Il senso del gatto

«A Dhamma Lhamma è vietato parlare, guardarsi negli occhi e scrivere. Io seguo le regole. Siedo in silenzio in mezzo agli altri, non guardo nessuno negli occhi e non scrivo….»


IN COPERTINA: Jacopo La Forgia, Valle di Rangdum. Ladakh, India, dicembre 2016

di Jacopo La Forgia

A Dhamma Lhamma è vietato parlare, guardarsi negli occhi e scrivere. Io seguo le regole. Siedo in silenzio in mezzo agli altri, non guardo nessuno negli occhi e non scrivo.

Dhamma Lhamma non è né città né paese né villaggio. Sono tre edifici costruiti in mezzo a un altopiano himalayano. Dormitorio, refettorio e hall. La meditazione si svolge nella hall, è lì che io e gli altri passiamo la maggior parte del tempo. Una struttura di cemento armato con il pavimento in moquette verde e grandi finestre. Stiamo seduti a gambe incrociate su cuscini blu. Fa piuttosto freddo, non c’è riscaldamento, ma al mio terzo mese in Ladakh non ci faccio più caso. Gli altri nemmeno, tra le montagne ci sono nati.

Ci concentriamo sul respiro che accarezza il lembo di pelle tra labbra e narici, seguendo le istruzioni di una voce registrata. Cerchiamo di evitare che la mente si allontani. Ogni quattro ore di meditazione ce n’è una di pausa: o si mangia con lo sguardo fisso sulla parete in lamiera del refettorio, oppure, sdraiati sui materassi duri delle proprie stanze, si guarda fuori dalla finestra e si tenta di indovinare l’ora osservando la posizione del sole nel cielo. Qualcuno passeggia lentamente avanti e indietro tra il container del refettorio e il lungo parallelepipedo del dormitorio, guardando le impronte che lascia nella neve. Rimango a Dhamma Lhamma per dieci giorni, il tempo necessario a imparare la meditazione Vipassana.

Mi concentro sul respiro per svuotare la mente, ma questo è impossibile. La mente è sempre occupata da parole e da immagini; chi dice altrimenti è un bugiardo, o un cretino. Così, alla fine del primo giorno, piuttosto che cercare inutilmente il vuoto, scelgo un ricordo e mi concentro su quello.

Penso a quando, molti anni fa, sono andato in macchina ad Amburgo, da solo, per dimostrare a me stesso che potevo guidare per sempre senza riposarmi mai. Un’ingenua prova d’invincibilità, un viaggio eterno durato quanto la permanenza a Dhamma Lhamma, dieci giorni. La notte guidavo la mia Panda gialla sulle autostrade tedesche e per vincere la stanchezza mi concentravo sulla respirazione. Inspiravo, espiravo. Dopo le undici i limiti di velocità cessavano. Mi spostavo sull’ultima corsia di destra. Berline nere aggredivano l’asfalto a grande velocità. Pantere, o grossi gatti neri: sul bagagliaio la muscolatura tesa delle zampe posteriori, sul tettuccio la schiena curva nello sforzo della corsa, nei fari a led gli occhi lucidi che scavavano a fondo nella notte. Espiravo, inspiravo. Nella hall di Dhamma Lamma si sentono i versi di un animale, forse un felino. Un crampo mi costringe a stendere le gambe.

Il quarto giorno di meditazione allucino zampe di gatto che mi fanno il pane sulla cosce. “Dev’essere Clifford”, mi dico. Il mio gatto rosso, morto di cancro al fegato mentre ero in viaggio con la Panda. A Roma, quando tornavo tardi a casa, Clifford mi aspettava fuori dal cancello. Rientravamo insieme, Clifford mi seguiva in stanza e si acciambellava tra le mie gambe. Nelle giornate di pioggia rimanevamo svegli fino all’alba ad ascoltare il rumore degli pneumatici sull’asfalto bagnato. Mi mettevo a scrivere. Quando Clifford è morto non l’ho potuto seppellire. Ero a tremila chilometri di distanza, in un autogrill fuori Norimberga. Così avevo smesso di scrivere. “Senza Clifford è impossibile” mi ero detto.

Nei momenti di massima concentrazione la mente è così affilata da incidere piccoli tagli nel cervello. Da lì escono nuove allucinazioni. Mi ritrovo in sogni che osservo con l’attenzione della veglia ma che non posso controllare. Laghi con acque agitate o boschi neri. Il mio spirito migra, corre tra gli alberi, sentieri interrotti lo fanno perdere nella boscaglia.

 La gatta nera che interrompe le meditazioni col suo miagolio, soffia violentemente a tutti quelli che provano ad accarezzarla e di notte ruba il cibo dalle cucine. Solo da me si fa avvicinare: in un momento di pausa, mentre passeggio avanti e indietro tra la hall e il refettorio facendo la conta dei respiri. Non mi soffia, le accarezzo il corpo magro, le costole, le vertebre.

Comincio a portarle del cibo. Se non fosse vietato parlare, le direi: «Ti do io da mangiare. Non serve più che rubi, se ti beccano ti ammazzano». Lei mi mostra il suo riparo per la notte, nella fossa dietro al dormitorio dove sono accumulati i rifiuti. In una scatola di cartone, ci sono i suoi quattro cuccioli appena nati. Li tengo in braccio per un po’, fino a quando non ricomincia l’ora della meditazione. Vado a trovarli ogni volta che posso, solo io so della loro esistenza.

L’ultima notte, alla fine dei dieci giorni di meditazione, mi sveglio di soprassalto. Mi vesto ed esco. Vado dai cuccioli. Fa molto freddo, almeno venti gradi sotto zero. I gatti sono nel loro riparo approssimativo, la madre ne sta leccando uno sulla testa. Quando mi avvicino, smette di farlo per fissarmi. Vedo gli occhi nella luce dei bagni. “Domani ricomincerò a parlare”, penso. Faccio per accarezzarla sul collo, devia il mio gesto verso il cucciolo rosso che ha tra le zampe. È morto.

Vado ai bagni, prendo una pala, torno indietro, raccolgo il corpo rosso, lo metto dentro la mia giacca. La gatta non me lo impedisce. Dietro la hall c’è una collina, saliamo per un po’. Mi metto a scavare. Non ho i guanti, mi fanno male le mani per il freddo. La gatta mi osserva in silenzio.

Seppelliamo Clifford, mi siedo. La gatta si acciambella tra le mie gambe. Arriva l’alba, le montagne incombono come animali preistorici con le teste ficcate sottoterra. Appoggio la mano sul fianco della gatta e sento le ossa.

La mattina dopo, gli altri ricominciano a parlarsi e a guardarsi negli occhi. Io scrivo questa storia.


Jacopo La Forgia (1990) è fotografo e scrittore. Come fotografo ha pubblicato reportage su Venezia, sull’India, sulla Romania. Come scrittore ha pubblicato racconti su Nazione Indiana, Cadillac Magazine, CrapulaClub, Retabloid. Il suo primo romanzo, “Materia”, è uscito per Effequ nel 2019.

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