Il sorriso di Virgilio, antidoto alla superbia – Purgatorio, Canto XII

Questo articolo fa parte del nostro progetto che, abbreviando, chiamiamo “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui decine di autori e autrici, qui su L’indiscreto, si impegnano a commentare gli altrettanti canti dell’opera di Dante. Siamo al dodicesimo canto del Purgatorio.


IN COPERTINA e nel testo:

di Eduardo Savarese


Con il contributo di  


Tre anni fa ho ripreso a leggere tutta intera La Divina Commedia. Poiché ogni lettura provoca effetti relativi allo stato dell’esistenza del lettore mentre legge (il lettore può dunque integrare un equivalente dell’osservatore nella fisica quantistica), dell’opera di Dante mi colpì, nei circa diciotto mesi impiegati a leggerla, il Purgatorio: di notte ho sognato spesso di stare lì, in quelle cornici segnate da un dolore pensoso, intimo, familiare, un dolore benvoluto che non edulcora la fatica, ma l’accetta per andare avanti, per salire in alto. 

Il canto XII è dedicato al peccato di superbia. E il suo fascino è il percorso di vera e propria musealizzazione dentro cui Dante ne iscrive l’osservazione e il giudizio. L’osservazione: Dante fa incarnare nella postura fisica l’etimologia della parola (super e bhos, probabilmente un ‘essere’ o ‘crescere’ sopra), cosicché il punto privilegiato di osservazione coincide ora con lo sguardo sulla testa, abbassata o alzata, ora con la direzione degli occhi. Da qui il primo rimprovero: “Or superbite, e via col viso altero, / figliuoli d’Eva, e non chinate il volto, / sì che veggiate il vostro mal sentero!”. Per mantenersi umili (radicati alla terra), occorre infatti guardare bene dove mettiamo i piedi. Da qui anche la variazione su tema: mettersi in posizione eretta (come accade di Dante nel fare ingresso nel secondo girone della prima cornice, v. 7) può nondimeno mantenere i pensieri “e chinati e scemi”. Ma d’altra parte se non guardasse a terra su invito di Virgilio (“Volgi li occhi in giùe”, v.13), il protagonista non potrebbe vedere la rappresentazione delle storie di superbia. E lo stesso Virgilio, quando l’Angelo dell’umiltà gli si fa incontro, gli dà un ordine contrario: “Drizza la testa: / non è più tempo di gir sì sospeso” (vv.77-78). Nell’altalena di questi movimenti di collo, testa e sguardo, ora su, ora giù, ora davanti, Dante offre misura e criterio del necessario equilibrio. Ci sono momenti in cui raddrizzarsi, altri in cui incurvarsi, è l’attitudine interiore a dare orientamento e significato. 

Il giudizio: Dante, chinandosi, vede riprodotte con grande perizia artistica e estrema verosimiglianza personaggi e scene di superbia, da Lucifero a Saul, dai Giganti a Niobe, da Aracne a Troia. In questa quadreria incisa nella roccia (architettura, scultura e pittura fuse insieme in una sola arte) il poeta duplica l’effetto di rappresentazione, come se egli stesso allestisse una mostra col mezzo che gli compete, cioè la lingua, attraverso la rigorosa simmetria delle figure retoriche prescelte: tre anafore per dodici terzine divise in tre gruppi da quattro (le prime quattro iniziano “vedea”, le seconde quattro con l’esclamazione “O” seguita dal nome del superbo, mentre “mostrava” è l’attacco delle ultime quattro). La musica del verso si salda alla contemplazione museale sotto un segno comune: i superbi vengono atterrati, distrutti, annientati, dispersi. Fanno una brutta fine. Qui è il giudizio: Dante li compatisce e con essi la tragica inconsistenza della superbia. L’osservazione e il giudizio chiudono la prima parte del canto. 

Nella seconda, di superbia Dante non discorre più, né fa esempi, né lancia moniti. E’ l’andamento stesso della seconda parte che procede con una dolcezza che appacia il lettore costituendo l’antidoto al peccato raccontato. Dalla semplicità amorevole della scena rampolla infatti la possibilità di una gioia mite, fatta di constatazioni che alleggeriscono. Virgilio segnala a Dante la figura dell’Angelo dell’umiltà e lo esorta a farsi benvolere in modo da procedere in un viaggio in cui il tempo è prezioso (“pensa che questo dì mai non raggiorna!”, v. 84). L’Angelo li aiuta a trovare il punto in cui “agevolmente omai si sale” (v.93), ma all’invito a procedere in questo modo rispondono in pochi. L’Angelo constata tristemente che la gente umana è nata per volare su, ma cade “a poco vento” (v.96). La mitezza della scena è agevolata dall’emersione di un canto gentile (“Beati pauperes spiritu”, v. 110), cui segue l’improvviso senso di leggerezza che avvolge Dante. L’Angelo infatti gli ha cancellato dalla fronte la prima delle sette P e, salendo – gli spiega il maestro -, quel senso aumenterà sempre di più. Dante si tocca la fronte e apprende col tatto. Alla sua scoperta, che ha bisogno delle “dita de la destra scempie” (v.133), Virgilio sorride. In questo sorriso, il lettore trova una carezza e una sosta. Ne è avvolto più di ogni altro esempio, spiegazione, rappresentazione: in esso si staglia uno dei mezzi più potenti per mantenersi umili, ironici e solidali l’uno con l’altro. Il Canto XII del Purgatorio vive della luce di questo sorriso. E a 700 anni di distanza esso ci tocca con un immutato calore tenue.


Il canto, integrale

Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove sono intagliate certe imagini antiche de’ superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.

Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m’andava io con quell’anima carca,
fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.

Ma quando disse: “Lascia lui e varca;
ché qui è buono con l’ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca”;

dritto sì come andar vuolsi rife’ mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.

Io m’era mosso, e seguia volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com’eravam leggeri;

ed el mi disse: “Volgi li occhi in giùe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue”.

Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch’elli eran pria,

onde lì molte volte si ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a’ pïi dà de le calcagne;

sì vid’io lì, ma di miglior sembianza
secondo l’artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.

Vedea colui che fu nobil creato
più ch’altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l’un lato.

Vedëa Brïareo fitto dal telo
celestïal giacer, da l’altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d’i Giganti sparte.

Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.

O Nïobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!

O Saùl, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!

O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l’opera che mal per te si fé.

O Roboàm, già non par che minacci
quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.

Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato addornamento.

Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.

Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
“Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”.

Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.

Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!

Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?

Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant’io calcai, fin che chinato givi.

Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!

Più era già per noi del monte vòlto
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l’animo non sciolto,

quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominciò: “Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì sospeso.

Vedi colà un angel che s’appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì l’ancella sesta.

Di reverenza il viso e li atti addorna,
sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
pensa che questo dì mai non raggiorna!”.

Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, sì che ’n quella
materia non potea parlarmi chiuso.

A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.

Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
disse: “Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.

A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?
“.

Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batté l’ali per la fronte;
poi mi promise sicura l’andata.

Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,

si rompe del montar l’ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga;

così s’allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l’altro girone;
ma quinci e quindi l’alta pietra rade.

Noi volgendo ivi le nostre persone,
’Beati pauperes spiritu!’ voci
cantaron sì, che nol diria sermone.

Ahi quanto son diverse quelle foci
da l’infernali! ché quivi per canti
s’entra, e là giù per lamenti feroci.

Già montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea davanti.

Ond’io: “Maestro, dì, qual cosa greve
levata s’è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?”.

Rispuose: “Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com’è l’un, del tutto rasi,

fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti”.

Allor fec’io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;

per che la mano ad accertar s’aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;

e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che ’ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:

a che guardando, il mio duca sorrise.


A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il prossimo canto, al tredicesimo canto del Purgatorio, sarà commentato da Carla Fronteddu


Eduardo Savarese, magistrato e romanziere, collabora col Foglio e Il Riformista. Tra le sue opere ricordiamo Non passare per il sangue (2012) e Le inutili vergogne (2014), e il saggio-racconto Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma (2015)-tutti per E/O- e Le cose di prima (edito da Minimum Fax).

 

Ti è piaciuto questo articolo? Da oggi puoi aiutare L’Indiscreto a crescere e continuare a pubblicare approfondimenti, saggi e articoli di qualità: invia una donazione, anche simbolica, alla nostra redazione. Clicca qua sotto (con Paypal, carta di credito / debito)

0 comments on “Il sorriso di Virgilio, antidoto alla superbia – Purgatorio, Canto XII

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *