Il sex work è un lavoro come gli altri?

Sarebbe ora di ammetterlo senza più moralismi, la libera volontà delle persone di sostentarsi facendo mestieri che comprendono anche la sfera sessuale non è “sbagliata” né motivo di vergogna. Eppure in film, serie TV e racconti popolari lo stigma verso chi si prostituisce, o si offre per pratiche che hanno a che fare con la sessualità, è ancora molto presente. 


In copertina e nel testo: opere di fred yates

di Sofia Torre

Ecco come è rappresentato il sex working e la prostituzione oggi. Roma, quartiere Parioli, Ludo e Chiara sono due graziose liceali che decidono di diventare escort per il piacere di trasgredire. Nonostante le accuse ricevute dall’audience statunitense secondo il National Centre On Sexual Exploitation il telefilm di Netflix avrebbe la colpa di rendere glamour la prostituzione minorile e di normalizzare l’abuso e il traffico sessuale dei minori , la serie Netflix Baby non si differenzia dal cinema tradizionale per come affrontata la questione del sex work.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, il giro delle baby squillo dell’alta borghesia romana non è così stridente. In Baby, l’azione avviene fra discoteche chic, bar scintillanti popolati di camerieri eleganti e licei i cui studenti portano una divisa perfettamente stirata, non hanno mai preso un autobus e probabilmente non hanno idea di come si lava un piatto. In fondo, in un ambiente come questo, la prostituzione sembra l’unico lavoretto possibile ve li immaginate dei pariolini a fare volantinaggio o a strappare i biglietti del cinema? Eppure, nelle scene che entrano nel merito, le luci si abbassano, i colori freddi regnano sovrani, l’atmosfera si fa cupa. Il senso di gravità permea l’attività sessuale, che si svolge senza naturalezza, rigida e immutata, scena dopo scena. I corpi degli attori si sfiorano appena, il piacere non viene quasi mai messo in scena, l’unica posizione pensabile è quella del missionario, come a suggerire un’operazione dolorosa da svolgere nel minor tempo possibile: fare sesso, per le protagoniste di Baby, equivale a farsi togliere un dente. Un atto contrapposto alla tenerezza degli approcci “spontanei”: i primi baci davanti all’aula di matematica, tenersi la mano alle feste. Bisogna procedere per gradi, sembra affermare la sceneggiatura di Baby, e soprattutto bisogna farlo gratis. 

Ed ecco un altro esempio. Studentessa di Psicologia e maniaca del controllo, Tiff è la mistress part-time a domicilio protagonista di Bonding, scritta e prodotta da Righton Doyle per Netflix. In maniera non dissimile da Baby, Bonding racconta la redenzione e la rinascita di una ragazza attraverso un tortuoso rapporto con i legami e la sessualità, per redimersi tramite la relazione ordinaria, monogama e rassicurante a cui ambisce. Nonostante gli appuntamenti con appassionati di bdsm siano vari e frequenti, solo quando la ragazza partecipa a un appuntamento col suo coetaneo fidanzatino lo spettatore conosce “la vera Tiff”. Il sex work è un modo di manifestare cinismo, è il risultato di traumi non superati, è il prodotto malato di mancanza di amore e paura dell’abbandono. 

Facciamo un salto nella cinematografia del passato, quella di culto. Pretty Woman, finto film da donne, successo al botteghino del 1990 secondo solo a Balla coi Lupi, è la parabola ascendente di Vivian, mancata fotomodella assai pudica che passa da un tipo di contratto sessuale a un altro, vale a dire, dalla prostituzione al matrimonio. Per tutta la durata di Pretty Woman, Vivian sfoggia un senso di vergogna profondo, ancestrale, che le impedisce di baciare sulle labbra i clienti e che la porta a piegare con voluttuoso imbarazzo la splendida testa riccia davanti alle commesse di Calvin Klein che non la vogliono nella loro boutique, “come se non fossero molto più t**** di lei!” commenteranno poi Romy e Michelle nell’omonimo film. Vivian deve la sua fortuna a Edward, principe azzurro-uomo d’affari che la salva dalla strada, prendendola per mano e spalancandole le porte della carriera passiva della buona moglie, colei che sa stare a tavola, fare conversazione a un tono di voce convenientemente basso, abbinare scarpe e cappello rigorosamente firmati.

La sceneggiatura originale di Pretty Woman prevedeva una Vivian tossicodipendente, che, per portare a termine l’ingaggio motore della storia, avrebbe dovuto accettare di non drogarsi per una settimana. Questa caratteristica viene però tagliata dall’operazione simpatia di Laura Ziskil, produttore esecutivo. In fondo, dal sesso ci si può sempre redimere, dalla droga no. La celebre prostituta, interpretata da Julia Roberts, è schiva, timida, dotata di un’eleganza naturale da cerbiatto, è alta e magra, bella nella maniera più classica e conformista del termine. Una prostituta BBG – Big Beautiful Girl -, tipologia di donna (e di prostituta) certamente altrettanto comune e richiesta, avrebbe fallito nell’impresa simpatia in cui è così importante essere la versione in (poca) carne e ossa delle principesse Disney. A Vivian basta una sola settimana per l’abiura di sé e l’ottenimento dell’autorealizzazione nelle braccia di un uomo, una non tanto implicita allusione al fatto che quello che sta facendo non è certo un lavoro vero. Il sesso offerto agli occhi della sala è dolce, delicato, normale in maniera rassicurante, spiega Vivian al telefono alla sua amica, a cui racconta la nottata nei toni pastello della più tenera storia d’amore. In effetti, raccontare l’attività sessuale comporta un certo pudore, suggerisce la telefonata di Vivian, sommessa ed educata, e il sesso stesso è trattato come non fosse un’attività professionale di tutto rispetto, ma una scappatella di qualche notte con una ragazza ingenua a cui, per pietà, si concede una mancia. Prostituirsi non è un lavoro, l’autorealizzazione può arrivare solo quando si abbandona il vizietto, che paga poco, sembra suggerire la vita da call girl precaria e costellata di minacce di Vivian. La bellissima giovane si procaccia i clienti direttamente sulla strada, senza poterli davvero selezionare, e, nonostante non ci siano evidenti scogli linguistici – Vivian è evidentemente cittadina americana – e nonostante la giovane call girl sia molto carismatica e piacevole, la sua carriera sembra non avere possibilità di decollo. Eppure, generalmente, se si ha l’aspetto di Julia Roberts e la furbizia del personaggio da lei interpretato è molto più semplice scalare la “troiarchia”- come la definisce Emily Smith in Sex Work Has a Class Problem – e passare da call girl di strada ad escort di alto livello, con stipendi a sei cifre da sventolare in faccia agli uomini d’affari con la pretesa di salvarti.

Il cammino di Julia Roberts sembra quasi scimmiottare la morale cristiana: il calvario trascorso sulle strade rappresenta l’inevitabile fatica e il dolore del percorso verso la salvezza, rappresentata da un uomo e/o da un lavoro diverso. Alla fine di Pretty Woman anche Kit, l’amica e collega di Vivian, potrà studiare da estetista, sarà salva – ma non graziata dalla sontuosa ricchezza che si appresta a investire Vivian (in fondo, è pur sempre una tossicodipendente). Esiste, quando si parla di prostituzione, uno stigma, in nome di quello che viene narrato come “etico” da oscurare completamente il vero punto in questione, ovvero che il lavoro sessuale esiste a prescindere dalle convulsioni morali altrui, ed è strettamente gerarchico e profondamente differenziato al suo interno, come tutti i mercati del lavoro. La prostituzione, al pari del lavoro di fabbrica, del facchinaggio e della raccolta di frutta, è biolavoro, coinvolge il corpo e il suo utilizzo nel suo senso più stretto. Soprattutto, quando si è una callgirl come Vivian, il lavoro in questione è un biolavoro usurante, come succede quando ci si trova ai gradini più bassi della scala professionale, un po’ come essere l’ultimo dei lavapiatti sfruttati in un ristorante di lusso. Assumere questa prospettiva, facendo di tutte le categorie e gli status di prostituzione un unico fascio, significa anzitutto asserire che le classi sociali non esistono. Il terreno di scontro ideologico finisce quando mondo materiale e immaginario politico si incontrano e devono venire a patti con la realtà: le prostitute sono lavoratrici esistenti, esseri umani qualsiasi con un volgarissimo problema di sussistenza. Il punto non è che la questione piaccia o no, ma come rendere le condizioni di questo lavoro dignitose, e una rappresentazione pietistica, oltre che completamente sbagliata, non è certo una risposta soddisfacente.

The Deuce-La via del porno, che reca la stessa firma dell’acclamato The Wire, racconta la vicenda di Candy, prostituta che rifiuta un protettore ed è per questo costretta a ripiegare sul mercato nascente che concerne la produzione del materiale pornografico. Nonostante l’ultima fatica di David Simon si riveli perfettamente efficace nel raccontare la dialettica tra i generi nel capitalismo sfrenato, non è immune dal seminare un senso di pericolo che non tiene completamente conto di quanto la prostituzione sia variegata e composta di storie felice, rivalse e in alcuni casi, anche di ingenti guadagni. Nella vita di tutti i giorni, storie tragiche di lavoratrici senzatetto si intrecciano a vicende di studentesse che arrotondano con fotografie per amanti del bizzarre e del fetish e ai successi di imprenditrici di un servizio di extralusso con tacchi Jimmy Choo da settecento euro, o di stile Bella di giorno che cercano di combattere la noia e la depressione prostituendosi senza guadagnarci davvero. Le prostitute della narrazione mainstream abbandonano il sex work e solo allora si imbattono nella cosiddetta autodeterminazione, che dovrebbe essere totale sottrazione da qualsiasi logica di uso e di scambio, ma che non tiene conto della libera volontà e del libero arbitrio di chi decide di adottarla, questa logica. È evidente la pruderie di fondo di chi si ostina a negare che quella della prostituzione è una cornice fatta della razionalità delle donne, degli uomini e di tutti/e i lavoratori/rici che si offrono su questo mercato. L’argomento “sesso” tira abbastanza da non essere considerato una libera scelta, se menzionato accanto a “pagamento”. 

Il fatto che Kit di Pretty Woman sia costretta a svolgere un lavoro – l’estetista – che apparentemente non sembra aver scelto e a considerarlo una salvezza dalla prostituzione, ci dice molto su come venga considerato il lavoro in astratto: salvifico, terapeutico, necessario. Che ricostruire unghie o strappare peli sia meno mortificante del concedere alcune zone del proprio corpo non è un assunto opinabile per il pubblico di Pretty Woman. Che sia solo una faccia dell’ideologia che ci costringe a trovare un’attività stipendiata che ci legittimi a sopravvivere, che sia necessario trovare una specialità pagata con cui riempire il poco tempo che abbiamo a disposizione mentre siamo in vita, è una considerazione troppo amara per un film da grande distribuzione.

Come riportano Giorgia Serughetti e Monica Luongo sulla rivista Leggendaria, n 122, citando Maledetti vi Amerò di Marco Tullio Giordana, “L’erotismo è di sinistra, la pornografia è di destra. Anche la penetrazione è di destra, i preliminari invece sono di sinistra – tranne che per il pompino che, invece, è di destra”, quello che conta sono le definizioni. Certo, sarebbe ottimista presumere che sottoculture, identità di genere marginali e desideri difficili da raccontare trovino spazio e rappresentanza nel cinema mainstream. Tuttavia, se si decide di assumere come assunto che il compito dell’arte, anche di quella più leggera e popolare, sia quello di costituire uno spunto di riflessione e di rappresentare una reazione alla società, è inevitabile notare, quanto, invece, finisca per incorporarne le norme. Secondo Pierre Macheray una norma è una forma di legalità che è stata naturalizzata in modo da poter essere immediatamente collegata ai corpi a cui si applica. In questo caso, i corpi in questione sono quelli delle donne, degli uomini e dei soggetti trans che si prostituiscono, e la norma è che la prostituzione sia sempre una scelta obbligata, necessariamente negativa. Le norme producono un campo d’intervento in cui non c’è scampo per individui pre-esistenti, che, come dice Althusser, sono sempre già-soggetti delle norme, senza volontà e desideri da imporre, ma solo aspettative dell’immaginario collettivo da assecondare. La logica binaria di inclusione ed esclusione della società delle norme descrive precisamente la meccanica sempliciona della rappresentazione della prostituzione, che vede da un lato il dolore delle strade e il piacere degli altri e dall’altro la riappropriazione di sé e la conseguente autorealizzazione al di fuori del sex work. 

Fra donne che praticano la prostituzione e donne che non la praticano esistono innegabilmente comportamenti e pratiche sessuali differenti, gli stessi personaggi si trovano a invocare un’autonomia da quel determinato uso del corpo, troppo spudorato per poter essere rivendicato tranquillamente. La prostituta, più di un’altra lavoratrice, è potenziale vittima di stupro di per sé, come se la situazione lavorativa e il grado di tutela fossero dettagli irrilevanti, come se lavorare con il sesso costringesse necessariamente all’esposizione al pericolo e al danno alla propria salute. Il cliente è malvagio, è necessariamente un uomo brutto sporco e cattivo. L’unica altra opzione possibile è quella in cui sia uno sciocco, un povero di spirito, un ignorante irrispettoso perché stupido. Un boccalone, insomma, e non se ne parli più. Edward di Pretty Woman subisce un cambiamento all’insegna della migliore tradizione della commedia romantica: il potere dell’amore trasforma il cliente spiccio e senza cuore al bravo marito dedito all’impegno emotivo, oltre la sessualità vuota, illegittima perché spoglia di sentimenti.


Sofia Torre è sociA fondatorIce dell’associazione The Bottom Up e scrive per alcune riviste online, fra cui il tascabile, The Vision, Frammenti e SexTelling. Ha collaborato a Primule, catalogo d’arte sulle questioni di genere, Radio Città Fujiko e parteciperà a UGO – Unidentified Gabbling Objects 2019.

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