Il Transumanesimo ha vinto ed è virale su TikTok



Dal cyborg critico al corpo-merce: com’è che il transumanesimo è diventato ormai il senso comune nell’era delle piattaforme.



di Selenia Anastasi

Poco prima dello scoppio della pandemia, nel 2019, ho pubblicato un piccolo saggio dal titolo Verificare di essere umani per i tipi di Lekton Edizioni (Acireale), passato relativamente inosservato rispetto alla pubblicazione parallela e assai più fortunata di Mark O’Connell, Essere una macchina, di Adelphi. Singolare coincidenza anche la scelta dei titoli, diametralmente in antitesi: mentre io mi interrogavo su cosa rimanesse di noi umani nell’era dell’ibridazione umano-macchina, per O’Connell la direzione tracciata dai transumanisti era già chiara. In quel testo cercavo di mettere a fuoco i confini di una lotta per la supremazia nell’immaginario legato al futuro delle nuove tecnologie: da una parte le filosofe e le epistemologhe interessate agli approcci femministi alla scienza e alla tecnologia (da Donna Haraway a Helen Longino), dall’altra l’esercito influente dei seguaci della Singolarità, imprenditori della Silicon Valley e accademici controversi come Nick Bostrom e Ray Kurzweil. Oggi quella lotta ha cambiato volto e le filosofie transumaniste non sembrano più i deliri di megalomani ultramiliardari in cerca di vie di fuga dalla morte e dalla sofferenza. Quel substrato culturale si è sedimentato in forme inattese, diluito nella cultura di internet, nei contenuti virali sul glow-up dei tiktokers, nell’estetica delle clean-girls, nei board di 4chan, nei nuovi gerghi delle comunità manosferiche – è divenuto pop, appunto. Pertanto, è forse arrivato il momento di spazzare via un po’ di polvere e di riaprire il dibattito in termini nuovi, poiché il transumanesimo pop è l’emblema di come un’ideologia si radica rapidamente nella vita di tutti i giorni quando i suoi sponsor possiedono direttamente i mezzi di distribuzione del pensiero. In definitiva serve chiedersi: il pensiero transumanista ha davvero vinto quella lotta?

Sostengo di sì, sebbene le catene causali, in storia delle idee, siano quasi sempre più complesse e meno lineari di quanto una tesi divulgativa possa onestamente sostenere. E tuttavia, ciò che si può affermare con maggiore cautela, e forse con maggiore utilità critica, è che esistono una serie di analogie strutturali profonde, rese possibili da una costellazione di concause che questo contributo può solo indicare: la diffusione capillare delle piattaforme digitali, la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di imprenditori con visioni del mondo coerenti, la crisi dei modelli tradizionali di mascolinità, la mercificazione del corpo, la diffusione del self-branding, e l’erosione progressiva di qualsiasi immaginario collettivo alternativo all’ottimizzazione competitiva del sé. In questo contesto, alcune idee attecchiscono non perché vengano trasmesse consapevolmente, ma perché trovano già pronte le condizioni per sembrare ovvie.

Oggi, la versione mainstream della filosofia transumanista si manifesta in almeno quattro domini convergenti: le pratiche di looksmaxxing e body modification diffuse nei circuiti manosferici; l’indottrinamento estetico degli influencer come performance del sé ottimizzato; il concetto di ascensione nella cultura incel come versione degradata della trascendenza transumanista; l’eugenetica come progetto globale auspicabile; e il ricorso all’intelligenza artificiale come surrogato affettivo. Intercettare il continuum non è semplice, ma rappresenta un tentativo di comprendere le ragioni strutturali dietro derive estremiste che interessano soprattutto le nuove generazioni, le cui conseguenze sulla salute mentale, sul vissuto dei corpi, sulle relazioni, sul terreno politico sono già visibili e misurabili.

Nel tentativo di tracciare un percorso coerente, è utile riprendere alcuni concetti. Il transumanesimo (o H+) nasce come movimento filosofico di nicchia tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, guadagnando uno spazio intermittente nel dibattito pubblico italiano solo nel decennio successivo, per poi ricadere nel dimenticatoio. I suoi membri più attivi sostenevano (e sostengono tutt’oggi) la possibilità e la desiderabilità di superare i limiti biologici della condizione umana attraverso la tecnologia e i ritrovati della scienza. Le sue radici affondano prevalentemente nell’umanesimo illuminista, nel darwinismo sociale e nelle utopie eugenetiche del primo Novecento, ma la sua formulazione moderna si deve a Julian Huxley, che nel 1957 coniò il termine in un saggio in cui affermava che “la specie umana può, se lo vuole, trascendere se stessa”. Negli anni Novanta il movimento si organizza attorno agli odierni messia della Singolarità, come Hans Moravec, Marvin Minsky, Eric Drexler e successivamente Nick Bostrom, fondatore della World Transhumanist Association. Il manifesto intellettuale del movimento, la Dichiarazione Transumanista, enumera i pilastri del progetto: uso etico della tecnologia per espandere le capacità umane, ricerca sull’allungamento radicale della vita, sviluppo dell’intelligenza artificiale, libertà morfologica.

Nonostante il dibattito accademico nostrano tendesse spesso a mescolare le carte, nel mio saggio sostenevo che la distinzione concettuale con il postumanesimo culturale poggia su numerosi punti, a partire dall’aperta opposizione di quest’ultimo al progetto intrinsecamente disembodied e antropocentrico dei transumanisti. Ad esempio, nella versione elaborata da Donna Haraway nel Manifesto Cyborg e da Katherine Hayles in How We Became Posthuman, il soggetto umanista è decostruito radicalmente e spogliato dalla sua pretesa di purezza biologica, riconoscendo nell’ibridazione con la tecnologia una caratteristica costitutiva della specie, non un superamento di essa. Il transumanesimo, al contrario, vede il potenziamento umano come il compimento di una vocazione evolutiva in cui l’uomo è un progetto, un work in progress ancora imperfetto. Questa differenza è essenziale poiché determina se il cyborg è un’opportunità critica o uno strumento di dominio.

L’ex filosofo di Oxford Nick Bostrom, in particolare, ha articolato la visione transumanista del human enhancement come coronamento evolutivo umano intorno a tre assi: potenziamento cognitivo, estensione della vita, fuga dal dolore e aumento del benessere individuale. La morphological freedom, ovvero il diritto di rimodellare il proprio corpo indiscriminatamente secondo la propria volontà, è un corollario di questa visione, e teorizzata come diritto civile fondamentale del futuro. È esattamente questo concetto che, fuoriuscito dal dibattito filosofico, ha fertilizzato pratiche molto meno nobili nella loro realizzazione concreta.

Un altro passaggio da inquadrare riguarda il legame diretto tra alcune figure legate all’universo tech contemporaneo e il movimento transumanista. La sovrapposizione tra pensiero transumanista, big tech e potere politico e finanziario è infatti biografica e strutturale. La lista di transumanisti famosi include figure come Jeffrey Epstein ed Elon Musk, figura centrale del movimento e per sua stessa ammissione “un transumanista non tradizionale”. Co-fondatore di OpenAI nel 2015 con Sam Altman e creatore di Neuralink nel 2016, azienda esplicitamente orientata all’integrazione cervello-macchina, oggi possiede X (già Twitter), la piattaforma con il maggiore impatto globale sulla formazione dell’opinione pubblica politica. Musk ha discusso pubblicamente e in più occasioni la sua fede in alcune tesi forti del transumanesimo cosiddetto estropiano: la possibilità di raggiungere una forma di immortalità biologica caricando cervelli umani nei robot, la convinzione che ci sia un’alta probabilità che l’umanità stia già vivendo in una simulazione al computer, mentre i suoi progetti di colonizzazione spaziale sono esplicitamente guidati dall’obiettivo di espandere la coscienza umana e garantire la sopravvivenza a lungo termine della civiltà oltre la Terra. Ma non è il solo. Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e investitore di Facebook nelle sue fasi iniziali, finanzia apertamente la ricerca sull’immortalità biologica attraverso Unity Biotechnology e Sens Research Foundation, e ha investito in Palantir per la sorveglianza predittiva. Ray Kurzweil, autore de La singolarità è vicina (2005), è dal 2012 direttore ingegneristico di Google con mandato specifico sull’intelligenza artificiale. Jeff Bezos e Peter Thiel finanziano Altos Labs, startup anti-invecchiamento con un budget di tre miliardi di dollari. Coincidenze? Io non credo. Il solutecnismo, ovvero l’idea che ogni problema umano abbia una soluzione tecnologica ottimale, è proprio l’ideologia operativa della Silicon Valley, e il transumanesimo ne è la versione filosoficamente elaborata. Quando chi possiede le piattaforme social, i motori di ricerca, le infrastrutture dell’IA, i principali media tecnologici condivide una visione del mondo coerente, quella visione del mondo non ha bisogno di propaganda esplicita per diventare il senso comune dell’epoca. Si diffonde attraverso gli algoritmi, i contenuti consigliati, i meme, i prodotti di consumo, le categorie di pensiero normalizzate.

Photography by PIERO VITI
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Tornando agli ultimi fotogrammi degli anni ’90, la prima forma di transumanesimo pop, diffusa in campo per lo più artistico, è il biohacking: pratica che mescola medicina fai-da-te, la tecnologia indossabile e la filosofia del potenziamento in una versione accessibile e spettacolarizzabile. Il performer australiano Stelarc si fa impiantare sul braccio sinistro un orecchio creato in laboratorio dalle proprie cellule, insieme ad un microfono collegato via bluetooth per consentire alla gente di ascoltare quanto percepito da questo orecchio. Orlan si sottopone volontariamente a sedute di chirurgia estetica, trasmettendo l’evento in diretta via satellite. Celebri le sue protesi su zigomi e tempie, iconiche al punto da intentare una causa contro Lady Gaga, accusandola di plagio. Il biohacker si impianta sottocute chip NFC, assume cocktail di nootropici e metformina, segue protocolli di digiuno intermittente estremo, monitora ogni parametro biologico con wearable di ultima generazione. Dave Asprey, fondatore del marchio Bulletproof, è il suo profeta più riconoscibile: il suo libro Head Strong (2017) ha venduto milioni di copie promettendo il potenziamento cognitivo attraverso la manipolazione della dieta e degli integratori. Bryan Johnson, imprenditore tecnologico fondatore di Braintree, ha reso il suo stesso corpo un progetto pubblico di ottimizzazione anti-aging, documentandolo ossessivamente sui social. 

Questo scenario si sovrappone in modo rivelatore con le pratiche hardmaxxing e pseudo-new age contemporanee. La critica di Adorno e Horkheimer all’industria culturale come fabbrica del consenso trova oggi un’applicazione imprevista: la razionalità strumentale travestita da spiritualità, la scienza usata selettivamente per giustificare pratiche premoderne, la vendita di “potenziamento” come prodotto di consumo. Il wellness industriale è a base di integratori, cristalli, oli essenziali, meditazione guidata da app, e – nelle sue versioni più estreme (come il bone-smashing, ovvero l’uso di attrezzi come martelli per rompere e così scolpire le ossa del viso) – condivide con il transumanesimo pop la stessa promessa sotterranea: puoi migliorare te stesso fino alla perfezione, l’unico ostacolo sei tu e tutto ciò che sei disposto a fare.

Nato nei forum della manosfera – quell’arcipelago di comunità online prevalentemente maschili che includono forum incel, canali YouTube e TikTok dedicati alla cosiddetta mascolinità egemonica – il termine looksmaxxing combina le parole “looks” e “maxxing” (massimizzare) e indica un insieme eterogeneo di interventi che vanno dalla cura della pelle, dieta, allenamento, postura, abbigliamento, fino a tecniche pseudoscientifiche come il mewing (esercizi linguali per rimodellare la mandibola, elemento considerato centrale nell’espressione della mascolinità egemonica) e all’aperto sostegno per la chirurgia plastica estrema, come l’allungamento degli arti e la chirurgia maxillo-facciale. Si tratta di spazi che, mascherati da gruppi di sostegno per soli uomini, fungono da incubatori ideologici, in cui criteri estetici rigidissimi sono spacciati per verità biologiche fondamentali per il successo e la felicità dell’individuo. Tali pratiche poggiano su un corpus di conoscenze pseudoscientifiche elaborate e trasmesse all’interno delle comunità per sostituire la medicina e la scienza tradizionale con un sapere “dagli uomini per gli uomini”. La cosiddetta bro-science, nata come termine satirico per poi essere appropriata da alcune frange della manosfera, opera attraverso un meccanismo epistemologico tipico del discorso populista: la fiducia comunitaria e la conoscenza condivisa tra pari maschili come garanzia di verità, in opposizione alle “élite scientifiche” percepite come femminilizzate o politicamente corrotte. In questo senso, la bro science assume una dimensione politica strumentalizzando il sapere empirico per costruire comunità di appartenenza e per legittimare gerarchie corporee e credenze suprematiste. 

Il luogo digitale prediletto di questi contenuti è senza dubbio TikTok, dove gli influencers looksmaxxer hanno accumulato centinaia di milioni di visualizzazioni, attraendo soprattutto l’utenza più giovane. L’appeal di questi contenuti è supportato dalle logiche dell’algoritmo che guida la raccomandazione, e i contenuti che generano reazioni forti come ansia, rabbia, invidia e odio performano meglio di quelli che non la generano. È il caso di Clavicular, al secolo Braden Peters, ventenne che guadagna oltre centomila dollari mensili su Kick ed è diventato un punto di riferimento estetico per migliaia di follower. Per capire la portata del fenomeno basti pensare alla sua traiettoria personale, che lo ha portato dai forum della manosfera a calcare le passerelle di Elena Velez alla New York Fashion Week del 2026. Nei suoi video, Peters si riferisce alle donne come foids (female humanoids), frequenta assiduamente Andrew Tate e il nazionalista bianco Nick Fuentes, e performa pubblicamente le proprie pratiche di ottimizzazione corporea, che comprendono bone smashing, iniezioni di testosterone assunte dall’età di quattordici anni, uso di metanfetamine come bruciagrassi, assunzione di farmaci come beta-bloccanti e retatrutide. Tutto questo con l’obiettivo di somigliare il più possibile a Matt Bomer, considerato il volto maschile più armonioso al mondo. La body modification si inserisce in questo continuum come pratica spettacolare di autoprogettazione. Il ricorso sempre più frequente a filler, botox, chirurgia estetica e procedure mini-invasive da parte di influencer giovani, ampiamente documentato e normalizzato sui social, è la manifestazione contemporanea di una visione del corpo come artefatto perfettibile, cui le tecnologie mediche forniscono gli strumenti di intervento. 

Un secondo concetto rivelatore della contaminazione tra ideologia manosferica e pensiero transumanista pop è quello di “ascensione”. Nell’ontologia degli incel, gli uomini sono classificati gerarchicamente in base all’attrattività fisica percepita secondo una tassonomia egemonica che include termini come alpha (apice della gerarchia), normie (posizione mediana) e incel (il fondo), e l’ascensione è proprio quel processo attraverso cui un individuo, automigliorandosi, sarebbe in grado di scalare questa gerarchia, passando da incel a normie e da normie ad alpha. Anche in questo caso, la sostanza di questo immaginario non si distanzia molto dalla fede transumanista nell’emancipazione da una condizione biologica insoddisfacente attraverso l’intervento tecnologico; entrambi proiettano un ideale di perfezione come obiettivo dell’azione; entrambi naturalizzano la gerarchia attribuendola a basi biologiche. Entrambi concepiscono l’agire sociale nei termini verticali del dominio. Entrambi radicano le proprie posizioni in un determinismo genetico esplicito che vede nel controllo eugenetico una soluzione non soltanto razionale ma moralmente auspicabile. In alcuni circoli transumanisti, così come nella manosfera, la discussione sulla selezione genetica degli embrioni, sull’editing genomico tramite CRISPR e sull’intelligenza e avvenenza come tratti ereditabili e selezionabili è condotta in termini che si avvicinano pericolosamente all’eugenetica storica, pur rifiutandone il nome.

Nella manosfera, il determinismo genetico è ideologia numericamente codificata (ad esempio, nella cosiddetta PSL scale, che definisce la valutazione estetica di un individuo in una scala da 0 a 8). La tassonomia estetica incel si fonda infatti sulla convinzione che l’attrattività fisica e il successo riproduttivo dell’individuo (soprattutto maschile) siano determinati geneticamente, immutabili nella loro struttura profonda. Da cui il paradosso delle pratiche looksmaxxiste: si cerca di migliorare ciò che si ritiene fondamentalmente fisso. Questa ontologia biologistica si contamina con un ritorno alla pseudo-scienza razziale che circola ampiamente nelle comunità alt-right e in alcuni forum manosferici, producendo un discorso in cui gerarchia razziale, gerarchia di genere e classe si saldano in un’unica teoria determinista del valore umano. La rispettabilità accademica che ancora aleggia su alcune ricerche controverse è poi sistematicamente sfruttata in questi circoli per legittimare conclusioni sempre più estreme, come l’idea della superiorità della razza bianca. Peter Thiel, il più esplicito dei transumanisti integrati nella big tech, ha finanziato ricerche sull’allungamento della vita attraverso trasfusioni di sangue giovane (parabiosi) e ha dichiarato pubblicamente la sua opposizione alla democrazia e al suffragio universale, sostenendo che questi istituti sono incompatibili con la libertà capitalista. Il fatto che figure con queste posizioni si trovino al centro dell’ecosistema tecnologico globale dovrebbe destare una riflessione molto più seria di quella finora condotta nel dibattito pubblico italiano – per lo più da religiosi e sedicenti esperti di nuove tecnologie affiliati alla chiesa cattolica.

Il collante ultimo di queste credenze affonda le radici nell’iperindividualismo tardocapitalista come struttura ideologica coerente con precise genealogie filosofiche. La versione manosferica di questo individualismo radicalizza fino alla caricatura il soggetto autonomo dell’illuminismo liberale: l’uomo (esattamente, il maschio della specie) che esercita la propria legittima libertà nel mondo a prescindere dalle conseguenze relazionali, affettive, sociali, politiche. È la logica del mercato applicata al corpo e al desiderio: massimizzare il rendimento, ridurre i costi, ottimizzare l’hardware, aggiornare il software. La differenza rispetto al liberalismo classico è che qui non esiste nemmeno la finzione del contratto sociale. Non c’è reciprocità ma solo soggetti in competizione per risorse scarse, e le donne sono una di quelle risorse. Lo stesso meccanismo per cui il soggetto neoliberale interiorizza la coercizione e la trasforma in progetto personale, dove non è il padrone che sfrutta, ma sei tu che ti sfrutti da solo, e chiami libertà questo processo. Il looksmaxxing è la versione corporea di questo meccanismo: il ragazzo che si frattura le ossa facciali o si inietta testosterone a quattordici anni non si percepisce come vittima di un sistema, ma si percepisce come imprenditore di se stesso, come qualcuno che ha capito le regole del gioco e le applica con disciplina. Come recita il vecchio adagio, “l’ideologia ha vinto quando non ha più bisogno di presentarsi come tale” – e il transumanesimo ha decisamente trionfato sui propri avversari filosofici.

Il paradosso terminale di questa cultura è la solitudine che produce. Se il looksmaxxing promette di avvicinare l’individuo a un ideale estetico dominante per moltiplicare i rapporti sessuali, ciò che otteniamo in concreto è una massa di giovani uomini assuefatti alla pornografia, il cui ideale femminile corrisponde all’immaginetta bidimensionale della waifu giapponese accomodante e servizievole. La donna reale, con i suoi desideri, i suoi rifiuti, la sua irriducibile alterità, è per definizione troppo costosa, troppo imprevedibile, troppo esigente, troppo al di là delle possibilità. Meglio allora una sua simulazione.

Ed è qui che il filo che collegava il pensiero transumanista alla manosfera si rivela in tutta la sua coerenza. Nell’immaginario transumanista delle origini, la fusione con la macchina, sia in termini fisici che spirituali, rappresentava il coronamento evolutivo della progressione umana, la sua trascendenza. Nella versione pop, quella fusione si realizza nella sostituzione del legame affettivo con un dispositivo tecnico ottimizzato per la gratificazione immediata e la totale assenza di conflitto. La compagna ideale è accondiscendente come ChatGPT e disponibile a denudarsi a comando come Grok. Una relazione sentimentale ed erotica completamente autogestita, a portata di abbonamento mensile.

Naturalmente, è anche un modello di business. Le piattaforme di compagnia artificiale, come pure le dating app molto popolari negli ambienti della manosfera, monetizzano la solitudine a strati progressivi, vendendo livelli sempre più profondi di intimità simulata a chi è disposto a pagarli. La dipendenza affettiva dalla macchina non è un effetto collaterale indesiderato di queste piattaforme ma il loro meccanismo di retention fondamentale. La macchina relazionale reifica la solitudine, la rende confortevole, la rende redditizia. E lo fa in un ecosistema in cui gli stessi proprietari delle piattaforme condividono la visione filosofica che quella macchina relazionale la ha resa pensabile.

Il looksmaxxing è dunque la forma che assume un’ideologia coerente quando si dissolve nelle pratiche quotidiane di milioni di giovani attraverso le piattaforme digitali. La sua traiettoria, come ho cercato di argomentare, va dalla filosofia di Bostrom e Kurzweil, attraverso i podcast dei biohacker e gli influencer come Clavicular, fino ai forum incel in cui adolescenti discutono di rinoplastica come strategia per avanzare nella gerarchia del mercato sessuale. È quindi utile considerare che il dibattito non riguarda più, e non solamente, uno sparuto gruppo di eccentrici miliardari, ma riguarda insieme la salute mentale degli adolescenti, la regolamentazione delle piattaforme, il contrasto all’estremismo online e la critica alle derive eugenetiche e razziste che si presentano con il volto pulito del progresso tecnologico. La domanda che nel 2019 sembrava filosoficamente astratta, cosa rimane di umano in noi, è diventata una questione politica concreta. E la risposta non può essere lasciata a chi ha già deciso di rispondere al posto nostro.


Selenia Anastasi è ricercatrice in Sociologia Computazionale presso l’Università di Bologna. Ha conseguito un dottorato internazionale in Digital Humanities presso l’Università di Genova e si occupa di cultura digitale, integrando teorie femministe e metodi digitali, con particolare attenzione a tossicità online, polarizzazione e partecipazione di genere. È stata visiting researcher presso le università di Brighton e Amburgo e all’Institute of Contemporary History di Lubiana. Ha pubblicato in riviste scientifiche nazionali e internazionali ed è autrice di Verificare di essere umani (2019), dove ricostruisce le radici storiche e culturali del transumanesimo.

2 comments on “Il Transumanesimo ha vinto ed è virale su TikTok

  1. Angela

    Faccio notare che anche le sorelle hanno creato una rete alternativa al sapere medico ufficiale, vedi pagine su pagine legate a Endometriosi e altro. Oppure gruppi legati ad autismo ecc. Nel senso: ogni bolla produce la sua visione alternativa (e ristrettamente oppositiva) del mondo. In questo onestamente transumanesimo e cyborg sono due facce della stessa medaglia che si influenzano a vicenda..

    • Selenia

      Innanzitutto, grazie per il commento. Detto questo, inviterei a usare molta cautela nell’accostare il lavoro di contro-informazione svolto da alcune collettive e compagne femministe a quanto avviene nella manosfera o negli ecosistemi legati a movimenti anti-vaccinisti e complottisti. Equiparare i due fenomeni sulla base del fatto che entrambi trattano di salute fuori dai canali istituzionali è un errore logico non banale: il canale di comunicazione non dice nulla sul valore di verità del contenuto. Per stabilire quello, bisogna guardare a cosa c’è dietro, e lì le differenze sono sostanziali. Da una parte c’è un lavoro che si appoggia alla letteratura scientifica e sanitaria esistente, dall’altra una selezione arbitraria o distorta di dati per sostenere tesi precostituite. Anche le intenzioni non sono le stesse: rendere accessibile un sapere che spesso rimane confinato agli ambiti istituzionali, o colmare un vuoto informativo su temi di salute pubblica trascurati, è un’operazione radicalmente diversa dal piegare informazioni scientifiche a una visione ideologica del mondo.
      Non è il fatto di parlare di salute “dal basso” a rendere due discorsi comparabili, ma il rapporto che ciascuno intrattiene con l’evidenza scientifica e con la trasparenza delle proprie fonti.

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