In difesa della lingua che cambia

Alcune critiche al cosiddetto linguaggio “inclusivo” sono spesso attacchi fuori fuoco e nascono da chi si dice favorevole alla parità per poi opporsi fortemente a prassi linguistiche altrui. le questioni tecniche di rado vengono approfondite e si glissa sulle motivazioni politiche. Perché?

(Questo articolo fa parte di una coppia di testi dedicati al tema con punti di vista opposti)


IN COPERTINA Franco Adami, Fanciulla (2010) – Acrilico su tela – Asta Edizioni e multipli Pananti

 di Silvia Costantino e Francesco Quatraro per effequ

 

Di recente si registra una nuova ondata di articoli e prese di posizione ufficiali sul cosiddetto ‘linguaggio inclusivo’, il linguaggio e il genere, la ‘neolingua’. I nodi intorno a cui si va concentrando il dibattito sono più o meno i soliti e uno in particolare è l’utilizzo dello schwa (o di altri simboli, primo fra tutti l’asterisco) per definire il genere non binario e di conseguenza per creare un’alternativa al maschile sovraesteso nei plurali. Per ‘maschile sovraesteso’ si intende la pratica, presente nell’italiano come in numerose altre lingue, di utilizzare la forma maschile per riferirsi a una pluralità di generi, quindi di ricondurre al maschile ogni qualificazione di genere indistinta. La questione dei generi, e la loro definizione, è un discorso che corre parallelamente a quello della loro rappresentazione. Cercando di semplificare al massimo, diremmo che il genere rappresenta la definizione di sé non in base agli attributi sessuali ma su componenti di natura sociale, culturale e comportamentale. La propria identità di genere, dunque, non è definita in base a specifiche caratteristiche sessuali. Attualmente ci sono, a grandi linee, tre categorizzazioni di base:

Cisgender: persone con gli attributi maschili o femminili che in essi si identificano (uomini o donne cis)

Transgender: persone che intraprendono un percorso di transizione da un genere assegnato all’altro; persone che pur senza aver intrapreso il percorso non si sentono di appartenere al genere assegnato loro alla nascita

Genderqueer, o persone non binarie: persone che non si identificano né in un genere né nell’altro, e preferiscono non definirsi in nessuno dei due modi precedenti nello specifico.

Per un approfondimento di questo schema molto sintetico l’invito è quello di leggere questo articolo di Giulia Blasi, scritto con il sostegno dell’attivista transgenere Antonia Caruso.

Interveniamo intorno a questo specifico argomento, il linguaggio ‘inclusivo’, per dare seguito a un dibattito che veda interessate realtà che si stanno mettendo in gioco, cercando di studiare e sperimentare intorno alla questione linguistica, anche alla luce dei numerosi articoli e interventi avvicendatisi da un po’ di tempo a questa parte. 

 

Lo schwa in editoria

La nostra casa editrice è, a quanto pare, la prima realtà che in Italia, dapprima per ragioni di traduzione e in seguito per scelta editoriale e politica, ha iniziato a sperimentare l’uso dello schwa come norma redazionale nella saggistica. Ci rendiamo conto che siamo ben lungi dall’avere una norma linguistica, per questo ci teniamo a parlare di sperimentazione, e tuttavia troviamo importante illustrare le ragioni di questa scelta editoriale: riteniamo che l’editoria sia l’effettiva messa in pratica dei linguaggi in circolo, il veicolo attraverso cui le forme linguistiche in costante mutazione possono trovare o meno cittadinanza. Se i nomi sono la conseguenza delle cose, fintanto che queste non trovano spazio di rappresentazione restano confinate in contesti ristretti ed esclusivi. E se questo spazio di rappresentazione non trova varietà nell’editoria – vale a dire, se l’editoria non è sensibile alle forme linguistiche in uso – tutto ciò che rimane fuori è escluso e considerato minore, gergale, fino a risultare relegabile a una vaga quanto impropria ‘sciatteria’, con reazioni varie e diversificate, per le quali vale la pena un accenno più specifico: si va da chi chiede, come Walter Siti nel suo articolo su «Domani» del 16/06/2021, delle regole più puntuali perché altrimenti non ci si capisce, a chi, come Maurizio Maggiani su «la Repubblica» , lamenta un eccesso spersonalizzante di imposizioni. Anche qui, su «L’Indiscreto», è recentemente comparso un articolo che passa in rassegna le numerose ragioni per cui una forma ‘inclusiva’ di linguaggio risulti piena di falle. Noi partiamo dal presupposto che, avendo la fortuna di vivere in un Paese dove nessuno degli enti che studiano la lingua è prescrittivo, non possiamo permetterci di imporre regole di alcun genere, così come riteniamo dannoso inserire in modo coatto in una grammatica una nuova regola e pretendere che chiunque la utilizzi immediatamente e con naturalezza. Al contrario, crediamo in una lunga storia linguistica fatta di movimenti carsici e lentissimi mutamenti, con talvolta delle impennate improvvise e, talvolta, una calma piatta per decenni e decenni. E in generale, ci riteniamo consapevoli del fatto che nessuna forma prescrittiva sia in grado di mutare il linguaggio, che è un materiale quanto mai vivo ed elastico, e ha nel suo uso e nella sua consuetudine l’unica forma di inclinazione.

Tuttavia il mestiere che svolgiamo ha proprio a che fare con la lingua, e non può che essere attento e sensibile ai suoi mutamenti: è una precisa responsabilità editoriale. Inoltre, per il nostro lavoro è necessario fornirsi le cosiddette ‘norme editoriali’, attraverso le quali stabiliamo un criterio linguistico coerente, che permette a chi legge di orientarsi. Abbiamo deciso di utilizzare lo schwa per il genere non binario e in luogo del maschile sovraesteso con un preciso rigore, ed esclusivamente nella collana di saggistica, laddove risulterebbe stilisticamente limitante la norma per la prosa narrativa. A titolo di esempio, vediamo rapidamente nello specifico l’uso: come singolare abbiamo ‘lə ragazzə’, come plurale ‘ə ragazzə’; ‘lə sociologə’ al singolare, ‘ə sociologə’ al plurale. Lo schwa foneticamente ha una pronuncia ‘neutra’ (interessante approfondire la questione con un talk di Vera Gheno: Brevissima storia dello schwa | Vera Gheno | TEDxFirenzeStudio), perciò graficamente non necessita della H a precedere (‘ə miə amicə’). Un semplice normario di questo genere è al momento in studio in varie case editrici, non più solo la nostra, e c’è da pensare che possa evolversi in molte maniere. Non sappiamo dire se questo metodo possa applicarsi a chiunque, né se sia il migliore e più valido. Ci sembra soltanto un modo rigoroso di applicare l’utilizzo di una formula che troviamo convincente e al momento ci sembra la più spendibile tra le varie proposte.

Vincenzo Agnetti, Crisi del linguaggio, ironia e contaminazione dei significati, Asta Pananti in corso

Le scelte editoriali, come quelle linguistiche, sono scelte politiche

Nel dibattito, più ampio, legato alla questione di genere, c’è un argomento caro a un’area specifica del femminismo radicale, che individua nello schwa (o nelle altre sperimentazioni non binarie) un mezzo di cancellazione dell’identità femminile. È difficile comprenderne la ragione, in primo luogo perché veniamo da anni di cancellazione degli altri generi in virtù del maschile sovraesteso; poi perché di fatto schwa si usa nel momento in cui ci si riferisce a una comunità mista, per cui la medica rimarrà tale e non sarà medicə, a meno che non lo chieda. Ed è sempre possibile trovare modi per non costellare di schwa una frase, magari operando una perifrasi e scrivendo, in luogo di ‘tuttə ə dottorə sono bravə’, ‘la comunità medica si è distinta per la sua bravura’, preservando così sia le specifiche identità di chi compone la comunità sia un italiano, diciamo, classico.

Perché dunque non fare sempre così? Perché, politicamente, talvolta si rende necessario marcare il genere cui ci si riferisce, mostrare che si ha considerazione delle identità di chi è partecipe del discorso.

Lasciamo i termini dove stanno: se funzionano avranno vita lunga, altrimenti si esauriranno – fermo restando che, e questo insegnamento è compito fondamentale della scuola, c’è un codice per ogni occasione, e un registro diverso da imparare per arricchirsi e padroneggiare pensieri e discorsi. Per esperienza sappiamo che esistono numerosi approcci narrativi (non ci spingiamo a dire ‘letterari’, perché non sta a noi coniare certe categorie) permeabili alle nuove forme linguistiche, e che di queste forme fanno uso consapevole e creativo; questi approcci non trovano facile collocazione nel contesto editoriale tradizionale proprio per le ragioni poco sopra accennate: basterebbe forse cercarne, leggerne di più. Troviamo importante fare esperienza di ciò che è in mutamento, altrimenti il rischio è di non individuare nuove forme critiche e di ragionamento oltre a quelle di quel Novecento che, pur sovrastandoci ancora con la sua importanza, sta via via svanendo.

Franco Adami, Fanciulla (2010) – Acrilico su tela – Asta Edizioni e multipli Pananti

Fuga dal Novecento

È faticoso questo salutarci del Novecento, tanto che riscontriamo cambiamenti nell’espressione e nei registri linguistici come se fossero, come un tempo, tratti dal parlato. Ma è forse giusto supporre che il linguaggio più ‘giovane’ non sia più tanto frutto della lingua parlata quanto di quella scritta: le reti sociali, che ci tengono in contatto con un’agorà grande quasi quanto tutto il globo (e dunque per un rapporto tutt’altro che acritico assoggettata all’inglese), si esprimono attraverso la parola scritta, ed è dunque lecito pensare che neologismi, pseudoanglicismi e tutte le forme di ibridazione e sperimentazione, anche politica, che riscontriamo nascano principalmente da lì, facendoci sorgere anche il dubbio che non sia così vero, come si sente spesso ripetere, che si legga di meno. Si legge di più, ma spesso quel che si legge non sta in libri o articoli della carta stampata. 

E, a proposito di Novecento, si nota spesso a proposito delle questioni di genere un atteggiamento molto vicino a quello che si ha nei confronti della cosiddetta ‘Cancel Culture’: bisognerà dunque censurare, o cestinare, il pensiero dei padri della psicanalisi? Dell’arte? Che fine faranno i nostri miti fondativi?  Viene da rispondere che non c’è bisogno di scomodare lo schwa; che l’arte, la scrittura, la stessa psicanalisi, oltre ad avere forse principi più complessi al loro interno, sono figlie del proprio tempo.

Un’altra fallacia particolarmente d’impatto è quella per la quale si accusa chi fa attivismo di voler, ancora una volta, cancellare le differenze di genere: posizione, questa, molto vicina a quella del femminismo trans-escludente, ovvero che rivendica lo statuto di donna solo per le donne cis, e si rifiuta di ammettere nel consesso, nel dibattito e nella lotta per i diritti anche le persone transessuali che si identificano nel genere femminile. Ci si domanda in che modo, se si parte da questo tipo di esclusione, si possa portare avanti un discorso che sia realmente paritario. Merita forse sottolineare anche che no, per quanto ne sappiamo non c’è un programma che desidera imporre o cancellare alcunché: la lotta è per il riconoscimento, non certo per l’eliminazione altrui.

Un ultimo artificio retorico ricorrente è quello che, comunemente, viene chiamato ‘benaltrismo’: la lotta per l’affermazione si fa ‘altrove’, certo non con le parole, come se quell’ ‘altrove’ debba per forza escludere un ragionamento linguistico aggiornato. I problemi sono altri, si dice, l’eguaglianza di salario, la povertà, il cambiamento climatico. Rimane tuttavia il dubbio sul motivo per cui la ‘vera’ lotta, in questa combattente prospettiva (vergata spesso su pagine di spicco in quotidiani nazionali, spazi che a innumerevoli realtà che pure lavorano intorno al tema specifico resteranno eternamente preclusi, vale la pena ricordarlo) non possa essere plurale, sia nelle individualità che nelle discipline.

Appare evidente come questo tipo di retorica non sia che  un modo di aggirare l’argomento, standone alla larga e non entrando nel merito, e viene da pensare che forse sia giunto il momento di uscire da questa stanca prospettiva occidentale e guardare fuori, dove magari altre culture prevedono un altro approccio al concetto di genere, famiglia, cura, socialità.

Noi non riteniamo di compiere, col nostro lavoro, un’operazione ‘inclusiva’: non abbiamo la presunzione né la condizione di chi può ‘includere’, abbiamo, invece, bisogno di raggiungere spazi che non riusciamo ancora a dire, ed è con contenute, progressive (e, potendo, rigorose e scientifiche) sperimentazioni che tentiamo di estendere e imparare il possibile uso di un linguaggio: non difendiamo alcun vessillo, siamo invece interessatə alla (per dirla con Fabrizio Acanfora) ‘convivenza delle differenze’, in cui principi come la ‘condanna delle parole’ o la ‘sciatteria’ non sono altro che prese di posizione sommarie e poco ponderate, e di cui in definitiva la Storia della lingua può fare a meno. Ed è evidente che le cose non migliorano quando ci troviamo a leggere articoli inerenti la questione che si mettono a dileggiare (solitamente perché coniati da persone non sufficientemente informate, né desiderose di conoscenza, dell’argomento) in modo neanche troppo latente tutta una parte di umanità che tenta faticosamente di ragionare su una rappresentanza linguistica: se gli si toglie continuamente validità e voce, quale pettirosso potrà mai avere il coraggio di cantare? E non si fa la lotta – di classe, di identità – andando pervicacemente in direzione contraria, cercando un’affermazione laddove la corrente col suo andare a senso unico la vuole annullare nel flusso?

Con i nuovi linguaggi e le nuove forme linguistiche abbiamo, semplicemente, più strumenti: tutto sta nell’imparare a usarli, comunicare tra generazione e generazione, e finalmente intendersi. Come per le istanze sociali, aggiungendo possibilità non si toglie quel che già c’è. La possibilità di decolonizzare – linguisticamente e mentalmente – il proprio sguardo è davvero uno strumento per smettere di, per usare le parole di Siti nel suo Troppi Paradisi, “[prevenire] i conflitti apparendo generoso e tollerante, dimostrando al rivale che conviene a lui diventare come sono io”, dunque accettare il conflitto e praticarlo, esprimendo la massima disposizione a vedere anche l’altro da sé.


Silvia Costantino e Francesco Quatraro dirigono effequ, casa editrice indipendente che si occupa di narrativa e saggistica, prevalentemente italiane. effequ ha vinto il Premio divulgazione scientifica nel 2019, con il libro Eccentrico, e nel 2020, per la sezione Scienze umane, con il libro Femminili singolari. Nel giugno 2021 ha vinto il Premio POP con Ada brucia.

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