Il suo nome

«Se passi al cimitero di Foggia dopo la mezzanotte vedrai i fantasmi venire fuori dalle lettere dei loro vecchi nomi incisi sulle lapidi; li vedrai, come li ho visti io, venire fuori a leccare con una lingua plicata la data della loro morte, li vedrai, come li ho visti io, soffocare gli stoppini delle candele con le orbite oculari vuote, li vedrai, come li ho visti io, violentare le statuette della madonna sul fondo dei corridoi…»


IN COPERTINA: Endre Balint, Statue in a Cemetery, 1959

di Christian di Furia

Se passi al cimitero di Foggia dopo la mezzanotte vedrai i fantasmi venire fuori dalle lettere dei loro vecchi nomi incisi sulle lapidi; li vedrai, come li ho visti io, venire fuori a leccare con una lingua plicata la data della loro morte, li vedrai, come li ho visti io, soffocare gli stoppini delle candele con le orbite oculari vuote, li vedrai, come li ho visti io, violentare le statuette della madonna sul fondo dei corridoi, li vedrai, come li ho visti io, giocarsi gli ossari a duello sciabolando a fasci di luna e li vedrai, come li ho visti io, cacciare gli oboli di Caronte dai corpi ancora caldi e li vedrai, come li ho visti io, rubare i fiori dalle tombe dei bambini per regalarli alle puttane: perché se passi  al cimitero di Foggia dopo la mezzanotte vedrai le prostitute che si preparano per cominciare a lavorare.

Così, da un anno. Sullo slargo, in bella mostra. Ragazze, in attesa: che pure non attendono nessuno.

Di mattina la città insorge – serpeggio di insulti, focolaio di proteste –, apriti-cielo di ribrezzo grugniscono sulle bocche di chi allibisce al pensiero dell’oscenità che s’esibisce ogni sera alle porte del cimitero, e dagli scivoli delle loro sopracciglia aggrottate si lanciano giù rancori infantili e dispettosi che prima ancora di cadere in terra finiscono per aria, portati dagli sbuffi dell’impazienza: sono vedove gelose che i loro furono-mariti si scaldino al profumo di gambe giovani, sono vedovi incerti che le loro mogli defunte non possano in effetti apprezzare, sono madri e padri orbati dei figli che si  rivoltano per la pornografia cui i loro bambini-in-eterno assistono; e io li leggo, sui volantini incollati ai lampioni della città, ascolto i loro slogan nei loro assembramenti sotto il Comune, e così ogni giorno, e ogni giorno da tre mesi ho registrato i dimostranti farsi sempre più numerosi.

La sera, dovrei ben dire la notte, però, sempre cinque minuti alla mezza, passo con l’auto davanti al cimitero e marcio a passo d’uomo per individuare, tra le prostitute, Nadira – che non si chiama Nadira, ma che il suo vero nome mai ha voluto dirmi: quando c’è, parcheggio, scendo e lei mi guarda da lontano arrivare, e si lascia allora seguire fin dentro il cimitero, entrandoci per una breccia nella recinzione in ferro grigio; io le rimango dietro, a qualche passo di distanza, sino a che poi si ferma: allorché mi siedo e resto lì, incantato: da Nadira che sempre si lascia guardare, nuda e disinibita, mentre si fa possedere dal fantasma di turno, che più delle volte è quello di un giovane, morto nella guerra del quindicidiciotto, un soldato aitante e baffuto di cui temo Nadira si sia persino innamorata.

Con me, lei non ci è mai voluta venire, perché dice che sono ancora vivo, dice non è ancora il momento. Mi lascia soltanto guardare; e talvolta, quasi sempre, mentre la guardo, lei mi guarda.

L’altro ieri mattina, tuttavia, all’assembramento quotidiano dei vivi indignati sotto il municipio, con un battimani ghignante è stato accolto il signor sindaco che sceso dal suo ufficio ha salutato la folla sventolando un foglio, annunciando, nel giubilo della massa, che tra le mani portava copia della «nuova ordinanza», giustappunto due minuti prima approvata, che decretava «finalmente l’agognato smantellamento di quell’indecente gineceo» dinanzi al nostro cimitero: dopo quasi un anno di inutili ronde, tripudiava il signor sindaco, il problema veniva in questo modo risolto: «Alla città di Foggia verrà tolto il cimitero». Verrà preso, e trasferito in un luogo che a nessuno verrà rivelato.

«E vedremo se così, da domani, le meretrici ancora batteranno le nostre strade: io non credo affatto!» ha poi esclamato alla fine, travolto dalla gioia delle vedove e dei vedovi e dei genitori senza più i figli, il cui entusiasmo, affettato, era eccitato dal rancore tracotante della vittoria.

La notte stessa, transitando davanti al cimitero, ho cercato Nadira, per avvisarla di quanto sarebbe presto accaduto. Già lo so, mi ha detto. Avrei voluto dirle “E quindi?”, avrei voluto dirle “E ora?”, avrei voluto dirle “Come facciamo a vederci?”, avrei voluto dirle “Dove andrai?”, avrei voluto dirle “Dove andrò?”; solo una cosa invece ho detto: le ho chiesto quale fosse il suo vero nome.

E lei non mi ha risposto.

Ieri mattina, quando la città si è svegliata, il cimitero non c’era già più: uno spiazzo desolato giaceva, dove prima si dispiegava quel paese di alberi e marmo. Ho aspettato la notte, cinque minuti alla mezza, e passato di lì, per la gioia del signor sindaco, delle vedove, dei vedovi e dei genitori senza più i figli, non c’erano più neanche le prostitute. Non c’era più Nadira.

Da ieri, senza più il cimitero, a Foggia non ci sono più le prostitute; da oggi, senza più il cimitero, a Foggia nessuno muore più: tutti sono destinati a invecchiare in eterno. Ché a morire si rischia di rimanere cadaveri senza posto, da conservare negli armadi, o sotto i letti, o a pezzi nei cassetti, o gettati nelle discariche abusive in periferia accanto agli elettrodomestici rotti. La paura della morte, in città, diventerà così terrore per l’eternità della vita: l’esistenza, lunga e tediosa, costringerà, subdola, piano piano costringerà ognuno all’apatia e all’immobilità e all’ispidezza della vecchiaia estenuante; fino a che la città avrà di nuovo il suo cimitero, e sarà, combaciante con la città stessa, un cimitero per i vivi: le case come cappelle, i campanelli per lapidi, e una cerea luce del sole che  ristagna in un mattino perenne.

Chi vuole morire, invece, non ha che da mettersi in viaggio, saltare su una macchina, accompagnarsi su una bicicletta, intraprendere un lungo cammino: chi vuole morire ha la sola possibilità di mettersi in viaggio, alla ricerca del luogo in cui è stato nascosto il cimitero.

E quando lo troverò, Nadira mi dirà finalmente il suo nome, perché io possa finalmente morire; perché io possa finalmente incontrarla, e regalarle dei fiori: dei fiori rubati, e già appassiti.


Christian di furia è nato a Foggia, nel 1990. Scrive da qualche anno per il teatro. I suoi testi hanno ottenuto riconoscimenti da alcuni dei più importanti festival sulla scrittura teatrale (Premio Nazionale di Drammaturgia “Oltreparola”; Premio Critica al festival “Prima della prima…La scrittura). Il suo ultimo testo, Un pallido puntino azzurro, è stato finalista al Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” 2017, e l’anno successivo è stato pubblicato nella collana Teatro della casa editrice Nowhere Books. Ha pubblicato racconti su CrapulaClub, Verde Rivista, A Few Words e L’Irrequieto.

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