Marinetti che però poi si chiamava Riccardino Manetti

E quello è lo scrittore del paese. Perlomeno dicevano così i miei due nonni che lo indicavano sempre con aria serissima: “Guarda il povero Marinetti” e conoscevano la sua storia e lo avevano visto giovane e raccontavano che fino a un certo punto era uno normale, con qualche stramberia, le stramberie dei poeti, e che poi un giorno il cervello gli si era girato al contrario, così, su due piedi, senza prendere in considerazione la volontà del povero Marinetti.


Prima, per tutta la vita, per tutti i giorni della vita la sua mamma, il parroco, la sorella lo avevano chiamato Riccardino Manetti. Ma poi un giorno smise di voltarsi. “Riccardino…”, gli dicevano e lui non si voltava.


Oddio Marinetti si fa per dire. Quello era il nome di battaglia. Se l’era dato dopo, dopo che era impazzito e aveva smesso di scrivere o perlomeno di far leggere le sue cose agli altri. Prima, per tutta la vita, per tutti i giorni della vita la sua mamma, il parroco, la sorella lo avevano chiamato Riccardino Manetti. Ma poi un giorno smise di voltarsi. “Riccardino…”, gli dicevano e lui non si voltava. L’aveva fatta finita col buon senso e tirava avanti camminando e sorrideva. E allora anche gli altri smisero di chiamarlo “Riccardino! Riccardino!”, ma passavano, lo guardavano dispiaciuti e sussurravano fra sé “ah, povero Marinetti.”.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2016

Il Marinetti non borbottava come i matti. Però fumava come un matto. Pigliava una sigaretta, se l’infilava su per la narice destra e poi gli dava fuoco, e su che tirava e via che la sigaretta s’accendeva e giù a ridere noi bambini! Però poi quando si andava a raccontare a quelli di Persiceto – il paese accanto al nostro, dove stava la nostra scuola – mai nessuno che ci credesse. Glielo urlavamo sempre ai bambini di Persiceto: “Venite a vedere, se non ci credete. Venite a vedere Marinetti.”, ma loro stavano bene a casa propria, in quella piazza tonda contornata da palme, piazza San Gervasio, quella piazza brillante e bella, bella che per descriverla ci vorrebbe uno scrittore d’altri tempi, di quelli certosini che stavano dentro le basiliche o anche Giacomo Leopardi andrebbe bene. Chissà quante storie c’avrebbe cavato Riccardino Manetti quand’era ancora scrittore da Piazza San Gervasio di Persiceto.


E lei è una cosa dimenticata e astrusa. Sempre meno astrusa via via che passano gli anni e sempre più dimenticata, come i morti. Un giorno, magari, ci crescerà pure dell’edera sopra, alla campana. E scomparirà. Diventerà un bozzo verde e spennacchiato con un cuore scuro e introvabile. Come i morti.


E invece ormai nulla. Se ne sta nella nostra piazza a farsi venire i duroni sopra quei ciottolacci. E sorride e giracchia intorno al bugnato della chiesa tutto scavicchiato, oddio quant’è scavicchiato il bugnato della chiesa di Piazza Goria! Nemmeno i bachi della pietra – lunghi lombriconi fatti a spirale e affamati di pietra – hanno potuto rovinarlo così. E allora cos’è stato? Cos’è che lo ha rovinato così tanto che non sembra più una chiesa ma una pera secca? Il tempo. Sì, è stato il tempo a scavicchiare il bugnato la chiesa la città.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2016

Piazza Amedeo Goria di bello c’ha solo il sole, quando non piove. Amedeo Goria era un fabbro di paese insignito di premi quando i miei nonni ancora erano piccoli e non avrebbero potuto vincerne altrettanti, anche perché né mio nonno Franco né mio nonno Nello aspiravano alla celebrità, né tantomeno facevano i fabbri. Amedeo, invece, sì. E costruì la campana della chiesa. Anzi costruì la campana più grossa che si fosse mai vista nel raggio di cento di mille chilometri. Forse era la campana più grossa della terra. E visto che era così grossa era sbagliata. Perché in chiesa non ci entrò e dovettero metterla al parco della Castellina dove tutt’ora giace e la terra non gli è lieve e lei è arrugginita. E lei è una cosa dimenticata e astrusa. Sempre meno astrusa via via che passano gli anni e sempre più dimenticata, come i morti. Un giorno, magari, ci crescerà pure dell’edera sopra, alla campana. E scomparirà. Diventerà un bozzo verde e spennacchiato con un cuore scuro e introvabile. Come i morti. Mentre Piazza Amedeo Goria resterà per sempre e tutti per sempre penseranno che Amedeo sia quell’altro, anche se è nato tanto tempo dopo, persino i nonni dei nostri tritrisnipoti lo penseranno. Penseranno che sia l’Amedeo Goria che va in televisione nonostante il fatto che ci sia scritto chiaro e tondo: “Amedeo Goria, 1823 – 1899, fabbro”. Questa cosa mi da’ sui nervi! Ci ho pensato tanto e alla fine ho capito che mi da’ sui nervi per un motivo e il motivo è che questa cosa mi parla del tempo che passa.


Riesco a vedere il tempo che passa con un’immagine: il tempo passa come un culturista che deve spostare il vagone di un treno merci. Come a Scommettiamo che? o in uno di quei programmi. Quindi il tempo passa lento, e con tanta fatica. L’unica differenza fra noi e il culturista è che noi non abbiamo scommesso. Ci tocca solo la fatica.


Riesco a vedere il tempo che passa con un’immagine: il tempo passa come un culturista che deve spostare il vagone di un treno merci. Come a Scommettiamo che? o in uno di quei programmi. Quindi il tempo passa lento, e con tanta fatica. L’unica differenza fra noi e il culturista è che noi non abbiamo scommesso. Ci tocca solo la fatica. E perché andiamo avanti? Perché laggiù esiste la gioia più grande. Forse. Forse no. Forse là. Forse invece stiamo sbagliando direzione. E però comunque i binari non si possono spostare e allora andiamo. Verso la gioia. La gioia senza i legami col passato, senza i legami con le file degli errori a cui pensi ripensi, tutti diritti gli errori! E ti stanno di fronte. Sono dei pioppi. Educatissimi e odiosi come i pioppi. Però forse là c’è la gioia. La gioia libera dal passato e dai travagli che uno si figura dietro l’angolo oppure sotto il cuscino e a volte anche sotto la pelle. E allora andiamo avanti e poi quando si muore qualcuno ti mette una lapide. Se sei fortunato il tuo nome è solo tuo. Se sei sfortunato e ti chiami Amedeo Goria il tuo nome è un casino e tutti pensano a un altro, d’altronde tu hai costruito delle campane che non servono a niente e cosa pretendi? Perchè qualcuno deve ricordarsi di te piuttosto che di uno che è stato alla televisione? Il povero Marinetti questi problemi non ce li ha. Non si sfonda il cervello. Non si prova la pazienza con tutti questi giri mentali. Diciamolo. Il povero Marinetti ha risolto i problemi. Ha capito. Perché adesso si chiama Marinetti, e non con il suo nome, il nome che ha soltanto lui, il nome che lo condanna. Ma con il nome di uno che non è lui ed è stato prima di lui.


Il povero Marinetti ha risolto i problemi. Ha capito. Perché adesso si chiama Marinetti, e non con il suo nome, il nome che ha soltanto lui, il nome che lo condanna. Ma con il nome di uno che non è lui ed è stato prima di lui.


Un giorno anch’io voglio chiamarmi Marinetti. O Goria. O battezzarmi chennesò… Antonello Toccafondi, che era un mio compagno di scuola. Secondo me l’ha fatto di proposito, il povero Marinetti, a chiamarsi con il nome di Marinetti. Non l’ha fatto perchè, come dicono i miei nonni e pensano tutti, ha avuto una crisi e addio cervello. L’ha fatto perché voleva smettere di fare lo schiavo dei travagli ed essere libero più che poteva.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2016

Non è una mia idea. Ho le prove… Mio nonno mi raccontava spesso il giorno in cui Riccardino Manetti diventò Marinetti. Fu la sorella di Riccardino, la Carla Manetti, a riferirgli com’erano andate le cose. Carla era al telefono con suo fratello. Era una di quelle giornate in cui fa fresco e c’è il sole, quelle da scialle e non da cappotto, quando l’inverno batte ancora, però è debole rachitico e presto andrà via. Le giornate che sembrano un dopo temporale. Le giornate che sembra di passeggiare in pineta tutto il giorno fino al termine della giornata anche se non sei  in pineta. Carla la descrisse così a mio nonno: “Una di quelle giornate paurose sul limitare di stagione” e io l’ho capito subito dove voleva andare a parare. Perché io la Carla la conosco, per qualche tempo è stata anche la mia tata. Una tata premurosa e senza fronzoli che se c’era da rimproverarti prendeva il battipanni e ti rincorreva fino in capo al mondo e se c’era da consolarti piangeva più forte di te sino a farti passare le fisime e farti venire la voglia di essere forte e consolarla tu a lei. E io l’ho capito subito che quel “limitare di stagione” era un accenno al tempo che passa e va e ci lascia secchi, spogli e poi nulla.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2016

E io l’ho capito subito che quel “limitare di stagione” era un accenno al tempo che passa e va e ci lascia secchi, spogli e poi nulla.


Per questo Carla disse anche “paurose”. E insomma suo fratello Riccardino quel giorno la chiamò nel primissimo pomeriggio. Aveva la stessa voce di sempre. Forse un po’ più bassa. Ma la stessa voce di sempre forse un po’ più annoiata. Poi all’improvviso disse: “Mi passi un foglio, per favore?” E Carla non glielo passò. Era all’altro capo del telefono. Come poteva? Riccardino insisteva. Visto che la sorella non ne voleva sapere di passargli il foglio Riccardino si arrabbiò: “Ma fa’ un po’ come ti pare.”, disse. “Se ti scandalizza un favore da nulla, allora la prossima volta al Caffé ti ci mando con Giuseppe!”. La Carla Manetti non conosceva nessun Giuseppe. Forse uno, ma alla lontana. Un Giuseppe che faceva il maestro, ma poi era morto in un incidente di treno. E comunque era un dettaglio e tutti in paese smisero di concentrarsi su chi era Giuseppe e si concentrarono sul foglio impossibile da passare da cornetta a cornetta.

Io no. Chi era Giuseppe? Chi? Mi sono informato: Giuseppe era un nemico di Marinetti. Poi diventarono amici però prima erano nemici. Un po’ come me e Antonello Toccafondi (ed è per questo che mi piacerebbe prendere il suo nome). È stato Antonello il primo a lasciarmi i segni delle unghie sulle braccia e a farmi conoscere il dolore. Antonello aveva le unghie lunghe e sudice e io avevo sempre paura di essere infettato quando litigavamo e mi graffiava. Anche Marinetti e Giuseppe litigarono, poi fecero pace, poi non so, non importa… Giuseppe Prezzolini. Una volta si presero a schiaffi. A Firenze. Non solo loro due. Fecero una rissa in tanti. Tanto tempo fa, ma Riccardino era già vivo e qualcuno glielo raccontò di sicuro.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2016

Riccardino Manetti ha preso Marinetti non per nome e basta, ma per intero. E così ha potuto smettere di vivere i travagli della vita perché l’aveva già fatto Marinetti al posto suo.


Quindi è evidente: Riccardino Manetti ha preso Marinetti non per nome e basta, ma per intero. E così ha potuto smettere di vivere i travagli della vita perché l’aveva già fatto Marinetti al posto suo. Capito? Adesso lui si prende il meglio e gira davanti alla chiesa di San Felice e il tempo passa, certo, e lo consuma e lo scavicchia e un giorno – certo! – finirà anche lui, ma non si dovranno neanche scolpire lapidi perché ci sono già e comunque intanto lui si prende il meglio e gira e gira ed è la cosa che ho intenzione di fare io. Mi metto in coda e lo seguo. Non so che lavoro faccia Antonello e magari è già morto o magari continua a graffiare gli altri, sua moglie i suoi figli i vecchi suoi genitori, ma da oggi tutti mi indicheranno e diranno serissimi “ah, povero Antonello” e non sarò io. Io sarò tranquillo. Là. Senza travagli. Là. Fra l’altro è curioso: Antonello ha lo stesso numero di lettere di Marinetti.

di Matteo Salimbeni.


Matteo Salimbeni cresce a Firenze e vive a Milano. Si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. È drammaturgo e autore di varie opere teatrali di prosa e lirica rappresentate in giro per l’Italia e all’estero. E’ autore di romanzi, L’ascensione di Roberto Baggio (con Vanni Santoni, Mattioli 2011), sceneggiature (Bathrooms di Lorenzo Bechi) e racconti per numerose riviste.
Immagini: (c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2016.

1 comment on “Marinetti che però poi si chiamava Riccardino Manetti

  1. un bel modo ha pensato il nostro Riccardino di conquistarsi una memoria, quella che tutti noi temiamo non avremo; che davvero sia stata una soluzione? non sarebbe stato meglio leggere le tue poesie, il cuore scuro del bozzo spennacchiato, di te Manetti dico… non dell’adesso spennacchiato Marinetti?

    e poi si sa: anche il mondan rumore non è che un fiato…
    di vento.

    Complimenti a Matteo per il racconto e la bellissima scrittura

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