Il turismo di massa ha cambiato il modo di viaggiare delle donne?

Nonostante l’overtourism, per una donna viaggiare è ancora un’esperienza carica di stereotipi di genere. Le viaggiatrici affrontano molteplici pregiudizi e restrizioni che non solo ne limitano la libertà ma mostrano quanto siano simili a quelli vissuti dalle esploratrici dei secoli scorsi.


in copertina, Approach to a City III, Jeffrey Smart

di Alessia Dulbecco

L’estate coincide con l’arrivo delle agognate vacanze. Per scegliere la propria meta, molte persone ricorrono ai suggerimenti dei travel blogger i cui contenuti affollano i feed di tutti i social network. Si tratta degli influencer del viaggio, una professione – a metà tra social media manager e blogger – di chi si sposta per il mondo raccontando sui social le peculiarità dei luoghi che incontra, spingendo i follower ad andare a visitarli. Digitando l’hashtag su instagram mi imbatto in vari post che, osservati attraverso una prospettiva di genere, presentano alcuni pattern ricorsivi. Se i profili maschili mi suggeriscono luoghi impervi oppure suggerimenti per spendere poco, quelli delle colleghe si contraddistinguono per un costante richiamo ai temi fashion e beauty. Trovo così reel e caroselli che rimandano ad articoli in cui le content creator offrono suggerimenti su quali capi must-have inserire in valigia per dare vita ad abbinamenti “furbi ma sempre fashion”, su come modificare la beauty routine in funzione del viaggio, su quali scarpe indossare per essere trendy dall’aperitivo al dopocena, sui locali più cool che non posso assolutamente perdermi. Viaggiare, per le donne, assomiglia alla stessa performance di genere agita nei restanti undici mesi dell’anno: un’estenuante attenzione verso l’aspetto più effimero di un’esperienza che dovrebbe essere di crescita personale.

Come ricorda Lucie Azema nel suo saggio Donne in viaggio, per tanto tempo alle donne è stato impedito di spostarsi liberamente. Il divieto serviva a regolarne e controllarne la condotta, assicurandosi quindi che non potessero liberarsi sotto il profilo sessuale. Oggi, apparentemente, il viaggio pare essersi affrancato dai vincoli di genere, tuttavia qualche traccia in filigrana persiste. Essendo indissolubilmente legati alle esigenze capitaliste, il turismo di massa e l’attuale overtourism – cioè lo spostamento di grandi masse di visitatori che impattano in modo significativo sull’ambiente e sulla vita di chi vi risiede – accolgono le donne in quanto consumatrici, più che esploratrici. Detto altrimenti, la loro presenza viene ampiamente tollerata e giustificata quando riproduce quegli standard che consentono al sistema di replicare se stesso. Una presenza femminile che amplifica gli stereotipi di genere, ricordando alle altre quanto sia importante essere belle e alla moda anche in vacanza, invitandole ad aderirvi impegnandosi e spendendo molti soldi (di cui le donne, come ricorda la filosofa Maura Gancitano, dispongono in misura minore) è un meccanismo perfetto sia per l’economia capitalista su cui si regge l’attuale modello turistico che per il sistema di potere patriarcale nel quale ci troviamo immersi.

Fuori dalla cornice approvata, viaggiare viene ancora rappresentata come un’attività particolarmente rischiosa per le donne. Non è un caso che oltre ai consigli in fatto di bellezza sia facile imbattersi in suggerimenti per muoversi in sicurezza. Se nei confronti degli uomini questa parola si declina attraverso indicazioni pratiche su come tutelarsi da raggiri e truffe agite dalla malavita locale, alle donne si consiglia di stare attente per non mettere a rischio la propria vita. Evitare di viaggiare in solitaria, prediligere le città alle mete esotiche, selezionare accuratamente gli alberghi così da non avere brutte sorprese, scegliere il taxi soprattutto se ci si sposta in orario notturno e non fare amicizia con sconosciuti sono consigli che sembrano riguardare molto più le donne che gli uomini.

Viaggiare, per una donna, costituisce un’esperienza pericolosa. Al centro del discorso femminile infatti non troviamo il tema dell’esplorazione o dell’avventura, ma quello del corpo. È il corpo d’altra parte quello di cui parlava l’avvocata Tina Logostena Bassi quando nel 1979 presentò la sua arringa a difesa di Fiorella, non solo e non tanto dai suoi stupratori ma, soprattutto, dalla Corte che l’aveva trasformata in imputata:

(…) nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. (…) Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, La vera imputata è la donna. 

Che sia in un’aula di tribunale, in un luogo remoto o nella via sotto casa, il corpo femminile occupa uno spazio differente, non solo perché è considerato altro rispetto a quello maschile, per molti secoli ritenuto “misura di tutte le cose”, ma anche perché è assimilabile più a un oggetto di proprietà, a disposizione di padri e mariti, che a un soggetto dotato di volontà, coscienza e desideri. Non è un caso che molte viaggiatrici abbiano dovuto ricorrere a travestimenti per poter uscire dalle mura domestiche: un esempio su tutti è quello offerto da Julie D’Aubigny (di cui la scrittrice Ida Amlesù ne ha raccontato le vicende in chiave romanzata)  che nel XVII lasciò la vita di corte, indossò abiti maschili e intraprese la carriera di spadaccina vivendo metà della sua vita sotto mentite spoglie. Del resto, se definire un uomo con l’appellativo di “avventuriere” è da sempre un complimento, riferirsi a una donna come “avventuriera” serviva all’epoca a sottolineare (e disprezzare) la sua condotta libertina, dedita a fughe e intrecci amorosi. È la stessa differenza che separa il flâneur – dandy ottocentesco che si perde nella sua stessa città – dalla flâneuse, che si reca in luoghi in cui non dovrebbe addentrarsi per la propria sicurezza e rispettabilità.

A livello educativo, la socializzazione di genere porta ancora bambine e ragazze a muoversi meno rispetto ai coetanei. La pedagogista Irene Biemmi ha osservato come le pubblicità dei giochi pensati per loro siano tutte ambientate in scenari domestici e rassicuranti. La voce fuori campo, che descrive il prodotto, le invita a prendersi cura di orsacchiotti, bambole o di loro stesse tramite trucchi e vestiti ingombranti. Al contrario, il mondo della pubblicità allestisce per i ragazzi scenografie avveniristiche in cui sono invitati a esplorare l’ambiente per poter agire, combattere e sconfiggere gli avversari.

Se i bambini prendono ben presto dimestichezza dell’ambiente circostante, le bambine ne fanno un’esperienza molto più limitata e parziale, la stessa in cui sono costrette a imbattersi una volta adulte. La geografa Leslie Kern ha osservato il ruolo che gli spazi cittadini hanno nel mantenimento delle disuguaglianze di genere. Strade, piazze, trasporti e servizi pubblici non sono pensati per le esigenze delle donne. Così, se la distanza tra il centro città – in cui spesso hanno sede gli uffici – e il quartiere di residenza è sostenibile per un uomo che la percorre massimo due volte al giorno, può diventare un vero e proprio calvario per le donne, obbligate a destreggiarsi tra il lavoro e il trasporto di eventuali figli o figlie tra scuola, attività ricreative e incombenze varie. Sostiene il ricercatore Yves Raibaud che ogni città sia una cartina di tornasole capace di rivelare il primato assegnato all’uno e all’altro genere. Così, se alle donne pertiene la sfera privata, gli uomini sono i legittimi e unici “proprietari” dell’ambito pubblico. Secondo le ricerche riportate dallo studioso, in Europa abbondano gli spazi pensati per il divertimento maschile (come campi da calcio, piste da skate ecc), le donne, al contrario, dispongono di pochi spazi all’aperto, gratuiti ed espressamente pensati per il loro divertimento. Da un punto di vista simbolico, le strade intitolate alle persone di genere femminile sono solo il 6% e nella stragrande maggioranza si tratta di vicoli, strade cieche o periferiche, ben diverse quindi dai grandi corsi o viali che costituiscono le principali arterie del traffico.

Questo difficile rapporto con lo spazio esterno ha portato le donne a non considerare il viaggio come un’esperienza fondamentale e arricchente ma, al contrario, come qualcosa di pericoloso e limitante. Nonostante il tentativo di controllarne gli spostamenti, molte di loro, nel corso dei secoli, hanno viaggiato e compiuto esplorazioni significative. Tuttavia, i racconti  e le testimonianze che hanno lasciato sono passati sotto silenzio, giudicati meno interessanti o avvincenti rispetto a quelli maschili. Quello che la storia ci consegna non è tanto il resoconto delle loro imprese, quanto i continui tentativi di diffamazione agiti dagli uomini. Sottolinea Azema:

«ai viaggiatori sono stati attribuiti soprannomi encomiastici: Jospeh Keller era “l’Imperatore”, Thomas Edward Lawrence era “Lawrence D’Arabia”, William Frederick Cody è diventato “Buffalo Bill”. Per le viaggiatrici, i soprannomi rinviavano al loro potenziale ruolo di sposa (Florence Arthaud era “la fidanzata dell’Atlantico”), alla sessualità (Giovanna D’Arco era “la pulzella D’Orleans”), al loro aspetto fisico (Alexine Tinné era “la Sultana Bionda”)»

Accendere i riflettori sulle esperienze e le narrazioni delle esploratrici diventa allora fondamentale perché costituisce un’operazione simbolica con cui affrancarsi da una condizione minoritaria e oppressiva. In questo senso, la storia dell’orientalista Alexandra David-Néel non solo è emblematica, ma capace di sovvertire molti degli stereotipi ancora presenti. Nel 1904 decide di sposare l’ingegnere Philippe Néel perché le leggi le impedivano di amministrare in autonomia il suo patrimonio. Con la fede al dito – che aveva iniziato a utilizzare ben prima di convolare a nozze perché la teneva al riparo da molestie e approcci non richiesti – continuerà a viaggiare, non facendo ritorno a casa per oltre di vent’anni, spingendosi nell’oriente più estremo e diventando la prima donna occidentale a raggiungere Lhasa, capitale del Tibet, all’epoca vietata alle persone straniere. Qualche anno prima, anche Nellie Bly aveva compiuto un’impresa ritenuta impossibile per una donna: compiere un giro del mondo senza neppure un abito di ricambio, portando con sé  solo una borsetta. Durante la traversata appunta sul suo diario un episodio interessante, l’incontro con un coetaneo, che riportiamo qui nella trascrizione di Azema:

«(…) Mi disse che viaggiava costantemente da quando aveva nove anni e che aveva sempre represso il desiderio di innamorarsi e sposarsi perché non si aspettava di trovare una donna che potesse viaggiare senza un gran numero di bauli e innumerevoli fagotti». La giornalista nota allora che il giovane «era vestito in maniera squisita», e che si cambia tre volte al giorno. Bly gli domanda quante valigie avesse con sé e lui rispose diciannove. «Non mi stupii più del fatto che temesse di non riuscire a trovare una moglie pronta a viaggiare senza bauli».

L’attenzione verso outfit e make-up che traspare in molti contenuti social ci restituisce un’immagine molto diversa delle viaggiatrici contemporanee. Scrive l’autrice di Donne in viaggio «in questo inizio di XXI secolo il fisico, il loro tenore di vita e la quantità dei loro beni sembrano dominare le ossessioni collettive». Ai tempi dell’overtourism, il viaggio per il genere femminile costituisce un altro modo di posizionarsi attraverso le coordinate proprie del capitalismo: la bellezza che diventa status, i beni materiali che raccontano delle disponibilità economiche. La prospettiva femminista serve, allora, proprio per portare in emersione il legame tra potere politico, simbolico e sociale, rendere evidente il doppio standard che permane ancora quando si giudicano e paragonano le condotte maschili e femminili. Raccontare altre forme di viaggio, oltre a quelli patinati e cool, diventa un modo per esortare le donne a reclamare – anziché domandare gentilmente – la libertà che spetta a tutti gli esseri umani.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

1 comment on “Il turismo di massa ha cambiato il modo di viaggiare delle donne?

  1. X23immup

    Hey people!!!!!
    Good mood and good luck to everyone!!!!!

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