, scaricare ogni problema sulla scuola: troppi incidenti stradali? la scuola DEVE fare educazione stradale. Mancanza di conoscenza sulle regole civili? la scuola DEVE fare educazione alla legalità.
      Il risultato di queste idee da INCOMPETENTI sono che la scuola non riesce più ad insegnare a leggere, scrivere e far di conto (e dimentichiamo tutte le altre discipline contenute nei Programmi ministeriali).
      In sintesi: meglio parlare SOLO di ciò che si conosce approfonditamente altrimenti ci si riduce all’altezza dei politicanti che ci governano (e che ci hanno governato nel decennio precedente)

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