Il surf ha bisogno del femminismo?

Il surf è uno sport divenuto occidentale attraverso la cultura militare, e questo lo ha reso particolarmente permeabile a machismo e sessismo. Alcune visioni stereotipate resistono ancora oggi, ma riportare questo sport alla parità di genere si può, anche perché è così che nacque.


IN copertina: Gianni Asdrubali, Senza titolo (1985), all’asta dal 14 dicembre

di Alessia Dulbecco e Cristina Tedde

Negli ultimi decenni gli sport estremi stanno acquistando molta visibilità. Essi si distinguono dagli sport cosiddetti “tradizionali” per l’intenso impegno fisico e la ricerca di forti emozioni attraverso la sperimentazione del pericolo. Il soggetto che pratica questa attività, infatti, deve adattarsi a variabili ambientali incontrollabili (altezza, forze naturali, profondità…) attuando una costante, rapida e precisa elaborazione cognitivo-percettiva, pena il rischio di riportare gravi danni o addirittura la morte.

Se assumiamo per vera questa definizione, il surf rientra perfettamente in questa categoria. Si tratta infatti di un’attività in cui chi la pratica è costantemente sottoposto alla forza del mare, intento a stare in equilibrio su una tavola planando sulla parete dell’onda ed evitando, per quanto possibile, di finire schiacciato o spinto in profondità o contro pareti rocciose.

In occidente il surf si diffonde soprattutto intorno agli anni Cinquanta. Furono i militari americani impegnati alle Hawaii a conoscerlo, praticarlo e diffonderlo una volta rientrati in patria. Nella sua trasposizione occidentale, quindi, questo sport si caratterizza come un’attività “da veri uomini”, figlia del cameratismo tra soldati che con la fine del conflitto rischiava di svanire. Gli immaginari musicali e cinematografici sorti nel secondo dopoguerra – tra i quali possiamo annoverare i Beach boys con la loro “Surfin’ USA” e film come “Un mercoledì da leoni” e, più tardi, “Point break” – hanno contribuito a trasformare questo sport in una pratica tipicamente maschile, caratterizzata da una certa condivisione, dal coraggio e da emozioni forti con le quali esorcizzare la morte, sempre pronta a trascinare il malcapitato negli abissi marini. 

Quello che stupisce, però, è che se osserviamo gli scritti degli esploratori che per primi si recarono nell’arcipelago delle isole polinesiane, scopriamo che il surf non aveva distinzioni di genere o di età: tutti – giovani ed anziani, donne e uomini – erano abituati a questa curiosa pratica. James Cook, nel 1777, osservando un giovane tahitiano muoversi sull’acqua a bordo di una canoa, scrive sul suo diario di bordo: «mentre osservavo quell’indigeno penetrare su una piccola canoa le lunghe onde a largo di Matavai Point, non potevo fare a meno di concludere che quell’uomo provasse la più sublime delle emozioni nel sentirsi trascinare con tale velocità dal mare.»

Circa cento anni dopo, un giovane e ancora sconosciuto scrittore di nome Mark Twain fu inviato come corrispondente per il Sacramento Union Newspaper a Kona Cost, sulla Big Island delle Hawaii, per scrivere una sorta di resoconto per la rubrica del giornale che trattava di viaggi in luoghi esotici. Twain documenta, nel suo reportage, una pratica da lui denominata surf-bathing, per la quale esprime da subito una particolare attrazione:

«In un posto ci siamo imbattuti in una grande comunità di indigeni nudi, di entrambi i sessi e di tutte le età, che si divertivano con il passatempo nazionale, il surf-bathing.
Ognuno di questi pagani, remava tre o quattrocento yarde fuori dalla costa, portando con sé una piccola tavola di legno; poi, una volta fuori, si girava verso la costa e aspettava un flutto particolarmente prodigioso, per poterlo cavalcare. Al momento giusto lanciava la sua tavola giù dalla cresta dell’onda e ci saliva sopra, fischiando via come una bomba. Neanche un treno espresso lanciato a tutta velocità avrebbe potuto spingerli a una velocità maggiore. Ho provato io stesso il surf-bathing una volta, ma ho fallito miseramente. Avevo la tavola posizionata al posto giusto e al momento giusto, ma non sono riuscito a connettere le cose assieme».

Il fatto che questo sport fosse praticato anche dalle donne non deve stupirci: le leggende hawaiane e polinesiane sono ricchissime di figure femminili e di dee che sulle loro tavole sfidano con abilità i loro avversari uomini o le forze della natura. Una di queste antiche leggende narra di Mamala, una principessa a capo dei Kupua, semidivinità capaci di cambiare la propria forma. Mamala, eccellente surfista sposata al dio-squalo Ouha, aveva la capacità di trasformarsi in un’infinita varietà di elementi. Tutti la ammiravano per le sue straordinarie doti di surfista, ma, quando decise di lasciare Ouha per un altro capo dei Kapua, il dio-squalo per esprimere la vergogna e la rabbia di esser stato lasciato, rinunciò alla sua parte umana per divenire solo animale. Si trasformò così in uno squalo, anzi nello squalo: lo squalo bianco, il più temuto dai surfisti. 

Gianni Asdrubali, Senza titolo (1985), all’asta dal 14 dicembre

 

Se vogliamo spostarci dalle leggende alla realtà, invece, possiamo citare la storia della principessa Kaʻiulani o della regina Kaahumanu, che varie fonti descrivono come ottime surfiste. Insomma, basta una ricerca anche non particolarmente approfondita e si trovano numerosi riferimenti al surf come un pratica per tutti i generi.

La versione di questo sport che si è diffusa prima in America e poi in altre parti del mondo a partire dal secondo Novecento, invece, appare impermeabile – e per alcuni tratti ostile – alla partecipazione femminile. Le donne sono relegate a mero accessorio del surfista di turno, e, anche quando praticano il surf in prima persona, sono prese meno sul serio sia dalla comunità sportiva che dalla stampa. Se volete una prova, provate a digitare “surfiste” su un qualsiasi motore di ricerca: i primi link che troverete hanno a che fare con le 10 surfiste più “belle” o “hot”, corredati da immagini di giovani bellissime, coi capelli al vento, intente a nuotare verso l’onda o a posare – magrissime e assorte – con la tavola in mano. Più che di sportive, la stampa parla di un ideale femminile stereotipato; le donne (e gli uomini) che davvero praticano questo sport sanno benissimo che i corpi delle atlete non possono avere forme da modella, pena l’esser trascinate via dalla tavola al primo accenno di onda.

Per cercare di capire perché la pratica del surf sia stata assimilata in maniera così stereotipata, può essere utile muoversi su tre livelli: indagare su come è avvenuta la sua trasposizione in occidente, sul suo attuale immaginario e sui valori e poi, infine, parlare con chi lo sport lo pratica in prima persona. 

Come abbiamo detto precedentemente, la pratica di surfare è stata introdotta in occidente soprattutto dai militari americani. Prima di loro – al di là delle visioni positive di un Twain o di altri esploratori come Cook – erano stati i missionari, per lo più di fede calvinista come Hiram Bingham, a testimoniare nei loro reportage la presenza di questa pratica. Per loro vedere donne e uomini nudi, con la pelle bruciata dal sole mentre cavalcano le onde rappresentava senza dubbio un atto contrario ai principi della fede. Non è difficile immaginare che le prime a essere obbligate a interrompere questa pratica furono le donne, per orientarle ad attività più adatte al loro ruolo e genere. Anche tra gli uomini in pochi hanno resistito alle forze colonialiste che volevano silenziare questa consuetudine; tra di loro possiamo citare George Freeth, che, agli inizi del ‘900, fu condotto in California da un ricco industriale in vacanza alle Hawaii dopo che lo vide cavalcare le onde. Negli USA il giovane diventerà la principale attrazione della Redondo Beach con lo slogan “l’uomo che cammina sulle acque” prima di morire, poco più che trentenne, per la temuta “influenza spagnola” del 1919.

Possiamo quindi supporre che i militari che hanno contribuito alla diffusione del surf abbiano in qualche modo introiettato questa sua ultima espressione – che aveva già subito le epurazioni dei colonizzatori e ostracizzato la presenza delle donne – e ad essa vi abbiano legato gli ideali camerateschi di amicizia virile, sprezzo del pericolo, resistenza al dolore e alla fatica. Come in guerra, infatti, il surf è una pratica in cui si rischia molto cercando di prevedere l’impossibile; chi lo pratica lo accetta come filosofia di vita: inseguire l’onda, combattere con le forze della natura, domarle e sopravvivere. Non dimentichiamo inoltre l’alfabeto di quest’attività, che per lo più ruota attorno a onde che “si cavalcano” e “si domano”; lo stesso lessico che una certa cultura maschilista ha per anni utilizzato per ridurre il ruolo femminile a quello di passività sessuale. Da qui lo stereotipo, degradante, di figure relegate a ruolo di trofeo (come accade anche in altri sport, basta pensare alle premiazioni nel ciclismo e nel motociclismo), donne che attendono i loro eroi sulla riva – alla stregua di groupies o surf-bunnies.

Il surf, introdotto dai militari, ha vissuto il suo momento d’oro a partire dagli anni ’60, ed è diventato celebre per essere praticato in particolare dagli hippies, che hanno trovato un’eco negli ideali di libertà e di relazione atavica con l’elemento naturale, trasformandolo in una filosofia di vita. Spesso nemmeno loro, però, hanno accettato la presenza delle donne, che, complice la nascente rivoluzione femminista del tempo, stavano cercando di trovare una collocazione in questo sport che potesse andare al di là del ruolo passivo di amante di turno del campione acclamato. Anche in questa fase storica si è continuato ad escluderle: è diventata celebre a riguardo l’affermazione dell’allora campione australiano Nat Young “le donne non dovrebbero fare surf, si rendono solo ridicole”. Nel cercare di trovare una collocazione, soprattutto nei circuiti professionali, le donne hanno dovuto subire umiliazioni e ostracismo: molte non erano gradite e nelle competizioni, in taluni casi, venivano addirittura accerchiate o picchiate se “andavano a prendere l’onda” sottraendo ipoteticamente spazio a uno sportivo di sesso maschile. Il surf possiede moltissime regole non scritte (ma chi lo pratica le conosce benissimo). Ad esempio bisogna rispettare la territorialità dato che alcuni luoghi sono esclusivamente per i local, inoltre c’è una logica di precedenze da rispettare per entrare in acqua (prima i campioni, poi i meno bravi, infine le donne). Un altro grande problema è stato anche il boicottaggio in chiave economica: le manifestazioni sportive in cui partecipavano le donne, infatti, facevano disinteressare il pubblico e per questo gli investitori stanziavano meno denaro per la loro promozione. Bisognerà attendere il 1983, quando la neonata ASP (Association of Surfing Professionals) include uomini e donne nei suoi campionati e gli anni 2000 affinché le donne siano incluse nelle competizioni più rischiose, come la Big wave.

Nonostante i progressi in termini di riconoscimento alcune criticità persistono e appaiono più evidenti se si parla con donne che questo sport lo praticano. Cristina Tedde, giornalista e surfer, racconta – facendosi portavoce delle altre ragazze che con lei condividono la passione per questo sport – quanto ancora il surf rappresenti un terreno difficile per una donna. Battutine, domande inopportune (“ma lui – riferendosi all’ex, surfista – ti ha dato l’ok per entrare in acqua?”) mancate precedenze, piccole e grandi ritorsioni. Agli alti livelli, invece, l’apparente democrazia di questo sport (dove ormai le competizioni sono aperte a tutti, uomini e donne, in categorie differenti) si scontra con la disparità in termini di visibilità e di compensi. Solo da quest’anno la Word Surf League (nata sulle ceneri della già citata APS) ha stabilito che tutti gli atleti, indipendentemente dal genere, riceveranno uguale compenso nelle varie gare disputate. Sembrerebbe, quindi, che una chiave per contrastare un andamento che fino ad oggi è stato la regola, consista nel coalizzarsi. In America, ad esempio, nel 2016 la surfista italoamericana Bianca Valenti insieme ad altre colleghe ha fondato la Committee for equity in women surfing. Insieme hanno combattuto per i diritti delle sportive, ma soprattutto per un loro riconoscimento nei fatti. Sono iniziative di questo tipo che hanno permesso di dare visibilità alla categoria, contrastare le visioni stereotipate e, in ultima analisi, dar luogo a una battaglia condivisa. In alcune interviste recenti infatti, Valenti afferma che in seguito all’istituzione della Committee molti uomini si sono avvicinati alle istanze delle colleghe, le hanno comprese e sostenute. L’obiettivo comune, oggi, deve essere quello di attuare un dialogo in grado di rompere i cosiddetti soffitti di cristallo e permettere anche alle giovanissime che si affacciano a questo sport di trovare dei modelli femminili autorevoli, rendendo nuovamente il mare – come è stato un tempo – l’unico giudice delle proprie imprese.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.
Cristina Tedde, giornalista, scrive per Elitism e Scimparellomagazine. È una poetessa e ha avuto la fortuna di nascere vicino ad uno degli spot per il surf più importanti del Mediterraneo; pratica questo sport dal 2016 con particolare attenzione alla condizione delle donne.

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