Il ritorno del mostro: gli “uomini forti” al potere



Quali sono le caratteristiche dei dittatori e dei leader reazionari della contemporaneità?


In copertina: Rasim Babayev, Dictator, 1976

(Questo testo è un estratto da “Strongmen”, a cura di Vijay Prashad. Ringraziamo Nottetempo per la gentile concessione)


di Vijay Prashad

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi piú svariati.

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere

I mostri sono tornati. Sono guidati da uomini forti: Trump, Modi, Erdog˘an, Duterte e altri. Ma non sono veramente uomini forti. Sono uomini che fingono di esserlo, che si nascondono dietro a un’ignobile retorica che confonde le masse; invece, quando si tratta di realtà sociale, non sono altro che codardi. Piuttosto che affrontare i difficili problemi che dobbiamo sostenere – problemi di mancanza di lavoro e povertà, di umiliazione e disuguaglianza –, si rifugiano in una facile retorica dell’odio. È tanto piú semplice odiare che dedicare il tempo necessario alla costruzione dei baluardi di un mondo futuro, un mondo nel quale i catastrofici problemi della società odierna non segnino piú l’esistenza umana. Ma ai mostri di oggi, sintomi morbosi di questo periodo di transizione, non interessano i problemi della società, davanti ai quali ammiccano, annuiscono per poi passare a praticare disposizioni piú rigide.

A prima vista assomigliano ai fascisti del secolo scorso, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Francisco Franco, al giapponese Hideki To¯jo¯, al portoghese António de Oliveira Salazar, al romeno Ion Antonescu, al sudafricano Daniel François Malan. Quegli uomini e i loro regimi sono segnati dall’orrore dei loro progetti politici e dalla loro retorica, dall’astio nei confronti dei gruppi sociali che detestano. La violenza è la loro strategia e anche la loro tattica. I mostri di oggi somigliano anche a quelli degli anni sessanta e settanta del secolo scorso: gli uomini che guidarono gli stati neofascisti grazie alle giunte militari (Argentina, Brasile, Cile, Grecia, Indonesia e Thailandia); erano stati deboli che ricorrevano alla forza per sfruttare le risorse a basso costo, per esportarle e creare mercati d’importazione di merci pregiate, tutti al servizio delle multinazionali e dei centri dell’imperialismo.

Ma i mostri di oggi sono un’ombra della fraternità di un tempo. Non si proclamano fascisti, non ostentano quei simboli, non ricorrono alla stessa retorica. Alcuni dei loro seguaci mettono le svastiche sui propri vessilli, ma la maggior parte di loro è piú cauta. Non indossano uniformi militari e nemmeno fanno uscire i soldati dalle caserme perché diano loro una mano. Il loro fascismo si esprime con una retorica moderna: in termini di sviluppo e di commercio, in termini di posti di lavoro e benessere sociale per i propri connazionali, nel linguaggio delle minacce che provengono dagli emigranti e dai narcotrafficanti. Ma il vecchio linguaggio dei vecchi mostri non riesce del tutto a nascondersi. Rispunta quando i nuovi mostri parlano degli immigrati e dei soggetti fragili, dei dissidenti politici e sociali, che sono trattati come animali infestanti che vanno sterminati. Ai confini o nelle periferie arriva l’esercito, volano le pallottole. Il loro scopo è scompaginare la società. Si risentono vecchie parole decadenti, un linguaggio di morte e di disordine.

Come mai i vecchi mostri si sono ripresentati? Erano comparsi in Occidente negli anni venti e trenta del secolo scorso, quando il movimento operaio si stava affermando e il capitalismo era avvitato su se stesso. A quel tempo i mostri arrivarono per soffocare il movimento operaio e stabilizzare la barca del capitalismo. Distrussero i partiti di sinistra e attirarono una parte dei lavoratori nelle proprie file. Aggredirono la società, attaccarono le sue istituzioni e la sua sicurezza, lasciando senza protezione i lavoratori militanti della sinistra. I mostri, “gonfi di retorica”, come li definiva Gramsci, punirono la società per aver desiderato un mondo migliore. L’intimidazione era nell’ordine delle cose, il fulcro sul quale i mostri riuscivano a bilanciare la propria sete di potere con il desiderio di affermare un ordine sociale favorevole al mondo degli affari. Perfino i capitalisti, però, dovettero fare i conti con la loro furia. Li riunirono in una stanza e li rimproverarono di scarso patriottismo verso il capitalismo. La classe dei capitalisti doveva proteggere il capitalismo contro gli interessi capitalistici individuali. I mostri arrivarono per salvare il capitalismo dalla militanza degli operai e dalla cupidigia dei capitalisti.

I mostri dissero a tutti che dovevano avere paura dei loro tirapiedi, uomini che marciavano con divise ben stirate e stivaloni lucidi. Se qualcuno non rispettava le regole, gli uomini con gli stivali gli piombavano addosso. Questi fascisti erano i detriti di una società decadente. Le loro ambizioni furono distrutte dalle fiamme della guerra, il loro progetto finí compromesso dalla disgustosa violenza contro gli esseri umani.

Cosí fu allora, cosí è ancora oggi. Come mai i mostri sono tornati?

Oggi il movimento operaio è debole, debilitato dall’ideologia e dalla tecnologia – dal fascino delle merci e dalla produttività imposta dai computer. I partiti di sinistra sono pochi e, se esistono, sono indeboliti dalle difficoltà di organizzare i lavoratori, i contadini e i disoccupati – classi fondamentali che trascorrono molto piú tempo nella riproduzione sociale, nella ricerca di lavoro e nel viaggiare per lavorare di quanto non abbiano mai fatto. L’ascesa personale come piattaforma ideologica è una barriera che opprime i progetti collettivi della sinistra. Non esiste alcun pericolo immediato per il capitalismo in quella direzione. La democrazia borghese è pienamente in grado di prosciugare le risorse della sinistra. La classe capitalista non ha bisogno del fascismo per questo scopo. Se i fascisti appaiono, non è perché la sinistra è una minaccia per i capitalisti.

Ma il capitalismo stesso è allo sbando. I livelli di disuguaglianza sono impressionanti. È come se i piú ricchi, che sono sempre meno numerosi, fossero di una specie diversa da quella dei piú poveri, che sono sempre di piú. Un muro spesso e alto divide l’umanità. I poveri sognano di poter diventare ricchi se la fortuna li assiste, ma sanno che le probabilità sono minime. I ricchi, a loro volta, sanno che non saranno mai piú poveri: hanno accumulato ricchezze per generazioni, sfruttando l’incomprensibile gergo del mondo della finanza, la Nuova Scienza, il nuovo vocabolario degli alchimisti del denaro: Swap, cds (Credit Default Swap), cdo (Collateralized Debt Obligation), cdo di abs (Asset-Backed Security), cdo di cdo, cdo di cdo di cdo, raroc (Risk-Adjusted Return On Capital), scdo (Synthetic Collateralized Debt Obligation), siv (Structured Investment Vehicle), spo (Standard Purchase Order) e var (Value Added Resource). I soldi producono soldi, gli strumenti finanziari garantiscono ai ricchi di restare ricchi e ai fondi pensione e agli investitori della classe media di alimentare il sistema a proprio vantaggio. Il banco vince sempre, come dicono i gestori dei casinò. Le transazioni finanziarie, che ricevono ossigeno dai petrodollari e dai derivati, favoriscono sempre chi ha piú denaro.

I soldi dei ricchi – si parla di migliaia di miliardi di dollari – non sono piú destinati né agli investimenti né alla fiscalità: sono assorbiti da strumenti finanziari che fanno ben poco a sostegno della produzione per l’economia. I ricchi si accaparrano cosí la ricchezza prodotta dai lavoratori. Hanno indebolito il sistema economico, ne hanno prosciugato le arterie, il cuore sta per bloccarsi. Un lieve attacco di cuore del sistema finanziario si è verificato nel 2007-08, quando il mercato immobiliare statunitense è crollato, provocando convulsioni in tutto il sistema. I medici erano in preda al panico. Altri organi sono a rischio. La prossima volta, il cuore del capitalismo potrebbe cedere del tutto.

I nuovi mostri sono tornati perché i maestri della Nuova Scienza non sono stati capaci di gestire l’economia, la caduta libera della disuguaglianza e dell’umiliazione. Non che i lavoratori e i disoccupati, adesso, siano piú forti. Sono piú deboli e disorganizzati. Ma sono anche arrabbiati. E la rabbia può spingere in molte direzioni. Può dilaniare la società, riversare l’ira dal tessuto sociale lacerato fin nella vita familiare e nelle relazioni interpersonali. Può far nascere sentimenti antisociali che conflagrano in violenze di ogni genere, comunità che si frantumano, odio dei nemici di classe. Può sempre esistere un’atmosfera di rivolta senza una reale possibilità di ribellarsi. I sindacati sono stati distrutti, i lavoratori rurali sono stati deprivati dei loro piccoli appezzamenti di terra, i debiti assillano la gente comune da un capo all’altro del mondo, e i partiti di sinistra sono sulla difensiva. Ma la rabbia rimane. Festeggia. Potrebbe trasformarsi in aggressione. Potrebbe mettere in pericolo l’esistenza dei ricchi – mettere a fuoco le loro case, fare a pezzi le loro aziende.

In occasione del Luxury Summit organizzato dal Financial Times a Monaco nel 2015, Johann Rupert, il boss di Cartier, ha dichiarato: “Come farà la società a fronteggiare la disoccupazione strutturale, l’invidia, l’odio e il conflitto sociale? Stiamo distruggendo le classi medie, in questa fase, e questo ci rovinerà. Non è giusto. Ecco cosa mi tiene sveglio la notte”. Nick Hanauer, che nel 2007 aveva intascato miliardi di dollari dalla vendita di aQuantive a Microsoft, tempo fa ha inviato ai suoi “compagni ‘zilionari’” un serio avvertimento: “Nessuna società è in grado di reggere davanti a tali crescenti disuguaglianze. In realtà non c’è nessun esempio, nella storia umana, nel quale si siano accumulate tante ricchezze e alla fine la forbice non si sia rotta. Fatemi vedere una società profondamente ingiusta e io vi mostrerò uno stato di polizia. O una ribellione”. Questi non sono estremisti, sono le persone che vivono nel regno dello 0,1 per cento dei ricchi. Loro riescono a vedere che il disastro economico e l’umiliazione sociale potrebbero generare l’uomo forte e che la sua comparsa non risolverebbe il profondo senso di risentimento e di rabbia tra la gente, provocato dalle condizioni sociali prodotte da scelte politiche che vanno a totale beneficio dei ricchi.

Chi metterà in riga lavoratori e disoccupati e manterrà il capitalismo in vita? I mostri. È per questo che sono tornati. Non per attaccare il movimento operaio, che è già debole e non rappresenta un rischio immediato, ma per ricorrere alle maniere forti e reprimere la società al collasso. Crescono gli stati di sicurezza, la polizia è all’opera e spuntano i gruppi paramilitari per ridurre al silenzio la società. I linciaggi di dalit e musulmani in India sono collegati all’assassinio di presunti narcotrafficanti nelle Filippine, che a loro volta rimandano all’uccisione di donne e uomini neri da parte di poliziotti negli Stati Uniti. I mostri prendono spunto dalla normale e noiosa democrazia borghese, le cui istituzioni sono ormai colme di apparati repressivi. Non servono i mostri per rendere normale la brutalità della polizia o per distrarci dai nostri problemi personali con la guerra. Ma i mostri offrono qualcosa di piú. Non sono solo borghesi democratici che si nascondono dietro alla polizia e all’esercito. Sono nelle piazze e raccontano a una classe media agonizzante e agli operai senza lavoro che non sono né i ricchi né l’apparato statale che hanno la colpa del disastro sociale. Che i lavoratori delle fabbriche e degli uffici in preda alla disperazione non devono prendersela con l’imprenditore. Quelli con cui prendersela sono gli emarginati, i deboli. È di costoro la colpa di tutto. […]


Vijay Prashad è uno storico e intellettuale indiano, autore di diversi libri e direttore di Tricontinental: Institute for Social Research.

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