Il sacro e la mistica in Dune

Quali sono le radici religiose e filosofiche del mondo inventato da Frank Herbert, di recente al cinema grazie a Denis Villeneuve?


In copertina: Mario Sironi, Composizione, (Anni ’40), Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da I segreti di Dune, di Paolo Riberi e Giancarlo genta. Ringraziamo Mimesis per la gentile concessione.


di Paolo Riberi e Giancarlo Genta

Questo adattamento religioso dei Fremen è dunque l’origine di ciò che ora conosciamo come «I Pilastri dell’Universo», di cui i Quizara Tawfid sono i rappresentanti fra noi, con i segni, le prove e le profezie. Ci portano questa fusione mistica di Arrakis, la cui profonda bellezza noi ritroviamo nella commovente musica composta sulle antiche forme, ma contrassegnata da questo nuovo risveglio. Chi non ha ascoltato, senza commuoversi profondamente, l’«Inno al Vecchio»?
Ho calpestato un deserto
Abitato da miraggi ondeggianti.
Vorace di gloria, avido di pericolo,
Ho vagabondato sugli orizzonti di al-Kulab,
Ho visto il tempo livellare le montagne
Nella sua ricerca e nella sua fame di me.
E ho visto i passeri sfrecciare fulminei,
Più arditi di un lupo da preda.
Si sono dispersi nell’albero della mia giovinezza.
Ho sentito lo stormo fra i miei rami
E ho conosciuto i loro becchi e gli artigli!
Dal Risveglio di Arrakis della Principessa Irulan

Tra bibbie e creatori: le «religioni» di Dune

In una postfazione alla saga di Dune, Brian Herbert ha definito il «Duniverso» l’opera di uno «spiritual melting pot», ossia un «ribollente calderone spirituale» in cui coesistono e si fondono un gran numero di differenti tradizioni religiose.

La definizione è quanto mai calzante: l’intero universo di Dune è pervaso dal tema dal sacro, e le principali dottrine diffuse nell’Imperium sono effettivamente frutto di sincretismo, ossia di un amalgama tra più fedi religiose. Tra le altre, spiccano in particolare il cristianesimo mahāyāna – frutto di una fusione tra cattolicesimo, protestantesimo e buddhismo mahāyāna – e il buddislam, ibrido tra l’odierna religione musulmana e il buddhismo zen.

Molti millenni prima degli eventi di Dune, vari esponenti del cristianesimo mahāyāna, del buddislam e di altre correnti minori si erano a loro volta riuniti nella Commissione dei Traduttori Ecumenici per dar vita alla Bibbia Cattolica Orangista, il più importante testo sacro della galassia, che il medico traditore Wellington Yuhe donerà al protagonista all’inizio del romanzo, e da cui Gurney Halleck attingerà le sue suggestive citazioni.

Il buddislam, perseguitato dal resto dell’umanità per la scelta di non prendere parte alla grande guerra contro le macchine pensanti, sarà poi destinato a vagare senza sosta per la galassia e a scindersi in tre correnti: gli zensciiti (estinti), gli zensufi (antenati degli spregiudicati scienziati del Bene Tleilax, di cui si parlerà più diffusamente in seguito) e gli zensunni (antenati dei Fremen di Arrakis).

Nel tratteggiare i culti religiosi dell’universo di Dune, Frank Herbert fu influenzato dalle tesi dell’intellettuale britannico Aldous Huxley, che nel suo La Filosofia Perenne (1945) aveva teorizzato l’esistenza di alcuni tratti comuni in seno alle tradizioni religiose di cristianesimo, islam, zoroastrismo, buddhismo, taoismo e induismo, giungendo a codificare una sorta di «mistica trasversale», che riconosceva l’esistenza di una «realtà divina consustanziale al mondo delle cose, delle vite e delle menti» e scorgeva nell’anima «qualcosa di simile alla Realtà divina o addirittura di identico ad essa».

Partendo da quel presunto fondamento comune, e avvalendosi di molti millenni di lenta evoluzione e convivenza reciproca, la saga di Dune immagina un Imperium non molto diverso dall’Egitto di età ellenistica o dal Mediterraneo romano, dove il vivace incontro tra culture di origini differenti aveva portato alla proliferazione di ogni sorta di ibrido religioso, da Hermanubis (sovrapposizione del greco Hermes e dell’egizio Anubi) a Serapide (ibrido di Osiride, Apis e Dioniso), passando anche per numerosi casi di sovrapposizione (Zeus con Ra, Giove con Zeus, Thot con Hermes), prestito culturale (Cibele dall’Asia Minore a Roma, Mitra dalla Persia a Roma, Iside dall’Egitto all’Europa occidentale), sostituzione (si pensi alla trasformazione di numerosi dèi pagani in santi cristiani) e, addirittura, creazione a tavolino di nuovi culti.

Nel secondo secolo dopo Cristo, ad esempio, si diffuse in tutto il Mediterraneo romano il culto del dio-demone Abraxas, creato dal maestro gnostico Basilide di Alessandria partendo dall’intenzionale amalgama di numerose figure e culti preesistenti, tra cui il persiano Zurwān, il greco Phanes e alcune tradizioni sciamaniche dell’Asia centrale ancora più antiche.

Qualcosa di molto simile risulta essere avvenuto migliaia di anni prima della nascita di Paul Atreides anche nei deserti di Arrakis e in molti altri pianeti periferici dell’Imperium, dove le emissarie della Missionaria Protectiva del Bene Gesserit hanno creato un gran numero di miti, culti e rituali basandosi sulla deliberata commistione di varie tradizioni precedenti, così da assicurarsi la lealtà incondizionata dei popoli meno avanzati. Proprio come Basilide si è ispirato alle tradizioni greche, giudaiche, persiane e centrasiatiche che lo avevano preceduto, per creare il mito del Lisan al-Gaib le Bene Gesserit hanno attinto a piene mani al cosiddetto Panoplia Profeticus, il formidabile «arsenale del buon profeta», riutilizzando in loro favore gli antichi concetti arabi (il Mahdi) ed ebraici (il Messia), già considerati nelle pagine precedenti.

Il fenomeno, peraltro tipico delle epoche caratterizzate dalla proliferazione di nuovi culti religiosi e dottrine sincretistiche, prende il nome di «ingegneria religiosa» e risponde alla definizione fornita dai sociologi Rodney Stark e William Sims Bainbridge, che l’hanno definita una «consapevole, sistematica, abile creazione di una nuova religione». Avvicinandoci all’epoca di Paul Atreides, tuttavia, qualcosa ci induce a parlare delle «religioni» di Dune facendo sempre ricorso alle virgolette, e ad accostarci a questo termine con beneficio d’inventario.

Di che si tratta? Nell’Imperium di Shaddam IV la devozione alla Bibbia Cattolica Orangista si è ormai ridotta alla stregua di un blando orientamento filosofico a tal punto che non può certo essere definita a pieno titolo come un vero e proprio credo religioso. Né gli Atreides né i loro nemici Harkonnen e Corrino si dimostrano particolarmente devoti all’antico Dio monoteista, e nessun personaggio della saga gli si rivolge con preghiere individuali o liturgie collettive.

Anzi, quando consegna a Paul il testo biblico, Wellington Yuhe afferma che si tratta di un «libro interessante» perché al suo interno «c’è molta verità storica, e anche molta filosofia della morale»: non si tratta della sacra «Parola di Dio», bensì soltanto un «libro interessante» per la formazione intellettuale di un giovane duca, al pari di un grande classico della letteratura!

Un atteggiamento freddo e distaccato, quello del dottor Yuhe, che si sposa in pieno anche con le parole della Reverenda Madre del Bene Gesserit Gaius Helen Mohiam: durante il suo incontro con Paul, la donna non si fa alcun problema nel contestare il più importante comandamento del libro («non costruirai una macchina a somiglianza della mente di un uomo»), ritenendo che la Bibbia debba essere riscritta in altri termini («non costruirai una macchina per contraffare una mente umana»).

Lo stesso ordine Bene Gesserit si presenta all’intera galassia come una sorta di «movimento religioso». Anche in questo caso, però, le virgolette sono d’obbligo: non solo la sorellanza non venera alcuna divinità, ma utilizza la devozione religiosa come un mero instrumentum regni, un’utile risorsa che le consente di governare e manipolare le varie civiltà dell’Imperium. L’apparenza può ingannare: il Bene Gesserit pratica un gran numero di cerimonie, utilizza la droga sacra per indurre esperienze mistico-visionarie, recita un’antica litania e possiede tutte le caratteristiche formali che contraddistinguono i grandi ordini religiosi del passato, benché sul piano sostanziale rappresenti un’organizzazione politica a tutti gli effetti.

La velata critica di Frank Herbert nei confronti delle ingerenze dei confessori gesuiti del Seicento è piuttosto evidente, ma il tema rientra anche in un sistema politico-religioso ben più vasto, che risulta assai simile a quello dell’antica Roma a cavallo tra la tarda repubblica e la prima età imperale. All’epoca, la carica pagana di pontefice massimo era universalmente considerata una semplice tappa della carriera politica che conduceva al consolato, e poteva essere rivestita anche da personaggi – come Giulio Cesare – che erano considerati ben lontani da ogni sentimento religioso.

In definitiva, proprio come il culto delle divinità dell’Olimpo nell’antica Roma, l’ordine Bene Gesserit e la Bibbia Cattolica Orangista di Dune sono mere espressioni di una religione di stato che serve soltanto a legittimare l’ordine politico dell’Imperium e l’autorità di Shaddam IV. Non si tratta, peraltro, di un caso isolato: l’influenza delle tesi materialistiche di Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895) sull’intera saga di Dune è innegabile, e continuerà a farsi sentire anche nel corso dei romanzi successivi. Poco importa che a governare la galassia siano Shaddam IV, l’imperatore Paul Muad’dib, sua sorella Alia, l’imperatore-dio Leto II, la sorellanza del Bene Gesserit o le feroci Matres Onorate: la sfera della religione viene sempre considerata da tutti i personaggi della saga – protagonisti o antagonisti – alla stregua di una mera «sovrastruttura» politica e sociale, una costruzione ideologica che serve soltanto a sostenere l’autorità di chi siede sul trono.

Un autentico «oppio dei popoli», direbbe Karl Marx: l’espressione è quanto mai calzante anche sul piano letterale, dal momento che nell’universo di Dune quasi sempre le pratiche religiose coinvolgono anche il concreto utilizzo della droga sacra! Peraltro, gravita proprio su questo punto un clamoroso fraintendimento commesso dal regista franco-cileno Alejandro Jodorowsky, a suo tempo determinato a fare del proprio Dune un film ricco di spiritualità, magia e altri elementi metafisici e soprannaturali.

In realtà, malgrado il tema del sacro e le pratiche mistiche siano pressoché onnipresenti, quello di Dune è un «universo senza dio», un universo che sembra escludere del tutto l’esistenza di una divinità trascendente e di un reame soprannaturale.

Impossibile, dunque, parlare di «religione» senza ricorrere alle virgolette, anche laddove si incontrino popoli che – a differenza dei lettori imperiali della Bibbia Cattolica Orangista – effettivamente praticano la preghiera, il culto e la liturgia, ma comunque non si rivolgono a una divinità immortale e ultraterrena.

È il caso delle tribù Fremen di Arrakis, per le quali il Dio supremo delle religioni monoteiste è soltanto un lontano ricordo, che affolla i detti del deserto («Dio creò Arrakis per temprare il fedele», «quando Dio ha stabilito che una creatura muoia in un certo luogo, fa in modo che la sua volontà la conduca in quel luogo», «il fuoco di Dio c’illumina») ma non viene più adorato da numerosi millenni.

Lo stesso culto messianico di Paul Muad’dib, che nel corso della saga è quanto di più vicino a un credo religioso si possa intravedere, rappresenta pur sempre una «religione senza dio». A intuirlo sarà suo figlio Leto II, che per dare compimento a questa struttura sociale imperfetta deciderà di ergersi a imperatore-dio dei Fremen, facendo tesoro della sua innaturale longevità, delle sue doti di preveggenza e della sua particolare fisiologia.

Prima di Leto II e di Paul Atreides, tuttavia, le tribù del deserto hanno sempre professato la loro adorazione nei confronti dei vermi delle sabbie di Arrakis, venerati con il nome sacro di Shai-Hulud e con il titolo di «Creatori». Che si tratti dell’unica vera religione dell’universo di Dune? Verrebbe senz’altro da pensarlo, quantomeno di fronte alla preghiera che Liet Kynes rivolge nei confronti di un verme della sabbia: «Benedetto sia il Creatore e la sua acqua. Benedetta la sua venuta e la sua partenza. Possa il suo passaggio purificare il mondo. Possa Egli conservare il mondo per il suo popolo».

Eppure, nel prosieguo del romanzo, scopriamo come le tribù del deserto non si limitino a utilizzare Shai-Hulud come cavalcatura dopo averlo domato con funi e arpioni, ma addirittura siano solite ucciderne alcuni esemplari mediante l’annegamento rituale che consente di produrre l’Acqua della Vita. Quale fedele compirebbe mai un simile gesto nei confronti del proprio dio? Come sempre, è questione di prospettive: a differenza delle grandi religioni monoteistiche, lo sciamanesimo praticato dai Fremen non guarda a un lontano Dio Padre onnipotente, bensì a una forza vitale e immanente che si agita nelle viscere della terra.

Non si tratta neppure di un’invisibile principio mistico che permea la natura, come quello descritto nel Seicento dal filosofo Baruch Spinoza: lo Shai-Hulud dei Fremen è un dio organico, bestiale e istintivo che appartiene a tutti gli effetti al regno animale, e con la sua mortalità, la sua decomposizione e il suo ciclo biologico rappresenta soltanto una limitata porzione del mondo terreno, senza per questo interconnetterlo, trasformarlo, o nobilitarlo nella sua interezza.

Certo, Liet Kynes e i Fremen lo chiamano «Creatore», ma il termine non deve trarre in inganno o evocare in alcun modo la Genesi ebraica. Il verme delle sabbie non ha nulla a che fare con le origini del genere umano: è soltanto l’involontario «creatore» – o meglio, «artefice» – della Spezia di Arrakis! Nell’adorare il gigantesco Shai-Hulud, i Fremen in realtà venerano la fonte della droga sacra che permette loro di compiere il viaggio mistico, e al tempo stesso si sottomettono a una forza primigenia che mantiene selvaggio e incontaminato il deserto in cui vivono, proteggendoli dalle invasioni degli Harkonnen. In quest’ultima accezione, il verme delle sabbie è un autentico dio-totem, un animale elevato a simbolo tribale e ad archetipo della civiltà Fremen.

Di per sé, come intuisce lo studioso italiano Alessandro Mazzi, Shai-Hulud incarna «l’essenza primordiale e arcaica del dio ebraico-cristiano nella sua forma più inconscia di grande mostro archetipico, quale il Leviatano o il Behemoth, che si trascina sulla terra o nelle profondità marine. I vermi delle sabbie di Dune sono un “dio desertico”, come quello che Stanisław Lem cita in Solaris, un dio puramente mistico e protoanimale, tuttuno con la corrente vitale e l’essere»:

«E come ti è venuta, questa idea di un Dio imperfetto? – chiese all’improvviso, senza staccare gli occhi dal deserto inondato di luce». «Non lo so, ma mi è sembrata molto, molto verosimile. È l’unico Dio in cui sarei disposto a credere: un Dio non condannato a redimere niente, che non salva niente, che non serve a niente e che semplicemente è».

Rispetto al benevolo Dio Padre delle tre grandi religioni monoteistiche, lo Shai-Hulud di Dune rappresenta un autentico «Anti-Dio», che ne capovolge e rivoluziona radicalmente ogni caratteristica, portando alle estreme conseguenze un processo inaugurato duemila anni fa dai vangeli gnostici. Shai-Hulud non è un’entità spirituale e celeste, bensì un mostro fisico che dimora nel sottosuolo. Non è un dio immortale e onnisciente, bensì un animale mosso dal puro istinto, privo di consapevolezza e con un ciclo biologico ben definito. Non è un sovrano che dimora in un giardino verdeggiante, bensì un parassita che genera il deserto circostante. Non è neppure un paterno e benigno creatore, bensì un’entità minacciosa che si limita a condurre la propria esistenza senza curarsi delle sorti dell’umanità.

Se la luminosa divinità giudaico-cristiana è il Verbo razionale che conferisce ordine all’universo, l’oscuro Shai-Hulud dei Fremen è invece un’abissale forza del Caos, che dimora al di sotto del livello del suolo e al di là del grande muro che segna il confine della civiltà, incarnando alla perfezione quello che in termini psicanalitici è il grande inconscio dell’umanità.

Si tratta del serpente infero, una creatura che in antichità veniva associata all’estasi sfrenata delle adoratrici di Dioniso, ma anche al raggiungimento dell’immortalità e al risveglio di una mistica conoscenza ultraterrena: tre doni che, non a caso, nella saga di Dune provengono proprio dalla mistica Spezia creata da Shai-Hulud. Con il passare dei millenni, il verme delle sabbie assumerà anche le sembianze di Shaitan, ossia Satana: oltre a essere il divino serpente che concede all’uomo l’estasi e la spiritualità, il grande verme delle sabbie è anche il drago dell’Apocalisse, il mostro oscuro e minaccioso che l’eroe deve sconfiggere, calpestare e sottomettere, proprio come fanno l’arcangelo Michele e san Giorgio.

Non c’è tuttavia alcun motivo di scorgervi una contraddizione: proprio come i mostri biblici Leviatano e Behemoth, Shai-Hulud è un’entità archetipale più antica dello stesso dualismo che contrappone il bene e il male, e contiene in sé entrambi i principi. Non a caso, inizialmente lady Jessica definisce «Creatore di Morte» il kryss ricavato dal dente di Shai-Hulud, ma sceglie di omettere il riferimento alla morte per non offendere la fanatica spiritualità della sua domestica Fremen Shadout Mapes. Analogamente, nel prosieguo del racconto, le secrezioni del verme delle sabbie sono considerate tanto benefiche quanto potenzialmente velenose, a tal punto che rischiano di uccidere Paul prima del suo mistico risveglio.

La natura primigenia e archetipale del verme delle sabbie è celata nel suo stesso nome: secondo il glossario in appendice al primo romanzo, Shai-Hulud significa «”Vecchio del deserto”, “Vecchio Padre Eternità”, o “Nonno del deserto”».

Come intuito da Mahmoud Shelton, si tratta con ogni probabilità di un’evoluzione delle parole arabe shaykh e khulūd, che significano rispettivamente «maestro, mentore» ed «eternità», un concetto che Frank Herbert sembra associare alla sconfinatezza e all’immutabilità del deserto. Il verme delle sabbie, primordiale campione dell’inconscio e dell’oscurità, si trasforma per i Fremen in un simbolico «maestro eterno», un archetipo da cui è possibile apprendere la via sciamanica della droga sacra che conduce oltre i confini del mondo terreno, alla volta dell’Assoluto.

Una via che, ancora una volta, assume connotati molto chiari: a chiamare shaykh i propri maestri erano le cerchie iniziatiche dei sufi, ossia i movimenti esoterici cui abbiamo già accennato più volte a proposito della guerra nel Caucaso, in merito alla leggenda medievale del Muro-Scudo di Alessandro e con riferimento al poeta Hāfez, il Lisan al-Gaib persiano. Si tratta degli stessi sufi che, in ambito sunnita, facevano discendere la loro illuminazione iniziatica proprio dal morso di un mitico serpente velenoso, reso innocuo e anzi benefico dall’azione del profeta Maometto.

In qualche misura, il primo illuminatore della storia sarebbe stato proprio quel serpente, uno «Shaykhkhulūd» da cui ha origine una millenaria catena di dottrine iniziatiche che consentono all’uomo di spingersi oltre i confini del mondo fisico, fino al mistico alam al-mithal: un altro termine sufi che, non a caso, gioca un ruolo chiave nella saga di Dune

Mistica sufi e droga sacra nei deserti di Arrakis

Nelle pagine precedenti si è fatto ricorso a vario titolo ai termini «sufi» e «sufismo», utilizzati per identificare «un movimento esoterico che, già a partire dall’alto medioevo, ha diffuso in tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente una spiritualità sorprendentemente simile a quella dei Fremen di Dune».

Per la precisione, si tratta di un fenomeno iniziatico fiorito in seno all’islam, in aperta antitesi con le tendenze che predicano invece un’interpretazione letterale, e talora integralista, del Corano. Un atteggiamento anticonformista, quello dei sufi, che nel corso dell’ultimo millennio è valso loro un gran numero di persecuzioni da parte del resto del mondo musulmano – da ultimo, per mano dell’ISIS – anche per via dei molti e suggestivi punti di contatto tra la loro dottrina e le tradizioni esoteriche dello gnosticismo cristiano e della Qabbalah ebraica. È impossibile, tuttavia, sostenere che si tratti di meri prestiti provenienti da altre culture e religioni: come ha accuratamente dimostrato lo storico Louis Massignon, l’islam ha posseduto fin dalle prime origini due anime ben distinte e indipendenti, e le dottrine esoteriche dei sufi hanno sempre camminato di pari passo alle dottrine più letteraliste.

Da parte sua, Frank Herbert ha dato chiara prova di possedere una profonda conoscenza del fenomeno – che gli derivava soprattutto dalla lettura degli studi dell’orientalista Henry Corbin – disseminando la saga di Dune di un gran numero di puntuali citazioni arabe provenienti dal lessico sufi di epoca medievale (alam al-mithal, adab, aql, tahaddi, baraka).

Il filo conduttore, che unisce tutti questi termini, è l’antica mistica del deserto praticata dalle tribù di Arrakis. A ben vedere, la stessa parola italiana «sufi» è una trasposizione del termine arabo taṣàwwuf, che – secondo lo storico Angelo Scarabel – può tradursi pressappoco con «l’esperienza spirituale condotta attraverso l’approfondita conoscenza e la contemplazione del divino, per mezzo della quale l’anima raggiunge la sua massima perfezione». In altri termini, «sufi» non è che un sinonimo di «mistica».

Un importante chiarimento è però d’obbligo: nella dottrina cristiana – spiega don Roberto Tarquini – l’illuminazione mistica «non è mai qualcosa di acquisibile attraverso esercizi, pratiche ascetiche o cammini esoterici. Non presuppone alcuna perfezione morale, né tantomeno una evoluzione spirituale. La mistica in quanto esperienza è la violenta, improvvisa irruzione di Dio nell’anima». Per dirla con santa Teresa d’Avila, «non ci si eleva, se Dio non ci eleva».

Al contrario, la mistica araba dei sufi procede in direzione diametralmente opposta: è l’uomo a dover prendere l’iniziativa mediante una serie di tecniche, riti, pratiche ed esercizi spirituali che gli consentono di purificare la sua anima, così da renderla idonea a ricevere la luce divina. Il cammino dell’iniziato, svolto sotto l’autorevole guida di un mentore o shaykh, è uno stretto «sentiero dorato» riservato a pochi eletti – la ṭarīqah – che corre in parallelo alla «via larga» della sharīʿa, ovvero all’interpretazione letterale del Corano. Capovolgendo le parole di santa Teresa, per i sufi «se non ci si eleva, Dio non ci eleva».

Analogamente, anche Paul Atreides e le Sayyadine dei Fremen non entrano in contatto con il reame ultraterreno dell’alam al-mithal grazie a un intervento della divinità, ma devono cimentarsi in prima persona in una serie di esercizi spirituali che coinvolgono il rito, la meditazione e soprattutto l’assunzione dell’Acqua della Vita. Secondo la tribù Fremen che accoglie Paul, l’alam al-mithal è «il mondo delle similitudini, quel reame trascendente in cui ogni limitazione fisica viene annullata», e nel quale un individuo «ha la sua vera esistenza». Come si apprende nel prosieguo del romanzo, quel luogo è una vera e propria proiezione tridimensionale dell’inconscio collettivo dell’intera umanità: a rigori, anzi, si dovrebbe parlare di una proiezione quadridimensionale, dal momento che l’alam al-mithal consente anche il viaggio a ritroso e in avanti nel tempo. Si tratta di uno sconfinato «impero mentale» che Paul, in quanto Kwisatz Haderach, può navigare ed esplorare a proprio piacimento.

L’espressione alam al-mithal, come già si è detto, proviene direttamente dal lessico del sufismo medievale: a parlarne fu soprattutto Ibn ʿArabī, un poeta, filosofo e mistico del Duecento che esercitò un’enorme influenza sulla letteratura occidentale. Nei suoi scritti, riscoperti nella seconda metà del Novecento dall’orientalista Henry Corbin, l’alam al-mithal rappresenta una dimensione intermedia tra l’alam al-jabarut o alam al-ghayb, il regno divino dello Spirito, e l’alam al-ajsam o alam al-shahadat, ossia il mondo terreno, materiale e corruttibile. Per i sufi, l’alam al-mithal è «un piano dell’essere e della coscienza in cui gli oggetti incorporei del Mondo del Mistero si “corporizzano”, prendono corpo, e dove, viceversa, le cose naturali, sensibili, si spiritualizzano e si dematerializzano». Soltanto accedendo a questa realtà, intermedia tra il nostro mondo e quello divino, il mistico può entrare davvero in contatto con le entità celesti che popolano l’alam al-ghayb (il Mondo del Mistero) e dar voce ai loro insegnamenti, diventando a tutti gli effetti – come il protagonista di Dune – un Lisan al-ghayb, ovvero una «lingua che dà voce al (reame) nascosto».

Nell’alam al-mithal i limiti spaziali e temporali, che contraddistinguono il mondo terreno, si annullano e la prescienza di Paul Atreides diventa possibile: è qui, ad esempio, che il mistico medievale Ibn ʿArabī avrebbe incontrato il leggendario Al-Khiḍr, un antico sapiente dell’epoca di Alessandro Magno da cui avrebbe appreso i segreti iniziatici del sufismo. Parimenti, secondo il Corano, lo stesso Al-Khiḍr vi avrebbe incontrato Mosè, pur non essendo affatto contemporanei: un prodigio che, anche in quel caso, per i sufi non può che essersi compiuto nell’alam al-mithal.

Con l’accesso a questa dimensione ultraterrena possono essere superate anche le distanze geografiche: diventa così effettivamente possibile trovarsi «in molti luoghi contemporaneamente», proprio come afferma la profezia del Kwisatz Haderach. Il sufi Ibn ʿArabī, ad esempio, riferisce di aver incontrato l’anziano filosofo Averroè nell’alam al-mithal, benché a livello fisico si trovassero rispettivamente a Cordova e in Marocco: «La misericordia divina – racconta – me lo fece apparire nel corso di un’estasi, in una forma tale che fra la sua persona e la mia vi era un sottilissimo velo. Attraverso quel velo io lo vedevo, ma lui non vedeva me, né sapeva che io fossi presente. Egli era infatti troppo assorbito dalla sua meditazione per accorgersi di me».

Per gli appassionati di Dune, l’episodio è particolarmente evocativo: anche Averroè è in grado di accedere all’alam al-mithal, e la sovrapposizione delle due meditazioni genera un velo che gli impedisce di scorgere il giovane Ibn ʿArabī. La medesima interferenza si verifica anche al termine del romanzo di Frank Herbert, quando Paul Atreides si rende conto di non essere mai riuscito a scorgere nelle sue visioni prescienti il conte Hasimir Fenring, dal momento che anche costui è un potenziale Kwisatz Haderach, dotato dell’accesso all’alam al-mithal. Il medesimo velo gioca un ruolo chiave nel secondo romanzo, Messia di Dune, dove a schermare i poteri di Paul Atreides saranno i navigatori della Gilda e la proliferazione dei misteriosi Tarocchi di Dune.

All’epoca di Ibn ʿArabī, l’alam al-mithal venne tradotto in latino come mundus immaginalis, il «mondo dell’immaginazione». L’espressione non deve tuttavia evocare l’idea di fumose fantasie e arbitrarie invenzioni: per i mistici sufi del medioevo, l’alam al-mithal era un «mondo immaginale» – ossia un reame formato da immagini incorporee – ma non certo un «mondo immaginario»!

Peraltro nella saga di Dune – che, come si è detto, è del tutto priva di un principio divino trascendente – la mistica sufi finisce per ammantarsi di sfumature psicologiche e psicanalitiche, e l’alam al-mithal viene a coincidere con l’«immaginario collettivo» descritto da Carl Gustav Jung. Il mistico reame dei sufi diventa così una proiezione dell’inconscio umano, uno sconfinato abisso mentale in cui risiede il passato, il presente e il futuro dell’umanità e un «luogo oscuro» che incapsula tutte le esperienze della specie: soltanto in questa particolare accezione l’alam al-mithal può essere accostato alla parola «immaginario»!

Al vertice dell’intero sistema cosmologico del sufismo, al di là del mundus immaginalis, si colloca l’Intelletto agente, detto al-ʿAql: si tratta della razionalità suprema che governa l’universo, una forza affine a quella – ben più limitata – che dimora nella mente dell’uomo.

Anche i Fremen di Arrakis si ispirano a un concetto simile: a detta di Stilgar, soltanto quanti hanno superato la prova dell’aql sono degni di un nome, perché hanno dato prova all’intera tribù di essere veri esseri umani dotati di ragione. Non ci è dato saperne di più, poiché Jessica afferma prontamente che Paul è già stato sottoposto alla prova del gom jabbar con l’ago avvelenato e la scatola del dolore: la sua affermazione riscuote lo stupore di tutti i presenti ed esonera Paul dall’affrontare il rito iniziatico, che a quanto pare avrebbe avuto una natura molto simile. Stando alle appendici del romanzo, a prendere il nome di aql non è soltanto la razionalità umana, ma anche un supremo principio cosmico: non a caso, la prima delle mitiche sette domande mistiche dei Fremen recita proprio «chi è Colui che pensa?». La risposta è Dio, evidentemente. Ma anche l’uomo, sia pure in misura ben più limitata.

Ma come si può entrare in comunione con l’Intelletto cosmico e raggiungere l’illuminazione spirituale? Secondo il sufismo, un veicolo prezioso è rappresentato dal risveglio della Memoria interiore, il dhikr: per raggiungere questo traguardo, la tradizione iniziatica prevede vari esercizi di recitazione del Corano, ad alta voce e in silenzio, fino a ridestare il dormiente «ricordo della divinità».

Nella saga di Dune, un ruolo analogo è rivestito dall’adab, la portentosa «memoria che si risveglia da sola» o «ricordo che esige»: secondo quanto afferma lady Jessica, si tratta di una manifestazione inconscia con cui le forze subliminali irrompono nella mente del mistico, ridestandone la coscienza interiore. Per la verità, nel lessico sufi la parola adab indica soltanto la corretta modalità di eseguire una pratica mistica, ma viene molto spesso associata proprio alle migliori tecniche di svolgimento del dhikr: con ogni probabilità quel diffuso uso linguistico deve aver indotto Frank Herbert a sovrapporre i due concetti, così che il dhikr dei sufi è diventato a tutti gli effetti l’adab di Dune!

Il traguardo finale del cammino di autoconsapevolezza, intrapreso dal mistico sufi, consiste nella beatitudine o baraka, un altro termine che non a caso compare anche nelle avventure di Paul Atreides: secondo l’Enciclopedia di Dune del 1984, il «santo baraka» è anche uno degli arcani maggiori dei misteriosi Tarocchi di Dune, e corrisponde pressappoco all’Imperatore del mazzo nostrano.

Per raggiungere la piena perfezione interiore che gli consente di compiere i miracoli, tuttavia, il mistico sufi deve anche affrontare il vaglio di alcuni oppositori, a cui spetta il compito di metterlo alla prova per verificare l’origine dei suoi prodigi. Si tratta dei tahaddi, che rivestono un ruolo del tutto analogo a quello del Fremen Jamis: non caso, il bellicoso oppositore invoca proprio quell’antica parola araba per sfidare a singolar tenzone Paul Atreides nel deserto di Arrakis, incitandolo a provare a tutti di essere davvero il Lisan al-Gaib. Si tratta, beninteso, di una semplice analogia: la prova dei sufi aveva natura esclusivamente spirituale, e non era certo un duello all’ultimo sangue come quello a cui viene sottoposto il protagonista di Dune!

La vera chiave del sentiero mistico intrapreso da Paul Atreides proviene però soprattutto dall’assunzione dell’Acqua della Vita, una droga sacra che i Fremen ricavano dalla manipolazione del ciclo vitale della Spezia e dei vermi della sabbia. Secondo molte leggende, ispirate anche al romanzesco resoconto di Marco Polo, in epoca medievale la setta ismailita degli assassini avrebbe fatto ampio uso dell’hashish per raggiungere l’illuminazione mistica. A livello storico, sono effettivamente attestati vari casi di utilizzo delle sostanze stupefacenti anche nel vicino sufismo persiano per propiziare il superamento dei limiti fisici del mondo terreno e raggiungere l’estasi spirituale (dal greco ek-stásis, fuori di sé). Il fenomeno non stupisce, e anzi rappresenta la riemersione di una pratica già ampiamente diffusa nella Persia preislamica, al pari di in molte altre culture dell’antichità.

Si tratta del millenario culto dell’haoma, una bevanda prodotta dalla spremitura di una pianta che, secondo i testi sacri raccolti nell’Avesta, avrebbe conferito all’uomo il dono dell’immortalità, trasformando chiunque la assumesse in una sorta di semidio. Nell’antica religione persiana, bere una coppa di haoma – talora mista alla cannabis – era considerato un rito formidabile per sbloccare le potenzialità latenti dell’uomo: i soldati ricevevano il dono di una forza sovrumana, e i mistici ne traevano la capacità di sperimentare visioni. Proprio come il fuoco nel mito di Prometeo, l’haoma sarebbe stato sottratto al regno degli immortali in epoca primordiale, e avrebbe donato agli uomini il potere di affrancarsi dal dominio degli dèi.

Più in generale, a ispirare Frank Herbert fu soprattutto la lettura del breve articolo Le porte della percezione, scritto nel 1954 dallo scrittore britannico Aldous Huxley: è tra quelle pagine che l’autore di Dune incontra l’immagine delle «brecce nel muro» della percezione umana, concetto da lui reso esplicito nell’ultimo atto del romanzo, tramite l’apertura di un varco nel Muro Scudo di Arrakis mediante un’esplosione atomica. Dalla lettura di Huxley – che a sua volta prendeva le mosse da un celebre verso del poeta William Blake – Herbert ricavò l’idea, poi largamente diffusa nell’America degli anni Settanta, che nelle droghe psicoattive potesse celarsi la chiave per ridestare le abilità mistiche descritte nella tradizione esoterica del sufismo. A tal proposito, Huxley aveva anche coniato il neologismo «psichedelìa» (dal greco psyché, «anima» e dēleín, «rendere manifesto»), destinato a riscuotere un enorme successo nell’immaginario degli anni Settanta e Ottanta: attualmente, tuttavia, gli storici delle religioni preferiscono parlare in maniera più rigorosa di sostanze «enteogene», ossia di sostanze «che portano all’esistenza il dio celato dentro l’uomo» (dal greco én, «in, dentro», theós, «dio» e genésthai, «generare, portare all’esistenza»).

Si tratta di un concetto cruciale nell’economia narrativa della saga di Dune, dove la Spezia di Arrakis rappresenta l’unico elemento genuinamente sacro dell’universo: a ben vedere, nel corso delle avventure di Paul Atreides i poteri della droga, prodotta da Shai-Hulud, sono la sola vera entità soprannaturale a non essere frutto di ingegneria religiosa e manipolazione genetica!

Proprio come l’haoma persiano, la Spezia e l’Acqua della Vita sono sostanze dalle proprietà mistiche e curative, che, da un lato, affinano i sensi dell’individuo fino a condurlo alla soglia dell’alam al-mithal e, dall’altro, conferiscono al suo organismo una vita molto più lunga del normale. A questo proposito, è particolarmente significativo constatare come anche l’Acqua della Vita, bevuta da lady Jessica e da suo figlio Paul Atreides, abbia un’origine sufi: secondo la tradizione, ad abbeverarsi con la mitica ma’ ul-hayat, – equivalente islamico dell’amrta, la Fonte della Vita indana – sarebbe stato lo stesso Al-Khidr, il mistico mentore incontrato da Ibn ʿArabī nel corso della sua esplorazione dell’alam al-mithal.

Curiosamente, a livello storico l’amrta indiana viene a sua volta considerata un’evoluzione dell’antico haoma persiano e rappresenta uno dei legami più espliciti e suggestivi tra l’Acqua della Vita della tradizione sufi e la potente bevanda psicoattiva dell’epoca di Zoroastro.

Secondo una ben più tarda leggenda islamica, molti secoli prima di diventare l’iniziatore del mistico sufi Ibn ʿArabī, Al-Khidr sarebbe stato uno dei compagni del mitico conquistatore Dhu al-Qarnayn, il Signore dei Due Corni che abbiamo già identificato con Alessandro Magno, costruttore della grande muraglia ai confini del mondo conosciuto. Durante la sua esplorazione dell’Asia, Dhu al-Qarnayn avrebbe cercato la mitica sorgente, addentrandosi invano nella Terra delle Tenebre: a riuscire nell’impresa sarebbe stata invece la sua guida Al-Khidr, che, dopo essersi abbeverato dell’Acqua della Vita, avrebbe ottenuto il dono dell’immortalità e della perfezione mistica, assumendo anche il caratteristico colore verde da cui deriva il suo nome.

È proprio a quella leggenda che allude la simbologia del sufismo, come testimonia anche un antico manuale iniziatico della scuola Naqsbandi intitolato proprio Rashahat ʿayn al-hayat, «Gocce della Fonte della Vita»: il compito metaforico di ogni iniziato che segua le orme di Ibn ʿArabī è «giungere all’Al-Khidr di te stesso, poiché a questa profondità interiore, in questo “profeta del tuo essere”, scorre l’Acqua della Vita».

Ma è davvero possibile che Frank Herbert abbia conosciuto anche quest’antica tradizione leggendaria del mondo persiano, e abbia tratto di qui l’immagine dell’Acqua della Vita che conferisce a Paul il risveglio iniziatico?

Per quanto possa sembrare sorprendente, la risposta è senz’altro affermativa. La principale fonte che ci tramanda il mito di Dhu al-Qarnayn, Al-Khidr e la ricerca dell’Acqua della vita è il poema epico Shah Nama, composto dallo scrittore persiano Ferdowsi tra il 977 e il 1010. Puntualmente, nelle appendici di Dune, l’antico Shah Nama persiano figura come «il semileggendario primo libro dei nomadi Zensunni», e la stessa Chani ne cita esplicitamente il contenuto in occasione del suo primo incontro con Paul Atreides: «Così è detto: “Giudichar mantene“. È scritto nel Shah Nama che “l’acqua è stata l’origine di ogni cosa creata”».

Anche in questa circostanza Frank Herbert dà prova della sua straordinaria dimestichezza con la storia delle religioni, dimostrando la propria capacità di utilizzare le antiche tradizioni esoteriche della mistica sufi per plasmare le tradizioni religiose delle tribù Fremen di Arrakis.

Mario Sironi, Composizione, (Anni ’40), Asta Pananti in corso

La saga di Dune tra cosmismo e transumanesimo

Benché quello di Dune sia a tutti gli effetti un «universo senza dio», l’intero immaginario della saga è permeato dal tema del sacro.

Se le tribù di Arrakis praticano la millenaria mistica sufi, diffusa anche nel Caucaso ribelle di metà Ottocento, il resto della galassia è pervaso da un altro tipo di spiritualità esoterica, che, curiosamente, sembra provenire proprio dal decadente impero russo situato al di là delle montagne.

Si tratta di un autentico culto del potenziale latente dell’umanità, che può essere risvegliato soltanto mediante un bizzarro miscuglio di scienza, tecnica e misticismo: a essere avvolta da un’aura di spiritualità non è soltanto l’attesa del Qwisatz Haderach, culmine del millenario programma genetico delle Bene Gesserit, bensì anche la sinistra ingegneria biologica praticata dagli scienziati del Bene Tleilax, i quali ritengono addirittura di dar voce al «linguaggio di Dio». Spinta dal trauma del Jihad Butleriano, un antico cataclisma di cui si parlerà diffusamente nel prossimo capitolo, l’intera umanità sta lavorando da parecchi millenni a un «sacro progetto» di evoluzione attiva della propria specie: un programma eugenetico collettivo che consente, come direbbe la Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam, di «separare il ceppo umano da quello animale per ragioni di allevamento».

Con una scelta autoriale particolarmente efficace – ancorché non presente nel romanzo di Frank Herbert – i due adattamenti cinematografici di Denis Villeneuve 2021 e del 2023 hanno esplicitato questo processo anche sul piano visivo: tutti i membri della famiglia Harkonnen sono calvi e pallidi, mentre gli Atreides presentano una folta capigliatura nera. Unitamente ai tratti somatici, nel corso dei millenni anche l’attitudine comportamentale è stata oggetto di un’accurata selezione: tutti gli Harkonnen sono innatamente astuti, sadici e spietati, mentre la linea genetica di casa Atreides ha sviluppato al massimo grado il carisma e l’autorevolezza. Obiettivo di questo piano genetico è dirigere e accelerare artificialmente la naturale evoluzione della specie, così da rendere l’umanità sovrana della natura e del cosmo intero.

Non a caso, a partire dalla Terra, il genere umano si è lanciato alla conquista dell’universo, colonizzando migliaia di pianeti, prima di arenarsi in una temporanea stagnazione causata dal declino economico e sociale dell’Imperium. Per sventare il rischio di un’involuzione, l’imperatore-dio Leto II, figlio di Paul Atreides, promuove il «sentiero dorato», un ulteriore programma millenario che spingerà l’umanità a espandersi oltre i confini del vecchio Imperium, raggiungendo altre galassie e dando origine a molti nuovi popoli e culture.

Con la conquista dell’universo, nell’ultimo volume della saga sarebbe divenuta realtà anche la resurrezione degli antenati, mediante il controllo esercitato dalla Bene Gesserit Sheeana sugli esperimenti genetici del Bene Tleilax: il tema, già introdotto da Frank Herbert in La Rifondazione di Dune, giunge a pieno compimento soltanto in I Cacciatori di Dune e I Vermi della Sabbia di Dune, i due romanzi postumi scritti da Brian Herbert e Kevin J. Anderson basandosi sul manoscritto incompiuto di Dune 7. Grazie a un patrimonio di cellule conservate con devozione religiosa per quasi cinquemila anni, tornano così in vita Paul Atreides, sua madre Jessica, Chani, Thufir Hawatt, Liet Kynes, Stilgar, Leto II e il barone Vladimir Harkonnen: la loro resurrezione sotto forma di ghola – ossia di cloni – causerà la grande battaglia finale del Kralizec e inaugurerà una nuova era di pace e prosperità per il genere umano.

Come osserva lo storico italiano Daniele Palmieri, l’intera saga di Dune è caratterizzata da un forte «antropocentrismo»: pur snodandosi lungo oltre quattromila anni, la narrazione di Frank Herbert lascia da parte alieni, robot e altre entità tipiche dell’immaginario fantascientifico per dedicarsi unicamente alle sorti della specie homo sapiens. A ispirare le scelte narrative dell’autore c’è l’innegabile «influenza, più o meno consapevole, di una delle più importanti correnti esoteriche della Russia novecentesca: il cosmismo».

La storia narrata nel ciclo di Dune sembra infatti rispecchiare con grande fedeltà il pensiero del «Socrate di Mosca» Nikolai Fedorovich Fedorov (1829-1903), un eccentrico bibliotecario, insegnante e filosofo, che, con le sue teorie, riuscì a suggestionare intellettuali e scrittori del calibro di Tolstoj, Dostoevsky, Solov’ev, Florenskij, Fedorov, Berdjaev, Vernadskij e Platonov. Ispirandosi a La Filosofia dell’Opera Comune, summa del suo pensiero e delle sue intuizioni misticheggianti, a inizio Novecento vide la luce il cosmismo, un bizzarro miscuglio di religione cristiana ortodossa, scienza, filosofia ed esoterismo, che perseguiva il sogno della conquista dello spazio e di un’«evoluzione attiva» del genere umano oltre i limiti naturali della specie.

Per quanto estrema e visionaria, la concezione dei cosmisti non intendeva proporre un’utopia: a differenza di altre correnti filosofiche, i successori di Fedorov volevano passare dal pensiero all’azione e dare concreta attuazione all’«Opera Comune», un progetto che ambiva a riportare l’uomo al centro dell’universo.

«In futuro – scrive lo scienziato russo Vladimir Vernadskij in Pensieri filosofici di un naturalista – si presenteranno come possibili anche quelli che oggi appaiono i sogni più fantastici: l’uomo aspira ad uscire dai confini del proprio pianeta e ad entrare nello spazio cosmico, e con tutta probabilità riuscirà a farlo». «La Terra – gli fa eco Konstantin Ėduardovič Tsiolkovskij, pioniere dell’astronautica sovietica, assiduo frequentatore della biblioteca di Fedorov e membro di spicco del movimento cosmista – è la culla dell’umanità, ma non si può vivere nella culla per sempre».

Tuttavia, proprio come nel caso del «sentiero dorato» dell’imperatore-dio Leto II, per i cosmisti la conquista dello spazio non servirà a soddisfare un semplice desiderio di conoscenza, bensì avrà il compito di assicurare una nuova casa a un’umanità trasfigurata da un dirompente balzo evolutivo: un balzo che, per la prima volta nella storia, non sarà frutto della natura, ma verrà innescato della stessa volontà dell’uomo.

A detta di Vernadskij, l’evoluzione attiva e consapevole della specie homo sapiens coincide con una vera e propria trasformazione genetica che provocherà il risveglio della noosfera, una supercoscienza collettiva che – proprio come quella delle Bene Gesserit e del Qwisatz Haderach – avrà il compito di assicurare al genere umano il definitivo dominio sulla natura.

Il vero traguardo finale dell’«Opera Comune», descritta da Fedorov, è però rappresentato dalla conquista dell’immortalità e dalla resurrezione dei morti: un obiettivo che, con l’avvento delle nuove tecnologie e delle nuove frontiere della scienza novecentesca, non sarà più relegato al dominio della religione e dell’alchimia, ma diventerà una tangibile realtà grazie a una «scienza sacra» capace di unire materia e spirito, rispondendo a un imperativo antichissimo: «Per Fedorov – osserva lo storico Michel Eltchaninoff – non bisogna aspettare la venuta del Messia, ma agire veramente. (…) Il fulcro del pensiero di Fedorov sta nell’identificare la religione cristiana non con l’attesa della fine dei tempi e della resurrezione dei morti, ma con la realizzazione di quest’ultimo obiettivo. Esiste un vero e proprio “dovere di resuscitazione”. Fedorov distingue infatti il concetto teologico di resurrezione (in russo voskresenie) dall’atto concreto di far resuscitare i morti (voskrešenie), che si potrebbe tradurre appunto con “resuscitazione”».

Per gli esponenti del cosmismo russo, la lotta collettiva contro la morte rappresenta l’unico vero destino della specie umana, rimasto per molti millenni nell’oblio a causa delle guerre e delle lotte sociali. Una sfumatura, quest’ultima, che negli anni Venti ha permesso alla stravagante corrente esoterica dei seguaci di Fedorov di mutare pelle e sopravvivere anche all’avvento del materialismo comunista, trasformandosi da una dottrina metafisica a un’apparentemente pragmatica «fase due» del programma politico marxista.

Come sottolinea Michel Eltchaninoff, ad esempio, è soprattutto grazie all’influenza di una cerchia di quattro ideologi cosmisti, autodefinitasi «costruttori di Dio», che la stessa salma di Lenin venne imbalsamata, verosimilmente in attesa di resuscitarla nel momento in cui la barriera della morte fosse stata finalmente infranta.

A riassumere nel migliore dei modi il grande progetto dei cosmisti è un breve articolo in cui lo stesso Fedorov spiega come anche il pulviscolo atmosferico possa contenere frammenti del prezioso materiale genetico appartenuto agli antenati dell’umanità. Di qui la nuova «scienza sacra» prenderà le mosse per attuare la grande risuscitazione finale, esattamente come nella saga di Frank Herbert accade a Paul, Chani, Jessica e agli altri eroi di Dune, riportati in vita a partire da una capsula Tleilaxu di dimensioni microscopiche:

Il giorno atteso, il giorno tanto desiderato nel corso delle ere, il giubilo dei cieli immensi, giungerà soltanto quando la Terra, una volta inghiottite le generazioni nella tenebra, mossa e guidata dall’amore filiale e dalla conoscenza celeste [acquisita dall’umanità], inizierà a restituire coloro che ha inghiottito, i quali incominceranno a popolare i mondi fra le stelle, attualmente prive di anime, e freddi, e intenti a osservarci con mestizia. Allora, raccogliendo il pulviscolo di coloro che ci hanno donato la vita – o meglio, con maggior verità, che hanno rinunciato alla loro vita per la nostra – e poi restituendo a essi la vita, cesseremo di trasformare quel pulviscolo in nutrimento per noi stessi e per i nostri discendenti, come siamo stati costretti a fare a causa dell’isolamento dei mondi e della necessità di vivere con i mezzi accumulabili sul nostro piccolo pianeta. Mediante la loro conoscenza della materia e dei poteri per ripristinarla, le generazioni successive avranno già scoperto la possibilità di creare i loro stessi corpi dagli elementi essenziali, e popoleranno i mondi, ed elimineranno le loro tendenze alla discordia.

In definitiva, è assai difficile sovrastimare l’influenza del cosmismo sulla storia della Russia nel Novecento. C’è chi, come l’ideologo del regime putiniano Alexander Dugin, ritiene che i successori di Fedorov abbiano letteralmente tirato le fila dell’URSS per decenni con un inverosimile complotto, e chi, come Michel Eltchaninoff, si limita a documentare il modo in cui il fenomeno ha comunque giocato un ruolo chiave nella storia della corsa allo spazio dell’Unione Sovietica, contribuendo anche a influenzare la nascita di un movimento filosofico americano, che attualmente esercita un influsso innegabile sulla politica e sulle fiorenti imprese della Silicon Valley: il transumanesimo.

A differenza della sua controparte russa, il transumanesimo americano non pone l’accento sulla conquista dello cosmo, sullo sviluppo di una noosfera e sulla risuscitazione dell’umanità, bensì sul potenziamento genetico e tecnologico dell’organismo umano e sulla rimozione artificiale degli ostacoli naturali che lo rendono mortale. Si tratta, com’è del tutto evidente, di un altro tema pressoché onnipresente nella saga di Dune, che sta alla base degli esperimenti genetici del Bene Tleilax e del Bene Gesserit, della selezione dei tratti salienti delle Grandi Case, nonché dell’avvento dello stesso Qwisatz Haderach.

Eppure, a ben vedere, il movimento transumanista si è affermato soltanto a partire dagli anni Ottanta, a vent’anni di distanza dall’uscita del primo romanzo di Frank Herbert. Come può Dune aver precorso i tempi?

A ispirare il visionario autore della saga furono con ogni probabilità le teorie di Julian Huxley, fratello del già citato Aldous e inventore del neologismo «transumanesimo». Convinto fautore dell’eugenetica, del controllo delle nascite e della manipolazione attiva del patrimonio genetico del genere umano, Julian Huxley affermerà che il compito naturale della specie homo sapiens è «adempiere consapevolmente al proprio destino»: un destino che consiste nel trasumanar, termine già utilizzato da Dante nel Paradiso per indicare «la gloriosa trasformazione che i cristiani sperimentano al cospetto del divino». Da quella radice linguistica, Huxley trarrà il suo motto I believe in transhumanism, ossia «io credo nel transumanesimo».

Ma con quali strumenti è possibile compiere la metamorfosi trans-umana? Anche per Huxley, come già per i cosmisti, occorrerà fare ricorso a una scienza – perlopiù genetica – che adempia a una funzione sacra e non si limiti a essere un mero strumento tecnico: «Una nuova comprensione dell’universo è avvenuta grazie alle conoscenze acquisite negli ultimi cento anni, realizzate da psicologi, biologi e altri scienziati, da archeologi, antropologi, storici. Essi hanno definito la responsabilità dell’uomo: essere il tramite per il resto del mondo nel compito di realizzare le proprie potenzialità intrinseche nel modo più pieno possibile».

Un’affermazione quanto mai suggestiva, che, nell’Imperium di Dune, ne farebbe un perfetto sostenitore della scuola Bene Gesserit


Paolo Riberi è laureato in Filologia e letterature dell’antichità e in Economia presso l’Università degli Studi di Torino. Studioso di storia antica e della letteratura delle origini cristiane, è membro della Società Italiana di Storia delle Religioni (SISR), ed è autore di alcuni saggi dedicati al mondo dei vangeli apocrifi e al pensiero degli gnostici, tra cui L’Apocalisse di Adamo (2013), Maria Maddalena e le altre (2015), Pillola rossa o Loggia nera? (2017), L’Apocalisse gnostica della Luce (2019) e Abraxas: la magia del tamburo (2021). Per le nostre edizioni è altresì autore, insieme al prof. Giancarlo Genta, di Oltre l’orizzonte (2019), uno studio sul retaggio storico-filosofico della tecnologia scientifica occidentale.

0 comments on “Il sacro e la mistica in Dune

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *