Il re bianco

«Sono stato così piccolo, un tempo, che per sopravvivere bevevo le lacrime dagli uccelli addormentati. E sono stato più grande del sole che migrerà basso da un lato all’altro del cielo, quando il cielo sarà bianco come la terra. Ci poserai lo sguardo senza ferirti gli occhi. Non ho mai visto un sole così freddo, penserai. Poi ti rimetterai in cammino…»


IN COPERTINA: Candido Portinari, Il re e maria rosa, 1941

di Andrea Cassini

Sono stato così piccolo, un tempo, che per sopravvivere bevevo le lacrime dagli uccelli addormentati. E sono stato più grande del sole che migrerà basso da un lato all’altro del cielo, quando il cielo sarà bianco come la terra. Ci poserai lo sguardo senza ferirti gli occhi. Non ho mai visto un sole così freddo, penserai. Poi ti rimetterai in cammino.

Ogni passo peserà come cento tra le dune di neve che seppelliranno quella che un tempo chiamavi città. Ne ispezionerai il manto, come a mantenere il ricordo delle tue tracce, ma non rinverrai orme d’altri uomini; soltanto la tua scia, serpentina, che si allungherà a ritroso fino all’orizzonte latteo.

Il mondo digraderà dalle colline fino al tavolato che ospitava il consorzio di cemento. Dei palazzi, mentre camminerai, vedrai solo la punta. I muri portanti delle costruzioni più audaci emergeranno sopra la neve e ti sembreranno relitti di un naufragio. La mia voce era più potente, un tempo. Ti chiamerò, ma non riuscirai a capirmi. Solleverò un vento che ti avvolgerà in nugoli di ghiaccio, per la rabbia di sentirmi ignorato, e non saprò indicarti la direzione: forse perché non parleremo lo stesso linguaggio, forse perché abbiamo disimparato ad ascoltarci.

Ti orienterai distinguendo strade e viali in una cartografia conservata in parti della memoria refrattarie al congelamento. Disegnerai linee lentissime in canali dove la neve si farà più morbida sotto i tuoi stivali, scivolerai in slavine e riscoprirai incroci delimitati da una cornice di palazzi. Di tanto in tanto ti fermerai a osservare uno schermo. Sarà nero, reso opaco dalla brina, ma ogni volta crederai che si stia per riaccendere. Ti spaventa a tal punto la solitudine?, ti chiederò, ma confonderai le mie parole con l’ululato del vento. Sono stato un alleato fedele della tua gente, un tempo, ma non mi proporrò per farti compagnia. Non potrei, nella condizione in cui entrambi versiamo. Ma ti osserverò compatendo, mentre scaverai coi guanti negli accumuli di neve più malleabile ansiosa di pescare un foglio di giornale, un corpo, una scatola di latta.

Se questa neve fosse cenere, immaginerai, sarei l’unica donna a camminare sui residui della combustione del mondo, ad affondare tra due pareti di rifiuti carbonizzati; e questi scheletri di cemento che affiorano qua e là sarebbero pinnacoli di lava a ingentilire le mille bocche del vulcano.

E se questa neve fosse acqua, immaginerai ancora, solcherei un pianeta di oceani esondati saltando da uno scoglio all’altro, scampoli di terraferma che una volta erano state montagne. La neve, tuttavia, ha il pregio di rinnovarsi ogni notte, in quei preziosi minuti in cui il sole pallido si piega sotto l’orizzonte. Riposerai gli occhi abbagliati dal riflesso e al risveglio troverai una pelle fresca distesa sulla terra. Un tempo, ho vissuto giorni così lunghi da durare una vita intera. Tu, invece, ammirerai ogni giorno un mondo ricostruito da capo. La neve cancellerà le tue impronte e coprirà gli odori. Cadrai in ginocchio e sprofonderai fino al ventre nei cumuli freschi, ripenserai smarrita al tepore della città sepolta, ma dimenticherai che la neve starà riempiendo i polmoni di chi l’abitava, schiacciando le case e le automobili, appianando le differenze di cui tu e gli altri vi vantavate. Estrarrai un dito dal guanto e poggerai il polpastrello sulla guancia, appena sotto l’ombra dello zigomo, una porzione di viso esposta all’aria cruda. Non sentirai calore in quel dialogo tra pelle e pelle, nemmeno una goccia di sangue, e il vapore che prima esalavi dalla bocca, unica testimonianza muta della tua presenza, resterà intrappolato tra le spire della sciarpa. Chi sono io, senza nessuno con cui confrontarmi? Ma non potrò rispondere al tuo appello né ergermi a tuo paragone. Ti chiamerò di nuovo, tuttavia, e in quei momenti la mia voce risuonerà più nitida alle tue orecchie. Crederai che il cielo cristallino ti abbia scelta, come donna, per ripopolare da regina quel mondo nuovo. Al contrario, ti starò invitando a osservare quel mondo vecchissimo senza di te – e senza di me, del resto; vorrò mostrarti quanto il mondo sia imperfetto, senza che né io né te ne avessimo alcuna colpa. Ma ti metterai in cammino ancora una volta, e io ti aspetterò oltre la finestra aperta del palazzo più alto.

Perderai la strada, ma non oserai evadere dal perimetro nevoso. Non sospetterai di essere chiusa in un santuario di ghiaccio, mentre altrove foreste bruciano non viste, piogge scendono a purificarle, si spargono le ceneri come benedizioni terrestri. Presa da quell’ansia architettonica che pervade la tua specie, ti sorprenderò ad assegnare un nome alle schegge d’asfalto sparpagliate sul panorama bianco, e alle anse nevose che l’attraversano come letti di fiume. Chiamerai isole i tetti diroccati dei palazzi, e alberi le antenne tremolanti. Talvolta ne troverai di fitte e di ogni foggia: allora t’inerpicherai sul cemento e pretenderai d’esplorare un bosco. Dove la neve si appoggia a brandelli di mura, dirai di costeggiare golfi palmo a palmo; risalirai estuari, ti accamperai sul bordo di laghi, vagheggiando il dorso ondulato delle dune come se fossero vele di una barca. Quando udrai gli spigoli nella mia voce impaziente, li travestirai da fastidioso orpello della tua fantasia: un canto di sirena, un richiamo cannibale. Correrai affondando fino alle ginocchia e verserai gocce di sudore, intenta a marcare il suolo con solchi profondi così che la nuova neve non li possa obliterare; e terrai gli occhi spalancati a costo di abbagliarti, non cederai al sonno. Sfiderai persino il disco esangue del sole, prendendolo per stella polare.

Intuirò il tuo stratagemma prima che tu possa compiere l’opera, riconoscerò l’impudenza che ha civilizzato il mondo in quel sorriso in cui ti compiaci mentre contaminerai il manto nevoso con le tue orme. Un tempo, ho osservato formiche e scimmie costruire imperi, rovesciarli e innalzarli di nuovo pur di muoversi guerra tra membri della stessa specie. Vorrai pestare la neve fino ad appiattirla, renderla fango e infine strada. Riderai ancora della mia voce pedante, ma non capirai che il mondo bianco che avrai profanato non sarà mio, e non era mai stato sacro.

E se questa neve fosse polvere d’ossa? Ti sforzeresti ancora di edificare una città sopra la città sopra la città sopra la città, come hai sempre fatto, o pagheresti il dovuto rispetto a un cimitero? Incapace di esprimermi in una lingua a te comprensibile, cederò al desiderio antico e lascerò che le cose ti accompagnino all’uscita. 

Un giorno, mentre sarai china a disegnare il cartello della tua stazione, due ali di vento ti porteranno via, sollevata nell’aria. Vedrai cadere la neve alla luce del sole e una bufera smuoverà la città sepolta dalla forma in cui l’avrai lentamente modellata. Nel riflesso dei fiocchi di ghiaccio vedrai, abbacinata, il tuo stesso volto privato del sonno; lo riconoscerai del medesimo colore del cielo e della terra, e l’orizzonte si dissolverà infine in un’unica prateria bianca.

Nel vento che ti condurrà verso il palazzo più alto, quello che evitavi fantasticando che fosse un picco proibito al piede umano, ti parlerò di me; del tempo in cui rubavo la seta dalle tele di ragno e di quando lasciai le mie ossa a riposare tra rocce e radici, accanto alla sorgente. E ti racconterò la storia che avrai vissuto fino a quel punto. Ora hai varcato la finestra e trovi un lupo nella sala del trono. Questo mondo è imperfetto, ma non sei stata tu – né io – a renderlo tale. Punti il dito verso la mia criniera bianca e io ti indico la neve dello stesso colore; dalla finestra, sta tracimando nella sala. Questa città non rinascerà, ma tu non ne hai colpa. Puoi dormire, adesso.   


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere)

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