Il Sessantanove psichedelico italiano: differenze e coincidenze tra esperienze psichedeliche e mistiche



Cosa abbiamo da imparare dalla controcultura di metà Novecento: differenze e coincidenze tra esperienza psichedelica ed esperienza mistica.


In copertina E Nel TEsto, un’opera di Lorenzo Viani, da “Storie del novecento in Toscana” Una mostra in corso al Lucca CEnter of Contemporary Art (Lu.c.c.a)

 

di Andrea Cafarella

Il mio primo contatto maturo con il mondo degli psichedelici risale a poco tempo fa. Il che risulta strano in quanto i miei studi, iniziati anni prima, mi avevano già condotto a Mircea Eliade e a tutta la genia di autori che si sono occupati di sciamanismo e tecniche dell’estasi. Avevo letto i libri di Castaneda da ragazzo e quelli di Huxley. Conoscevo Burroughs. Avevo pure consumato dei “tartufi allucinogeni” da ignaro neodiplomato in quel di Amsterdam. Eppure, continuavo a percepire dentro di me una certa ritrosia o comunque una distanza. Un pregiudizio. Nonostante questo, mi sono sempre interessato a esperienze limite, di espansione dello stato di coscienza. Senza però mai trovare qualcuno con cui confrontarmi o che potesse davvero darmi una chiave di lettura valida che concretizzasse esperienzialmente le teorie che René Guénon enuncia nel suo Gli stati molteplici dell’essere (Adelphi, 1996). Rimasi quindi molto colpito quando due carissimi amici di una vita mi consigliarono la lettura di Sciamani (TEA, 2009) di Graham Hancock. Un libro tanto appassionante quanto controverso che ha il pregio di raccontare delle esperienze psichedeliche fatte personalmente dall’autore. Un uomo, nostro contemporaneo, la cui cultura affonda le radici in un modo di pensare tipicamente occidentale, razionale, positivista. La lettura mi sconvolse, qualcosa si mise in moto e da quel momento all’occasione di immergermi nel mio primo viaggio psichedelico ci volle solo qualche settimana.

Devo dire che l’impressione di quel periodo era proprio che stessimo scavando in un ambito di conoscenze proibite e occultate nell’ombra. Il potere rivelatorio di queste sostanze e il loro impatto inconsistente sulla nostra salute ce le mostravano come un tesoro enorme, la straordinaria possibilità di sviluppare un nuovo e diverso punto di vista da cui guardare il mondo che qualcuno, inevitabilmente, aveva voluto tenere nascosto.

Col senno di poi sarebbe ingenuo pensare di aver scoperto un segreto per pochi. Sarebbe più corretto dire che quel potere misterioso è venuto a noi in un più grande processo di riavvicinamento della cultura dominante al mondo degli allucinogeni, quello che oggi conosciamo come «Rinascimento psichedelico». Un grandissimo e rinnovato interesse che ha coinvolto studiosi di ogni tipo e di ogni regione del mondo occidentale. Un processo che lentamente vedeva i suoi frutti maturare anche in Italia. Lo possiamo osservare oggi in tutte le librerie, sfogliando l’ormai celeberrimo volume di Michael Pollan, Come cambiare la tua mente (Adelphi, 2019), in cui parte della storia del Rinascimento psichedelico ci viene raccontata con grandissima dovizia di particolari. Oppure possiamo esplorare attentamente i due volumi di Terapie psichedeliche (Shake, 2020) all’interno dei quali Giorgio Samorini e Adriana D’Arienzo tracciano l’intero panorama degli studi che coinvolgono gli psichedelici. Inoltre, tutta questa passione per l’argomento ha portato a importanti ripubblicazioni dei libri che hanno fatto da pilastri durante l’ondata psichedelica degli anni Sessanta e anche di quelli che hanno successivamente mantenuto vivo il lavoro di quel periodo, nonostante la demonizzazione mediatica degli allucinogeni e la loro conseguente scomparsa da tutti gli ambienti di ricerca. Cito qui alcuni dei casi più interessanti, come Moksha (Mondadori, 2018) in cui sono raccolti gli interventi di Huxley sull’argomento, in un pregiato lavoro curatoriale (sigillato – nell’edizione italiana – dall’illuminante prefazione di Edoardo Camurri); oppure i libri di Terence McKenna, pubblicati da Shake edizioni, cui si aggiunge quest’anno uno dei suoi testi fondamentali, Il cibo degli dei (diventato introvabile in italiano e riproposto da Piano B edizioni in una nuova traduzione e con una prefazione di Federico Di Vita); mi sembra importante anche il lavoro fatto sui testi di Artaud, sul famoso libro di Micheaux (riproposto da Quodlibet con una bella introduzione di Marco Belpoliti, col titolo: Conoscenza degli abissi) e ancora LSD (Giometti & Antonello, 2017, introduzione di Donato Novellini), il carteggio tra Albert Hofmann e Ernst Jünger (di cui ricordiamo, rispettivamente: LSD. Il mio bambino difficile e Avvicinamenti. Droghe ed ebrezza). 

La bibliografia che riguarda gli psichedelici, in pochissimi anni, si è estesa in maniera incredibile, diventando uno degli argomenti più discussi (per i più impazienti tra i curiosi, consigliamo anche una interessante rubrica pubblicata su Doppiozero, a cura di Marco Belpoliti: Paradisi Artificiali – qui il pezzo in cui racconta l’LSD). Il proliferare di nuove narrazioni e studi sull’argomento deriva anche e soprattutto dalla moltitudine di testi che negli anni Sessanta e Settanta avevano dominato gli scaffali e che per qualche decennio erano invece stati oscurati e dimenticati. Mi sembra importante qui segnalare anche il lavoro di Cesco Ciapanna, con la casa editrice omonima, i cui appena dodici libri pubblicati tra il ‘79 e l’83 – che oggi diventerebbero immediatamente dei classici – hanno conosciuto una sfortuna e un’indifferenza senza eguali. Basta cercare qualche articolo che lo riguarda per osservare l’asprezza con cui se ne parlava ai tempi. Un’asprezza che ha condotto Ciapanna a una immeritata morte misera, nell’isolamento totale dagli intellettuali di quegli anni. Tra tutti i suoi libri mi pare giusto menzionare Marijuana e altre storie scritto proprio da Cesco Ciapanna e Il fungo sacro e la croce di John Allegro – finalmente di nuovo reperibile in libreria nella nuova edizione Ghibli. 

Insomma, si tratta di un argomento estremamente controverso e variegato. Un intero universo stracolmo di riferimenti, dal passato più remoto al presente più prossimo. Per provare a orientarsi in questa moltitudine, consigliamo, al lettore attento e interessato, di utilizzare il prezioso sito web del buon Giorgio Samorini, dove è possibile trovare anche una bibliografia davvero imponente, ragionata e commentata, e una gran quantità di pdf di tutti quei testi, liberi da diritti, che purtroppo non è ancora possibile trovare in libreria (inoltre suggeriamo anche questo account instagram in cui sono raccolti diversi e interessanti volumi, più o meno rari, riguardanti la psichedelia in generale). 

Detto tutto ciò, sarebbe davvero impensabile e altresì insensato provare a raccontare in queste poche pagine la storia della psichedelia moderna. Vi basterà sapere che potremmo dividere questa storia in due momenti che qui chiameremo: la Rivoluzione psichedelica e il Rinascimento psichedelico. Alcuni fanno risalire l’inizio della Rivoluzione psichedelica al 16 aprile del 1943, quando Albert Hofmann assunse per sbaglio una piccola quantità di LSD-25 che gli era inavvertitamente caduta sull’epidermide della mano durante un esperimento. In realtà si tratta di un processo molto più lungo e complesso che vede la sua fine intorno agli anni Ottanta. Moltissimi addossano la colpa del drastico terminare di quel periodo a un tale Timothy Leary, uno dei primi a condurre esperimenti con gli psichedelici per l’università di Harvard e sicuramente l’attivista più famoso di quegli anni, nel contesto della rivoluzione psichedelica. Anche in questo caso la storia è straordinariamente più complicata e ricca, oltre che, molto spesso, ambigua e raccontata in modo generalmente controverso. Tuttavia, non siamo qui né per raccontarla né per esprimere giudizi in merito. Per farla breve: da un certo punto in poi gli psichedelici vennero totalmente oscurati dai radar, specialmente nell’ambito della ricerca; venne fatta una campagna denigratoria senza precedenti verso le sostanze e conseguenzialmente scomparirono anche i libri che ne parlavano da tutte le librerie. O quasi. Fortunatamente qualcuno (tra tutti, sicuramente Terence McKenna è il più illustre e, per l’Italia, il già citato Giorgio Samorini) ha continuato a coltivare questa lunga tradizione che, a ben vedere, affonda le sue radici nell’antichità arrivando fino alle origini della nostra Storia. Un lavoro silenzioso e occulto che ha fatto in modo di coltivare quei preziosi semi che hanno fatto nascere l’interesse dell’ultimo periodo, di cui ora possiamo raccogliere i frutti.

Oggidì osserviamo quello che è stato nominato Rinascimento psichedelico. Un processo di rivalutazione delle sostanze psichedeliche molto diverso da quello degli anni Sessanta. Tutta un’altra storia: da molteplici punti di vista. Sicuramente un movimento dall’aspetto più virtuoso e pacato e forse anche più condivisibile. Eppure, io credo che ci sia qualcosa di essenziale da imparare da quegli studiosi che a metà Novecento furono così stravolti dalla riscoperta di queste fantastiche sostanze. 

Timothy Leary, dopo il secondo arresto, dichiarò pubblicamente: «Non dico che dobbiamo smettere di studiare l’espansione della coscienza. Dobbiamo essere in grado di ottenere esperienze psichedeliche senza l’aiuto della droga. Create da soli le vostre esperienze psichedeliche e insegnate agli altri il modo di ottenerle. In questi ultimi cinque anni siamo stati testimoni di una rivoluzione psichedelica. Si calcola che centomila persone in America abbiano compiuto il viaggio senza tempo attraverso il proprio sistema nervoso. Il prossimo decennio sarà il più importante nella storia della mente umana. È importante rimanere calmi. La battaglia psichedelica è vinta. Io sono certo che per il 1970 trenta milioni di americani avranno parlato alle loro cellule» (Ugo Leonzio, Il volo magico). Sappiamo bene che la sua previsione era leggermente errata. In questa sua dichiarazione, però, Leary pone un problema fondamentale che ancora oggi non siamo riusciti a risolvere. Il dilemma che proverò a esporre in questo mio testo: l’esperienza psichedelica e l’esperienza mistica si equivalgono? Esiste quindi un’esperienza psichedelica senza l’uso delle droghe? In questa esplorazione ci faremo accompagnare da un grande studioso di quegli anni (ed è qui che emerge la lezione di quel periodo): Ugo Leonzio. E perché proprio Ugo Leonzio? Poiché, innanzitutto, ha scritto quella che Giorgio Samorini segnala come «la migliore esposizione di questi argomenti tutt’oggi disponibile in lingua italiana»: Il volo magico (Sugar, 1969; Einaudi, 1997; disponibile finalmente nella nuova edizione del Saggiatore, con introduzione di Agnese Codignola). Inoltre, useremo come testo-guida Il volo magico giacché Ugo Leonzio è stato anche uno dei pochissimi in grado di continuare il lavoro di Giuseppe Tucci nella curatela italiana del celebre Bardo Thödol. Libro dei morti tibetano (Einaudi, 1996), ovvero il libro più oscuro ed estatico dell’intera tradizione filosofica orientale. Questa sua enorme competenza in ambito mistico gli ha permesso di trattare l’argomento delle droghe, oltre che con una immane solerzia, anche con uno sguardo critico particolare e impareggiabile, dando una risposta univoca – quanto chiaramente personale e quindi parziale – alla domanda di cui sopra: l’esperienza psichedelica può permettere di raggiungere l’estasi mistica?

 

La nostra lunga storia enteogena

 

«Le prime tracce della cannabis si riferiscono alla Cina del periodo neolitico, intorno al 3000 a.C. Sembra che l’uso dei bastoncini e la coltivazione della canapa siano contemporanei» (Ugo Leonzio, Il volo magico). Di sicuro l’aspetto più interessante di questo libro è quello più essenzialmente storico. La storia [generale] delle droghe (sottotitolo del testo di Leonzio) accompagna l’intera Storia dell’umanità. Quasi ogni area geografica del globo, ogni popolazione, tutte le religioni hanno avuto dei contatti, più o meno prolungati, con una o più droghe e misture diverse. Il libro comincia appunto con un capitolo dedicato a Soma e Haoma, ovvero delle miscele di droghe così antiche e immerse nella tradizione esoterica e mistica da essere diventate per noi impossibili da individuare con precisione. A queste seguono la cannabis indica, l’oppio, la cocaina, la cosiddetta herbe aux sorcières, la mandragora, il betel, il katt e alcune bevande fermentate. Infine, vengono passati in rassegna tutti gli allucinogeni conosciuti in quel momento. Porli nell’ultima parte del volume ci pare sia una scelta non poco significativa, su cui concentreremo difatti tutti i nostri sforzi d’analisi. 

In questo lungo viaggio pieno di bellissimi spunti storici, spiccano, anche per lo spazio che viene loro concesso, testi di importanti intellettuali della modernità: da Baudelaire a Burroughs, da Michaux a Graves, fino ai famosi testi che Antonin Artaud scrisse durante il suo soggiorno messicano. Leonzio, a proposito di Artaud, scrive che «il peyotl entra così [tramite l’esperienza dell’autore francese], per la prima volta, nella cultura occidentale per uscirne il 4 marzo 1948, con la morte di Artaud. Nessuno studio etnologico, tuttavia, può spiegare meglio il problema della droga, droga come incantesimo e mezzo di conoscenza», delle sue stesse testimonianze. Solo per dare un esempio dell’importanza che Leonzio tende ad accordare ai suddetti estratti da lui selezionati e alle esperienze da cui provengono.

Ugo Leonzio, quindi, oltre che riuscire nella portentosa impresa di raccogliere la maggior parte delle testimonianze storiche dell’uso della droga da parte dell’uomo, costruisce una selezionatissima, eppure necessariamente incompleta, antologia di brevi testi che riguardano le droghe e i loro usi, regalandoci una costellazione preziosa, di stelle, da guardare con attenzione per tentare di stabilire una direzione verso cui incamminarci. 

«L’uso della droga ha lo scopo di sperimentare l’ascensione spirituale: volare, superare distanze immense, scomparire, sono alla base della ricerca estatica: sperimentare sul piano reale, carnale come ha detto Eliade, ciò che per la condizione umana è accessibile solo sul piano dello spirito». La questione mistica – questo ci preme individuare in questo ragionamento – è fondamentale, secondo Leonzio. È il centro della discussione. Non solo per quanto riguarda gli allucinogeni, «queste evasioni tossiche sono alla base di tutta la topografia mistica delle religioni orientali e della religione in genere, almeno nella sua formazione rudimentale». Torniamo qui al discorso che anche Graham Hancock porta avanti, quando, all’inizio del suo Sciamani, ipotizza il ruolo fondamentale che avrebbero avuto gli psichedelici nel momento della formazione della nostra coscienza, attraverso, appunto, l’estasi mistica, ovvero lo strumento ultimo di quell’arte fondativa dell’essere umano che è proprio l’arte di conoscersi. «Tutte le forme mistiche hanno usato, ai fini di provocare l’“estasi” o gli stati di beatitudine, metodi in grado di alterare la normale chimica del corpo. Le quaresime, i lunghi digiuni dei contemplativi di clausura impoverivano di vitamine il sistema nervoso, provocando una diminuzione dell’efficienza del cervello, in grado di provocare visioni. Le cerimonie medioevali dei Flagellanti utilizzavano per le battiture fruste di cuoio intrecciate con filo di ferro. L’atto della frustata liberava nel sangue grandi quantità di istamina e adrenaline, che insieme a varie sostanze tossiche prodotte dalle proteine in via di decomposizione, provocavano visioni simili a quelle degli stati schizofrenici. Il canto continuato, le cantilene interminabili del sacerdote sciamanistico, avevano come fine inconscio di aumentare la percentuale di CO2 nei polmoni e nel sangue. E ugualmente per gli esercizi orientali di respirazione». L’uso di sostanze psichedeliche sarebbe quindi solo uno degli strumenti da accostare alla pratica mistica, «non riteniamo che le droghe siano un surrogato per giungere all’estasi pura, un’alternativa al decadere della tecnica sciamanica», piuttosto una delle tecniche sciamaniche, oppure sarebbe meglio dire: una delle componenti di alcune delle tecniche sciamaniche. Pensiamo al tamburo, al canto e a tutti gli strumenti coinvolti nelle pratiche citate poc’anzi. Cosa sarebbe l’autoflagellazione senza flagello? Eppure, non basta un flagello per raggiungere l’estasi e la beatitudine.

 

Per un ritorno alla mistica psichedelica

 

Nella prefazione al libro di Alan Watts The Joyous Cosmology, come riporta Ugo Leonzio nel capitolo dedicato agli allucinogeni, ci si chiede: «Che cosa sono queste sostanze? Medicine, droghe, cibi sacramentali? È più facile dire che non sono niente di tutto questo. Non sono narcotici, non sono inebrianti, né eccitanti, né anestetici, né tranquillanti. Sono, piuttosto, delle chiavi biochimiche che possono rendere accessibili delle esperienze straordinariamente nuove per la maggior parte degli occidentali». Sicuramente grandissima parte degli studiosi e degli autori che si sono occupati di psichedelici condividono invece la convinzione che gli psichedelici siano una medicina, in grado di guarirci tutti dalla maggior parte delle malattie psichiatriche, dalle dipendenze e persino permetterci di attraversare il passaggio tra la vita e la morte con una maggiore serenità. E vi sono importanti studi al riguardo, sui quali si concentra la maggior parte degli autori che sono parte del Rinascimento psichedelico e della odierna ondata di interesse. 

In una interessante intervista di Federico Ferrari a Giorgio Samorini, pubblicata sul sito di Doppiozero, Samorini torna sul concetto con una grande capacità pragmatica: «Riguardo il concetto di “medicina psichedelica”», dice, «ho l’impressione che queste sostanze stiano percorrendo la medesima strada aperta dalla Cannabis, per la quale, dopo decenni di “formazione” a-scientifica, il riconoscimento sociale della sua utilità medica sta aprendo la strada verso l’accettazione sociale del suo impiego “non medico”». Esisterebbe quindi, secondo Samorini, una funzione medica possibile, il cui scopo definitivo, però, in sostanza, dovrebbe essere quello di creare «l’accettazione sociale» per consentire un uso delle sostanze che vada oltre la medicina. «È dunque presumibile», continua, «che arriverà un giorno, già scrutabile all’orizzonte, di rivalutazione degli psichedelici non solo come medicine, ma per quelle proprietà “rivelatrici della mente” e induttrici di consapevolezza per le quali da millenni l’uomo ne fa uso» vale a dire per quelle proprietà puramente mistiche in grado di fungere da mezzo perfetto per raggiungere l’estasi. 

Come dicevamo prima, però, non basta un flagello per raggiungere l’estasi tramite l’autoflagellazione. L’esperienza mistica pertiene a un certo rituale che è immerso nella vita stessa del religioso. Cosa che, per esempio, aveva sicuramente tentato di creare Timothy Leary durante l’esperienza di Millbrook: una torre doveva sempre essere presidiata da uno degli ospiti della residenza, egli consumava una dose di LSD e attendeva poi l’arrivo del nuovo presidiante. E questo avveniva perennemente, senza mai sosta. 

Lo stesso Leonzio, commentando un passo del fondamentale The God in the Flowerpot di Mary Barnard, scrive che «le sostanze psichedeliche possono produrre un’estasi simile, forse anche uguale, a quella descritta dai grandi mistici, ma non possono produrre vite religiose». Il misticismo sarebbe quindi un insieme molto complesso di strumenti e contesti in grado, allora sì, di produrre una vita religiosa. Tuttavia, anche su questo argomento bisognerebbe interrogare diversi autori, William James o De Martino, Ginzburg, Eliade e i tanti altri che hanno tentato di spiegare il misticismo. Troviamo molto utile un lungo pezzo che prova a esplorare la mistica psichedelica attraverso una grande varietà di testi e di riferimenti (tra i quali, soprattutto – prendendoli a funzione di faro – gli interessanti studi di Marco Vannini): «Psichedelia e razionalità: per un ritorno alla mistica» di Giovanni Ceccanti, pubblicato su L’indiscreto. 

In questa ricerca di una mistica, dicevamo, a parer nostro e discordando dai molti che ne hanno un’opinione davvero singolare, Timothy Leary e i suoi colleghi sono stati esemplari, assieme chiaramente a Huxley e molti altri. Lo dimostra chiaramente quello che è il frutto, ormai maturo, dell’esperienza di Millbrook: L’esperienza psichedelica. Manuale basato sul Libro Tibetano dei Morti, pubblicato in Italia nel ‘69, lo stesso anno de Il volo magico, e sempre da Sugar edizioni. Questa coincidenza, unita al legame a doppio nodo con il Bardo Thödol, rende davvero significativa questa data specchiata, gemella. Potremmo definire il Sessantanove come l’anno della mistica psichedelica in Italia. Poiché questo libro di Timothy Leary, Ralph Metzner e Richard Alpert (conosciuto oggi come Ram Das) è la traduzione vera e propria del Bardo Thödol in funzione dell’esperienza con gli psichedelici – ma aggiungerei: l’esperienza con gli psichedelici per un occidentale

Tutte le edizioni del Bardo Thödol contengono una grossa mole di note, utili a spiegare e sciogliere alcuni enigmi. Non solo per quanto riguarda la lingua ma anche per ciò che concerne il sistema di simboli a cui fa capo il testo. Dobbiamo guardare all’apparato testuale del libro di Leary e compagni allo stesso identico modo. Una limpida glossa che possa aiutare a leggere il Bardo Thödol in funzione dell’esperienza psichedelica. In tal modo esso diventa il primo libro moderno di mistica psichedelica.

«L’esperienza psichedelica», scrivono gli autori nell’introduzione, «è un viaggio in nuovi regni di consapevolezza. Lo scopo e il contenuto di tale esperienza è senza fine, ma i suoi tratti caratteristici sono la trascendenza dei concetti verbali, delle dimensioni di spazio-tempo, e dell’ego o identità. Queste esperienze di allargamento della consapevolezza, possono svolgersi in una messe di modi diversi: la privazione sensoria, gli esercizi yoga, la meditazione disciplinata, l’estasi religiosa o estetica, o possono accadere, altrimenti, spontaneamente. In tempi più recenti esse sono divenute disponibili a tutti mediante l’ingestione di droghe psichedeliche quali lo LSD, la psilocybina, la mescalina, il DMT, ecc». Anche per i tre ricercatori di Harvard, quindi, le sostanze sono solo uno degli strumenti per ottenere l’esperienza psichedelica, uno dei tanti modi che da sempre l’uomo sperimenta per allargare la coscienza e raggiungere l’estasi mistica. Per Timothy Leary – e forse questo era proprio il problema ma anche quello che abbiamo da imparare da lui – l’esperienza psichedelica autentica è solo l’esperienza mistica. Diventa allora una questione politica: è chiaro e ovvio che – trattandosi di una questione che riguarda tutta la vita poiché per raggiungere la vera estasi, l’illuminazione, come dicevamo prima con Leonzio, bisogna vivere una vita religiosa e, viceversa, essa produce necessariamente una vita religiosa – l’esperienza mistica autentica non può convivere di certo con lo stile di vita che ci impone la nostra società contemporanea.

«La scoperta della nuova droga [LSD 25] ha provato che delle sostanze chimiche possono provocare, in dosi minime, distorsioni mentali e sintomi visionari simili alle psicosi naturali e alla schizofrenia, ha stimolato le ricerche sulla chimica del sistema nervoso e sulla connessione delle cellule. Ma la schizofrenia ha troppi punti di contatto con le manifestazioni di estasi mistica, perché qualcuno, al di là degli studi sulle percezioni anormali – deliri, allucinazioni, spersonalizzazioni – non decidesse di trasformarsi in apostolo di quella “mistica psichedelica” proposta da Aldous Huxley che sembra spesso coincidere con una lotta contro la massificazione». Ed ecco che Leonzio (così come Carlo Mazza Galanti in una splendida lettura – di cui parleremo più avanti – del libro di Michael Pollan), individua il problema vero e proprio. Il problema non è tanto l’idea che per raggiungere l’estasi bisognerebbe seguire la via della «mistica psichedelica» proposta da Huxley. Il problema sorge quando essa vuole sopravvivere in questa società, la società di massa. Il mistico è un pazzo. Il mistico è uno che si chiude in una villa di New York e invita una serie di intellettuali convinti di essere antropologi di un altro mondo e di star creando un nuovo paganesimo. 

A molti sarà sembrato folle, a tantissimi sembrerà folle tutt’oggi. Eppure, non abbiamo forse bruciato Giordano Bruno, noi? 

Ripeto, sono dell’idea che sospendere il giudizio sia un ottimo punto di partenza, soprattutto in questo caso, per interrogare la verità e, in qualche modo, venire a capo di qualcosa, di un’idea, una direzione apparentemente sensata. 

un’opera di Lorenzo Viani, da “Storie del novecento in Toscana”, una mostra in corso al Lucca Center of Contemporary Art (Lu.c.c.a)

Nella conoscenza è la salvazione

 

«Riprendendo i consigli di Aldous Huxley, Leary ha assunto come manuali psichedelici il Libro tibetano del morto e il Tao Te Ching» segnala lo stesso Ugo Leonzio, quando parla delle implicazioni mistiche, appunto, dell’esperienza psichedelica. Tuttavia, non è ancora chiaro cosa effettivamente differenzia, o potrebbe differenziare – ammesso che una differenza ci sia – l’esperienza psichedelica e l’esperienza mistica. E cosa, quindi, potrebbe farle forse coincidere. Non basta di sicuro inventarsi un rituale.

Proviamo a interrogare ancora il manuale di Leary. Vi è una parte iniziale molto interessante, nella quale vengono omaggiati tre grandi pensatori che si sono occupati del Bardo Thödol: Walter Evans-Wentz (colui che introdusse il libro in Occidente), Carl Gustav Jung e il lama Anagarika Govinda. Attraverso di loro e illuminati dal pensiero di Huxley (cui il libro è dedicato) i tre ricercatori riescono a fare emergere dei concetti fondamentali nell’interpretazione di questo libro misterico – oltre che una brevissima storia della sua analisi – in modo sorprendente. (Se ne consiglia quindi la lettura anche a tutti coloro che sono appassionati di cultura orientale, in generale, e del Libro dei morti Tibetano in particolare. Oltre che a tutti quelli che vorrebbero ardentemente avere un’esperienza psichedelica e mistica).

Mi sembra davvero utile, al momento e per il ragionamento che stiamo conducendo, l’appello che si trova nell’omaggio – forse il più sentito dei tre – al lama Govinda: «Il momento attuale è critico (come il lama Govinda sottolinea) per la storia dell’umanità. Ora, per la prima volta, possediamo i mezzi per fornire l’illuminazione a qualsiasi volontario preparato». È importante in questo passo notare che, persino nel più irriverente e sfrontato dei casi (come si potrebbe considerare quello dei tre autori di questo libro), viene posta come centrale la necessità di una preparazione, una conoscenza. Viene detto palesemente: «possediamo i mezzi per fornire l’illuminazione a qualsiasi volontario» ma purché sia «preparato». E i tre autori lo dimostrano già con il loro aver affrontato uno studio così approfondito dei testi più occulti della filosofia orientale. Leary, Metzner e Alpert erano molto preparati. Non erano assolutamente degli sprovveduti o dei folli. Non bastava infatti il rito, non bastava inventarsi una torre, dove morire e perdere la propria identità, per poter rinascere. Serviva la conoscenza. Bisognava leggere i testi antichi e prepararsi all’estasi tramite la consapevolezza e il rituale: produrre una vita religiosa, nel vero senso della parola.

«È chiamato “Il libro che conduce alla salvazione dall’esistenza intermedia per il solo sentirlo recitare” perché anche coloro che nutrono nella loro coscienza fini egoistici possono essere liberati ascoltando. Se udito una sola volta, potrà essere efficace perché se anche non verrà compreso, verrà ricordato durante lo stato psichedelico, perché in tale stato la mente è più lucida. Dovrebbe essere letto a tutti i viventi; dovrebbe essere letto accanto ai dormienti; dovrebbe essere letto ai morenti; dovrebbe essere trasmesso per radio». Quei tre ricercatori di Harvard, non dicevano affatto che bisognava offrire a tutti una porzione di LSD di dubbia provenienza all’angolo di una strada losca, da consumarsi preferibilmente in un luogo inadatto, per necessità più che per una vera e propria ricerca. Dicevano di leggere il Bardo Thödol, prima, dopo e durante l’esperienza. Di leggerlo alla radio, dicevano. È vero che si prospettavano una liberazione per tutti che passasse dal viaggio psichedelico ma che fosse accompagnato perennemente dallo studio, cui partecipassero necessariamente i testi fondamentali della tradizione mistica, tra i quali, anche e soprattutto il Bardo Thödol. Il messaggio intrinseco è che bisogna essere preparati per comprendere l’estasi e l’illuminazione che ne può conseguire se si è in grado di riportare l’esperienza nella vita.

Leonzio ci mostra esattamente le due ambigue facce di questa medaglia: «a sostegno degli aspetti mistici dell’LSD, alcuni buddisti affermarono che il “satori” o illuminazione dello Zen è simile alla esperienza provocata dall’LSD. E Arthur Koestler, dopo un esperimento con la droga, la definì “Zen istantaneo”», e ancora: «inevitabilmente, lo studio delle tecniche psichedeliche ha portato i ricercatori ad approfondire lo studio della filosofia orientale e dei suoi rituali (“Sii morto, completamente morto, e agisci secondo il tuo volere”, prescrive lo Zen), come ad accogliere a testo-guida il Libro tibetano del Morto, breviario di psicopompia orientale». 

Leonzio però non si trova d’accordo con Timothy Leary e compagni e infatti scrive poco dopo che «questi testi mal si adattano all’uso occidentale». «È ancora da trovare», continua Leonzio, «un rituale nuovo che permetta di vedere in una “dimensione cosmica” l’opposizione del gioco contro il non-gioco, del comportamento contro la coscienza, del sistema universale cervello-corpo contro la mente culturale, dell’io contro la specie. Spesso, anche al di fuori di ogni droga, la necessità di liberarsi da queste strutture costrittive si manifesta come pura “trasgressione”, distruzione generica di ogni tabù sociale che varia da gruppo a gruppo. Trasgressione qui significa esprimere un’esperienza in cui la coscienza fondamentale dell’io viene sottoposta ad una decisiva trasformazione». La critica di Leonzio è di certo pratica e si ricollega a quanto Carlo Mazza Galanti notava a proposito dell’acclamato libro di Michael Pollan nel suo pezzo «Inganno psichedelico». Analizzando il grande omaggio che Pollan tenta di fare alle terapiche psichedeliche, Mazza Galanti nota una mancanza di visione molto significativa, un inganno, appunto: «Correggere i sintomi individuali di un male sociale significa niente di meno che una fuga in avanti. La quale fuga, pur se non riproducesse e incrementasse ingiustizie già esistenti, sarebbe comunque soltanto una toppa piazzata sulla chiglia di una nave che fa acqua da ogni parte» e incalza dopo qualche riga «non mi sembra un caso, in quest’ottica, che la grande parentesi controculturale degli anni sessanta venga alquanto sottovalutata, a favore di una disanima al contrario dettagliatissima della ricerca medica intorno alle molecole in questione». Mi sono trovato quindi ancor più d’accordo quando Mazza Galanti si lancia in un avvertimento che trovo davvero giusto e necessario: «Il rinascimento psichedelico odierno», dice, «rischia seriamente di realizzare questo tipo di immaginario correggendo tutte le distorsioni e i disagi psichici prodotti da una società che nessuna forza sembra più capace di mettere seriamente in discussione». Il problema, il rischio è che si perda di vista il fatto sconcertante degli psichedelici: l’esperienza psichedelica è l’esperienza mistica perché l’unica esperienza psichedelica che abbia senso deve necessariamente farsi esperienza mistica. Ed è per ciò che non può avere luogo nel connubio con la società – come ci ricorda Mazza Galanti. Noi immaginiamo le leggende sulla Silicon Valley con l’idea di un gruppo di capitalisti in giacca e cravatta che ingurgitano pasticche per fare più soldi, lavorando per più tempo e più velocemente. E per alcuni sarà sicuramente così. Mentre altri, più preparati – che magari quei soldi li hanno usati per leggere alcuni dei libri fondamentali di cui parlo o per avere un maestro – chissà, magari alcuni di loro avranno pure raggiunto l’estasi mistica. Eppure, anche loro, inutile dirlo, non hanno luogo in questa società (in modo inverso rispetto agli attori della controcultura degli anni Sessanta). Uno dei problemi centrali della mistica è il sopravvivere in questa società. Non è un caso, a mio parere, che molti grandi illuminati contemporanei siano uomini molto ricchi o lo diventino. In un modo o nell’altro il mistico è sempre fuori dalla società, solo che oggi deve necessariamente elevarsi, prima, economicamente. Oppure escludersi e perdere parola. La comunità globale dell’Occidente non è in grado di accogliere il senso di una vita religiosa né la funzione essenziale del mistico, etichettandolo spesso come psicopatico, con una conseguente reazione che oscilla tra l’emarginazione e la soppressione del suo “potere”.

«Anche se l’uso dell’LSD può raggiungere i risultati dell’arte mistica dell’Estremo Oriente, in cui non esiste distinzione tra ciò che una cosa è e ciò che essa significa, sarà sempre una fede preventiva a situare i significati del “Tutto”» e sarà quindi impossibile, senza una fede – una fede autentica, prima ancora che religiosa nel senso moderno del termine – raggiungere la vera estasi, capace di illuminare per sempre il mistico e la sua coscienza ormai infinita. Una fede da coltivare necessariamente con l’impegno del religioso, dell’eremita, del maestro spirituale; una fede che può essere anche innata e forse inconsapevole ma che difficilmente potrebbe accettare i tanti compromessi che la società dell’immagine e dello spettacolo ci impone di fare ogni giorno.

Andando avanti nella nostra analisi, «per ritornare alle analogie degli stati mistici con quelli provocati da sostanze psicodislettiche e le psicosi endogene, il fenomeno più inspiegabile consiste non nelle differenze fra i vari stati, ma – come ha fatto notare Sherwood – nella stupefacente somiglianza tra percezioni prodotte dalle esperienze visionarie. Sherwood ha concluso che è una medesima realtà che viene percepita in ogni manifestazione. Questa ipotesi, non appoggiata da alcuna spiegazione da parte della psicofarmacologia o della biochimica, ripropone in modo sconcertante il problema del “luogo” mistico». Il succo proibito del discorso è che forse effettivamente c’è una somiglianza. Voglio dire che potremmo ipotizzare che: tutti coloro che hanno avuto un’esperienza psichedelica sono stati davvero nel «luogo» mistico, in uno stesso luogo. Luogo che potrebbe quindi essere il medesimo spazio dei sogni, delle allucinazioni, delle visioni (in questo senso mi sembra interessante indicare anche la lettura di Allucinazioni di Oliver Sacks). L’ennesima somiglianza tra esperienza psichedelica e mistica sarebbe quindi il luogo, lo spazio che potrebbe essere raggiunto durante il viaggio. Uno spazio altamente simbolico e metafisico la cui percezione è totalmente soggettiva.

Quanto fa la differenza, nell’esperienza mistica tradizionale, è sicuramente il tipo di lettura, di interpretazione – derivata dalla conoscenza che possediamo, dal punto di partenza – la comprensione di quanto vediamo, sentiamo ed esperiamo in questo stesso spazio di cui si diceva. D’altronde anche in tal caso Leary, Metzner e Alpert sembravano averlo intuito: importanza fondamentale nel loro manuale hanno la fase precedente e la fase successiva al viaggio psichedelico, come momenti, prima, di acquisizione degli strumenti per interpretare e, dopo, di concentrazione e introspezione di questi stessi strumenti per trarne un insegnamento che sia possibile portare con sé, dentro il proprio Sé più profondo, cambiando letteralmente la vita del viaggiatore. 

In pratica: la conoscenza di questo luogo – da parte nostra o della nostra guida – potrebbe davvero fare la differenza e modificare l’esperienza stessa, farla rilucere di quel biancore classico che hanno questo tipo di rivelazioni, la luce bianca dell’illuminazione, del «satori» Zen. Il volo magico diverrebbe allora il volo verso il sole, reso possibile solo tramite la conoscenza del sole stesso, delle proprietà del nostro corpo e delle nostre ali. 

 

«C’è una diversità di fondo, proprio nell’atteggiamento del mistico» ci ricorda nuovamente Ugo Leonzio nelle ultime righe del suo libro. Differenza che è stata sottolineata da Herbert Fingarette in The Ego and Mystic Selfssness di cui Leonzio ci riporta un breve passo: «Per lo psicanalista, l’insistenza del mistico sulla perdita dell’Io o identità, può anche suggerire che si versi in una confusione psicotica fra realtà esterna e interna, con la conseguente perdita dell’identità personale, come nell’allucinazione o nelle illusioni paranoidi». In altre parole, dice Fingarette: in una società che non comprende gli stati dell’essere del mistico come possibili né tantomeno necessari, socialmente parlando, il mistico non può sopravvivere, poiché alcune sue percezioni potrebbero essere scambiate per quelle di un pazzo. «Ma i grandi mistici, lungi dal mostrare una confusione fra l’Io e l’ambiente, agiscono con grande efficacia e con acuto senso delle realtà sociali. L’Io, il Sé, che va smarrito nell’illuminazione mistica, non è quell’Io – o Sé – necessario all’esecuzione pratica dei propri compiti». Lo ripete quindi anche Fingarette; il vero problema, per il mistico che ha raggiunto l’estasi e l’illuminazione, sarebbe il fatto che non potrà mai vivere come viviamo noi e nemmeno in mezzo a noi, poiché sembrerebbe un folle, non potrebbe mai accettare l’ipocrisia di questa società. Noi stessi facciamo un’enorme fatica nel concepire che «La morte dell’Io, che dovrebbe precedere lo stato di “satori”, è per il mistico solo la morte della personalità, preoccupata della propria immagine; non l’eliminazione del livello cosciente; al contrario, [è] la sua elevazione». Il mistico non muore – nell’esperienza psichedelico mistica – per «staccare il cervello», per scordarsi di sé per qualche tempo e poi tornare alla pratica dell’apparire. Il mistico muore per rinascere. Totalmente diverso. Sempre diverso: illuminato, per essere un uomo nuovo, un mago. L’esperienza psichedelica diventa quindi un viaggio mistico verso la luce, fino alla salvazione che deriverebbe dall’ascolto profondo del Bardo, per produrre una vita davvero religiosa e una coscienza nuova e senza fine. L’esperienza mistica è quella di Giordano Bruno; forse – ci consiglia sempre Mazza Galanti – può tradursi in quella versione politica che aveva iniziato a progettare Mark Fisher quando scriveva il suo «Acid Communism». L’esperienza mistica è il contatto con il sacro, attraverso il rituale che nasce da una fede alimentata dalla pura conoscenza, dal sapere che deriva da una pratica intensa e senza fine. L’iniziato sa di non poter mai arrivare a una risposta definitiva. Bisogna sapere di non sapere. La consapevolezza è tutto. Personalmente l’ho scoperto in un anfiteatro eretto davanti al mare, perdendo coscienza del mio Io e affidandomi all’immagine di un amico che si era tramutato in aquila, pregando con le lacrime che non piovesse, passando dall’astrazione più assoluta alla paura di non poter tornare in me. Dormendo e morendo. Questa è la differenza tra la mia prima esperienza da sprovveduto turista dell’ignoto e quel volo magico compiuto a gambe incociate nel posto che più sento come casa in questo mondo. Ho imparato che per volare bisogna essere pronti a non essere mai pronti. Questo è il messaggio del Sessantanove psichedelico italiano: un anno magico, di testi sacri e voli psichedelici, durante il quale si è tentato di raccontare l’altrove invisibile e così creare le ali grazie alle quali compiere il volo mistico e, forse, raggiungere l’inesplicabile universo che dimora nelle profondità di ognuno di noi.


ANDREA CAFARELLA (MESSINA, 1989) HA VISSUTO E STUDIATO TRA ITALIA, FRANCIA, SPAGNA E STATI UNITI. NEL 2015 SI SPOSTA A ROMA PER LAVORARE NEL CAMPO DELL’EDITORIA. FINO A DICEMBRE 2019 HA LAVORATO COME LIBRAIO. COLLABORA ABITUALMENTE CON CATTEDRALE – OSSERVATORIO SUL RACCONTO, ALTRI ANIMALI, CRAPULACLUB E STANZA251 DOVE SCRIVE NARRATIVA E CRITICA LETTERARIA. HA PUBBLICATO RACCONTI E POESIE ANCHE SU NAZIONE INDIANA, LAHAR MAGAZINE, IL FOGLIO CLANDESTINO E ALTRI. INOLTRE, HA CURATO L’INTRODUZIONE A CONTROCIELO DI RENÉ DAUMAL, TITOLO CHE DA IL NOME ALL’INTERA COLLANA DI POESIA DI EDIZIONI TLÖN.

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