Il ruolo dei padri nella “cultura dello stupro”

Il recente caso del video pubblicato da Beppe Grillo in difesa di suo figlio Ciro, permette di allargare il campo e guardare a un fenomeno più generale che riguarda la paternità. E più importante del singolo caso.


 in copertina e nel testo opere di pihilip guston

di Alessia Dulbecco

Amo Vostra Maestà secondo il mio dovere: né più né meno.

W. Shakespeare, Re Lear

Poche settimane fa Beppe Grillo ha pubblicato un video che ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e di molti esponenti politici. Mi riferisco al filmato, della durata di un paio di minuti, in cui il fondatore del Movimento 5 Stelle prende pubblicamente le difese del figlio Ciro, accusato, insieme a quattro amici, di aver violentato sessualmente una ragazza nella sua villa a Tempio Pausania in Sardegna nell’estate 2019.

Il video è stato largamente condiviso e commentato: ha ricevuto aspre critiche da moltissime persone poiché in esso è stato ravvisato il tentativo di un uomo politico di usare il proprio potere mediatico per difendere il figlio in modo retorico («arrestate me!») facendo ricadere la colpa sulla vittima, in un concentrato di slutshaming, misoginia, disinformazione sulle dinamiche psicologiche sulle vittime di violenza e vittimizzazione secondaria.

Molti esponenti politici, non solo del suo partito, hanno cercato di deviare in parte l’attenzione mediatica scatenata provando a sovrapporre al politico l’immagine di un padre distrutto da anni di questioni giudiziarie, che, giunto all’esasperazione, si sfoga pubblicamente. «Da padre, ha la mia solidarietà» dicono Toninelli e Buffagni, «rispetto il senso di protezione di un padre verso il figlio», fa eco Bellanova. Queste affermazioni mi spingono a riflettere: perché è ammissibile che un padre provi a giustificare impunemente il proprio figlio, nonostante questi sia accusato di un crimine così terribile e brutale? Un padre, così come una madre, non dovrebbe tacere finché la verità non emerge?

Certo, non è la prima volta che un genitore – uomo o donna che sia – prende parola in merito ad una vicenda che coinvolge il figlio. È capitato recentemente al regista Paolo Genovese che ha commentato la vicenda riguardante l’incidente in cui il figlio Pietro ha investito e ucciso due ragazze a Roma, definendosi distrutto per tutto il dolore causato. Si tratta ovviamente di un fatto molto diverso da quello che coinvolge il figlio del politico; Pietro Genovese ha causato la morte delle due giovani e, il padre non ha potuto far altro che prendere atto di quanto accaduto e compartecipare al dolore delle famiglie delle vittime. Da parte sua però, non c’è stato nessun accenno al fatto che potesse esserci un concorso di colpa (dato che le minori stavano attraversando una grossa arteria stradale fuori dalle strisce, in un punto decisamente pericoloso), né un tentativo di far ricadere l’attenzione sulle vittime (a lungo si è discusso di una fantomatica “challenge”, in voga tra i giovani, che consisteva appunto nell’attraversare strade pericolose senza rispettare i segnali). 

Nel caso che coinvolge Ciro Grillo, ci sono altri livelli: il padre infatti ha un grosso seguito sui social e ha usato il suo potere per scagionarlo, nonostante le indagini fossero ancora in corso. Forse per provare a rispondere alla domanda di partenza più che ai soggetti coinvolti è necessario guardare al tipo di crimine contestato al figlio del comico genovese. Mentre un fatto come un omicidio appare incontrovertibile – tanto che anche il regista non ha potuto far altro che esprimere il suo rammarico per quanto accaduto – intorno allo stupro e a tutti quei reati che si giocano sul filo della consenso si sollevano sempre critiche e supposizioni, spesso nel tentativo di far ricadere la colpa su chi quel crimine lo ha denunciato.

Non ci sono solo padri che, davanti alla notizia di uno stupro, giustificano apertamente i propri figli nonostante il reato contestato; esistono anche padri che riescono con assoluta leggerezza, a mettere in discussione le dichiarazioni delle figlie con fatica sono riuscite a raccontare gli abusi subiti.  Significativa in questo senso è una notizia di pochi giorni fa in cui, un padre ha preso pubblicamente le difese del gruppo di ragazzi che – in base a quanto denunciato dalla figlia diciottenne – l’avrebbero  attirata in una trappola per abusare di lei. Secondo il genitore, le parole della figlia non sarebbero attendibili poiché si trovava sotto l’abuso di alcol. Quando si parla di violenza sessuale, alcuni padri riescono addirittura a solidarizzare coi carnefici e a screditare la posizione delle vittime. L’attenzione nei confronti della loro condotta, che deve essere percepibile come integerrima, è una costante di tutte le narrazioni che riguardano i reati di violenza sessuale.  Proprio per cercare di confermare questa tesi, nel 1979, sei registe italiane hanno voluto  documentare un processo per stupro. La pellicola, mandata in onda per la prima volta in seconda serata, nell’aprile dello stesso anno, ripercorre la vicenda giudiziaria di una giovane che aveva accusato un conoscente e altri tre uomini di averla sequestrata e violentata per un intero pomeriggio in una villa a Nettuno, invitata con la scusa di discutere di un’offerta di lavoro. La pellicola ha scatenato l’opinione pubblica perché per la prima volta rendeva visibile il modo in cui una donna che denunciava un fatto così grave veniva trattata in sede processuale. I legali difensori degli imputati, infatti, non mancarono di chiederle se fosse stata picchiata, se avesse già avuto rapporti con l’imputato, perché fosse andata da sola a casa di una persona che a malapena conosceva, se fosse solita intrattenersi con altri uomini. Considerando le ultime evoluzioni in merito al caso Grillo, possiamo affermare che a quarant’anni a questa parte sia cambiato poco.

Ciò che permette il mantenimento di questo status quo è anche la cultura entro la quale siamo immersi. Con “cultura dello stupro” – espressione usata da tempo nel mondo dei Gender Studies – intendiamo un ambiente culturale entro il quale la violenza ai danni delle donne viene non solo minimizzata e normalizzata, ma anche sostenuta e incoraggiata come strumento di controllo della sessualità femminile. 

Tra le prime studiose a porre in relazione la violenza sessuale all’ambiente sociale circostante dobbiamo ricordare Susan Brownsmiller che, nel suo volume Contro la nostra volontà ha ben delineato questo rapporto. Le donne vivono nella paura costante di essere stuprate: per questo, fin dalla più tenera età, vengono educate affinché questa ipotesi non si verifichi attraverso la trasmissione di una serie di accorgimenti, dallo scegliere abiti che non attirino l’attenzione al non uscire da sole di sera. In questa dinamica, gli uomini assumono contemporaneamente un duplice ruolo, di predatore o di protettore, a seconda della relazione che stringono con esse. Agli occhi degli uomini, le donne diventano oggetti da aggredire per confermare il proprio status (ricordiamo, per chi lo ignorasse, che lo stupro è anche un atto con cui colpire e sottomettere un avversario, come accade ad esempio nello stupro di guerra) o un’estensione della proprietà, da proteggere a ogni modo. Questa funzione è in particolare affidata alla figura paterna che, come tale, deve difendere le figlie dai pericoli che potrebbe verosimilmente incontrare.

Come scrive K. Angel in Bella di papà «storicamente, il padre protegge la figlia, e proteggendola ne protegge il valore, come un bene di proprietà (…). È guardiano della sua verginità, del suo pudore, della sua vergogna». Certo, si potrebbe obiettare che anche le madri non siano immuni da atteggiamenti eccessivamente protettivi, in particolare verso i figli maschi. Mettere sullo stesso piano l’atteggiamento dei padri e delle madri nei confronti dei figli di sesso opposto però è fuorviante. Se è vero che anche le madri esprimono gelosia verso i propri figli e possono assumere atteggiamenti ostili verso le loro fidanzate, questo atteggiamento non è affatto normalizzato. Nei confronti di un figlio, il potere che una madre ha a disposizione è limitato poiché una volta arrivato alla soglia dell’adolescenza il ragazzo si allontanerà progressivamente dalla madre per cominciare quell’“addestramento alla virilità” che solo altre figure maschili potranno impartire. Una madre può rimanere morbosamente attaccata al proprio figlio, ma questo comportamento verrà considerato una sua debolezza e sarà socialmente criticato  – basti pensare al messaggio, neanche troppo implicito, contenuto in Psycho: se, come afferma Norman Bates, si crede che “il miglior amico di un ragazzo è la propria madre” il rischio di trasformarsi in un folle assassino con problemi di personalità è dietro l’angolo.

La gelosia di un padre nei confronti della figlia e l’ostilità verso i possibili pretendenti, al contrario, sono atteggiamenti così normalizzati da essersi trasformati ad esempio nei decaloghi cringe che compaiono sotto forma di post su Facebook o stampati su discutibili magliette. Il papabile fidanzato riceve così delle chiare indicazioni in merito a come comportarsi (“sappilo, tu non mi piaci; falle del male: io lo farò a te; lei è la mia principessa, non una conquista…”): tali indicazioni non sono date da una persona qualsiasi ma dal padre, figura a cui egli tenta di sostituirsi sottraendo il “posto d’onore” nella vita della figlia. Viste in questa prospettiva, le frasi appaiono come un’autentica presa di coscienza dell’uomo maturo nei confronti del più giovane: il padre si identifica nell’amante di turno perché anche lui ha ricoperto, un tempo, il medesimo ruolo. Ne riconosce la potenziale pericolosità e per questo cerca di far valere le proprie regole a protezione della sua “proprietà”.

“L’amore è una cosa meravigliosa… finché non capita a tua figlia” recita il sottotitolo sulla locandina de Il padre della sposa, remake del 1991 dell’omonimo film uscito per la prima volta nel 1950. Nella pellicola più recente, una scena interessante è quella in cui Steve Martin, che recita la parte del padre della sposa, nel suo smoking ormai stropicciato, si siede su di una sontuosa poltrona al termine del ricevimento e, guardando in camera, inizia il suo monologo: «so che voi padri potrete capirmi (…) Tu hai la tua bambina, un’adorabile creatura tutta per te che ti ammira in un modo che non avresti mai immaginato (…) Ricordo come stringeva la sua manina dentro la mia… Diceva che ero il suo eroe. Poi, un giorno, vuole farsi i buchi alle orecchie e che la scarichi a cinquanta metri dal cinema e da quel momento ti trovi in un costante stato di panico perché ti preoccupa che possa uscire con i mascalzoni, cioè quei ragazzi che vogliono una cosa sola… e tu sai benissimo cos’è, quella cosa, perché è la stessa che volevi tu, alla loro età. Poi lei diventa più grande e smetti di preoccuparti che possa uscire col mascalzone: inizi a temere che possa incontrare il ragazzo giusto. Quella è la più grande delle paure perché lì davvero la perdi».

Il monologo è interessante perché mette in luce tre diversi elementi che caratterizzano il rapporto padre/figlia, in relazione all’età di quest’ultima. Il ricordo della figlia-bambina riempie il cuore del protagonista di orgoglio virile: a lui spettava il compito di proteggerla ricevendo in cambio un sentimento di amore e devozione, tipico dei sudditi nei confronti del loro re. L’ingresso nell’adolescenza segna il primo grande momento di shock: egli vede per la prima volta la figlia come un essere sessualizzato che compie le prove generali per mandare in frantumi il potere da lui detenuto. Con l’apparizione dei primi “mascalzoni” nella sua vita il padre avvia un processo di identificazione con loro, pur prendendone le distanze in ragione dell’età. Anche se diversi da lui, egli sa ancora riconoscerli perché ciò che li muove – “la ricerca di una cosa sola” – è esattamente quello che muoveva anche lui, alla loro età. Quando la giovane incontra “quello giusto” il processo di destituzione è ormai concluso e il padre è costretto ad ammettere la propria sconfitta. 

La narrazione del rapporto padre/figlia, nel monologo, appare come fortemente sessualizzata: la figura della moglie scompare e il padre è totalmente assorbito dalla figlia da cui cancella desideri o aspirazioni per proiettarvi esclusivamente i suoi. Come scrive la già citata Angel, «la figlia diventa un simbolo della sessualità paterna: il padre è vivo finché è viva la sua innocenza. Una volta che essa prende le distanze da lui per un altro uomo il potere sessuale del padre viene messo in questione». 

Questo modo in cui si esplicita la relazione padre-figlia non è affatto una novità. Se diamo uno sguardo alle fiabe, scopriamo che esse hanno spesso raccontato l’ambiente familiare come luogo di indicibili violenze: bambini abbandonati nel bosco, matrigne che avvelenano le figliastre, padri-padroni che uccidono le mogli o aggrediscono le figlie. Se la figura paterna può sembrarvi più sullo sfondo rispetto alla presenza della strega cattiva o, appunto, della matrigna, ciò è dovuto a una progressiva rimozione rimozione della figura del padre incestuoso dai racconti di Perrault o dei Fratelli Grimm. Interessanti, in questo senso, sono gli studi di Marian Cox che, esaminando Cenerentola, ha evidenziato come, nelle prime versioni, la presenza di questa figura sia frequente tanto quanto quella della regina cattiva. Eppure, qualche fiaba in cui padri anziani perseguitano, controllano o pretendono di sposare le proprie figlie le conosciamo ancora. Pelle di gatto, ad esempio, racconta le avventure di una ragazzina costretta a fuggire perché il padre vuole darla in moglie ad un vecchio; Cap-o-rushes – da cui Shakespeare prenderà ispirazione per il suo Re Lear – è invece la storia di una giovane principessa allontanata dal padre poiché, a differenza delle sorelle, si rivela incapace di pronunciare una promessa di amore incondizionato, totalizzante, verso di lui. 

Come afferma Angel, «il fulcro della famiglia patriarcale sembra essere costituito da un potere altamente disfunzionale che infligge violenza alle donne nonostante la presunta volontà di proteggerle. Dalle fiabe ambientate in tempi lontani alla realtà odierna poco sembra cambiato e ciò a causa del fatto che il sistema patriarcale – con le stesse regole, le stesse gerarchie e i medesimi rapporti di potere – si è mantenuto intatto nel corso del tempo. 

Gli uomini, come ricorda Gasparrini, «continuano a nascere con una divisa cucita addosso. Si cerca di renderli tutti uguali nella gerarchia, tutti uniti contro qualsiasi cosa sia diversa (…), tutti con un rigido codice di comportamento, tutti con gli stessi valori che declinano a seconda del loro ambiente, delle loro abitudini». Apprendono i presupposti del sessismo e della misoginia spesso in modo del tutto inconsapevole fin dall’infanzia attraverso il raggiungimento, in adolescenza, di uno standard di “virilità” che si veicola con parole, immaginari sessuali, modalità di stare in relazione. È con questo bagaglio sulle spalle che i giovani uomini entrano nella vita adulta, danno seguito a relazioni affettive e diventano genitori. 

Se ai figli maschi tramandano la stessa educazione ricevuta, insegnando loro a farsi rispettare, a “giocare” con le donne, a essere virili, nei confronti delle figlie femmine, come ricorda Angel, la maschilità – che per mandato culturale dovrebbe proteggerle, «può assumere caratteri predatori». È sessualizzante e aggressivo lo sguardo di Donald Trump nei confronti della figlia Ivanka («sapete chi è una delle donne più belle del mondo? Mia figlia Ivanka, e io ho contribuito a crearla. È alta un metro e ottanta, un seno voluttuoso, un corpo bellissimo. (…) Se non fosse mia figlia, la corteggerei.»), è violento il padre di Eve Ensler che mai si scuserà con la figlia per gli indicibili abusi commessi quando lei era solo una bambina di nove anni. 

Come ricorda l’autrice, è curioso notare quante parole e studi si scomodino intorno al concetto di  “daddy issues” (con cui si identificano le ragazze che hanno problemi con la figura paterna, tanto da influenzarne le scelte affettive e sessuali nella vita adulta) mentre le “daughter issues”, che sembrerebbero decisamente più presenti, non si affrontano minimamente. La rimozione di questo carattere predatorio e sessualizzante dei padri nei confronti delle figlie avviene proprio grazie al sistema culturale entro cui ci muoviamo, che attribuisce a atteggiamenti ambivalenti come la gelosia, il senso di controllo, la protezione condizionata (tutelo mia figlia per tutelarne il suo valore…e di conseguenza il mio), una parvenza di normalità.

La paternità resta un terreno entro cui tutte le dinamiche e le relazioni di potere tra i generi si perpetuano e si rafforzano, sostenute da un orizzonte culturale che le approva e le incoraggia. Metterle in discussione implica un atto di coraggio perché, come ricorda Gasparrini, «non si nasce antisessisti». La trasformazione comincia insegnando ai propri figli e figlie a non aderire silenziosamente a ruoli sociali precostituiti, continua educandoli alla compartecipazione, all’empatia, al rispetto di ogni diversità compresa la loro. Agire il dissenso è un atto che parte dentro le mura di casa, interrompendo la trasmissione di quel modello di paternità-patriarcale che ci è stato tramandato in favore di uno in grado di guardare figli e figlie non più come “emuli” e “proprietà”, ma come persone libere.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

 

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2 comments on “Il ruolo dei padri nella “cultura dello stupro”

  1. Ruggiero

    Un articolo dal concetto logico, molto formativo con qualche punto da rivedere.

  2. Articolo acuto e informato. Complimenti!
    Maria

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