Il trauma del divenire: come la pandemia ci ha dato un pizzicotto



La pandemia ci costringe a confrontarci con il continuo divenire dell’esistenza, che emerge in modo traumatico quando si impongono cambiamenti radicali.


In copertina: Piero Pizzi Cannella, Cattedrale, Olio su tela, Asta Pananti in corso

Questo testo è un estratto da un articolo che appare in Fuga dalla pandemia, raccolta collettiva a cura dell’Eco del Nulla, che ringraziamo.


di Francesco D’Isa

Stai sognando? Anche se non puoi negarlo con certezza, so che non stai dormendo. È strano: per quanto non si possa confidare nella realtà oltre di noi, siamo nella curiosa posizione di garantire per gli altri, perché sappiamo che il mondo dove vivono non è una loro illusione – tutt’al più è nostra. C’è un caso però che inficia anche questa sicurezza, quello in cui condividiamo lo stesso sogno, come due avatar di un videogioco alla Second life; delle proiezioni virtuali inconsapevoli dirette da chi abita in un livello più fondamentale della realtà. Potremmo essere dunque due sogni paralleli, coppie di illusioni che danzano un ritmo cadenzato in una realtà inconoscibile.

Forse ti è capitato di fare un sogno lucido, ovvero un sogno in cui ti accorgi di sognare; almeno una volta capita quasi a chiunque ed esistono tecniche più o meno antiche per stimolare questi risvegli nel sonno. Uno di questi metodi consiste nel fare continue “verifiche di realtà”, ovvero dei controlli periodici del proprio stato di veglia. Il semplice domandarsi spesso “Sto sognando?” mentre si è svegli (adesso, ad esempio) allena la mente a porsi la medesima domanda anche quando si dorme e facilita l’insorgere della lucidità nella fase onirica. Nelle parole di Andrew Holececk, il cui Yoga tibetani del sonno (Astrolabio-Ubaldini, 2020) consiglio a chiunque sia interessato all’argomento, si tratta di

[…] mettere in discussione lo stato della realtà chiedendosi più volte nel corso della giornata “Questo è un sogno? Stai sognando?”. È un modo per sviluppare un atteggiamento critico nei confronti della realtà. Porsi questo genere di domande potrebbe apparire un po’ stupido, dato che il buonsenso ci fa dire: “ovvio, sono sveglio”. Ma possiamo esserne davvero certi? Il fatto che non ci accorgiamo di sognare quando sogniamo è dovuto a una mancanza di spirito critico e a una mancata messa in discussione delle cose.

Un cliché della verifica di realtà è il celebre “pizzicotto”, richiesto con goffo stupore da chi osserva un evento inusitato come un’invasione aliena, un miracolo o anche solo il comportamento inaspettato di una persona nota. Questo ritorno alla realtà, che nelle storie viene sempre frustrato, rappresenta il desiderio di riemergere alla prevedibilità degli eventi, cullati dalla lieve oscillazione del divenire che caratterizza gran parte della vita umana. Più che alla realtà, dunque, si tratta di un ritorno all’abitudine – come sosteneva il filosofo inglese David Hume, il fatto che domani il sole sorgerà è una certezza fondata solo sull’esperienza passata, perché non vi è alcuna necessità logica che questo non accada. La casualità è una scommessa che continuiamo a vincere contro il divenire del mondo.

Voglio immaginare che un allievo di Eraclito più pignolo degli altri fece notare al maestro che sì, tutto scorre, ma qualcosa lo fa più velocemente di altro, perché il perenne mutare del fiume accade nei confini di una certa gamma di probabilità. La presenza di nuove gocce d’acqua nel torrente non ci stupirà, così come quella di un pesce che nuota, ma eventi come un’inversione del flusso, l’improvviso mutare del colore del liquido o la  trasformazione del ruscello in un branco di conigli verdi sarebbero decisamente al di fuori delle nostre aspettative. A imporci la forza destabilizzante del divenire non sono gli eventi prevedibili, ma quelli rari e inaspettati, i cosiddetti “cigni neri”, un termine coniato da Giovenale e ripreso più di recente dal filosofo-broker Nassim Nicholas Taleb, per indicare un evento di grande impatto, difficile da prevedere e molto raro, che col solo accadere rivoluziona la realtà abituale, come l’idea che “tutti i cigni sono bianchi”.

La lezione del divenire non si trasmette grazie ai piccoli, progressivi mutamenti che differenziano ogni istante e non c’è nulla di traumatico nell’oscillare della nostra identità psicofisica dall’oggi al domani. A imporci la lezione eraclitea sono i mutamenti drastici, come una malattia o la morte improvvisa. Nei rari casi in cui la rivelazione è collettiva, deve trattarsi di eventi di portata epocale, come la caduta di un grande asteroide, un contatto alieno, un miracolo, la scoperta del fuoco o… una pandemia.

Piero Pizzi Cannella, Cattedrale, Olio su tela, Asta Pananti in corso

In Demonologia rivoluzionaria (Not) il filosofo Claudio Kulesko scrive che

Ci sono momenti, nella vita di ciascuno, nei quali ci si accorge di essere sprofondati in una densa oscurità, così fitta che sembra precludere ogni ritorno alla luce. Sono momenti di lutto, disperazione o depressione; istanti sospesi sul baratro della follia, nei quali il mondo va in pezzi e la vita sembra aver perso ogni senso. Da un punto di vista filosofico, ciò significa che la rappresentazione del mondo che abbiamo ricevuto dai nostri cari o che abbiamo costruito assieme a essi – e che spesso abbiamo condiviso con un’intera comunità – si rivela falsa, limitata o troppo angusta. Frantumandosi, il «nostro» mondo, che fino a quel momento aveva ruotato come un pianeta attorno al sole di un Io o di un Noi, mostra di non essere altro che questa collezione di frammenti, dai quali, come in un collage, era sorto.

È noto che in molti/e, tra cui il celebre divulgatore scientifico David Quammen, avevano ripetutamente esposto una grande mole di ricerche secondo le quali ci saremmo dovuti aspettare un coronavirus pandemico, probabilmente proprio per via di uno spillover (un salto di specie) da un pipistrello. Ciononostante solo le nazioni che avevano già vissuto delle epidemie come la Corea del Sud erano in qualche modo preparate alla prima ondata di Covid-19, mentre molti paesi colpiti dalla prima ondata hanno fatto poco per prevenire l’immaginabile recrudescenza del virus. Non è facile mantenersi in equilibrio tra crisi economica, sommosse popolari e drastiche misure emergenziali, ma come dimostra anche la crisi climatica abbiamo seri limiti nel reagire a rischi certi ma indeterminati.

È difficile confrontarsi col trauma del divenire. Anzitutto dobbiamo accettare uno stato di cose che, qualora la nuova condizione sia peggiore della precedente, desideriamo negare – non a caso il trauma del lutto è un sottoinsieme di quello del divenire. Davanti a una situazione radicalmente nuova, inoltre, il nostro concetto di realtà deve cambiare e con esso comportamenti e giudizi di valore; è una mole di lavoro non indifferente, persino qualora si tratti di cigni neri molto graditi come la vincita della lotteria. Esiste infatti una condizione chiamata «sindrome da ricchezza improvvisa», una depressione post-vincita che colpisce circa un vincitore su tre: chi conquista un grande premio vive una nuova lotteria, molto più facile da vincere e con in palio una bella depressione da accostare alla neonata ricchezza. Accettare, reagire e sopravvivere ai cambiamenti improvvisi è un compito difficile, perché richiede un brutale sforzo adattativo.

Questo articolo prosegue su Fuga dalla pandemia, raccolta collettiva a cura dell’Eco del Nulla


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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