Il potere estetico come forma di governo



Un tempo relegata ai margini del sapere, l’estetica è oggi al centro delle tecnologie del potere. Estetiche investigative svela come immagini, emozioni e algoritmi plasmino la percezione, orientino il comportamento e giustifichino decisioni vitali.


In copertina: Omar Galliani, Fiori, Courtesy Pananti

Questo testo è un estratto da “Estetiche investigative”, di Eyal Weizman e Matthew Fuller. Ringraziamo Krisis per la gentile concessione.


di Geyal Weizman e Matthew Fuller

Storicamente, l’estetica è una forma di conoscenza svalutata, esclusa dal “vero potere”. L’artista – spesso identificato con questo termine – è considerato inaffidabile, una sorta di doppiogiochista o di giullare, che lavora per sé stesso invece che per la stabilizzazione dell’ordine. Le pratiche estetiche hanno ottenuto così la potenzialità di deridere o criticare lo status quo dall’esterno. Questo ruolo poteva talvolta presentarsi nella forma di una licenza, la quale poteva essere revocata.

L’estetica è stata considerata anche come il più alto dei valori, a volte per opportunismo, altre in modo sincero. Si manifesta come uno stato virtuoso a cui mirano tutte le aspirazioni e le tensioni del potere reale. Vale a dire, l’estetica talvolta appare come un codice per la “civiltà”. Questa duplice condizione conferisce alla pratica estetica la capacità di sorprendere, una linea di attacco tangenziale, un sabotaggio proprio al culmine della sua funzione decorativa.

È forse a causa di questa ambivalenza che molti attori politici moderni ritennero necessario espellere l’estetica dalla sfera delle decisioni politiche autentiche. Tuttavia, più se ne proclamava l’espulsione, più l’arte del potere politico assumeva dimensioni estetiche. Il potere si saturava di estetica.

Oggi nell’elaborazione del potere estetico si rilevano due tendenze cruciali. La prima modalità di potere estetico opera tramite l’affetto. Questa riguarda politici e altri soggetti che usano immagini, parole, meme e gesti, frasi irate, seduttive o laceranti per intensificare le fluttuazioni emotive. È la psiche scandalizzata e afflitta da crisi, dal flusso delle notizie. In questo senso, il potere estetico consiste nella facoltà di indurre rabbia e risentimento, preoccupazione e paura, eccitamento e scelleratezza. Qui, lo scandalo avanza più velocemente di quanto la verità possa essere riconosciuta, e il leader politico ha assunto il ruolo del giullare, con la licenza di deridere o criticare lo status quo dall’interno.

L’altra modalità di potere estetico punta all’effetto. Questo processo spinge verso un crescente investimento in attività di rilevamento, previsione e targeting. Mira ad aggirare i limiti percettivi della nostra specie elaborando forme di attenzione macchinica. Se la cartografia introduceva un’astrazione reale come tecnica coloniale di potere, pur conservando la famosa differenza tra “la mappa e il territorio”, la tendenza della seconda modalità di potere estetico è di integrare ogni cosa come mappa e come monitoraggio di sé stessa. Così facendo, introduce nuovi regimi di accuratezza, nuove grammatiche dell’azione, e inedite tipologie di errore.

I due modi in cui il potere politico si manifesta come estetica inevitabilmente si alimentano a vicenda. La prima funzione è connessa alle sensibilità artistiche classiche, con la loro capacità di dominare le emozioni o perfino di rappresentare l’emblema magistrale del sentire in quanto tale. In effetti, conferire una sfumatura tangibile alle emozioni è qualcosa su cui gli artisti hanno fatto leva per generazioni, come alternativa o protesta contro un ordine razionale e sistematico. Al contrario, la politica ha adottato un repertorio estetico che include l’incarnazione di un’estetica del sensazionalismo: l’elevazione dell’infiammazione dei sensi a condizione di valore supremo. Il sensazionalismo – che forse è l’“-ismo” politico chiave del momento – eclissa la distribuzione della percezione e inibisce la costruzione di senso.

Nel frattempo, mentre la routine del sensazionalismo si svolge in primo piano, all’interno di un nuovo ciclo frammentato in millisecondi, tra aggiornamenti in tempo reale e sistemi di convogliamento dell’attenzione online, altre dinamiche sono in movimento. Questo regime del sensazionalismo e la sua diffusione come meccanismo di partecipazione sono divenuti parte di una trasformazione più ampia e fortemente ambigua, in cui ciò che emoziona è riconosciuto come un segno di sincerità, della capacità di attingere a una verità piuttosto che a un mero fatto. L’estensione delle tecnologie della percezione dell’effetto tende così a fornire una base per le tecniche dell’affetto.

Un vero cinico, come il filosofo Diogene, si sostiene grazie a una capacità di dubbio etica e incarnata, il cui primo bersaglio è sé stessa. Il cinico credulone, privo di dubbio, è il soggetto ideale, un nodo di questo modello di potere estetico. Egli ostenta al contempo la sua fervida convinzione e la sua irata incredulità: non è semplicemente mosso dall’emozione, essa valida la sua esperienza e lo inserisce in un sistema di trigger e stimoli. Affetto ed effetto si sovrappongono e si rafforzano a vicenda. Rispetto a questa condizione, una prima lezione della scienza è preziosa: ci spinge a considerare le nostre emozioni, la nostra comprensione, il nostro senso, semplicemente come un dato, che può avere un significato, fosse anche solo come misura di un errore o indicazione di una posizione di parzialità, ma nulla che sia di per sé decisivo, se non in relazione ad altri fattori.

Qualcosa di simile rientra nella seconda modalità del potere estetico – il targeting e la previsione – che rappresenta oggi una delle principali manifestazioni del potere statale e corporativo. Questa forma di estetica non agisce attraverso regimi di rappresentazione – l’allestimento di spettacoli di potenza e sfarzo – bensì come un’estetica “operativa” volta a stabilire e prevedere la posizione, il movimento e il comportamento delle cose in un futuro prossimo mediante sistemi di sensori. Qui il potere estetico è il meccanismo attraverso cui le persone vengono tracciate, sorvegliate e prese di mira, che si tratti di pubblicità o di missili. Le sue caratteristiche si basano sulla duplice capacità di amplificare il rilevamento individualizzato (sensazione) e la previsione comportamentale (significazione).

Previsione e rilevamento sono interdipendenti: la capacità di rilevare nel tempo è premessa per la facoltà di calcolare e prevedere. Questa forma di potere estetico si realizza non solo attraverso sensori digitali sempre più sensibili, capaci di rilevare azioni, movimenti e tendenze, ma anche grazie alla capacità di accedere e integrare un numero enorme di punti sensoriali provenienti da fonti diverse, oltrepassando le condizioni della percezione e della costruzione di senso ordinari; in altre parole, si fonda sull’iper-estetizzazione.

In che modo questi meccanismi sono estetici e non meramente tecnici? Per rilevare qualcosa nel mondo, un sistema deve essere sensibilizzato a un fenomeno: ne sono esempi la luce che attraversa una lente, le sostanze chimiche che entrano in contatto con una superficie, gli eventi procedurali o comunicativi all’interno di una rete, le variazioni nel campo gravitazionale e così via. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden, molte persone sono consapevoli del processo di estetizzazione che ha coinvolto le agenzie di spionaggio verso telefonate, e-mail, messaggi WhatsApp e Telegram, parole chiave nelle ricerche su Google e transazioni con carta di credito.

Decidere, se possibile, che cosa debba essere estetizzato o a che cosa ci si debba sintonizzare costituisce un atto di produzione di senso con implicazioni politiche, proprio come lo è essere costretti a subire un’estetizzazione. Frantz Fanon, ad esempio, scrive della sensibilizzazione a ciò che viene considerato costitutivo della razza e delle fortezze sociali che ne derivano, mentre Judith Butler mostra come le dinamiche di genere siano un processo di sensibilizzazione appreso e ripetuto fino a diventare ciò che viene fatto passare come naturale. Entrambi rivelano le configurazioni disgiunte e violente, le coercizioni e le errate attribuzioni, le concatenazioni di desiderio e repulsione e la loro traduzione in abitudine, su cui questi sistemi fanno affidamento.

La sensibilizzazione è anche calcolativa. Molti dei calcoli in questione sono a noi ignoti poiché esistono all’interno di black box distribuite in digital enclosures. Tale processo di calcolo guarda in due direzioni. Anzitutto, è rivolto al passato, e valuta se il rilevamento
sia effettivamente avvenuto e quanto sia affidabile. La probabilità di un evento viene elaborata iterativamente attraverso una serie di calcoli ulteriori. Ognuno di questi stabilisce le soglie di verosimiglianza annidate entro le quali viene effettuata la valutazione. In secondo luogo, tale calcolo si proietta verso il futuro, in relazione al suo significato per la previsione.

La previsione è uno dei più antichi repertori di tecniche nella cultura umana. Ogni cambiamento nel tipo di conoscenza – sia essa magica, religiosa, scientifica – comporta modalità inedite di previsione. Il passaggio dal ragionamento umano al ragionamento automatizzato rappresenta forse un ulteriore mutamento di questo tipo. Durante la Seconda guerra mondiale, le radici della cibernetica presero forma nello sviluppo di tecnologie automatizzate per l’acquisizione e il tracciamento di bersagli destinati alle armi antiaeree. Evoluzioni di questo genere si estendono ancora oggi a una più ampia gamma di ambiti, che vanno dalla creazione di nuovi farmaci al valore delle azioni delle aziende che commerciano tali innovazioni.

Omar Galliani, Fiori

Queste tecniche vengono applicate anche alle popolazioni, dove gli interventi si combinano con l’osservazione. Sulla base dello storico degli acquisti, del genere presunto, del codice postale, dell’età e di altri fattori, quale consumatore è tendenzialmente più incline a interessarsi a una determinata offerta? Sulla base dell’archivio dei brani di successo, quale tipo di melodia ha maggiori probabilità di affermarsi? Sulla base dei loro post sui social media, indipendentemente dall’argomento, quali segmenti di una popolazione sono più inclini a modificare il proprio voto in un’elezione? Qui si osserva una stretta sovrapposizione tra previsione e speculazione, in ogni possibile accezione del termine.

La previsione è estetica in due modi fondamentali. Primo, dipende da ciò che viene considerato sensibile. Implica un calcolo dell’ordinario, del probabile e dello straordinario, che a sua volta presuppone una comprensione di ciò che è o potrebbe diventare una urgenza o un’opportunità. Secondo, predisponendo un meccanismo per prevedere azioni ed eventi futuri e per consentire di agire su di essi, la previsione inizia a mettere in moto eventi. Questo avviene, da un lato, perché diversi attori possono cercare di evitare di essere prevedibili e quindi adottare strategie alternative o rendersi non rilevabili; dall’altro, perché certi eventi vengono resi più riconoscibili, e dunque più evitabili o realizzabili. Così, le previsioni su ciò che accadrà in futuro retroagiscono sui calcoli delle possibilità future, influenzando il presente effettivo, plasmandolo e, talvolta, determinandolo.

Un esempio recente e tristemente noto di come la predizione incida sul futuro è stata l’adozione di un algoritmo rudimentale, basato su pochi dati, per determinare i voti degli studenti delle scuole secondarie nel Regno Unito che, nel 2020, non poterono sostenere gli esami in presenza a causa del coronavirus. L’algoritmo combinava diverse forme di previsione e classificazione con dati storici in modo tale da orientare i risultati a favore di studenti provenienti da classi meno numerose, presso scuole che avevano ottenuto votazioni tradizionalmente più alte.

Esistono anche modi per far sì che i fenomeni si articolino o auto-realizzino, stimolandoli affinché diventino rilevabili11. Il vecchio adagio “fai attenzione a ciò che desideri” è utile da tenere a mente in questi contesti, poiché conseguenze inaspettate possono proiettarsi in avanti dalle previsioni, oltre che retroagire dai processi in corso. A partire dalla condizione di rumore multidirezionale prodotta da tali calcoli, il potere può operare sulla scorta di previsioni derivate da azioni preventive, intraprese per neutralizzare risposte a fenomeni non ancora accaduti. La formulazione di una simile condizione può essere intesa come estetica, poiché percepire e distinguere tra cose ed eventi non è soltanto un atto analitico, ma anche percettivo. Osservare e rilevare non sono semplicemente un’analisi passiva di dati passati. Il potere estetico mira a influire, a sollecitare e a condizionare proprio ciò che viene predetto. Generando affetti e osservando come questi influenzano una persona, un’organizzazione, un gruppo sociale o un altro target, la previsione può farsi più precisa. Può darsi che, proprio mettendo in correlazione le nostre reazioni alla gamma di assurdità dell’attuale spettacolo politico mediatizzato, il nostro interesse per l’arredamento, per la musica o per il gimkhana, emergano, per fare un esempio, i nostri schemi di acquisto al supermercato.

Qui, le due modalità di potere estetico si intrecciano e si compenetrano: la capacità di sollecitare l’emozione e di intercettare i segnali della nostra reazione a tali provocazioni rende la previsione più accurata. La sorveglianza, il targeting, l’aggiustamento e la modulazione del comportamento umano vengono perfezionati sfruttando preferenze, desideri ed emozioni. L’esperienza privata diventa la materia prima del comportamento predittivo. Le informazioni su ogni fase del ciclo emotivo, dei desideri e degli interessi delle persone vengono impacchettate e vendute come merce. Queste due forme di potere estetico – la manipolazione dell’emozione e le tecniche di rilevamento/previsione – si aggrovigliano, plasmando sia le forme di governance sia quelle di resistenza, che assumono a loro volta dimensioni estetiche.

La manifestazione di questo intreccio del potere estetico occupa un posto nella genealogia del potere statale. Se la distinzione operata da Michel Foucault tra il “potere sovrano” del XVII e XVIII secolo e il “potere disciplinare” del XIX e XX secolo regge, allora forse l’attuale forma di governo di persone e cose potrebbe definirsi “potere estetico”.

Un’argomentazione simile è stata proposta da Engin Isin ed Evelyn Ruppert a proposito di ciò che hanno definito «sensory power». Si tratta di una forma di governo che opera attraverso tecniche di percezione, rese possibili dai big data per rilevare, organizzare, innescare e predire comportamenti. Tuttavia, il potere estetico se ne distingue perché la percezione è solo uno dei suoi elementi. Anche la costruzione di senso vi interviene. Sfruttare gli stati d’animo, modulare le emozioni e registrare la reazione sono aspetti essenziali di questo modo di governare il desiderio e l’azione. Il desiderio, così, diventa una componente necessaria nella previsione.

Storicamente, il potere estetico deve la propria esistenza a due sviluppi che hanno segnato l’inizio del XXI secolo: da un lato la war on terror, dall’altro la crescita delle economie digitali e dei social media. Facendo leva sul senso d’insicurezza maturato durante la war on terror, protratta indefinitamente, e sulla serie delle successive e cruenti guerre civili – come quelle in Iraq, in Libia, in Yemen, in Siria e nell’America Centrale e Meridionale – l’opinione pubblica è divenuta più incline ad accettare la sorveglianza. Il mantra “Non ho nulla da nascondere” e “Non ho segreti” è divenuto la linea identitaria dei privilegiati che consideravano la sorveglianza qualcosa di compiuto per loro conto o per la loro sicurezza, e sempre a scapito di altri. Tanto in patria quanto nelle aree di confine della war on terror, la sorveglianza digitale e l’analisi predittiva dei comportamenti sono state presentate come l’unica possibile difesa per la civiltà.

Questa sensazione di insicurezza è stata la cruna del proverbiale ago attraverso cui le popolazioni occidentali sono state condotte nel regno della propria stessa sorveglianza. Allo stesso tempo, aziende tecnologiche come Google e Facebook hanno sfruttato l’indifferenza nei confronti della sorveglianza per allestire un sistema di monitoraggio individuale che supera l’insieme dei sistemi di tutti i servizi segreti messi insieme.

La rilevazione opera in modi diversi a seconda dei differenti contesti istituzionali. Il potere giudiziario, ad esempio, ha un ritmo temporale diverso rispetto a un’unità da combattimento impegnata in una guerra condotta secondo i principi del network-centric warfare. Di solito, la velocità del primo è più lenta, ed esso si concentra su ciò che è apparentemente accaduto piuttosto che su ciò che potrebbe avvenire o su cosa dovremmo prevenire. Sotto altri aspetti, possono comunque condividere alcuni elementi comuni in relazione alle questioni di previsione. Un esempio della differenza di prospettiva temporale tra il diritto e l’azione militare è dato dal modo in cui vengono concepiti gli assassinii mirati. Secondo il diritto internazionale, essi non sono ammissibili come atto di ritorsione per crimini già commessi. Al contrario, la punizione retrospettiva è di competenza dell’autorità giudiziaria, che richiede l’habeas corpus, la presentazione di prove e ciò che si considera un processo equo. Il diritto penale si occupa in larga misura di ciò che è avvenuto.

Tuttavia, nel quadro normativo che regola gli assassinii mirati, si possono impiegare attacchi preventivi a scopo predittivo per impedire quelli che vengono definiti “attacchi imminenti”. Secondo questa logica, è possibile uccidere una persona non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare. E solo se questo è ritenuto imminente, prospetticamente immediato. Col tempo, e attraverso numerosi abusi, ciò che viene considerato imminente è divenuto sempre più elastico, alterando e dilatando la nozione di immediatezza temporale. L’assassinio del generale iraniano Qassem Suleimani, nel gennaio del 2020, si sarebbe teoricamente fondato su questa definizione, a tal punto che “imminenza” ha finito per perdere ogni significato.

Suleimani, tuttavia, rappresenta forse l’esempio più visibile di una tendenza più ampia. Il periodo d’oro degli assassinii mirati in aree come il Waziristan, in Pakistan, nei primi decenni del XXI secolo, si basava sulla definizione di quei territori come eccezioni spaziotemporali, in cui uccidere per un possibile crimine futuro era considerato ammissibile. Ed era spesso eseguito sulla base di processi algoritmici sconosciuti e senza alcuna responsabilità.

Questo tempo dell’imminenza costituisce una finestra temporale. Ma tale tecnica di dominio imperiale – messa in pratica a Gaza, nello Yemen e in Pakistan – ha fatto ritorno nei centri metropolitani del Nord globale, dove si interseca con altre logiche. Una nozione simile di imminenza trova la sua esemplificazione più evidente nella difesa della polizia basata sulla “decisione in una frazione di secondo”. Negli Stati Uniti, l’uccisione di civili da parte delle forze di polizia – che colpisce in modo sproporzionato persone nere – viene spesso giustificata come una “decisione presa in una frazione di secondo”. Qui spazio e tempo si condensano e si confondono. In quella frazione di secondo, l’agente di polizia deve decidere se la persona di fronte a sé estrarrà un’arma o i documenti dell’auto dal cruscotto, dove la sua mano non è visibile. Nella mente dell’agente si affaccia un ventaglio di possibilità. La plausibilità di un eventuale futuro viene interpretata attraverso un pregiudizio appreso, come la cultura razzista che alimenta una paura colpevolizzante, e l’esperienza di ciò che altri agenti hanno fatto. La categorizzazione razziale di una persona orienta spesso il calcolo implicito di quale tra i futuri possibili appaia all’agente come il più realistico.Il fatto che così tante persone nere vengano uccise dalla polizia indica che, in quella frazione di secondo, si condensa la lunga durata della violenza razzializzata, della schiavitù, della segregazione e dell’apartheid.

Fred Moten ha messo in relazione l’omicidio di Michael Brown, avvenuto nel 2014 a Ferguson, in Missouri, con gli assassinii preventivi e mirati eseguiti dalle agenzie statunitensi, come la CIA, nelle comunità poste ai confini di Pakistan e Afghanistan. Riferendosi a Darren Wilson, l’agente di polizia bianco che uccise Brown, come a un «drone armato», sostiene che a essere attaccata è una forma di vita che minaccia l’ordine dominante. «Perché ciò contro cui il drone, Darren Wilson, ha sparato quel giorno era la vita nera insorgente […] stava sparando a una socialità nera itinerante che camminava per strada in un modo che lui, implicitamente, considerava una minaccia per l’ordine che rappresenta e che è tenuto a proteggere».

Poiché la vita nera è costituita come una minaccia insorgente, distruggerla equivale a un attacco preventivo teso a conservare l’ordine dominante già esistente della supremazia bianca. «Letto in questo modo», prosegue Moten, «il “mantenimento dell’ordine” dovrebbe essere inteso come un eufemismo cortese, per la violenza sistemica contro la vita nera».

Il processo algoritmico che guida le signature strikes e gli assassinii mirati è, in questo contesto, sostituito dai circuiti neurologici nel cervello di un agente di polizia, a loro volta condizionati da bias e ostilità, e protetti dall’impunità. L’omicidio di Harith Augustus, un barbiere nero a cui spararono mentre camminava per le strade di South Shore, a Chicago, il 14 luglio 2018, ne è una conseguenza. Alcuni agenti effetuarono un fermo investigativo, notando che Harith aveva con sé una pistola. Questi fu colpito poco dopo aver tentato di mostrare la licenza dell’arma. Il sovrintendente del Chicago Police Department sostenne che lo sparo fosse una “decisione presa in una frazione di secondo”.

Forensic Architecture, in collaborazione con un gruppo antirazzista di Chicago chiamato Invisible Institute, intraprese un’indagine sul caso. Allineando e mettendo a confronto otto video provenienti da riprese amatoriali dei manifestanti e da body cam e dash cam della polizia (resi pubblici in seguito a una richiesta di accesso agli atti promossa dal gruppo, e non tramite procedura di polizia), Forensic Architecture riuscì a dimostrare come gli agenti del Chicago Police Department avessero incitato o addirittura provocato l’incidente, e non risposto, come invece sostenevano nelle loro testimonianze. La polizia ha messo in atto l’incidente, per poi sparare a morte ad Harith Augustus per aver reagito alla provocazione, mentre tentava di fuggire. Durante tutta l’interazione, la situazione attraversò diversi spazi giuridici distinti: allerta, fermo investigativo, arresto, uso di violenza, omicidio, il tutto senza alcuna provocazione da parte del barbiere.

Dato il ricorso alla giustificazione della frazione di secondo, e considerando che questa non ha una durata definita, Forensic Architecture ha scomposto l’incidente della sparatoria lungo sei diverse scale temporali: millisecondi, secondi, minuti, ore, giorni, anni. Ciascuna di queste durate incideva sull’episodio in modo diverso. Lo studio sulla scala dei millisecondi ha analizzato i processi neurologici che si verificano nel cervello, confrontando l’aspetto della scena dalla prospettiva di Harith e da quella dell’agente che gli ha sparato. Questo ha rivelato come il pregiudizio implicito di “istinti appresi” riproduca processi sociali e politici di lunga durata. L’analisi dell’incidente lungo la scala degli anni ha evidenziato come il degrado pianificato, sia sociale che fisico, del quartiere di South Shore, come i cambiamenti graduali nelle leggi sulle armi nel corso dei decenni, e come la storia brutale e omicida della polizia in quelle zone abbiano tutti concorso a creare gli elementi che si sono manifestati in un evento durato pochi secondi. Presentato alla Chicago Architectural Biennale, il caso ha portato a indagini da parte dell’amministrazione comunale e delle forze dell’ordine, con il sovrintendente della polizia che ha trascorso ore a studiare l’indagine esposta e a discuterne con i membri dell’Invisible Institute.

Il fatto che gli agenti di polizia possano essere assolti per decisioni prese in una frazione di secondo, a prescindere dalle conseguenze, implica che la non meglio specificata durata di tale frazione (mezzo, un decimo, un centesimo o un millesimo di secondo?) diventi essa stessa una zona di eccezione in cui è sospeso il divieto di togliere la vita. Si tratta di uno stato di eccezione temporale. Uno stato di eccezione che non si applica spazialmente, in un’area delimitata – come nella concezione del campo di concentramento (e, in seguito, dei campi per rifugiati) proposta da Giorgio Agamben, o della frontiera coloniale descritta da Achille Mbembe – ma in una micro-temporalità: un campo dell’imminenza che nega a chi vi entri, spesso membri di comunità razzializzate, il diritto alla vita sulla base di una previsione.

Nell’interpretare le decisioni prese in una frazione di secondo, i professionisti della legge – giudici e giurie – ricorrono alle stesse categorie impiegate per regolare i drone strike: prove, rischio, previsione, probabilità, ragionevolezza, autodifesa preventiva, decisione, azione; tutti elementi che vengono collocati nella percezione prospettica degli agenti coinvolti, nella loro sfera di sensazione e costruzione di senso. In ultima analisi, la scelta di uccidere viene legittimata dal principio di autodifesa preventiva, sebbene, come Forensic Architecture ha dimostrato, Augustus sia stato spinto a compiere proprio quel gesto che la polizia avrebbe potuto interpretare come minaccia. Un senso soggettivo di minaccia e pericolo giustifica così l’omicidio da parte di un agente, allo stesso modo in cui pochi frammenti di riconoscimento di un modello attivano un’allerta di “minaccia” e giustificano l’operatore di un drone nel premere il pulsante rosso.

La nostra tesi qui è che questi nuovi regimi di sorveglianza, controllo e dominazione – e le modalità con cui vengono calcolati – operino attraverso registri estetici che sono anche intrinsecamente politici, come i comportamenti razzisti e il privilegio coloniale, che vengono assorbiti e spesso premiati. Si sviluppano anche mediante la crescente saturazione delle relazioni computazionali, che si servono di forme di intelligenza artificiale per automatizzare ipotesi di connessione tra informazione e previsione interpretativa, targeting e anticipazione, fra gli eventi negli spazi computazionali, regolati dalla logica statistica, e quelli in spazi non pienamente integrati nella ragione e nella rappresentazione formali.

Questi processi decisionali di natura estetica non sono sottoposti a scrutinio, forse in modo analogo a come l’estetica del XVIII e XIX secolo si concepiva come al di là della ragione e del calcolo. Ciascuna di queste fasi di traduzione è estetica, ma non perché implichi necessariamente un giudizio valutativo di bellezza mediato dalla discrezione umana. Tali registri sono estetici perché coinvolgono la complessa politica della percezione e della costruzione di senso attraverso contesti che sono essi stessi il risultato delle continue accumulazioni di tali processi. Qualsiasi sfida al potere estetico dovrà imparare a riconoscere questa dinamica e provenire dall’interno stesso del campo estetico d’azione.


 

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