Imparare a vivere dagli alberi

Come sono diventata un albero ci ricorda che gli alberi, pur non potendo gridare o muoversi hanno molto da dirci e da insegnarci. Se cercassimo di diventare più simili a loro si compirebbe una rivoluzione gentile, silenziosa.


IN COPERTINA e nel testo, delle immagini di John Constable

di Lucia Brandoli

Il grande paradosso della nostra epoca è che siamo tutti più connessi che mai, eppure non ci siamo mai sentiti così soli. Uno dei motivi per cui ci sentiamo scollati dai nostri simili è il senso di non appartenenza, di esclusione e di incomprensione, come se in un bosco vibrasse un solo albero quando soffia il vento, oppure come se parlassimo una lingua straniera. C’è un termine sanscrito che descrive quella che mi sembra una delle migliori cure a questa solitudine – più simile a uno scollamento, a una disconnessione dal tessuto delle relazioni e degli eventi che fanno vibrare il mondo – sahrydaya: la co-anima, la compagnia dell’anima, per certi aspetti “l’anima gemella”. Sahrydaya descrive un’affinità, una somiglianza, un combaciare e coesistere. Prima di leggere Come sono diventata un albero, non mi sarei saputa spiegare razionalmente perché, ma in questi anni di separazione, indebolimento e disgregazione sociale dettata dalla norme preventive anti-covid, mi sono trovata sempre più spesso a ricercare questa consonanza con gli alberi, e sempre meno con le persone.

Da quando esiste la cultura umana l’albero ha rappresentato, insieme al Sole, un simbolo molto importante. L’albero della vita, l’albero del peccato, l’albero di palaver. Tronchi, rami, foglie e fiori appaiono da sempre nelle architetture di legno, di terracotta e di pietra, così come nei dipinti, nei miti e nella letteratura. Ho scritto spesso poesie sugli alberi. Spesso, nella mia prosa, ho parlato di personaggi che assomigliavano ad alberi o volevano diventarlo, così, quando ho sentito per la prima volta il titolo di questo libro della poeta e scrittrice Sumana Roy – tradotto in italiano da Gioia Guerzoni per Aboca Edizioni – mi sono sentita compresa. Dunque è possibile, mi sono detta, neanche troppo stupita: è possibile fare questo genere di esercizio nell’epoca che ci vuole sempre più simili alle macchine, crescere e svilupparsi verso la luce, alla ricerca di un’altro tipo di ritmo.

Roy parla di tronchi, rami, foglie, fiori, radici, boschi e piante aromatiche, colori e rappresentazioni, tempo, movimento, storicismo, condizione femminile, psicologia sociale ed ecologica partendo dalla contemplazione dell’albero e dal dialogo lento e sussurrato che intesse con questa figura mitica, da cui originano due termini molto importanti per la nostra cultura: ovvero “truth”, verità, intesa come fedeltà della parola rispetto al fatto (dal protogermanico trewwjaz, che a sua volta deriva dalla radice indoeuropea dru, da cui deriva anche tree). Al pari del concetto latino di vis: solidità, e quercia. La cosa che mi ha sempre affascinata degli alberi, e che non certo per caso ha colpito anche Roy, è che gli alberi stanno. Non si spostano mai, almeno non troppo, non vanno da nessuna parte, è impossibile mettergli fretta (almeno a quelli selvatici, che crescono nei boschi e non vengono coltivati forzatamente). Seguono un loro tempo che – in assenza di strumenti e convenzioni, e in presenza di cicli – diventa a pieno titolo un ritmo. In questo stare si annida il simbolo della resistenza a una frenesia sempre più incalzante, alle sirene di oneri e onori, alla spinta che la società ci infligge in cambio della promessa di un riconoscimento di valore. Resistenza sono anche i suoni che producono, frutto del loro opporsi alle forze atmosferiche che li sferzano, o degli strumenti umani che li tagliano, danno loro una forma, li correggono, sperando di creare ordinati giardini. Gli alberi hanno già un senso – inteso come direzione e intenzione – ed è molto più sapiente di quanto siamo disposti – dall’alto del nostro voler catalogare, controllare e dar forma – a riconoscere.

Il botanico Patrick Blanc, nel suo Il bello di essere pianta, scrive: “Siamo fortunate a vivere in questo sottobosco così buio: cresciamo molto lentamente, restiamo di dimensioni modeste, non invadiamo tutto il terreno intorno e ignoriamo quelle curiose relazioni di competizione che alcune piante qui vicino intrattengono, credendosi privilegiate perché ricevono più luce. Sono più alte, si sviluppano più rapidamente, occupano più spazio. Ed è così che scoppia la rissa: la più forte elimina la più debole ricoprendola e rubandole acqua e sali minerali. Poverette, il risultato è molto triste, poiché questo vigore deriva dalla terribile monotonia dei vincenti. Si direbbe si credano animali o uomini”. Allo stesso modo, Roy apre il suo libro sottolineando la stessa capacità di prosperare in penombra, una sorta di Λάθε βιώσας (lathe biosas), il vivi nascosto epicureo. Prosperare anche nella penombra, in silenzio, senza giudizi morali che distorcono corpo e mente, dando ossigeno a tutti, senza paura, nel presente, senza fretta. L’albero appare simbolo di disobbedienza. Cresce come e dove vuole. Se i muratori possono essere fatti lavorare di più e più velocemente per costruire in tempi sempre più rapidi grattacieli e complessi immobiliari, gli alberi che vengono inseriti in questi progetti, con la loro semplice presenza, mettono in discussione il sistema che regola le convenzioni di noi esseri umani, perché è impossibile obbligarli a far prima, a sbrigarsi, e anche per questo hanno un’enorme potenza simbolica, gli alberi rappresentano la solidità del tempo più di qualsiasi altra cosa. Oggi, l’albero è sempre più inteso come arredo urbano, come monumento innestato in un irrisorio cerchio o quadrato di terreno nel bel mezzo di uno spazio pubblico contemporaneo, ridotto a una metonimia astratta – “il verde” – in vasche idroponiche, a creare pareti verticali. Eppure, anche in una spianata lastricata, o incastrato in un balcone di vetro, sicuramente in grado di alzare il valore immobiliare delle aree circostanti, l’albero appare – nonostante tutto. Monumento naturale. Presente. Significante nel suo essere simbolo di una naturalità resa architettura.

Gli alberi si offrono come tangibile termine di paragone della nostra esistenza, per questo tante persone intrattengono delle conversazioni psicomagiche con loro, com’è ad esempio successo a Melbourne, città in cui le autorità avevano assegnato degli indirizzi di posta elettronica a ciascun albero della città, chiedendo agli abitanti di segnalare eventuali problemi. Moltissimi cittadini, però, hanno usato quegli indirizzi e-mail per scrivere lettere ai loro alberi preferiti. È un’abitudine che anch’io intrattengo da una decina d’anni. Soprattutto da quando molte persone, anche vicine, sembrano essere troppo stanche, sfinite o impegnate per mantenere tesa la tela della relazione. A Milano, all’angolo che formano via Sassi e via Caradossi, a fianco del chiostro del Bramante c’è un vecchio albero. Tutte le mattine mentre andavo a lavoro ci vedevo sempre seduto sotto qualcuno, quasi in ritiro spirituale. Non mi sarei mai sognata di interrompere quella parentesi intima, era chiaro che quello fosse uno spazio – e un tempo – inviolabile: dovevo aspettare il mio turno per potermi andare a ricaricare a mia volta sotto le quelle foglie, a cedere i miei pensieri, ristabilire il ritmo della mia pulsazione. Roy riporta un brano da un saggio sul disegno degli alberi di Nandalal Bose che sembra tratto da un manuale di osteopatia biodinamica: “Il tronco è come la spina dorsale di un albero; quindi prima bisogna ritrarre il suo ritmo caratteristico”. Il ritmo caratteristico che dà vita al corpo e soprattutto gli dà forma mentre si sviluppa, proprio come il movimento del liquido cefalorachidiano indotto dalla nostra respirazione e dal battito cardiaco, su cui lavorano i trattamenti osteopatici. Gli alberi, però, sono alti, più alti di noi. Sovrastano con gentilezza, accolgono i nostri sguardi verso il cielo, la pioggia, la luce. Mentre noi esseri umani siamo sempre più abituati a guardare in basso: per evitare di pestare schifezze nelle nostre città, per guardare lo smartphone o anche per non incontrare altri sguardi. In questo scenario, muoversi tenendo gli occhi sulla linea del nostro orizzonte sembra un’impresa, un piccolo atto rivoluzionario, che in effetti influenza i nostri pensieri e le nostre emozioni. Guardare dritto davanti a sé, senza chinare il capo, può farci cambiare idea e farci vedere il mondo da un altro punto di vista.

Se i fiori sono sempre stati elementi di dialogo per i poeti, da Rabindranath Tagore a Rainer Maria Rilke (“nelle quiete corolle teso muscolo / dell’infinito accoglimento, / sopraffatto da pienezza, / che il tenue cenno del crepuscolo // a stento può restituirti le corolle / riverse nella loro ampia espansione: / tu, di quanti mondi forza e decisione! // Per noi, violenti, più lunga è la durata. / Ma quando, in quale vita fra le vite tutte, / siamo infine aperti, siamo accoglimento?”), fino ad arrivare all’Iris selvatico della premio Nobel Luise Glück, un’intera raccolta in cui a parlare o ad ascoltare sono i fiori. Roy predilige le foglie, dice di aver sempre avuto l’impulso di collezionarle, di diversi colori, forme e dimensioni. Foglie che tra i libri sono diventate scheletri, e che non spaventando nessuno non hanno mai destato la giusta attenzione. Scrive Roy: “Incline agli eccessi emotivi, avevo cominciato a chiedermi perché gli innamorati dovessero regalarsi dei fiori: i fiori, dopotutto, duravano poco, ed erano sempre più giovani della relazione stessa. Le foglie scheletriche, rese fragili dal tempo, residui di un’infanzia di cui un nuovo amore non aveva fatto parte”. In fondo a un armadio, ho una scatola piena delle foglie gialle di un grande gingko biloba dei giardini pubblici di Modena. È uno dei regali più preziosi che abbia mai ricevuto. Prima o poi troverò il coraggio di aprirlo.

Come annota Roy, negli alberi bisogno e desiderio sono la stessa cosa, non esiste un divario tra chi sono e chi vogliono essere. Difficile non sentire in queste semplici e limpide frasi la lezione millenari di alcuni filosofi indiani, come Asanga, Vasubandhu o Patañjali. L’invito è quello di fare ritorno a un’esistenza – o almeno a parentesi di vita – preverbali e soprattutto previsive, perché “le immagini non hanno anima” e le parole – lo sanno bene i poeti come la stessa autrice – di solito mentono, la poesia sta proprio nell’emendarle da questo “peccato”, l’impurità insita nella forma stessa del linguaggio, suo motore, che come il ramo di un rampicante si tende verso l’altro, un millimetro alla volta, alla cieca, attentamente, con pazienza e fiducia. Un ritorno alla foresta. In cui i singoli elementi che la compongono in caso di disfatta del gruppo non possono scappare, non temono il contagio, in cui la fissità non viene considerata passività. Eppure, da sempre, come sottolinea anche il filosofo Michael Marder, l’immobilità è considerata da noi esseri umani prerogativa di una desoggettivizzazione. Proprio per questo gli asceti stavano fermi, immobili, fino a eliminare l’identificazione cognitiva con un sé, movente, fino a diventare più simili ad alberi che a persone, monumenti sfuggiti alla mobilità agentiva umana, ricoperti di piante. Come sono diventata un albero ci ricorda che gli alberi, pur non potendo gridare, difendersi o colpire la nostra attenzione in altri modi hanno molto da dirci e da insegnarci, più di quanto la nostra abitudine – spesso piuttosto pigra – ci porti a credere. Se cercassimo tutti di diventare più simili a loro si compirebbe una rivoluzione gentile, silenziosa.


LUCIA BRANDOLI HA STUDIATO TECNICHE DELLA NARRAZIONE, ARCHITETTURA E MUSICA. HA PUBBLICATO QUATTRO RACCOLTE DI POESIE – L’ULTIMA DELLE QUALI È DITTICO DELL’ACQUA (INDUSTRIA & LETTERATURA, 2022) – E LA RACCOLTA DI RACCONTI A LETTO NON SI PENSA AL FUTURO (PENDRAGON, 2017). È EDITOR SENIOR DI THE VISION. TRADUCE, INSEGNA YOGA E SI OCCUPA DI FILOSOFIA ASIATICA.

0 comments on “Imparare a vivere dagli alberi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *