Il volo del fantasma

L’antica storia di un uccello scomparso può insegnarci più di quanto immaginiamo, sia sul come guardiamo alla natura sia sulle cose che non ci sono più, ma ci influenzano comunque. Proprio come i fantasmi.


IN COPERTINA una mappa degli uccelli dell’isola sud della nuova zelanda.

 

di Claudio Kulesko

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Come angeli caduti, neri spettri dispiegano le loro ali sulla terra, oscurando il sole. Si ergono fieri al di là del tempo e della storia ‒ immensi. A essi appartenne il mondo. A essi e solo a essi fu concesso di volgere lo sguardo al disco di fuoco nero ‒ nero, come la più cupa delle notti.

Te Waipounamu, o South Island, è la più estesa delle isole della Nuova Zelanda. Vi si possono trovare diverse specie di piccoli mammiferi ‒ tra i quali i ratti, giunti in totale clandestinità, assieme ai conquistatori europei. Vi è stata un’epoca, tuttavia, nella quale l’intera isola fu dominata dagli uccelli, molti dei quali possono essere ammirati ancora oggi. Uccelli piccolissimi, come la balia bruna o il minuto scricciolo verdastro, tipico di questo areale. Uccelli grossi e goffi, come il kakapo, il kea, il takahē e il kiwi. Uccelli colorati e vivaci, dalle spiccate tendenze canore, come il testagialla e il parrocchetto di Malherbe. Ma anche uccelli enormi e spaventosi, come il gigantesco Moa, ormai estinto. Una vasta e pacifica moltitudine di creature, dalle forme e dai colori più svariati. 

In quest’epoca ‒ e fino a circa seicento anni fa ‒ su questo impero piumato si erse il più terrificante dei sovrani: l’immensa aquila di Haast, l’“Harpagornis”. Con un peso di 12-15 Kg, un’apertura alare di oltre 2 metri e mezzo, e un’altezza complessiva di 90-140 cm, questo rapace piombava sulle prede a una velocità stimata attorno agli 80 Km/h, uccidendole all’impatto, o dilaniandole con il lungo becco e gli artigli ricurvi. Frutto di un fenomeno denominato “gigantismo insulare” ‒ che si verifica qualora, su di un’isola, non vi sia alcun fattore limitante la crescita di un organismo ‒ l’Harpagornis terrorizzò tanto i moa (le sue prede predilette), quanto gli stessi Homo Sapiens, giunti sull’isola all’incirca verso la fine del tredicesimo secolo. Nella tradizione orale maori, il poukai, un gigantesco uccello antropofago, si leva ancora oggi in volo tra le foschie della memoria collettiva. Il suono delle sue ali, simile allo stormire del vento o al fruscio del fogliame, è al centro di innumerevoli storie. In ciascuna di esse, questo suono precede immancabilmente la morte.

A discapito del timore reverenziale, quasi religioso, che i primi abitanti dell’isola serbarono nei suoi confronti, l’antico imperatore di Te Waipounamu si estinse proprio a causa dei Sapiens ‒ non per mano dei conquistatori occidentali, ma degli stessi maori, che cacciarono i moa, principale sostentamento dell’Harpagornis, fino alla loro totale estinzione. 

È interessante notare come la parola maori poukai possa anche essere scomposta in puna-kai, ossia “fonte di cibo”. Tale ambivalenza unì moa e Harpagornis, preda e predatore, servo e padrone, in un unico abbraccio mortale.

E tuttavia, ancora oggi, Te Waipounamu appare dominata dall’Harpagornis o, meglio, dal suo fantasma. Tanto i corpi quanto le menti degli abitanti dell’isola sono stati irreversibilmente plasmati dalla presenza di questa creatura ‒ ormai trapassata, come si addice a un dio, nella sfera del mito, della paleontologia e della criptozoologia. Buona parte degli uccelli che abitano (o abitavano) l’isola possiedono, infatti, dimensioni ridotte o, all’inverso, spiccatamente massicce ‒ evidenziando una compresenza di nanismo e gigantismo insulari. Nascondersi nel folto del bosco, divenire impercettibili, svanire dall’areale percettivo del sovrano. O, all’inverso, divenire enormi, grossi come il moa ‒ vere e proprie fortezze mobili, inespugnabili. A discapito delle dimensioni, un principio in particolare accomunò ‒ e accomuna ancora oggi ‒ quasi tutti gli uccelli dell’Isola del Sud. Tale decreto si dispiega attraverso un macabro ritornello, che risuona in tutti i processi morfologici dell’isola: il cielo è forcluso, il cielo è il sacro e il sublime, il tremendum e il fascinans, il desiderio (dell’)impossible. Il cielo è la morte.

Un tempo, il kakapo ‒ un buffo pappagallo, divenuto simbolo del volto più turistico dell’isola, ma anche delle battaglie volte alla conservazione di quest’ultima ‒ non dovette differire poi così tanto da qualunque altro pappagallo. A vederlo arrampicarsi a fatica su di un albero, facendo ricorso al becco e alle forti zampe ‒ così goffo e così simile a un grosso ratto piumato ‒  si stenterebbe quasi a credere che questo animale sia mai stato in grado di spiccare il volo. Eppure, agli albori del regno del terrore dell’Harpagornis, il kakapo fu costretto a rinunciare all’azzurro del cielo e al calore del sole, divenendo un generalista terricolo, dalle abitudini notturne. In modi e forme differenti, quasi tutti gli abitanti dell’isola subirono, nel corso del tempo, mutazioni di questo tipo. 

Il camuffamento e l’occultamento divennero i principi cardine di una guerra asimmetrica, unilaterale.

L’intera ecologia di Te Waipounamu ‒ la morfologia e il comportamento degli animali, le nicchie ecologiche, le catene alimentari e i retaggi mitico-culturali ‒ sembra in qualche modo alludere e ricondurre all’Harpagornis, l’elemento assente di numerose catene di significazione. L’ombra del sovrano sovrasta ancora l’antico regno, quasi non si fosse mai estinto, quasi non fosse mai svanito tra le nebbie dell’Olocene. 

Dopotutto, l’Isola del Sud, è un luogo di fantasmi. Al di là delle forme di vita di non-vita che la popolano ‒ ben al di là dell’aquila di Haast, del moa e del kakapo ‒ al di sotto di Te Waipounamu, nelle profondità oceaniche, si estende un’altra presenza spettrale, quella di Te Riu-a-Māui, la Zealandia: un immenso continente sommerso, un tempo florido e verdeggiante, del quale South Island non sarebbe che un microscopico frammento. 

L’invisibile, il fondo oscuro dal quale promana il visibile, vibra e riecheggia dall’interno delle cose presenti. Esso non è mai immoto o astratto, è materia sublimata, materia divenuta pura atmosfera. Assente e, tuttavia, irriducibilmente presente.

Una leggenda maori narra della rivalità tra il falco e il poukai. Un giorno, il falco, volendo dar mostra di sé, disse al poukai di essere in grado di raggiungere le nubi più alte. Il poukai, con umiltà, rispose di poter fare altrettanto. Il falco, allora, si scagliò contro le nubi, raggiungendole in breve tempo, per poi essere accecato dal sole e schiacciato dalla pressione. “Kai!”, fece il falco, e comincio a ridiscendere, certo di aver impressionato l’altro. Inaspettatamente, nel bel mezzo della discesa, si trovò di fronte il poukai. L’uccello ascendeva a velocità terrificante, urlando “Hokioi! Hokioi!”. Il falco seguì con lo sguardo l’enorme bestia: la vide raggiungere le nubi, superarle e svanire al di là di esse ‒ laddove il cielo si fa più enigmatico e imperscrutabile.

2

Gli spettri parlano la lingua dell’assenza. La loro presenza si manifesta attraverso una serie di tracce che conducono a un vuoto, a un’oscurità essenziale. Un sole nero sorge, invitto, oscurando il giorno. Incontrare lo sguardo del fantasma: varcare una soglia, estinguersi. In questa danza macabra, il passo dei giganti segna il tempo e il ritmo dell’esecuzione. Varcare la soglia, annegare in una pozza di catrame ‒ incandescente.

 

Un’assenza operativa organizza lo spazio circostante a partire da un buco nero, da un vuoto dal quale non trapela alcuna luce. Tale vuoto, a sua volta, dà origine a un campo, contraddistinto da una forclusione del punto d’origine delle catene causali. Tentare di ricostruire (e interpretare) l’ecosistema di South Island, prescindendo dall’Harpagornis, condurrebbe del tutto fuori strada. Il grande rapace è il luogo originario, l’[X] non-morta, dal quale si propaga il campo di tensione ecosistemico dell’isola. 

È dinanzi a questa vertiginosa voragine epistemica che il principio di causalità è costretto a piegarsi, a riconoscere e a incorporare l’agency del non-presente. L’illusione della datità e dell’immediatezza nella costruzione di modelli esplicativi si sgretola, sprofondando nella viscosa notte del non-sapere. Se già l’“oggetto dormiente” ‒ un attore disattivo, privo di relazioni, ma pronto ad attivarsi in qualsiasi istante ‒ rappresenta una sfida al paradigma cognitivo umano, l’“oggetto sepolto” ‒ l’attore fantasmatico, scomparso dall’orizzonte degli eventi ‒ giunge a porre una perigliosa serie di problemi, che paiono ricondurre a un reame del tutto alieno all’esperienza. L’oggetto sepolto ‒ il prodotto finale dei processi di decadimento ed estinzione ‒ non si è limitato a svanire dalla presenza, esaurendo la propria carica di virtualità. Esso, all’inverso, sembra essersi unicamente ritirato in una zona d’ombra, ricongiungendosi, nella sua forma pura, con il piano virtuale, dal quale persevera a emanare i propri influssi. Tale atto di ritrazione dà luogo a una risonanza ontologica ‒ un fenomeno che presenta alcune somiglianze con i fenomeni di risonanza sonica e cosmologica.

Il principio di risonanza, configurato nelle pseudoscienze come una sorta di azione a distanza, dismette le proprie caratteristiche “occulte” nell’esatto momento in cui viene ricondotto a un paradigma rigorosamente materialista. Transitando da un “materialismo della presenza” (del tutto indistinguibile dalle varie teorie epistemiche del “riflesso” e della “corrispondenza”) a un “materialismo spettrale”, la distanza ipotizzata dagli spiritualisti si tramuta in una prossimità radicale, tanto corporea quanto psichica. Se, sul piano astratto, le risonanze appaiono come l’effetto di una mano invisibile o di una macchina archetipale, nel concreto esse scavano e penetrano nel tessuto dei corpi (organici e inorganici), irradiando dalle profondità e dalle pieghe di questi ultimi. 

Le idee antroposofiche di “anima di gruppo” e “costellazione morfica” ‒ così familiari e consolatorie ‒ finiscono ben presto con l’essere divorate dall’abisso vivente della materia.

Non vi è alcun bisogno di postulare ricorsività di tipo spirituale, giacché non vi è nessuna contraddizione tra caos e determinismo. Nei processi naturali non vi è nulla di prestabilito ma, al contempo, nulla è lasciato al caso. Nonostante la loro relativa stabilità, infatti, le concrezioni che denominiamo “corpi” conservano un discreto grado di arbitrarietà. Nel caso di Te Waipounamu, ad esempio, la scelta tra nanismo e gigantismo non dipese da un’ingiunzione deterministica in uno dei due sensi. Si trattò, al contrario, di una serie di posizionamenti arbitrari, tattici e contestuali. Nel corso della propria fuga, ciascun esemplare afferrò la prima arma a sua disposizione, procedendo verso il proprio singolare orizzonte bellico. Alterare se stessi, metamorfizzarsi, fu il libero atto di creature messe alle strette da una potenza irresistibile.

Come mostra Te Waipounamu, al nucleo ontologico delle cose permane un’irriducibile potenza negativa, che si esprime non attraverso la negazione del mondo, o di parti di esso, ma nella negazione problematica e tuttavia sistematica di sé. La trama mobile e metamorfica dell’evoluzione è intessuta di occasioni, gradi, preferenze, ripensamenti, impedimenti, balzi e necessità inderogabili: storie che ci parlano di individui, popolazioni, battaglie senza esclusione di colpi e comunità in esodo. Sono proprio tali intrecci ‒ questi incontri segreti, che si svolgono tra menti, corpi, forze elementali e traiettorie destinali ‒ a portare alla luce il fitto vortice del caos-deterministico.

Dalla guerra di posizione che, per millenni, impegnò gli abitanti di South Island, emersero camouflage, dispositivi mimetici, fortificazioni, trinceramenti e apparati di spionaggio. Una lunga serie di adattamenti e mutazioni, disposte lungo una traiettoria di escalation potenzialmente illimitata. Procedendo di negazione in negazione, solo una delle innumerevoli opzione si rese del tutto impraticabile: tornare indietro. La stratificazione e la formazione di vincoli operativi ridussero progressivamente il potenziale di ramificazione, consentendo agli organismi unicamente di avanzare lungo un sentiero sempre più ristretto.

Vista da lontano, la graduale chiusura di un circuito evolutivo rassomiglia all’andamento di due spirali concentriche, costrette a transitare l’una nell’altra in una sorta di collo di bottiglia. È a tale punto di sutura che prende forma il piano semi-statico della natura: l’emergenza di un orizzonte di pura presenza e pura visibilità, posto in condizione di fragile e precario equilibrio. 

L’arrivo dei Sapiens, l’evento catastrofico che si abbattè su Te Waipounamu e che condusse all’estinzione dell’Harpagornis, non fece che condurre la guerra su un piano radicalmente differente da quello precedente ‒ occultandone la presenza dall’orizzonte del visibile. Il nemico sopraggiungeva, ora, da un’altra dimensione, da un altro tempo e da un altro spazio, costringendo il piano d’immanenza a reagire e a esporsi in piena luce. La voce disincarnata dello spettro risuonò all’interno delle cose, soggiogandole come un comando al quale è impossibile sottrarsi. 

Sono le stesse tracce lasciate in piena vista ‒ le stratificazioni, gli adattamenti e le anomalie ‒ a condurre l’indagine al di là della soglia della presenza. Giù, sempre più giù, nella dimensione spettrale. In modo del tutto speculare, è proprio la dimensione spettrale a riprodurre le tracce che riconducono a essa ‒ chiudendo un circuito che si inoltra tra i meandri di un labirinto invisibile. L’azione di tale circuito, sospinto tra i flutti del caos dall’improvviso intervento umano, alimenta un peculiare processo di feedback positivo. Scomparso il punto d’origine, il campo di tensione ecosistemica volge al collasso, marciando inesorabile verso l’attrattore fantasma e sprofondando, assieme a esso, nel marasma virtuale. 

Un tamburo dal suono macabro sembra scandire la parata, risuonando sinistramente. L’Harpagornis, trasfigurato nella sua versione spettrale, reclama le proprie vittime sacrificali, oltrepassando ogni strategia di difesa, ghermendole una a una e trascinandole con sé nel mondo dei morti.

Nei fenomeni di estinzione si assiste a una lugubre consequenzialità ‒ derivante, con ogni probabilità, dall’estrema complessità dei costrutti ecosistemici. In essi, la morte o, meglio, l’annientamento dal piano d’esistenza, sopraggiunge sotto forma di una macabra e distorta versione del principio di ragion sufficiente. Passo dopo passo, una catena causale aliena, del tutto immateriale, striscia tra le catene materiali, sovrapponendosi e intrecciandosi saldamente a esse. 

Se vi è un’ecologia “solare”, la cui manifestazione suprema consiste nel trionfo del visibile e nell’apoteosi di corpi irriducibilmente presenti e resistenti, vi è, allora, anche un’ecologia nera, oscura o spettrale, che si esprime nel sordido gorgoglio dell’invisibile, nel tetro urlo dei fantasmi e nell’agitazione dei cadaveri irrequieti.

L’Antropocene è l’era al cuore della quale pulsa lo spettro dell’Olocene: uno spettro assetato di sangue, vendetta e distruzione, che estende le proprie pallide ed esangui membra sull’intera biosfera, Sapiens inclusi. Sta a questi ultimi prendere atto degli orrori che li attendono al varco, al di là della soglia della dimensione spettrale.

Un urlo si innalza al cielo, giungendo da nessun luogo. È l’insurrezione dei fantasmi.


 

CLAUDIO KULESKO si occupa principalmente di filosofia della natura, filosofia contemporanea e pessimismo speculativo. Ha tradotto per Nero edizioni “Tra le Ceneri di Questo Pianeta” e “Rassegnazione Infinita”, di Eugene Thacker. È tra gli autori di “Demonologia Rivoluzionaria” (Nero, 2020).

 

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