Il successo evolutivo è la condanna dell’Homo sapiens?



Quali sono le principali svolte storiche che hanno portato l’umanità a incidere così profondamente sull’intero ambiente terrestre? Charles Mann indaga su cosa abbia determinato, circa 70.000 anni fa, quel passaggio da un Homo sapiens, pressoché ininfluente su un piano ecologico, a uno aggressivamente espansivo. La domanda che si pone è importante: l’umanità, in quanto specie, è destinata al consumo delle risorse e l’autodistruzione, o potrà frenare la sua corsa verso l’annichilimento? 


In copertina, Leone Minassian, Forma con frutto (1972), Asta Pananti in corso

Questo testo è stato finalista per il National Magazine Award 2013 nella categoria Saggi. Ringraziamo Orion Magazine per la gentile concessione.


di Charles C. Mann

traduzione e introduzione di Matteo Vavassori 

Il concetto di specie, per quanto possa apparire assodato, è particolarmente sfuggente, in special modo quando applicato all’Homo sapiens. Si consideri, in primo luogo, che una caratteristica fondamentale per definire la specie in termini biologici è rappresentata dall’isolamento riproduttivo, in quanto due specie imparentate non possono accoppiarsi tra di loro in modo che si verifichi un flusso genico. Tuttavia, è noto che due differenti specie del genere Homo, cioè Homo sapiens e Homo neanderthalensis, si sono ibridate, tanto che in tutti gli esseri umani non africani vi è circa il 2% di DNA proveniente, appunto, dai Neanderthal. 

Nonostante ciò, il concetto di specie applicato agli umani si rivela determinante per comprenderne l’impatto su scala planetaria, ovvero per decifrare le caratteristiche dell’attuale epoca geologica, l’Antropocene, dove proprio la specie umana esercita una profonda azione sugli ecosistemi sia localmente sia globalmente. 

Da questo punto di vista, riprendendo il ragionamento che Timothy Morton svolge in Ecologia oscura, “quello di Antropocene è il primo concetto pienamente anti-antropocentrico”, poiché sradica l’umanità dal suo spazio apparentemente privilegiato e la pone al livello degli altri esseri, rendendola, come specie, una forza geofisica che produce effetti su scale differenti rispetto alle azioni e alle decisioni dei singoli individui. 

L’articolo di Charles C. Mann del 2013, qui presentato in traduzione, affronta queste problematiche ricostruendo (o ipotizzando) le principali svolte storiche che hanno portato l’umanità a incidere così profondamente sull’intero ambiente terrestre e che ne hanno svelato la potenza a livello di specie, chiedendosi, in primo luogo, cosa abbia determinato, circa 70.000 anni fa, quel passaggio da un Homo sapiens 1.0, pressoché ininfluente su un piano ecologico, a un Homo sapiens 2.0 aggressivamente espansivo. In altre parole, Mann indaga le motivazioni di quello che Colin Renfrew, in Preistoria. L’alba della mente umana, chiama “paradosso preistorico”, che appare come uno sconcertante “scarto cronologico fra il genotipo e il decollo” della specie Homo sapiens

La fondamentale questione che Mann si pone, attraverso un confronto con il pensiero di Lynn Margulis, tuttavia, è un’altra e di tipo squisitamente morale: l’umanità, in quanto specie, è destinata a seguire un destino biologicamente inevitabile di insaziabile consumo delle risorse e autodistruzione, oppure sarà in grado di esercitare una volontà collettiva che tramite una immane decisione potrà frenare la sua corsa verso l’annichilimento? 

Stato della specie

Il successo è una condanna per l’Homo sapiens?

Il problema degli ambientalisti, diceva Lynn Margulis, è che pensano che la salvaguardia abbia qualcosa a che fare con la realtà biologica. Ricercatrice specializzata in cellule e microrganismi, Margulis è stata una delle più importanti biologhe dell’ultimo mezzo secolo: ha letteralmente aiutato a riordinare l’albero della vita, convincendo i suoi colleghi che non era costituito da due regni (piante e animali), ma da cinque o anche sei (piante, animali, funghi, protisti e due tipi di batteri).

Fino alla sua morte, avvenuta l’anno scorso, Margulis viveva nella mia città e di tanto in tanto la incontravo per strada. Sapeva che ero interessato all’ecologia e le piaceva punzecchiarmi. “Ehi, Charles,” mi diceva, “sei ancora tutto preso dalla salvaguardia delle specie in via di estinzione?”

Margulis non era un’apologeta della distruzione sconsiderata. Tuttavia, non poteva fare a meno di considerare la preoccupazione degli ambientalisti per il destino di uccelli, mammiferi e piante come prova della loro ignoranza rispetto alla più grande fonte di creatività evolutiva: il microcosmo di batteri, funghi e protisti. Più del 90% della materia vivente sulla Terra è costituito da microrganismi e virus, le piaceva rimarcare. Diamine, il numero di cellule batteriche nel nostro corpo è dieci volte superiore al numero di cellule umane!

Batteri e protisti possono fare cose inimmaginabili da goffi mammiferi come noi: formare supercolonie giganti, riprodursi asessualmente o scambiandosi geni, incorporare abitualmente DNA da specie completamente prive di parentela, fondersi in esseri simbionti: l’elenco è tanto sconfinato quanto sorprendente. I microrganismi hanno cambiato la faccia della Terra, sgretolando la pietra e persino dando origine all’ossigeno che respiriamo. In confronto a questo potere e a questa diversità, amava dirmi Margulis, i panda e gli orsi polari sono epifenomeni biologici, interessanti e divertenti, forse, ma non realmente significativi.

“Vale anche per gli esseri umani?” le ho chiesto una volta, sentendomi come qualcuno che si lamenta con Copernico sul motivo per cui non riesce ad avvicinare un po’ la Terra al centro dell’universo. Non siamo per niente speciali?

Erano solo chiacchiere per strada, quindi non mi sono appuntato nulla. Ma se ricordo bene, mi ha risposto che l’Homo sapiens potrebbe davvero essere interessante, almeno per un mammifero. “Innanzitutto,” ha detto, “abbiamo insolitamente successo”.

Vedendo il mio viso illuminarsi, aggiunse: “Certo, il destino di ogni specie di successo è di spazzarsi via da sola”.

DI PIDOCCHI E UOMINI

Perché e in che modo l’umanità ha avuto un “insolito successo”? E cosa significa, per un biologo evoluzionista, “successo”, se l’autodistruzione fa parte della definizione? Questa autodistruzione include il resto della biosfera? Inoltre, cosa rappresentano gli esseri umani nel grande schema dell’universo, e dove siamo diretti? Qual è la natura umana, se esiste, e come l’abbiamo acquisita? Cosa fa presagire questa natura riguardo alle nostre interazioni con l’ambiente? Con 7 miliardi di persone che affollano il pianeta, è difficile immaginare domande più vitali.

Un modo per iniziare a dare delle risposte è venuto a Mark Stoneking nel 1999, quando ha ricevuto dalla scuola di suo figlio un avviso relativo a un potenziale focolaio di pidocchi in classe. Stoneking è ricercatore presso il Max Planck Institute for Evolutionary Biology di Lipsia, in Germania. Non sapeva molto dei pidocchi. In quanto biologo, per lui era naturale informarsi a riguardo. Il pidocchio più comune trovato sui corpi umani, scoprì, è il Pediculus humanus. P. humanus ha due sottospecie: P. humanus capitis – pidocchi della testa, che si nutrono di cuoio capelluto e vivono su di esso – e P. humanus corporis – pidocchi del corpo, che si nutrono di pelle, ma vivono nei vestiti. In realtà, apprese Stoneking, i pidocchi del corpo dipendono talmente dalla protezione dei vestiti che non possono sopravvivere più di qualche ora a distanza da essi.

Gli venne in mente che le due sottospecie di pidocchi potevano essere usate come sonda evolutiva. P. humanus capitis, il pidocchio della testa, potrebbe essere molto antico, perché gli esseri umani hanno sempre avuto capelli da infestare. P. humanus corporis, invece, il pidocchio del corpo, non doveva essere particolarmente antico, dato che il suo bisogno di vestiti significa che non poteva esistere quando gli umani vivevano nudi. Gli abiti indossati dagli umani avevano creato una nuova nicchia ecologica e alcuni pidocchi si erano precipitati a riempirla. L’evoluzione ha poi praticato la sua magia; vide la luce una nuova sottospecie, P. humanus corporis. Stoneking non poteva essere sicuro che questo scenario si fosse verificato, anche se sembrava probabile. Se la sua idea fosse stata corretta, tuttavia, scoprire quando il pidocchio del corpo si è allontanato dal pidocchio della testa avrebbe fornito una data approssimativa di quando le persone hanno per la prima volta inventato e indossato i vestiti.

L’argomento era tutt’altro che frivolo: indossare un indumento è un gesto complicato. L’abbigliamento ha usi pratici – riscaldare il corpo in luoghi freddi, proteggerlo dal sole in luoghi caldi – ma trasforma anche l’aspetto di chi lo indossa, cosa che si è dimostrata di grande interesse per l’Homo sapiens. L’abbigliamento è ornamento ed emblema; separa gli esseri umani dal loro stato precedente, inconsapevole di sé (gli animali corrono, nuotano e volano senza vestiti, ma solo le persone possono essere nude). L’invenzione dell’abbigliamento era il segno di una svolta mentale. Il mondo umano era diventato un regno di artefatti simbolici complessi.

Insieme a due colleghi, Stoneking ha misurato la differenza tra frammenti di DNA nelle due sottospecie di pidocchi. Poiché si pensa che il DNA raccolga piccole mutazioni casuali a un ritmo approssimativamente costante, gli scienziati usano il numero di differenze tra due popolazioni per calcolare da quanto tempo si sono separate da un antenato comune: maggiore è il numero di differenze, più lunga è la separazione. In questo caso, il pidocchio del corpo si era separato dal pidocchio della testa circa 70.000 anni fa. Il che significava, ipotizzò Stoneking, che anche gli abiti risalivano a circa 70.000 anni fa.

E non solo gli abiti. Come hanno stabilito gli scienziati, alla nostra specie successe una serie di cose straordinarie all’incirca in quel periodo. Ha segnato una linea di demarcazione nella nostra storia, quella che ci ha reso ciò che siamo e ci ha indirizzato, nel bene e nel male, verso il mondo che abbiamo creato.

I ricercatori ritengono che l’Homo sapiens sia apparso sul pianeta circa 200.000 anni fa. Fin dall’inizio, la nostra specie era molto simile a quella odierna. Se alcune di quelle antiche persone ci passassero accanto per strada, penseremmo che appaiono e si comportano in modo un po’ strano, ma non diremmo che non siano persone. Quegli umani moderni dal punto di vista anatomico, tuttavia, non erano, come dicono gli antropologi, moderni anche dal punto di vista comportamentale. Quelle prime persone non avevano lingua, né abbigliamento, né arte, né religione; non possedevano nient’altro che gli strumenti più semplici e non specializzati. Erano poco più avanzati, tecnologicamente parlando, dei loro predecessori o, in questo senso, dei moderni scimpanzé (la grande eccezione è stata il fuoco, che, invece, è stato controllato per la prima volta dall’Homo erectus, uno dei nostri antenati, un milione di anni fa o più). La nostra specie aveva così poca capacità di innovazione che gli archeologi non hanno trovato quasi nessuna prova di cambiamento culturale o sociale durante i nostri primi 100.000 anni di esistenza. Fatto altrettanto importante, per quasi tutto quel tempo questi primi esseri umani furono confinati in un’unica, piccola area nella calda e secca savana dell’Africa orientale (e forse in una seconda area ancora più piccola dell’Africa meridionale).

Ora fai un salto in avanti di 50.000 anni. L’Africa orientale sembra più o meno la stessa. Così gli umani che vi abitano. All’improvviso, però, disegnano e scolpiscono immagini, intrecciano corde e cesti, modellano e maneggiano strumenti specializzati, seppelliscono i morti in cerimonie formali e forse adorano esseri soprannaturali. Indossano vestiti, vestiti pieni di pidocchi, certo, ma comunque vestiti. Inoltre, fatto epocale, usano il linguaggio. E stanno aumentando drasticamente il loro campo d’azione. L’Homo sapiens sta esplodendo in tutto il pianeta.

Cosa ha causato questo straordinario cambiamento? Per gli standard dei geologi, 50.000 anni sono un istante, uno schiocco di dita, un errore di arrotondamento. Tuttavia, la maggior parte dei ricercatori crede che in quel lampo di tempo mutazioni favorevoli abbiano attraversato la nostra specie, trasformando gli esseri umani moderni dal punto di vista anatomico in esseri umani moderni anche dal punto di vista comportamentale. L’idea non è assurda: negli ultimi 400 anni, gli allevatori di cani hanno convertito i cani del villaggio in creature che si comportano in modo diverso come foxhound, border collie e labrador retriever. Cinquanta millenni, dicono i ricercatori, sono più che sufficienti per trasformare una specie.

Homo sapiens manca di artigli, zanne o placche esoscheletriche. La nostra unica abilità di sopravvivenza è piuttosto la capacità di innovare, che ha origine dal peculiare cervello della nostra specie: un universo di 1,3 kg di tessuto neurale iperconnesso, dove vorticano costantemente schemi e nozioni. Quindi, ogni causa ipotizzata per la trasformazione dell’umanità da moderna in senso anatomico a moderna in senso comportamentale implica un’alterazione fisica dell’umida materia grigia all’interno dei nostri crani. Una possibile spiegazione è che in questo periodo le persone svilupparono abilità mentali ibride incrociandosi con i Neanderthal (alcuni geni di Neanderthal sembrano effettivamente presenti nel nostro genoma, anche se nessuno è ancora certo della loro funzione). Un’altra presunta causa è il linguaggio simbolico, un’invenzione che potrebbe aver sfruttato la creatività e l’aggressività latenti nella nostra specie. Una terza è che una mutazione potrebbe aver permesso al nostro cervello di alternare due attività: muoversi liberamente in catene di associazioni immaginative e focalizzare strettamente la nostra attenzione sul mondo fisico che ci circonda. La prima di queste attività, secondo tale prospettiva, ci consente di elaborare nuove strategie creative per raggiungere un obiettivo, mentre la seconda ci permette di eseguire le tattiche concrete che tali strategie richiedono.

Ognuna di queste idee è sostenuta con fervore da alcuni ricercatori e attaccata con altrettanto fervore da altri. Ciò che è chiaro è che qualcosa ha trasformato la nostra specie tra 100.000 e 50.000 anni fa, e proprio a metà di quel periodo c’era Toba. 

Leone Minassian, Forma con frutto (1972), Asta Pananti in corso

FIGLI DI TOBA

Circa 75.000 anni fa, un enorme vulcano esplose sull’isola di Sumatra. La più grande esplosione in diversi milioni di anni; l’eruzione ha creato il lago Toba, il più grande lago vulcanico del mondo e ha espulso l’equivalente di ben 3.000 chilometri cubi di roccia, abbastanza per ricoprire il Distretto di Columbia (Washington) con uno strato di magma e cenere in grado di raggiungere la stratosfera. Un gigantesco pennacchio si è diffuso a ovest, avvolgendo l’Asia meridionale di tefra (roccia, cenere e polvere). I movimenti del suolo in Pakistan e India hanno raggiunto i sei metri. Letti di tefra più piccoli ricoprivano il Medio Oriente e l’Africa orientale. Grandi zattere di pomice riempirono il mare e arrivarono quasi fino all’Antartide.

Sul lungo termine, l’eruzione ha aumentato la fertilità del suolo asiatico. Nel breve termine, è stata catastrofica. La polvere ha nascosto il sole per più di un decennio, facendo sprofondare la Terra in un inverno lungo anni, accompagnato da una siccità diffusa. Un collasso della vegetazione fu seguito da un collasso delle specie che dipendevano dalla vegetazione, seguito da un collasso delle specie che dipendevano dalla specie che dipendevano dalla vegetazione. Le temperature potrebbero essere rimaste più fredde del normale per mille anni. Oranghi, tigri, scimpanzé, ghepardi: sono stati tutti spinti sull’orlo dell’estinzione.

Molti genetisti credono che, all’incirca in questo periodo, gli esemplari di Homo sapiens si siano ridotti drasticamente, forse a poche migliaia di persone, le dimensioni di una grande scuola superiore urbana. La prova più evidente di questo collo di bottiglia è anche la sua principale eredità: la notevole uniformità genetica dell’umanità. Innumerevoli persone hanno considerato le differenze tra le razze come motivazioni valide per uccidere, ma rispetto ad altri primati e anche rispetto alla maggior parte degli altri mammiferi, gli esseri umani sono quasi indistinguibili, geneticamente parlando. Il DNA è costituito da catene estremamente lunghe di “basi”. In genere, circa una su 2.000 di queste “basi” differisce tra una persona e l’altra. Confrontando due E. coli (batteri intestinali umani) si riscontrerebbe una differenza di circa uno su venti. I batteri nel nostro intestino, cioè, hanno una variabilità innata cento volte maggiore rispetto ai loro ospiti, prova, dicono i ricercatori, che la nostra specie discende da un piccolo gruppo di fondatori.

L’uniformità non è certo l’unico effetto di un collo di bottiglia. Quando una specie si riduce di numero, le mutazioni possono diffondersi nell’intera popolazione con sorprendente rapidità. Oppure le varianti genetiche che potrebbero essere già esistenti, per esempio configurazioni di geni che conferiscono migliori capacità di pianificazione, possono improvvisamente diventare più comuni, rimodellando efficacemente la specie nel giro di poche generazioni a mano a mano che si diffondono tratti un tempo insoliti.

Toba, come hanno sostenuto teorici quali Richard Dawkins, ha causato un collo di bottiglia evolutivo che ha innescato la creazione di persone moderne da un punto di vista comportamentale, forse aiutando geni precedentemente rari – DNA di Neanderthal o un’opportuna mutazione – a diffondersi attraverso la nostra specie? Oppure l’esplosione vulcanica ha semplicemente spazzato via altre specie umane che avevano precedentemente bloccato l’espansione di Homo sapiens? Oppure il vulcano è stato irrilevante per la storia più profonda del cambiamento umano?

Per ora, le risposte sono oggetto di tira e molla su importanti riviste e di accese discussioni nelle sale universitarie. Ciò che risulta lampante è che, all’epoca di Toba, persone nuove e moderne da un punto di vista comportamentale si sono espanse tanto velocemente nella tefra che impronte umane sono apparse in Australia in appena 10.000 anni, forse 4.000 o 5.000. Il casalingo Homo sapiens 1.0, una figura di sfondo che non avrebbe mai interessato Lynn Margulis, era stato sostituito da un Homo sapiens 2.0 aggressivamente espansivo. È successo qualcosa, nel bene e nel male, e siamo nati.

Un modo per illustrare come si configura questo upgrade è considerare Solenopsis invicta, la formica rossa del fuoco. I genetisti ritengono che S. invicta abbia avuto origine nel nord dell’Argentina, un’area con molti fiumi e frequenti inondazioni. Le inondazioni spazzano via i formicai. Nel corso dei millenni, queste piccole creature furiosamente attive hanno acquisito la capacità di rispondere all’aumento dell’acqua unendosi in enormi sfere galleggianti e pullulanti – operaie all’esterno, regine al centro – che si spostano sull’orlo del diluvio. Una volta che le acque si ritirano, le colonie tornano a sciamare nelle terre precedentemente inondate così rapidamente che S. invicta può utilizzare la devastazione stessa per aumentare il proprio raggio d’azione.

Negli anni ‘30, Solenopsis invicta fu trasportata negli Stati Uniti, probabilmente nella zavorra di una nave, che spesso consiste in terra e ghiaia caricate a casaccio. Da adolescente appassionato di insetti, Edward O. Wilson, il famoso biologo, individuò le prime colonie nel porto di Mobile, in Alabama. Vide delle formiche del fuoco molto felici. Dal punto di vista della formica, era stata appena scaricata in una distesa vuota, recentemente allagata. La S. invicta è partita senza mai voltarsi indietro.

L’invasione iniziale, osservata da Wilson, era probabilmente solo di poche migliaia di individui, un numero abbastanza piccolo da suggerire che il cambiamento genetico casuale, simile a un collo di bottiglia, abbia avuto un ruolo nella storia successiva della specie in questo Paese. Nel loro luogo di nascita argentino, le colonie di formiche del fuoco combattono costantemente tra loro, riducendosi di numero e creando spazio per altri tipi di formiche. Negli Stati Uniti, al contrario, la specie forma supercolonie cooperative, gruppi di nidi collegati che possono estendersi per centinaia di chilometri. Sfruttando sistematicamente il paesaggio, queste supercolonie – modelli di zelo e rapacità – monopolizzano ogni risorsa utile, spazzando via altre specie di formiche lungo la strada. Trasformato dal caso e dall’opportunità, il nuovo modello di S. invictus ha avuto bisogno di pochi decenni per conquistare la maggior parte degli Stati Uniti meridionali.

Homo sapiens ha fatto qualcosa di simile sulla scia di Toba. Per centinaia di migliaia di anni, la nostra specie era stata limitata all’Africa orientale (e, forse, a un’area simile nel Sud). Ora, all’improvviso, il nuovo modello di Homo sapiens stava correndo attraverso i continenti alla stregua di tante formiche del fuoco. La differenza tra umani e formiche del fuoco è che le formiche sono specializzate in habitat disturbati. Anche gli umani sono specializzati in habitat disturbati, ma siamo noi che disturbiamo.

 

IL MONDO È UNA PIASTRA DI PETRI

Da studente all’Università di Mosca negli anni ‘20, Georgii Gause ha passato anni cercando, senza riuscirci, di raccogliere il sostegno della Fondazione Rockefeller, allora la più importante fonte di finanziamento per gli scienziati non americani che desideravano lavorare negli Stati Uniti. Sperando di stupire la fondazione, Gause decise di eseguire alcuni esperimenti ingegnosi e di descrivere i risultati nella sua domanda di finanziamento.

Per gli standard odierni, la sua metodologia era sempliciotta. Gause ha messo mezzo grammo di farina d’avena in cento centimetri cubi d’acqua, ha fatto bollire il composto per dieci minuti così da creare un brodo, ha filtrato la parte liquida del brodo in un recipiente, ha diluito il composto aggiungendo acqua; quindi, ha travasato il contenuto in piccole provette a fondo piatto. In ciascuna ha inoculato cinque Paramecium caudatum o Stylonychia mytilus, entrambi protozoi unicellulari, una specie per provetta. Ciascuna delle provette di Gause era un ecosistema tascabile, una rete alimentare con un singolo nodo. Ha conservato le provette in luoghi caldi per una settimana e ha osservato i risultati. Ha esposto le sue conclusioni in un libro di 163 pagine, La lotta per l’esistenza, pubblicato nel 1934.

Oggi La lotta per l’esistenza è riconosciuto come un punto di riferimento scientifico, uno dei primi matrimoni riusciti in ecologia tra teoria ed esperimento. Il libro, tuttavia, non bastò a Gause per ottenere una borsa di studio; la Fondazione Rockefeller rifiutò lo studente sovietico ventiquattrenne perché non abbastanza eminente. Gause non poté visitare gli Stati Uniti per altri vent’anni, quando ormai era diventato davvero eminente, ma come ricercatore di antibiotici.

Ciò che Gause ha visto nelle sue provette è spesso rappresentato in un grafico, il tempo sull’asse orizzontale, il numero di protozoi sulla verticale. La linea sul grafico è una curva a campana irregolare, con il lato sinistro attorcigliato e allungato in una specie di S appiattita. All’inizio il numero di protozoi cresce lentamente e la linea del grafico lentamente sale verso destra. Poi, però, la linea raggiunge un punto di flesso e improvvisamente schizza verso l’alto, con una frenetica crescita esponenziale. La folle ascesa continua fino a quando l’organismo inizia a esaurire il cibo; a quel punto c’è un secondo punto di flesso e la curva di crescita si stabilizza di nuovo quando i batteri iniziano a morire. Alla fine, la linea scende e la popolazione cala verso lo zero.

Anni fa ho visto Lynn Margulis, una delle succeditrici di Gause, dimostrare queste conclusioni a una classe presso l’Università del Massachusetts con un video time-lapse di Proteus vulgaris, un batterio che vive nel tratto gastrointestinale. Per gli esseri umani, ha detto, il P. vulgaris è principalmente noto come causa di infezioni del tratto urinario. Lasciato solo, si divide ogni quindici minuti circa. Margulis accese il proiettore. Sullo schermo c’era una piccola bolla traballante — P. vulgaris— in un recipiente di vetro poco profondo e circolare: una piastra di Petri. La classe rimase a bocca aperta. Le cellule nel video time-lapse sembravano tremare e ribollire, raddoppiando di numero ogni pochi secondi, le colonie esplodevano fino a quando la massa di batteri riempì lo schermo. In sole trentasei ore, lei disse, questo singolo batterio potrebbe coprire l’intero pianeta di uno strato di melma unicellulare spesso 30 cm. Dodici ore dopo, potrebbe creare una palla vivente di batteri delle dimensioni della Terra.

Una tale calamità non si verifica mai, perché gli organismi in competizione e la mancanza di risorse impediscono alla stragrande maggioranza di P. vulgaris di riprodursi. Questa, disse Margulis, è la selezione naturale, la grande intuizione di Darwin. Tutti gli esseri viventi hanno lo stesso scopo: incrementare se stessi, assicurandosi il proprio futuro biologico con gli unici mezzi disponibili. La selezione naturale ostacola questo obiettivo. Pota quasi tutte le specie, limitando il loro numero e confinando il loro raggio d’azione. Nel corpo umano, P. vulgaris è frenato dalle dimensioni del proprio habitat (porzioni dell’intestino umano), dai limiti all’offerta di nutrimento (proteine alimentari) e da altri organismi in competizione. Così vincolata, la sua popolazione rimane pressoché stabile.

Nella piastra di Petri, invece, la concorrenza è assente; i nutrienti e l’habitat sembrano illimitati, almeno all’inizio. Il batterio raggiunge il primo punto di flesso e sfreccia lungo il lato sinistro della curva, inondando la piastra di Petri in una smania riproduttiva. Poi, però, le sue colonie vanno a sbattere contro il secondo punto di flesso: il bordo della piastra. Quando l’apporto nutritivo della piastra è esaurito, P. vulgaris sperimenta una miniapocalisse.

Per fortuna, o per adattamento superiore, alcune specie riescono a sfuggire ai propri limiti, almeno per un po’. Le storie di successo della natura sono come i protozoi di Gause: il mondo è la loro piastra di Petri. Le loro popolazioni crescono in modo esponenziale; occupano vaste aree, travolgendo il loro ambiente come se nessuna forza si opponesse loro. Poi si annientano, affogando nei propri rifiuti o morendo di fame per mancanza di cibo.

A qualcuno come Margulis, l’Homo sapiens sembra una di queste specie dalla fortuna breve.

 

IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO

Non più di poche centinaia di persone inizialmente emigrarono dall’Africa, se i genetisti hanno ragione. Emersero, però, in paesaggi che per gli standard odierni erano ricchi come l’Eden. Montagne fresche, zone umide tropicali, foreste lussureggianti: tutto brulicava di cibo. Pesci nel mare, uccelli nell’aria, frutta sugli alberi: la colazione era ovunque. La gente si trasferì.

Nonostante la nostra espansione territoriale, tuttavia, gli umani erano ancora solo nelle fasi iniziali della strana forma della curva di Gause. Diecimila anni fa, secondo la maggior parte dei demografi, eravamo appena 5 milioni, circa un essere umano ogni cento chilometri quadrati di superficie terrestre. L’Homo sapiens era una polvere appena percepibile sulla superficie di un pianeta dominato dai microbi. Tuttavia, più o meno in questo periodo – 10.000 anni fa, millennio più millennio meno – l’umanità iniziò finalmente ad avvicinarsi al primo punto di flesso. La nostra specie stava inventando l’agricoltura.

Gli antenati selvatici delle colture di cereali come grano, orzo, riso e sorgo fanno parte della dieta umana quasi da quando esistono esseri umani per mangiarli (la prima prova viene dal Mozambico, dove i ricercatori hanno trovato minuscoli frammenti di sorgo vecchi 105.000 anni, su antichi raschietti e macine). In alcuni casi le persone possono aver sorvegliato macchie di grano selvatico, ritornandovi anno dopo anno. Eppure, nonostante lo sforzo e la cura, le piante non furono addomesticate. Come dicono i botanici, i cereali selvatici “si frantumano”: i singoli chicchi di grano cadono mentre maturano, spargendo il grano a casaccio, rendendo impossibile la raccolta sistematica delle piante. Solo quando ingegni sconosciuti hanno scoperto piante di grano naturalmente mutate che non si frantumavano – e le hanno volutamente selezionate, protette e coltivate – è iniziata la vera agricoltura. Piantando grandi distese di quelle colture mutate, prima nel sud della Turchia, poi in una mezza dozzina di altri luoghi, i primi agricoltori hanno creato paesaggi che, per così dire, aspettavano le mani per il raccolto.

L’agricoltura ha convertito la maggior parte del mondo abitabile in una piastra di Petri. I raccoglitori manipolavano il loro ambiente con il fuoco, bruciando aree per uccidere gli insetti e promuovere la crescita di specie utili: piante che ci piaceva mangiare, piante che attiravano le altre creature che ci piaceva mangiare. Tuttavia, le loro diete erano in gran parte limitate a ciò che la natura forniva in un dato momento e una data stagione. L’agricoltura ha messo in mano all’umanità il coltello dalla parte del manico. Invece di ecosistemi naturali con il loro casuale mix di specie (tanti organismi inutili che divorano risorse!), le fattorie sono comunità disciplinate, concepite, dedicate e tese al mantenimento di un’unica specie: noi.

Prima dell’agricoltura, l’Ucraina, il Midwest americano e il basso Yangzi erano deserti alimentari quasi per nulla ospitali, paesaggi scarsamente abitati da insetti ed erba; sono diventati granai nel momento in cui le persone falciarono le specie che usavano il suolo e l’acqua che volevamo dominare e le sostituirono con grano, riso e mais. Per uno degli amati batteri di Margulis, una piastra di Petri è una distesa uniforme di sostanze nutritive, che può essere carpita e consumata. Per l’Homo sapiens, l’agricoltura ha trasformato il pianeta in qualcosa di simile.

Come in un video time-lapse, ci siamo divisi e moltiplicati in questa landa appena scoperta. Agli Homo sapiens 2.0, umani moderni dal punto di vista comportamentale, sono occorsi meno di 50.000 anni per raggiungere gli angoli più remoti del globo. Homo sapiens 2.0.A – A sta per agricoltura – ha impiegato un decimo di quel tempo per conquistare il pianeta.

Come ogni biologo avrebbe previsto, il successo ha portato a un aumento del numero di esseri umani. Homo sapiens schizzò intorno al gomito del primo punto di flesso nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, quando le colture americane come patate, patate dolci e mais furono introdotte nel resto del mondo. I tradizionali cereali eurasiatici e africani, per esempio grano, riso, miglio e sorgo, producono i loro chicchi in cima a steli sottili. La fisica di base suggerisce che le piante con questo design cadranno fatalmente se il grano diventa troppo pesante, il che significa che gli agricoltori possono effettivamente essere puniti se hanno un raccolto extra-abbondante. Al contrario, le patate e le patate dolci crescono sottoterra, il che significa che i raccolti non sono limitati dall’architettura della pianta. Sia i coltivatori di grano di Edimburgo sia i coltivatori di riso di Edo scoprirono di poter raccogliere quattro volte più sostanza secca da un acro di tuberi che da un acro di cereali. Anche il mais fu un vincitore. Rispetto ad altri cereali ha uno stelo molto grosso e un tipo di fotosintesi diverso e più produttivo. Nel loro insieme, queste colture immigrate hanno notevolmente aumentato l’offerta di cibo in Europa, Asia e Africa, il che a sua volta ha contribuito ad aumentare l’offerta di europei, asiatici e africani. Il boom demografico era iniziato.

I numeri continuarono a crescere nel diciannovesimo e ventesimo secolo, dopo che un chimico tedesco, Justus von Liebig, scoprì che la crescita delle piante era limitata dall’apporto di azoto. Senza azoto, né le piante né i mammiferi che si nutrono di piante possono creare proteine o, se è per questo, nemmeno il DNA e l’RNA che ne guidano la produzione. Il gas di azoto puro (N2) è abbondante nell’aria, ma le piante non sono in grado di assorbirlo, perché i due atomi di azoto in N2 sono saldati così strettamente insieme che le piante non possono separarli per l’uso. Invece, le piante assorbono azoto solo quando è combinato con idrogeno, ossigeno e altri elementi. Per ripristinare il suolo esausto, gli agricoltori tradizionali coltivavano piselli, fagioli, lenticchie e altri legumi (non hanno mai saputo perché questi “concimi verdi” ricostituissero la terra. Oggi sappiamo che le loro radici contengono batteri speciali che convertono l’inutile N2 in composti azotati “biodisponibili”). Dopo Liebig, i coltivatori europei e americani hanno sostituito quelle colture con fertilizzanti ad alta intensità: inizialmente il guano del Perù ricco di azoto, poi i nitrati dalle miniere del Cile. I rendimenti sono aumentati. Ma le scorte erano molto più limitate di quanto piacesse ai contadini. La competizione per i fertilizzanti fu così intensa che nel 1879 scoppiò una guerra del guano, che travolse gran parte del Sud America occidentale. Morirono quasi tremila persone.

Altri due chimici tedeschi, Fritz Haber e Carl Bosch, sono arrivati in soccorso, scoprendo i passaggi chiave per produrre fertilizzanti sintetici da combustibili fossili (il processo prevede la combinazione di azoto e idrogeno da gas naturale in ammoniaca, la quale viene quindi utilizzata per creare composti azotati fruibili dalle piante). Haber e Bosch non sono così conosciuti come dovrebbero essere; la loro scoperta, il processo Haber-Bosch, ha letteralmente cambiato la composizione chimica della terra, un’impresa precedentemente riservata ai microrganismi. Gli agricoltori hanno iniettato così tanto fertilizzante sintetico nel terreno che i livelli di azoto nel suolo e nelle acque sotterranee sono aumentati in tutto il mondo. Oggi, circa un terzo di tutte le proteine (animali e vegetali) consumate dall’umanità deriva da fertilizzanti azotati sintetici. Un altro modo per dirlo è che Haber e Bosch hanno consentito a Homo sapiens di estrarre cibo per circa 2 miliardi di persone dalla stessa quantità di terra disponibile.

Si dice spesso che le varietà migliorate di grano, di riso e (in misura minore) di mais sviluppate dai coltivatori di piante negli anni ‘50 e ‘60 abbiano impedito un altro miliardo di morti. Antibiotici, vaccini e impianti di trattamento delle acque, a loro volta, hanno salvato vite respingendo i nemici batterici, virali e fungini dell’umanità. Non essendo sopravvissuta quasi alcuna competizione biologica, l’umanità ha avuto un accesso sempre più illimitato alla piastra di Petri planetaria: negli ultimi duecento anni, il numero di esseri umani che camminano sul pianeta è aumentato da 1 a 7 miliardi, con qualche miliardo in più previsto nei prossimi decenni.

Facendo impennare la curva di crescita, gli esseri umani “ora si appropriano di quasi il 40% […] della potenziale produttività terrestre”. Questa cifra, che corrisponde a una famosa stima di un team di biologi di Stanford, risale al 1986. Dieci anni dopo, un secondo team di Stanford calcolò che la “frazione della produzione biologica della terra che viene utilizzata o dominata” dalla nostra specie era salita fino al 50%. Nel 2000, il chimico Paul Crutzen diede un nome al nostro tempo: “Antropocene”, l’era in cui l’Homo sapiens divenne una forza operante su scala planetaria. Quell’anno, metà dell’acqua dolce accessibile del mondo è stata consumata dagli esseri umani.

Lynn Margulis, certamente, avrebbe deriso queste valutazioni del dominio umano sul mondo naturale, che, per quanto ne so, non tengono conto dell’enorme impatto del microcosmo. Non avrebbe, però, contestato l’idea centrale: Homo sapiens è diventato una specie di successo e sta crescendo di conseguenza.

Se seguiamo lo schema di Gause, la crescita continuerà a una velocità delirante fino a raggiungere il secondo punto di flesso. A quel tempo avremo esaurito le risorse della piastra di Petri globale o reso effettivamente tossica l’atmosfera con i nostri rifiuti di anidride carbonica, o entrambi. Dopodiché, la vita umana sarà, per breve tempo, un incubo hobbesiano, i vivi sopraffatti dai morti. Quando il re cade, lo stesso accade anche ai suoi servitori; è possibile che la nostra caduta possa anche abbattere la maggior parte dei mammiferi e molte piante. In questo scenario, forse prima o, più probabilmente, poi, la Terra sarà di nuovo un coro di batteri, funghi e insetti, come è stata per gran parte della sua storia.

Sarebbe sciocco aspettarsi qualcos’altro, pensò Margulis. Di più: sarebbe innaturale.

PLASTICA COME QUANTO PIÙ NON PUÒ ESSERE

Ne Il casello magico, il classico racconto d’avventura dal linguaggio giocoso di Norton Juster, il giovane Milo e i suoi fedeli compagni si ritrovano inaspettatamente trasportati su un’isola desolata e misteriosa. Quando incontra un uomo con una giacca di tweed e un berretto, Milo gli chiede dove siano. L’uomo, a sua volta, risponde chiedendo se sanno chi egli sia: l’uomo è, a quanto pare, confuso sull’argomento. Milo e i suoi amici si consultano, poi gli chiedono se può descriversi.

“Sì, certo”, rispose l’uomo allegramente. “Sono alto quanto più non si può essere” – e crebbe e si allungò immediatamente, finché di lui riuscirono a scorgere soltanto le scarpe e le calze – “e sono basso quanto più non si può essere “ – e si abbassò riducendosi alle dimensioni di un ciottolo. “Sono generoso quanto più non si può essere”, disse, porgendo a ognuno di loro una grossa mela rossa, “e sono egoista quanto più non sarebbe possibile”, ringhiò, riafferrandole. (Juster N. Il casello magico. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1971, p. 168)

 

In breve tempo, i compagni apprendono che l’uomo è forte quanto più non si può essere, debole quanto più non si può essere, intelligente quanto più non si può essere, stupido quanto più non si può essere, aggraziato quanto più non si può essere, goffo quanto più… hai capito. “Ci capite qualcosa?” chiede. Ancora una volta, Milo e i suoi amici si consultano e si rendono conto che la risposta è in realtà abbastanza semplice:

“In tal caso, senza alcun dubbio”, concluse Milo lietamente, “lei deve essere Puoessere.” [Canby nell’originale inglese]

“Ma certo, sì, certo”, gridò l’uomo. “Come mai non ci avevo pensato? Sono felice come più non si può essere.” (Juster N. Il casello Magico. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1971, p. 169-170)

Con Puoessere, Juster presumibilmente intendeva deridere un certo tipo di maschio bamboccione infantile e irrisolto. Non posso, però, fare a meno di pensare al povero vecchio Puoessere come a un esempio di uno dei più grandi attributi dell’umanità: la plasticità comportamentale. Il termine fu coniato nel 1890 dal pioniere della psicologia William James, che lo definì come “possesso di una struttura debole abbastanza da cedere ad un influsso, ma forte a sufficienza da non cedere una volta per sempre” (James W. The Principles of Psychology (I ed. 1890). New York: Dover Publications, 1950, vol. I, cap. IV. Ed. it., Principii di psicologia. Milano: Società Editrice Libraria, 1901). 

Plasticità comportamentale, una caratteristica distintiva del grande cervello dell’Homo sapiens, significa che gli umani possono cambiare le loro abitudini; quasi naturalmente, le persone cambiano lavoro, smettono di fumare o si dedicano al vegetarianismo, si convertono a nuove religioni e migrano in terre lontane dove devono imparare strane lingue. Questa plasticità, questa “Puoessere-tudine”, è il segno distintivo della nostra trasformazione da Homo sapiens moderni in senso anatomico a Homo sapiens moderni in senso comportamentale – e, forse, la ragione grazie alla quale siamo stati in grado di sopravvivere quando Toba ha riconfigurato il paesaggio.

Altre creature sono molto meno flessibili. Come i gatti che vivono in appartamento che si nascondono compulsivamente nell’armadio quando arrivano i visitatori, hanno una capacità limitata di accogliere nuovi fenomeni e di cambiare in risposta a essi. Gli esseri umani, al contrario, sono così eccezionalmente plastici che vaste aree delle neuroscienze sono dedicate al tentativo di spiegare come ciò possa accadere (nessuno lo sa per certo, ma alcuni ricercatori ora pensano che particolari geni diano ai loro possessori una consapevolezza accresciuta e innata del loro ambiente, che può portare sia a una sensibilità inutile e nevrotica sia a una maggiore capacità di rilevare nuove situazioni adattandosi a esse).

La plasticità negli individui è rispecchiata dalla plasticità a livello sociale. Il sistema castale nelle specie sociali come le api è elaborato e finemente accordato, ma fissato, come nell’ambra, nelle anse del loro DNA. Si dice che alcune formiche tagliafoglie abbiano, accanto agli esseri umani, le società più grandi e complesse della Terra, con comportamenti codificati in modo elaborato che vanno dallo smaltimento dei morti ai complessi sistemi agricoli. Ospitando milioni di individui in reti sotterranee inconcepibilmente ramificate, le colonie di tagliafoglie sono “i superorganismi per eccellenza della Terra”, ha scritto Edward O. Wilson. Tuttavia, sono incapaci di cambiamenti fondamentali. La centralità e l’autorità della regina non possono essere contestate; la minuscola minoranza di maschi, usati solo per inseminare le regine, non acquisirà mai nuove responsabilità.

Le società umane sono, ovviamente, molto più varie rispetto ai loro cugini insetti. Ma la vera differenza è la loro plasticità. È per questo che l’umanità, una specie di Puoessere, è stata in grado di muoversi in ogni angolo della Terra e di controllare ciò che vi trova. La nostra capacità di cambiare noi stessi per estrarre risorse dall’ambiente circostante con sempre maggiore efficienza è ciò che ha reso l’Homo sapiens una specie di successo. È la nostra più grande benedizione.

O, a ogni modo, è stata la nostra più grande benedizione.

 

TASSI DI SCONTO

Entro il 2050, secondo le previsioni dei demografi, ben 10 miliardi di esseri umani cammineranno sulla Terra, 3 miliardi in più rispetto a oggi. Non solo esisteranno più persone che mai, ma saranno più ricche che mai. Negli ultimi trent’anni centinaia di milioni di persone in Cina, India e altri Paesi un tempo poveri si sono sollevate dall’indigenza – probabilmente il più importante, e certamente il più incoraggiante, risultato del nostro tempo. Eppure, come tutte le imprese umane, questo grande successo porrà grandi difficoltà.

In passato, l’aumento dei redditi ha invariabilmente provocato un aumento della domanda di beni e servizi. Miliardi di nuovi posti di lavoro, case, automobili, elettronica di lusso: queste sono le cose che i nuovi ricchi vorranno (perché non dovrebbero?). La sfida più grande, però, potrebbe essere la più basilare di tutte: nutrire queste bocche in più. Per gli agronomi, la prospettiva è deludente. I nuovi ricchi non vorranno la zuppa dei loro antenati. Invece, chiederanno maiale e manzo e agnello. Il salmone sfrigolerà sulle loro griglie all’aperto. In inverno, vorranno fragole, come le persone di New York e Londra, e lattuga pulita da giardini idroponici.

Tutti ciò richiede risorse produttive enormemente maggiori rispetto alla semplice agricoltura contadina. Già oggi, il 35% del raccolto mondiale di cereali viene utilizzato per nutrire il bestiame. Il processo è terribilmente inefficiente: sono necessari dai sette ai dieci chilogrammi di grano per produrre un chilogrammo di carne bovina. Non solo gli agricoltori del mondo dovranno produrre abbastanza grano e mais per sfamare 3 miliardi di persone in più, ma dovranno produrne abbastanza da dare a tutti loro hamburger e bistecche. Dati gli attuali modelli di consumo alimentare, gli economisti ritengono che nel 2050 dovremo produrre circa il 40% in più di cereali rispetto a oggi.

Come possiamo fornire queste cose a tutte queste nuove persone? Questa è solo una parte della domanda. La domanda completa è: come possiamo fornirle senza distruggere i sistemi naturali da cui tutto dipende?

Scienziati, attivisti e politici hanno proposto molte soluzioni, ognuna delle quali è centrata su una diversa prospettiva ideologica e morale. Alcuni sostengono che dobbiamo soffocare drasticamente la civiltà industriale (stop da oggi all’agricoltura ad alta intensità energetica e basata sui prodotti chimici! Eliminare i combustibili fossili per fermare il cambiamento climatico!). Altri sostengono che solo un intenso utilizzo delle conoscenze scientifiche può salvarci (piantare da subito colture geneticamente modificate e superproduttive! Passare all’energia nucleare per fermare il cambiamento climatico!). Non importa quale strada venga scelta, nondimeno, richiederà trasformazioni radicali e su larga scala nell’impresa umana: un compito arduo e orribilmente costoso.

Peggio ancora, la nave è troppo grande per virare velocemente. L’approvvigionamento alimentare mondiale non può essere disaccoppiato rapidamente dall’agricoltura industriale, se questa fosse considerata come la giusta risposta. Le falde acquifere non possono essere ricaricate con uno schiocco delle dita. Se si sceglie la via dell’alta tecnologia, le colture geneticamente modificate non possono essere coltivate e testate durante la notte. Allo stesso modo, le tecniche di sequestro del carbonio e le centrali nucleari non possono essere dispiegate istantaneamente. I cambiamenti devono essere pianificati ed eseguiti decenni prima dei tipici segnali di crisi, ma è come chiedere a sedicenni sani e felici di scrivere testamenti biologici.

Non solo il compito è scoraggiante, è anche strano. In nome della natura, chiediamo agli esseri umani di fare qualcosa di profondamente innaturale, qualcosa che nessun’altra specie ha mai fatto o potrebbe mai fare: limitare la propria crescita (almeno in qualche modo). Cozze zebrate nei Grandi Laghi, serpenti bruni a Guam, giacinti d’acqua nei fiumi africani, falene zingare negli Stati Uniti nordorientali, conigli in Australia, pitoni birmani in Florida: tutte queste specie di successo hanno invaso i loro ambienti, spazzando via incautamente altre creature. Come i protozoi di Gause, stanno correndo per trovare i bordi della loro piastra di Petri. Nessuno è tornato volontariamente indietro. Ora stiamo chiedendo all’Homo sapiens di limitarsi.

Che cosa strana da chiedere! Agli economisti piace parlare del “tasso di sconto”, che è il loro termine per preferire un uccello a disposizione oggi rispetto a due nella savana domani. Il termine riassume anche parte della nostra natura umana. Essendoci evoluti in piccoli gruppi in costante movimento, siamo programmati per concentrarci sull’immediato e sul locale piuttosto che sul lungo termine e sul lontano, così come preferiamo le savane simili a parchi piuttosto che le profonde foreste oscure. Pertanto, oggi ci preoccupiamo più del semaforo rotto sulla strada che delle condizioni del prossimo anno in Croazia, Cambogia o Congo. Giusto così, sottolineano gli evoluzionisti: gli americani hanno molte più probabilità di essere uccisi a quel semaforo oggi che in Congo l’anno prossimo. Eppure, qui stiamo chiedendo ai governi di concentrarsi su potenziali limiti planetari che potrebbero non essere raggiunti per decenni. Dato il tasso di sconto, niente potrebbe essere più comprensibile dell’incapacità del Congresso americano di affrontare, per dire, il cambiamento climatico. Da questo punto di vista, c’è qualche ragione per immaginare che Homo sapiens, a differenza di cozze, serpenti e falene, possa sottrarsi al destino naturale di tutte le specie di successo?

Per i biologi come Margulis, che passano la loro carriera sostenendo che gli esseri umani sono semplicemente parte dell’ordine naturale, la risposta dovrebbe essere chiara. Nei suoi fondamenti, tutta la vita è simile. Tutte le specie cercano senza sosta di incrementare se stesse: questo è il loro obiettivo. Moltiplicandoci fino a raggiungere il numero massimo possibile, anche se facciamo fuori gran parte del pianeta, stiamo realizzando il nostro destino.

Da questo punto di vista, la risposta alla domanda se siamo condannati a distruggere noi stessi è: sì. Dovrebbe essere ovvio.

Dovrebbe essere, ma forse non lo è.

 

HARA HACHI BU

Quando immagino la profonda trasformazione sociale necessaria per evitare la calamità, penso a Robinson Crusoe, eroe del famoso romanzo di Daniel Defoe. Defoe credeva chiaramente che il suo eroe fosse un uomo esemplare. Naufragato su un’isola disabitata al largo del Venezuela nel 1659, Crusoe è un impressionante esempio di plasticità comportamentale. Durante i suoi ventisette anni di esilio impara a pescare, cacciare conigli e tartarughe, domare e pascolare capre isolane, potare e mantenere gli agrumi locali e creare “piantagioni” di orzo e riso dai semi che ha recuperato dal relitto (a quanto pare Defoe non sapeva che agrumi e capre non erano originari delle Americhe e quindi Crusoe probabilmente non li avrebbe trovati lì). Il salvataggio arriva finalmente sotto forma di una nave piena di ammutinati cenciosi, che progettano di abbandonare il loro capitano sull’isola apparentemente vuota. Crusoe aiuta il capitano a riconquistare la sua nave e offre agli ammutinati sconfitti una scelta: processo in Inghilterra o esilio permanente sull’isola. Tutti scelgono quest’ultimo. Crusoe ha valorizzato a tal punto il potere produttivo dell’isola per l’uso umano che anche un branco di marinai inetti può comodamente sopravvivere lì.

Per portare Crusoe nel suo sfortunato viaggio, Defoe lo nominò ufficiale su una nave negriera che trasportava in Sud America gli africani catturati. Oggi nessuno scrittore farebbe di un venditore di schiavi l’ammirevole eroe di un romanzo. Ma nel 1720, quando Defoe pubblicò Robinson Crusoe, nessun lettore ebbe nulla da dire sull’occupazione di Crusoe, perché la schiavitù era la norma da un capo all’altro del mondo. Regole e nomi differivano da luogo a luogo, ma il lavoro forzato era ovunque, a costruire strade, a servire aristocratici e a combattere guerre. Gli schiavi brulicavano nell’Impero ottomano, nell’India Moghul e nella Cina Ming. Le mani incatenate erano meno comuni nell’Europa continentale, ma Portogallo, Spagna, Francia, Inghilterra e Paesi Bassi sfruttavano felicemente milioni di schiavi nelle loro colonie americane. Si sentivano poche proteste; la schiavitù era stata parte del tessuto della vita sin dal codice di Hammurabi.

Poi, nel giro di pochi decenni del XIX secolo, la schiavitù, una delle istituzioni più durature dell’umanità, è quasi scomparsa.

L’assoluta implausibilità di questo cambiamento è sbalorditiva. Nel 1860, gli schiavi erano, collettivamente, il singolo bene economico più prezioso negli Stati Uniti, per un valore stimato di 3 miliardi di dollari, una somma enorme a quei tempi (pari a circa 10 trilioni di dollari nella valuta corrente). Invece di investire in fabbriche come gli imprenditori del Nord, gli uomini d’affari del Sud avevano trasformato i loro capitali in schiavi. E giustamente, dal loro punto di vista, masse di uomini e donne incatenati avevano reso la regione politicamente potente e conferito uno status sociale a un’intera classe di bianchi poveri. La schiavitù era il fondamento dell’ordine sociale. Era, tuonò John C. Calhoun, un ex senatore, segretario di Stato e vicepresidente, “piuttosto che un male, un bene, un bene positivo”. Eppure, solo pochi anni dopo rispetto a queste parole di Calhoun, una parte degli Stati Uniti decise di distruggere questa istituzione, facendo a pezzi gran parte dell’economia nazionale e uccidendo mezzo milione di cittadini lungo la strada.

Incredibilmente, la svolta contro la schiavitù fu universale quanto la schiavitù stessa. La Gran Bretagna, il maggiore trafficante di esseri umani del mondo, terminò le sue azioni schiavistiche nel 1808, sebbene fossero tra le imprese più redditizie della nazione. Presto seguirono Paesi Bassi, Francia, Spagna e Portogallo. Come le stelle che si spengono all’avvicinarsi dell’alba, le culture di tutto il mondo si tolsero dal precedente scambio universale di carichi umani. La schiavitù esiste ancora qua e là, ma in nessuna società è formalmente accettata come parte del tessuto sociale.

Gli storici hanno fornito molte ragioni per questa transizione straordinaria. Una delle più importanti, tuttavia, è che gli abolizionisti avevano convinto un gran numero di persone comuni in tutto il mondo che la schiavitù era un disastro morale. Un’istituzione fondamentale per la società umana per millenni è stata rapidamente smantellata da idee e da un invito all’azione, ripetuto a gran voce.

Negli ultimi secoli, cambiamenti così profondi si sono verificati ripetutamente. Dall’inizio della nostra specie, per esempio, ogni società conosciuta si è basata sul dominio delle donne da parte degli uomini (le voci sulle società matriarcali del passato abbondano, ma pochi archeologi ci credono). A lungo andare, la mancanza di libertà delle donne è stata fondamentale per l’impresa umana quanto la gravitazione lo è per l’ordine celeste. Il grado di soppressione variava da periodo a periodo e da luogo a luogo, ma le donne non ebbero mai una voce paragonabile a quella degli uomini; esistono, infatti, alcune prove che la pena per il possesso di due cromosomi X sia aumentata con il progresso tecnologico. Anche se il Nord industriale e il Sud agricolo erano in guerra per il trattamento degli africani, consideravano le donne allo stesso modo: in nessuna delle due metà della nazione americana esse potevano frequentare l’università, avere un conto in banca o possedere proprietà. Altrettanto anguste erano le vite delle donne in Europa, Asia e Africa. Oggigiorno le donne rappresentano la maggioranza degli studenti universitari statunitensi, la maggioranza della forza lavoro e la maggioranza degli elettori. Ancora una volta, gli storici attribuiscono molteplici cause a questo cambiamento nella condizione umana, rapido nel tempo, sconcertante nella portata. Una delle più importanti, però, è il potere delle idee: le voci, le azioni e gli esempi delle suffragette, che attraverso decenni di scherni e molestie hanno sostenuto la loro causa. Negli ultimi anni qualcosa di simile sembra essere successo con i diritti degli omosessuali: prima alcuni sostenitori solitari, censurati e derisi; poi vittorie in ambito sociale e giuridico; infine, forse, un lento movimento verso l’uguaglianza.

Meno noto, ma altrettanto profondo: il declino della violenza. Le società di caccia e raccolta hanno condotto le guerre meno brutalmente delle società industriali, ma più frequentemente. In genere, gli archeologi ritengono che circa un quarto di tutti i cacciatori e raccoglitori sia stato ucciso dai propri simili. La violenza è leggermente diminuita quando gli umani si sono riuniti in stati e imperi, ma era ancora una presenza costante. Quando Atene era al suo apice nel V e IV secolo a.C., si trovava sempre in guerra: contro Sparta (prima e seconda guerra del Peloponneso, guerra di Corinto); contro la Persia (guerre greco-persiane, guerre della Lega di Delo); contro Egina (guerra contro Egina); contro la Macedonia (guerra contro Olinto); contro Samo (guerra di Samo); contro Chio, Rodi e Coo (guerra degli alleati).

Sotto questo aspetto, la Grecia classica non era niente di speciale: si pensi alle orribili storie della Cina, dell’Africa sub-sahariana o della Mesoamerica. Allo stesso modo, le prime guerre dell’Europa moderna erano così veloci e furiose che gli storici le raccolgono semplicemente in titoli onnicomprensivi come Guerra dei cent’anni, seguita dalla Guerra dei Trent’anni, più breve ma ancora più distruttiva. E anche se gli europei e i loro discendenti hanno aperto la strada al concetto odierno di diritti umani universali creando documenti come la Carta dei diritti e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, l’Europa è rimasta così impantanata negli scontri che ha combattuto due conflitti di una scala e una portata così vaste che divennero note come guerre “mondiali”.

Dalla Seconda guerra mondiale, tuttavia, i tassi di morte violenta sono scesi ai livelli più bassi della storia conosciuta. Oggi, una persona media ha molte meno probabilità di essere uccisa da un altro membro della propria specie rispetto al passato: una trasformazione straordinaria che si è verificata, quasi non annunciata, nel corso della vita di molte delle persone che stanno leggendo questo articolo. Come ha scritto il politologo Joshua Goldstein, “stiamo vincendo la guerra alla guerra”. Di nuovo, le cause sono molteplici. Goldstein, probabilmente il principale studioso in questo campo, tuttavia, sostiene che la più importante è l’emergere delle Nazioni Unite e di altri organismi transnazionali, espressione delle idee degli attivisti per la pace all’inizio del secolo scorso.

Essendo una specie relativamente giovane, abbiamo una propensione adolescenziale a fare disastri: inquiniamo l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, e sembriamo bloccati in un’epoca di dumping del carbone e sperimentazione nucleare che sta mettendo a rischio innumerevoli specie, compresa la nostra. Però stiamo anche facendo progressi innegabili. Nessun europeo nel 1800 avrebbe potuto immaginare che nel 2000 l’Europa avrebbe reso illegale la schiavitù, le donne avrebbero potuto votare e gli omosessuali avrebbero potuto sposarsi. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un continente che si era fatto a pezzi per secoli sarebbe stato libero da conflitti armati, anche in tempi economici terribili. Dato questo record, anche Lynn Margulis avrebbe esitato (forse).

Impedire all’Homo sapiens di autodistruggersi à la Gause richiederebbe una trasformazione ancora maggiore – plasticità comportamentale del più alto livello – perché andremmo contro la stessa natura biologica. I giapponesi hanno un’espressione, hara hachi bu, che significa, grosso modo, “pancia piena all’80%”. Hara hachi bu è un modo veloce per esprimere un’antica ingiunzione di smettere di mangiare prima di sentirsi sazi. Dal punto di vista nutrizionale, il comando è decisamente sensato. Quando le persone mangiano, il loro stomaco produce peptidi che segnalano la pienezza al sistema nervoso. Sfortunatamente, il meccanismo è così lento che chi mangia spesso percepisce la sazietà solo dopo aver consumato troppo – da qui la condizione fin troppo comune di sentirsi gonfi o indisposti per l’eccesso di cibo. Il Giappone, in realtà l’isola giapponese di Okinawa, è l’unico posto al mondo in cui è noto che un gran numero di persone limita il proprio apporto calorico in modo sistematico e abituale. Alcuni ricercatori affermano che hara hachi bu è responsabile della durata della vita notoriamente lunga degli abitanti di Okinawa. Io lo considero la metafora di uno stop prima del secondo punto di svolta, rinunciando volontariamente al consumo a breve termine per ottenere un beneficio a lungo termine.

Dal punto di vista evolutivo, un’adozione a livello di specie di hara hachi bu sarebbe senza precedenti. Pensandoci, posso immaginare Lynn Margulis che alza gli occhi al cielo. È davvero così improbabile che la nostra specie, Puoessere in tutto e per tutto, sia in grado di fare esattamente ciò, prima che la natura lo faccia per noi, una volta superata quella fatidica curva del secondo punto di flesso?

Posso figurarmi la risposta di Margulis: stai immaginando la nostra specie come una sorta di computer con un enorme cervello, iperrazionale, che calcola i benefici e i costi! Un’analogia migliore sono i batteri ai nostri piedi! Tuttavia, Margulis sarebbe la prima a concordare sul fatto che rimuovere le catene da donne e schiavi ha permesso di liberare i talenti soppressi di due terzi della razza umana. La drastica riduzione della violenza ha impedito lo spreco di innumerevoli vite e di quantità sbalorditive di risorse. È davvero impossibile credere che potremmo utilizzare quei talenti e quelle risorse per arretrare davanti al baratro?

Il nostro record di successi non è così lungo. In ogni caso, i successi passati non sono una garanzia per il futuro. È terribile, però, supporre che possiamo avere ragione su tante altre cose e sbagliare questa. Avere l’immaginazione per vedere la nostra potenziale fine, ma non avere l’immaginazione per evitarla. Inviare l’umanità sulla Luna, ma non prestare attenzione alla Terra. Avere il potenziale, ma non essere in grado di usarlo; essere, infine, non diversi dai protozoi nella piastra di Petri. Sarebbe la prova che le convinzioni più sprezzanti di Lynn Margulis erano giuste, dopotutto. Nonostante tutta la nostra velocità e voracità, le nostre scintille e i nostri lampi mutevoli, non saremmo, alla fine, una specie particolarmente interessante. 


Charles C. Mann, scrittore e giornalista, collabora con “The Atlantic”, “Science”, “The New York Times”, “Technology Review”, “The Washington Post” e altre importanti riviste. Per tre volte finalista al National Magazine Award, nel 2006 il suo 1491: New Revelations of the Americas Before Columbus ha vinto il National Academies Communication Award come miglior libro dell’anno. In italiano è stato pubblicato il suo libro 1493. Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo (Mondadori, 2013).
Matteo Vavassori (matteo_vavassori@hotmail.it), laureato in filosofia, lavora da anni come redattore scientifico a Milano, coltivando in maniera dispersiva svariate passioni libresche. 

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13 comments on “Il successo evolutivo è la condanna dell’Homo sapiens?

  1. Francesco Murano

    difficile trarre conclusioni positive comparando mele e patate. Dire che Homo Sapiens possa aggiustare la sua traiettoria specifica invocando esempi come la fine della schiavitu’, il femminismo e la tolleranza per le persone non binarie e’ negare l’evidente verita’ che questi movimenti (sacrosanti) retano nel solco dell’ideologia della crescita illimitata e nulla hanno a che vedere col consumo delle risorse, anzi.

  2. Grazie per la traduzione Matteo! Per scandagliare le origini dell’umanità ho trovato molto intrigante e interessante questa lettura https://www.ibs.it/chi-siamo-come-siamo-arrivati-libro-david-reich/e/9788832851076

  3. Ottima traduzione Matteo, molto interessante. Per indagare il passato dell’umanità segnalo questa pubblicazione che ho trovato molto intrigante e stimolante https://www.ibs.it/chi-siamo-come-siamo-arrivati-libro-david-reich/e/9788832851076

  4. LUIGI RIZZO

    Mi appassiona il passaggio da homo sapiens 1.0 a 2.0. Mi potete segnalare qualche articolo in merito.

  5. Rai Kom

    L’Homo di Neanderthal non era un’altra specie, ci siamo incrociati con loro per cui era una sottospecie della specieHomo Sapiens.

  6. bernardo parrella

    ottimo avere simili analisi in italiano, grazie! ma su questi temi e annessi vari, suggerisco la lettura approfondita di un mega-libro appena uscito in Usa, e già bestseller: “The Dawn of Everything: A New History of Humanity” di David Graeber (maggior teorico dietro Occupy Wall Street e molto altro, purtroppo scomparso lo scorso anno) e David Wengrow, i quali smontano parecchie “tesi storiche” in voga finora, in particolare il fatto che l’agricoltura sia stato cosi’ diffuso e che abbia davvero inciso sulle scelte (perche’ di scelte da parte degli umani di allora si tratta, non di passaggi obbligati) culturali e sociali del pianeta e dell’homo sapiens….

    • Matteo Vavassori

      Speriamo sia anche tradotto a breve in italiano

      • Matteo Vavassori

        In ogni caso è interessante avere vari punti di vista, perché sono temi su cui avere una risposta ultima e certa

        • Matteo Vavassori

          La risposta precedente era incompleta:

          su cui non è possibile avere una risposta ultima e certa

  7. Distopico ma interessante. Ci sarà una soluzione, qui non immaginata?

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