Incivilizzazione

E se per fronteggiare i problemi attuali, da quello ambientale a quello sociale, dovessimo cercare di incivilizzarci? Lo sostiene un manifesto politico, qui per la prima volta tradotto in italiano:


IN COPERTINA e lungo il testo opere di roberto crippa, oggi all’asta da casa d’aste pananti.

 

di Dark Mountain

Traduzione di Montag
INTRODUZIONE

 

Incivilizzazione, uscito in inglese nel 2009, è il manifesto del Dark Mountain, collettivo di artisti, scrittrici, filosofi, ambientaliste e avventurieri. Il manifesto si articola in tre movimenti. Prende le mosse dall’analisi del contesto attuale, tra crisi ambientale, economica e politica; passa alla critica dei miti che fondano la civiltà occidentale; giunge infine a proporre di destituire questi miti e restituire il fare artistico a una pratica “incivilizzata”. Chi sceglie di scalare la Montagna Oscura scriverà infatti “con lo sporco sotto le unghie”.

La scalata non potrà che essere uno sforzo collettivo. Sullo sfondo di un panorama intellettuale che fatica a immaginare alternative condivise, nella scelta di puntare sulla collettività risiede il punto di interesse del Dark Mountain Project. Una scelta che trova eco in alcuni progetti sorti negli ultimi anni in Italia, ad esempio MEDUSA e TINA.

La vicinanza con questi progetti non è solo legata a un problema di forme collettive: il Dark Mountain si prefigge di uscire dalla “bolla della civilizzazione”, da una prospettiva (solo) umana e dagli automatismi di un antropocentrismo spesso assunto di default. Forzando i limiti dell’agire collettivo, vogliono scoprire cosa c’è oltre lo sguardo umano e la pratica civile. Ecco, la cordata parte all’alba, percorre territori inesplorati, attraversa tortuosi sentieri.

Questa traduzione avrà una sorella. Nel futuro prossimo uscirà Walking on Lava per Luiss University Press, a cura di Claudio Kulesko. Il volume racchiuderà una selezione di scritti del Dark Mountain Project, fra cui il manifesto che qui vi presentiamo in altra veste. La coincidenza di due traduzioni italiane è sintomo di un’urgenza più vasta e profonda: il bisogno di trovare una risposta concettuale e artistica al collasso. Diremmo anche all’Antropocene, se non fosse che la parola non compare mai nel testo.

 

Riarmo

 

Questi movimenti grandiosi e fatali verso la morte: l’imponenza della massa 

rende folle la pietà, la pietà lacerante 

Per gli atomi della massa, le persone, le vittime, fa sembrare mostruoso 

ammirare la tragica bellezza che costruiscono. 

È bella come un fiume che scorre o come un ghiacciaio che si sta lentamente formando, 

su una parete rocciosa di alta montagna, 

destinato ad abbattere una foresta, o come il gelo di novembre, 

La danza della morte dorata e fiammeggiante delle foglie, 

O come una ragazza nella notte della sua fanciullezza passata, che sanguina e bacia. 

Brucerei la mia mano destra a fuoco lento 

Per cambiare il futuro… Dovrei farlo senza pensarci. 

La bellezza dell’uomo moderno non sta nelle persone ma nel  

ritmo disastroso, nelle masse pesanti e mobili,

Nella danza delle masse guidate dai sogni giù per l’oscura montagna. 

 

Robinson Jeffers, 1935 

 

 

camminare sulla lava 

 

La razza umana finirà per eccesso di civiltà. 
Ralph Waldo Emerson

 

Coloro che assistono di persona a collassi sociali estremi raramente raccontano di aver ricevuto particolari rivelazioni sulla natura dell’esperienza umana. Ciò che raccontano, invece, è la sorpresa di fronte a quanto sia facile morire. 

Il pattern della vita quotidiana, nella quale tutto è tale e quale giorno dopo giorno, cela la fragilità di questo modello. Quante delle nostre attività sono rese possibili dall’illusione di stabilità che offrono i pattern? Finché c’è ripetizione, o anche solo una minima variazione, siamo in grado di pianificare il domani come se tutto ciò cui ci affidiamo – e a cui non prestiamo sufficiente attenzione – sarà ancora lì. Quando la ripetizione si interrompe, a causa di guerre civili, disastri naturali o piccole tragedie che ne lacerano il tessuto, molte di queste attività diventano impossibili o insignificanti. Al contrario, soddisfare i bisogni minimi, che un tempo davamo per scontati, inizia a occupare gran parte delle nostre vite.

Dai racconti degli inviati o dei volontari di guerra emerge non tanto la fragilità di questo tessuto, quanto la velocità con la quale può disfarsi. Mentre scriviamo queste righe, nessuno può dire con certezza quando finirà lo sfaldarsi del tessuto finanziario e commerciale della nostra economia. Nel frattempo, fuori dalle metropoli, lo sfruttamento industriale incontrollato sgretola le basi materiali della vita di moltissime parti del mondo, e grava sul sistema ecologico che la sostiene. 

Per quanto precario sia questo momento, tuttavia, la consapevolezza della fragilità di ciò che chiamiamo civilizzazione non è nulla di nuovo.

“Pochi si rendono conto”, scrisse Joseph Conrad nel 1896, “che la vita, l’essenza stessa della personalità, l’idea di ciò che è o non è alla portata, del punto fino al quale ci si può spingere, dipendono tutte e solo dalla consapevolezza di vivere in un ambiente protetto”. Negli scritti di Conrad la civiltà esportata dagli imperialisti europei si rivela essere niente più che una rassicurante illusione, necessaria non soltanto nell’irraggiungibile cuore dell’Africa, ma anche nei bianchi sepolcri delle loro capitali. Gli abitanti di quella civiltà credevano con “fede cieca nella forza irresistibile delle istituzioni e della morale, nel potere della polizia e delle opinioni”. Ma la loro fiducia poteva essere mantenuta soltanto attraverso l’apparente solidità di una folla di seguaci al loro seguito. Fuori dalle mura, il selvaggio rimane tanto vicino alla superficie quanto il sangue sotto le pelle, ma gli abitanti delle città non sono più equipaggiati per affrontarlo a viso aperto.

Bertrand Russell aveva colto questa vena nella visione del mondo di Conrad, affermando che il romanziere “concepiva la vita umana civilizzata e moralmente tollerabile come un pericoloso cammino su una crosta sottile di lava appena raffreddata che da un momento all’altro avrebbe potuto rompersi e lasciar sprofondare l’incauto in abissi infuocati”. Ciò che sia Russell che Conrad stavano comprendendo era un semplice dato che ogni storico potrebbe confermare: la civiltà umana è una costruzione particolarmente fragile. È costruita su poco più che una semplice convinzione: la certezza che i propri valori siano quelli giusti; la fede nel suo sistema di leggi e ordine; la fede nella sua valuta; ma al di sopra di tutto, probabilmente, la fede nel suo futuro.

Quando questa fede inizia a sgretolarsi, il collasso di una civilizzazione diventa inarrestabile. Che le civiltà cadano, prima o poi, è tanto una legge della storia quanto la gravità è una legge della fisica. Ciò che rimane dopo la caduta è un selvaggio groviglio di rovine culturali, di persone confuse, arrabbiate, tradite dalle proprie certezze, e di quelle forze che sono state sempre lì, più profonde delle fondazioni delle mura cittadine: il desiderio di sopravvivere e il desiderio di significato.

È giunto, così sembra, il turno della nostra civiltà di fare esperienza del selvaggio e dell’ignoto, il nostro turno di fermarci a contemplare il contatto con una realtà non ancora domata. Stiamo cadendo. Viviamo in un’epoca nella quale i limiti cui siamo abituati stanno scomparendo, e le nostre fondamenta ci vengono strappate da sotto i piedi. Dopo un quarto di secolo di noncuranza, durante il quale siamo stati spinti a credere che la bolla non sarebbe mai esplosa, i valori mai crollati, ecco la fine della storia, il grossolano rifacimento in Conrad del trionfalismo del tramonto vittoriano. La Hybris ha ora la sua Nemesi. Una storia a noi familiare si sta concludendo. È la storia dell’impero che crolla dall’interno. È la storia di un popolo che ha creduto, per molto tempo, che le proprie azioni non avrebbero avuto conseguenze. È la storia di come quel popolo dovrà fare i conti con la fine del proprio mito. È la nostra storia.

Stavolta l’impero in caduta è l’inattaccabile economia globale e il mondo della democrazia del consumo, il cui nome è stato esportato in tutto il mondo. Sull’indistruttibilità di questo edificio abbiamo eretto le speranze della fase terminale della nostra civilizzazione. Ora, con i loro fallimenti e la loro fallibilità svelata, le élite globali stanno provando a tenere a galla istericamente una macchina economica che, per decenni, ci hanno detto essere senza limiti, perché i limiti ne sarebbero stati la rovina. La stanno ingozzando con incalcolabili somme di denaro per impedire un’incontrollabile esplosione. La macchina borbotta e gli ingegneri sono nel panico. Si stanno chiedendo se davvero la conoscevano come credevano. Si stanno chiedendo se la controllavano loro, o se, per caso, fosse lei a controllarli.

La gente è sempre più inquieta. Gli ingegneri si dividono e litigano fra loro, ma nessuna fazione sembra sapere cosa fare, né sembrano granché differenti. Dovunque nel mondo si avverte il malcontento. Gli estremisti affilano i loro coltelli e si preparano, mentre la macchina balbettante e rantolante svela l’inadeguatezza delle élite politiche che dicevano di avere tutto sotto controllo. I vecchi dèi stanno rialzando la testa, così come le vecchie risposte: rivoluzione, guerra, pulizia etnica. La politica per come l’abbiamo conosciuta vacilla, così come la macchina che avrebbe dovuto sostenere. Al suo posto potrebbe sorgere qualcosa di più semplice, dal cuore di tenebra.

E mentre gli stregoni della finanza perdono i loro poteri di levitazione e i politici e gli economisti faticano a evocare nuove spiegazioni, inizia ad albeggiare una visione dietro il velo: che nel cuore della Città di Smeraldo non risieda la benigna e onnipotente mano invisibile che ci era stata promessa, ma qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che è responsabile per quello che Marx, non molto prima di Conrad, definiva “l’incertezza e il movimento eterno” dell’“epoca dei borghesi”; un’epoca in cui “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, ed [è] profanata ogni cosa sacra”. Alza il sipario, segui il movimento instancabile degli ingranaggi e delle ruote fino alla fonte, e troverai il motore che anima la nostra civilizzazione: il mito del progresso.

Il mito del progresso è per noi ciò che per i romani era il mito della forza divina donata al guerriero, oppure il mito della salvezza eterna per i conquistadores: senza di esso, i nostri sforzi sarebbero insostenibili. Sulle radici della cristianità occidentale, l’Illuminismo all’apice del suo ottimismo ha innestato una visione del paradiso terrestre, cui le gesta umane, guidate da calcolo razionale, potranno condurci. Grazie a questa guida, ogni generazione vivrà una vita migliore di quella che l’ha preceduta. La storia diventa un ascensore, e l’unica via possibile è verso l’alto. All’ultimo piano c’è la perfezione umana: è fondamentale che questa rimanga fuori portata quel tanto che basta al fine di sostenere l’illusione del moto.

La storia recente, invece, ha dato un duro colpo a questo meccanismo. Troppe volte lo scorso secolo ha minacciato una discesa all’inferno, al posto del paradiso promesso in Terra. Anche all’interno delle ricche e liberali società dell’Occidente, il progresso ha, in molti modi, fallito nel suo tentativo di produrre benessere. Le generazioni di oggi sono evidentemente meno soddisfatte, e di conseguenza meno ottimistiche, di quelle che le hanno precedute. Lavorano di più, con meno garanzie, e hanno meno possibilità di lasciarsi alle spalle il contesto sociale nelle quali sono nate. Hanno paura del crimine, del collasso della società, dello sviluppo incontrollato e della catastrofe climatica. Non credono che il futuro sarà migliore del passato. Individualmente, sono meno costrette dalla classe sociale o dalle norme sociali dei loro genitori e nonni, ma lo sono molto di più dalla legge, dalla sorveglianza, dai divieti dello Stato e dal debito personale. La loro salute fisica è migliore, quella mentale più fragile. Nessuno sa cosa succederà. Nessuno vuole saperlo.

Ma soprattutto, un’oscurità strisciante vive alla base di tutto ciò che abbiamo costruito. Fuori dalle città, oltre gli sfocati confini della civiltà, alla mercé della macchina ma non sotto il suo controllo, si trova qualcosa che né Marx né Conrad, Cesare o Hume, Thatcher o Lenin, avevano capito veramente. Qualcosa che la civiltà occidentale – che ha imposto lo standard della civilizzazione globale – non è mai stata in grado di capire, perché capirla avrebbe significato sminuire ineluttabilmente il mito stesso della civilizzazione. Qualcosa sopra cui quella sottile crosta di lava si tiene in piedi; qualcosa che nutre la macchina e le persone che la conducono, e che si sono sforzati di non vedere.

 

la mano recisa

 

Qual è dunque la risposta? Non farsi illudere dai sogni. 

Riconoscere che le grandi civiltà sono crollate con la violenza e che molte volte in passato sono arrivati i tiranni.

Quando appare la violenza, evitarla con onore o scegliere 

la fazione migliore; questi mali sono inevitabili. 

Mantenere la propria integrità, essere misericordiosi e non corrotti 

non desiderare il male e non farsi ingannare da sogni di giustizia o felicità universali. 

Questi sogni non si avvereranno.

Sapere questo e che, per quanto brutte appaiano le parti, l’insieme rimane bello. Una mano recisa 

è una cosa brutta e anche l’uomo separato dalla terra e dalle stelle e dalla sua storia… per la contemplazione o di fatto…

spesso appare atrocemente brutto. Integrità è interezza, la più grande bellezza è 

organica, l’interezza della vita e delle cose, la bellezza divina dell’universo. Amate questo, non l’uomo 

Separato da questo, altrimenti condividerete le pietose confusioni dell’uomo, o annegherete nella disperazione quando i suoi giorni si oscureranno.

Robinson Jeffers, La risposta

 

Il mito del progresso è fondato sul mito della natura. Il primo ci dice che siamo destinati alla grandezza; il secondo che la grandezza è gratuita. L’uno è profondamente legato all’altro. Entrambi i miti ci dicono che siamo separati dal mondo; che in principio borbottavamo in paludi primordiali, eravamo un’umile parte di quella cosa chiamata ‘natura’, che oggi abbiamo soggiogato con successo. Proprio il fatto di avere una parola per ‘natura’ è la dimostrazione che non ce ne riteniamo parte. La nostra separazione da essa è un mito fondamentale per il trionfo della civilizzazione. Noi siamo, ci ripetiamo, l’unica specie che ha attaccato e vinto la natura. Ecco, qui sta la nostra – e solo nostra – gloria.

Fuori dalle cittadelle dell’autocelebrazione, per secoli poche voci solitarie si sono levate contro questa infantile versione della storia umana, ma è solo negli ultimi decenni che le sue debolezze si sono mostrate ridicolmente evidenti. Siamo la prima generazione a crescere circondata dalla prova che il nostro tentativo di separarci dalla ‘natura’ è stato un cupo fallimento: prova non del nostro genio ma della nostra hybris. Il tentativo di recidere la mano dal corpo ha messo in pericolo il ‘progresso’, che teniamo così a cuore, oltre a gran parte della ‘natura’. Il disordine che ne è risultato sottolinea la crisi che oggi fronteggiamo.

Ci siamo immaginati isolati dalla fonte della nostra esistenza. Siamo accerchiati dalle conseguenze di questo errore immaginativo: un quarto dei mammiferi del mondo è a rischio estinzione; un acro e mezzo di foresta pluviale viene abbattuto ogni secondo; il 75% delle riserve globali di pesce sta per esaurirsi; l’umanità consuma il 25% dei ‘prodotti’ naturali in più rispetto a quanto la Terra può rimpiazzare – e si prevede che questa cifra arriverà all’80% entro la metà del secolo. Anche attraverso le mortificanti lenti della statistica, possiamo intravedere la violenza cui siamo stati condotti dai nostri miti.

E sopra tutto ciò incombe il cambiamento climatico. Quello stesso cambiamento climatico che minaccia di rendere ogni progetto umano irrilevante; che ci presenta le prove dettagliate della nostra scarsa comprensione del mondo in cui viviamo e che allo stesso tempo ci dimostra quanto ne siamo dipendenti. Quel cambiamento climatico che sottolinea con forza lo scontro totale tra civilizzazione e ‘natura’; che rende chiaro, meglio di ogni discorso ben strutturato o di ogni ottimistica protesta, che il bisogno della macchina di crescita illimitata ci chiederà di distruggerci nel suo nome. Il cambiamento climatico, finalmente, dimostra la nostra assoluta impotenza.

Questi sono i fatti, o almeno alcuni di essi. Ma i fatti non raccontano mai tutta la storia (“I fatti”, scrisse Conrad in Lord Jim, “come se i fatti potessero spiegare qualcosa!”). I fatti sulla crisi climatica, di cui sentiamo tanto parlare, celano tanto quanto rivelano. Sentiamo parlare ogni giorno dell’impatto delle nostre attività sull’‘ambiente’ (come ‘natura’, anch’essa è un’espressione che ci distanzia dalla realtà della nostra situazione). Ogni giorno sentiamo parlare delle molte ‘soluzioni’ a questi problemi: soluzioni che normalmente richiedono urgentemente un accordo politico e la giudiziosa applicazione del genio tecnologico umano. Corre voce che forse qualcosa sta cambiando, ma, tranquilli, non c’è niente che non possiamo affrontare. Forse bisogna muoversi più velocemente, con più urgenza; certamente bisogna accelerare il ritmo della ricerca e dello sviluppo. Abbiamo accettato di dover diventare più ‘sostenibili’, ma per il resto ogni cosa andrà bene. Ci sarà ancora crescita, ci sarà ancora progresso: queste cose continueranno perché devono continuare, perché non possono fare altro che continuare. Non c’è nulla da vedere, circolare. Andrà tutto bene. 

Noi non crediamo che andrà tutto bene. Basandoci sulle attuali definizioni di progresso e perfezionamento, non siamo neppure sicuri di volere che tutto vada bene. Tra tutti i deliri umani di estraneità, di distacco e superiorità rispetto al mondo che ci circonda, una distinzione è più netta delle altre: potremmo essere la prima specie capace di eliminare la vita sulla Terra. A quanto pare intendiamo mettere alla prova questa ipotesi. Siamo già responsabili per aver denudato il mondo di molta della sua diversità, magnificenza, bellezza, colore e magia, e non ci interessa smettere di farlo. Per molto tempo abbiamo immaginato che la ‘natura’ fosse qualcosa che accadesse altrove. Il danno che le avevamo fatto era spiacevole, ma andava messo contro i benefici del qui e dell’ora. E nel peggiore dei casi possibili ci sarebbe sempre stato un qualche tipo di Piano B. Magari ce ne saremmo andati sulla luna, dove avremmo potuto vivere in colonie lunari sotto immense bolle, mentre pianificavamo la nostra colonizzazione della galassia.

Ma non c’è alcun Piano B e la bolla — è evidente — è dove abbiamo sempre vissuto. La bolla è l’illusione di isolamento all’interno della quale abbiamo tribolato così a lungo. La bolla ci ha tagliato fuori dalla vita sull’unico pianeta che abbiamo, l’unico che probabilmente mai avremo. La bolla è la civilizzazione.

Considerate le strutture su cui questa bolla è stata costruita. Le sue fondamenta sono geologiche: carbone, petrolio, metano – milioni e milioni di anni di antica luce solare, estratti dalle viscere della terra e bruciati senza freni. Su queste basi si regge tutta l’impalcatura. Ma risalite lungo la struttura e attraverserete una congiuntura di orrori: allevamenti intensivi di pollame, macelli su scala industriale, foreste in fiamme, fondi oceanici prosciugati a strascico, barriere coralline deflagrate, montagne svuotate, terre desolate. Finalmente, in cima a tutti questi strati che passano inosservati, raggiungerete la superficie ben levigata sulla quale ci sediamo: distratti o disinteressati di ciò che avviene sotto di noi, pretendendo che le autorità ci facciano vivere come siamo stati abituati, sentendo occasionalmente sprazzi di colpa che ci faranno comprare polli biologici e lattuga a chilometro zero; ma per la maggior parte ingozzati, eppure mai sazi, dei frutti dell’orrore dai quali dipendono i nostri stili di vita.

Siamo la prima generazione nata in un’epoca senza precedenti: l’epoca dell’ecocidio. La chiamiamo così non per predirne l’esito, ma per descrivere il processo in corso. Il suolo, il mare, l’aria, gli elementi che sono la spina dorsale della nostra esistenza sono stati dati per scontati dalla nostra economia, che li ha sfruttati come se fossero un pozzo senza fondo, per sempre in grado di diluire e disperdere i crimini della nostra estrazione, produzione e consumo. La grandezza del cielo e la portata di un fiume in piena rendono difficile immaginare che creature così fragili come me e te possano causare un tale danno. Philip Larkin diede voce a questo sentimento, nell’inquietante e allarmante finale del suo poema Andare, andare

 

Le cose sono più forti di noi, proprio

Come la terra sempre pronta a reagire

Anche se noi la maltrattiamo; 

Getta pure, se lo devi, i tuoi rifiuti in mare: 

Lontano, le maree rimarranno pure.

– Ma cosa provo adesso? Dubbi?

 

Neppure quarant’anni dopo le parole di Larkin, il dubbio è tutto ciò che riusciamo a provare, sempre. Troppo schifo è stato rigettato in mare, nel terreno e nell’atmosfera, perché si possa provare altro. Il dubbio, e i fatti, hanno aperto la strada a un movimento globale per politiche ambientali che mirino, almeno in queste prime e grezze forme, a sfidare a testa bassa i miti dello sviluppo e del progresso. Ma il tempo è stato crudele con gli ecologisti. È più facile trovare gli ambientalisti di oggi alle convention aziendali, intenti a tessere le lodi della ‘sostenibilità’ e del ‘consumo etico’, piuttosto che vederli fare cose ingenue, come ad esempio mettere in dubbio i valori intrinsechi della civilizzazione. Il capitalismo ha assorbito in sé gli ecologisti, come assorbe così tante delle sfide rivolte al suo dominio. Una sfida radicale alla macchina umana è stata trasformata in un’altra scusa per fare shopping.

‘Negazione’ è una parola forte, gravida di connotazioni. Quando la si usa per marchiare gli ultimi scampoli di scettici del cambiamento climatico, questi rifiutano con forza di essere associati a chi vorrebbe riscrivere la storia dell’Olocausto. Eppure l’obiettivo di questi gruppi in declino è quello di distrarre da una negazione molto più grande, in senso psicoanalitico. Freud scrisse dell’incapacità delle persone di accettare fatti che non concordassero con la loro visione di sé e del mondo. Preferiamo affrontare ogni possibile contorsionismo logico, piuttosto che guardare onestamente a quei fatti che sfidano le fondamenta della nostra visione del mondo. 

Oggi l’umanità affonda fino al collo nel negazionismo riguardo ciò che ha costruito, ciò che è diventata, e quale sia la posta in gioco. Il collasso economico ed ecologico si dispiega davanti a noi e, anche le rare volte che lo ammettiamo, ci comportiamo come se fosse un problema temporaneo, una falla del sistema. Secoli di hybris ci turano le orecchie come tappi di cera, così da non poter ascoltare il messaggio che la realtà ci urla addosso. Nonostante i dubbi e il malcontento, siamo ancora incatenati a un’idea della storia nella quale il futuro sarà una versione migliorata del presente. Il presupposto è che le cose debbano continuare ad andare nella direzione attuale: la percezione della crisi riesce solo a smussare il significato di quel dovere. Non è più qualcosa di naturalmente inevitabile, ma è un’urgenza assoluta: dobbiamo trovare un modo di continuare ad avere supermercati e autostrade. Non possiamo neppure contemplare l’alternativa.

E così ci ritroviamo, tutti insieme, vacillanti e in bilico sul culmine di un cambiamento così grande che non abbiamo modo di immaginarlo. Nessuno di noi sa da che parte guardare, ma tutti sappiamo che non dobbiamo guardare giù. In segreto, sappiamo tutti di essere condannati: anche i politici lo pensano, pure gli ambientalisti. Alcuni affrontano questo pensiero andando a fare shopping. Altri sperando che sia vero. Qualcuno cede alla disperazione. Alcuni lavorano duramente per provare a scacciare la tempesta che incombe. 

La nostra domanda è: cosa accadrebbe se guardassimo giù? Sarebbe così terribile come pensiamo? Cosa vedremmo? Potrebbe addirittura farci del bene? Noi crediamo sia giunto il momento di guardare giù.

incivilizzazione

 

Senza mistero, senza curiosità e senza la forma imposta da una risposta parziale, non possono esserci storie: solo confessioni, comunicati, memorie e frammenti di fantasia autobiografica, che al momento passano per romanzi.
John Berger

 

Se davvero barcolliamo sull’orlo di un enorme mutamento nel modo in cui viviamo, nel modo in cui la stessa società umana è costruita e nel modo in cui ci relazioniamo col resto del mondo, allora siamo stati condotti a questo punto dalle storie che ci siamo detti – e soprattutto dalla storia della civilizzazione.

Questa storia ha molte varianti, religiose e secolari, scientifiche, economiche e mistiche. Ma tutte raccontano l’originaria trascendenza umana dei suoi albori animali, il nostro crescente dominio su una natura cui non apparteniamo più, e il glorioso futuro d’abbondanza e prosperità che avverrà quando tale dominio sarà completo. È la storia della centralità umana, di una specie destinata a essere signora di tutto ciò che osserva, libera dai vincoli che costringono le altre, minori creature.

Ciò che rende questa storia così pericolosa è il fatto che, per lo più, abbiamo dimenticato che si tratta di una storia. È stata raccontata più volte da coloro che si considerano razionalisti, persino scienziati; eredi del lascito dell’Illuminismo, un lascito che include il rifiuto del ruolo delle storie nella creazione del mondo.

Gli umani hanno sempre vissuto di storie, e coloro con l’abilità di raccontarle sono stati trattati con rispetto e, spesso, una certa diffidenza. Oltre i limiti della ragione, la realtà rimane misteriosa, incapace di essere approcciata direttamente come la preda d’un cacciatore. Con le storie, con l’arte, con simboli e strati di senso, pediniamo quegli aspetti elusivi della realtà che nessuno ha mai sognato nella nostra filosofia. Il cantastorie intesse il misterioso nella trama della vita, unendolo al comico, al tragico, all’osceno, creando percorsi sicuri attraverso terreni insidiosi. 

Eppure, man mano che il mito della civilizzazione rafforzava la sua stretta sul nostro pensare, imprestandosi la guisa di scienza e ragione, iniziammo a negare il ruolo delle storie, a liquidare il loro potere come qualcosa di primitivo, infantile, superato. Le vecchie fiabe, tramite cui generazioni avevano dato senso alle sottigliezze e stranezze della vita, furono censurate e spedite all’asilo. La religione, bagaglio di miti e misteri, culla del teatro, fu sistemata a mo’ di cornice di leggi universali e di contabilità morale. Le oniriche visioni medievali divennero i racconti insensati dell’infanzia Vittoriana. Nell’età del romanzo, le storie non erano più il mezzo per affrontare le verità profonde del mondo, quanto piuttosto un modo per ammazzare il tempo durante un viaggio in treno. È arduo, oggi, immaginare che la parola di un poeta fosse una volta temuta da un re.

Nonostante tutto ciò, il nostro mondo è ancora plasmato dalle storie. Attraverso la televisione, i film, i romanzi e i videogiochi, potremmo essere il popolo più profondamente bombardato da materiale narrativo che sia mai vissuto. Ciò che è peculiare, tuttavia, è la noncuranza con cui queste storie arrivano a noi – come intrattenimento, una distrazione dalla vita quotidiana, qualcosa per catturare la nostra attenzione fin oltre la pausa pubblicitaria. Ma non ha senso che tali storie siano gli strumenti con cui esploriamo la realtà. D’altro canto, vi sono storie serie raccontate da economisti, politici, genetisti e capi d’azienda. Queste non sono presentate affatto come storie, ma come resoconti diretti di come va il mondo. Scegli fra le versioni concorrenti, poi combatti contro chi sceglie altrimenti. Gli scontri conseguenti sono messi in scena sulla radio mattutina, nei dibattiti pomeridiani e di notte nelle guerre d’opinione televisive. Eppure, nonostante il baccano, ciò che sconcerta è quanto le fazioni opposte siano concordi: tutte le storie sono solo varianti della storia maggiore della centralità umana, del nostro controllo sempre più espanso sulla ‘natura’, del nostro diritto a una perpetua crescita economica, della nostra abilità a trascendere ogni limite.

Così ci troviamo, sbilanciati i nostri modi di narrare, intrappolati in una narrativa fuori controllo, diretta verso il peggior tipo d’incontro con la realtà. In momenti simili, scrittori, poeti e narratori d’ogni tipo hanno un ruolo critico da svolgere. La creatività resta la più scatenata delle forze umane: senza di essa, il progetto della civilizzazione è inconcepibile, eppure nessun’altra parte della vita rimane così indomita e selvaggia. Le parole e le immagini possono cambiare le menti, i cuori, persino il corso della storia. I loro creatori plasmano storie che le persone custodiscono per una vita intera, ne dissotterrano di vecchie rianimandole, aggiungono nuove pieghe, indicano finali inaspettati. È tempo di raccogliere le fila e rinnovare le storie, poiché sempre devono essere rinnovate, a cominciare da quelle che viviamo.

L’arte dominante in Occidente è da tempo quella dello shock, della rottura dei tabù, del Farsi Notare. È andata avanti così a lungo che è diventato comune affermare in questi tempi ironici, esausti, del post-tutto, che non esistono più tabù da spezzare. Ma ne rimane uno.

L’ultimo tabù è il mito della civilizzazione. È stato eretto sulle storie che abbiamo inventato attorno al nostro genio, la nostra indistruttibilità, il nostro destino manifesto di specie eletta. È dove la nostra visione e fiducia in noi stessi s’intrecciano con lo sconsiderato rifiuto di fronte alla realtà della nostra posizione su questa Terra. Esso ha condotto la specie umana a realizzare ciò che ha poi realizzato, e ha condotto il pianeta in un’era di ecocidio. Questi due elementi sono intimamente connessi. Noi crediamo che debbano essere separati se vogliamo che qualcosa sopravviva.

Noi crediamo che gli artisti (arte è per noi la più accogliente delle parole, prende sotto la sua ala scrittori e scrittrici d’ogni tipo, pittori, musicisti, scultori, poeti, designer, creatori, artefici d’oggetti, sognatori) abbiano la responsabilità d’iniziare il processo di separazione. Noi crediamo che, nell’era dell’ecocidio, l’ultimo tabù debba essere spezzato – e che solo gli artisti possano farlo.

L’ecocidio esige una risposta. Tale risposta è troppo importante per essere lasciata a politici, economisti, pensatori concettosi e macinanumeri; troppo pervasiva per essere lasciata ad attivisti o militanti. Occorrono artisti. Per ora, tuttavia, la risposta artistica è stata messa a tacere. Fra la tradizionale poesia naturale e l’agitprop, cosa c’è? Dove sono i poemi che hanno calibrato i loro propositi alla portata di questa sfida? Dove i romanzi che indagano al di là della casa di campagna o del centro città? Quali nuove forme di scrittura sono emerse per sfidare la civilizzazione stessa? Quale galleria allestisce un’esposizione all’altezza di questa sfida? Quale musicista ha scoperto l’accordo segreto?

Se le risposte a queste domande sono state scarse finora, può darsi lo siano tanto perché la profondità del rifiuto collettivo è così vasta, quanto perché la sfida è molto scoraggiante. Noi stessi ne siamo scoraggiati, ma crediamo si debba essere all’altezza. Crediamo che l’arte debba guardare oltre il crinale, fronteggiare il mondo incombente con sguardo saldo, e alla sfida dell’ecocidio rispondere con un’altra sfida: una replica artistica al crollo degli imperi della mente.

Chiamiamo questa replica Arte Incivilizzata, e in particolare siamo interessati a una sua branca: la Scrittura Incivilizzata. La Scrittura Incivilizzata è una scrittura che tenta di tirarsi fuori dalla bolla umana e di guardarci per ciò che siamo: scimmie molto evolute con una gamma di talenti e abilità che stiamo scatenando senza pensiero, controllo, compassione e intelligenza sufficienti. Scimmie che hanno costruito un mito sofisticato della loro stessa importanza con cui sostenere il proprio progetto civilizzante. Scimmie il cui progetto è stato quello di addomesticare, controllare, sottomettere o distruggere – civilizzare le foreste, i deserti, le terre selvagge e i mari, imporre paraocchi alle menti dei propri simili per far sì che non provino nulla quando sfruttano o distruggono le altre creature, loro compagne.

Contro il progetto civilizzante, che è l’antenato dell’ecocidio, la Scrittura Incivilizzata non offre una prospettiva non-umana – noi rimaniamo umani e, persino ora, non ne proviamo vergogna – ma una prospettiva che vede in noi un filo di una matassa piuttosto che il palanchino in testa ad una gloriosa processione. Essa offre uno sguardo imperturbabile sulle forze fra cui ci troviamo.

La Scrittura Incivilizzata vuole dipingere un’immagine di homo sapiens tale che un essere di un altro mondo o, piuttosto, un essere del nostro stesso mondo – una balenottera azzurra, un albatross, una lepre di montagna – potrebbe riconoscerla come qualcosa di più vicino alla verità. Si prefigge di tirar via la nostra attenzione da noi stessi e rivolgerla all’esterno, per decentrare le nostre menti. È una scrittura, in breve, che mette la civilizzazione e noi con lei in prospettiva. Una scrittura che non viene, come ancora gran parte della scrittura, dagli egocentrici e autocelebrativi centri metropolitani, ma dalle frange più selvagge dell’altrove. Un altrove legnoso ed erboso, in gran parte evitato, da cui provengono verità insistenti e scomode su di noi; verità che non vogliamo stare a sentire. Una scrittura che risolutamente ci squadra, per quanto spiacevole possa essere.

Altrettanto utile potrebbe essere spiegare ciò che la Scrittura Incivilizzata non è. Non è scrittura ambientalista, poiché ve n’è già abbastanza, e per la maggior parte non riesce a spingersi oltre la barriera che segna il limite del nostro ego collettivo; di solito, infatti, finisce col puntellare quell’ego, aiutandoci a persistere nel nostro delirio di civilizzazione. Non è scrittura della natura, poiché non v’è una cosa chiamata natura distinta dalle persone, e suggerire altrimenti è perpetuare l’atteggiamento che ci ha condotti fin qui. E non è scrittura politica, di cui il mondo è già inondato, poiché la politica è un artificio umano, complice dell’ecocidio e decadente dall’interno.

La Scrittura Incivilizzata è più profonda di tutte queste. Anzitutto, essa è decisa a mutare la nostra visione del mondo, non a cibarsene. È scrittura per reietti. Se volete essere amati, potrebbe essere meglio non farsi coinvolgere, poiché il mondo, almeno per un po’, si rifiuterà fermamente di ascoltare.

Un esempio fecondo può essere rintracciato nella sorte di uno dei poeti più significativi eppure più negletti del ventesimo secolo. Robinson Jeffers scriveva poesia Incivilizzata settant’anni prima che questo manifesto fosse pensato, benché non la chiamasse così. Durante i suoi esordi poetici, Jeffers era una celebrità: apparve sulla copertina del Time, lesse i suoi poemi alla Libreria del Congresso degli Stati Uniti e veniva rispettato per l’alternativa che offriva al colosso Modernista. Oggi la sua opera è esclusa dalle antologie, il suo nome a malapena conosciuto e la sua politica è guardata con sospetto. Leggete i lavori tardivi di Jeffers e capirete perché. Il suo delitto fu di pungere deliberatamente il senso di presunzione dell’umanità. Il suo castigo fu di essere spedito in un solitario esilio letterario dal quale, quarant’anni dopo la sua morte, non gli è ancora stato concesso il ritorno.

Ma Jeffers sapeva a cosa andava incontro. Sapeva che nessuno, in un’era di ‘scelta del consumatore’, voleva sentirsi dire da questo poeta granitico delle scogliere californiane che “è un bene per l’uomo… Sapere che i suoi bisogni e la sua natura sono mutati in decine di migliaia di anni non più dei becchi delle aquile” (The beak of eagles). Sapeva che nessun liberale voleva udire i suoi adirati allarmi, diffusi nel pieno della Seconda Guerra Mondiale: “Stare lontano dagli impostori che parlano di democrazia / e dai cani che parlano di rivoluzioni / ubriachi di chiacchiere, i bugiardi e i fedeli… / Lunga vita alla democrazia e siano dannate le ideologie”. (The stars go over the lonely ocean) La sua visione di un mondo in cui l’umanità era condannata a distruggere l’ambiente e alla fine se stessa (“Brucerei la mia mano destra a fuoco lento / per cambiare il futuro… Dovrei farlo senza pensarci”) (Rearmament) fu respinta furiosamente dall’avvenire della democrazia consumistica, che egli peraltro predisse (“Siate felici, adattate le vostre economie alla nuova abbondanza…”) (The trap)

Jeffers, man mano che la sua poesia maturava, sviluppò anche una filosofia. La chiamò ‘inumanismo’. Era, scrisse:

uno spostamento dell’enfasi e del significato dall’uomo al non-uomo; il rifiuto del solipsismo umano e il riconoscimento della magnificenza transumana… Questo modo di pensare e di sentire non è né misantropo né pessimista… Offre un ragionevole distacco come regola di condotta, al posto dell’amore, dell’odio e dell’invidia… Fornisce magnificenza all’istinto religioso e soddisfa il nostro bisogno di ammirare la grandezza e di gioire della bellezza. (La bipenne)

 

Spostare l’attenzione dall’umano al non-umano: questo lo scopo della Scrittura Incivilizzata. “Disumanizzare un poco i nostri punti di vista, ed essere fiduciosi / come la roccia e l’oceano da cui fummo ricavati”. Questo non è un rifiuto della nostra umanità: è un’affermazione della meraviglia di ciò che significa essere veramente umani. Significa accettare il mondo per ciò che è e costruire qui la nostra casa, piuttosto che sognare di trasferirci sulle stelle, o di vivere in una bolla forgiata dall’uomo e fingere che non vi sia nulla al di fuori con cui avere legami.

Questa, dunque, è la sfida letteraria della nostra era. Finora in pochi l’hanno raccolta. I segni dei tempi balenano in neon incalzanti, ma i nostri ruggenti letterati hanno di meglio da leggere. La loro arte rimane incastrata nella propria bolla civilizzata. L’idea della civilizzazione è intrecciata, fino alla sua radice semantica, con la vita cittadina, e ciò provoca una riflessione: se i nostri scrittori sembrano incapaci di trovare nuove storie che possano condurci attraverso i tempi che ci attendono, non è forse per colpa della loro mentalità metropolitana? I grandi nomi della letteratura contemporanea sono in ugual modo di casa negli eleganti quartieri di Londra o New York, e la loro scrittura riflette i pregiudizi dell’élite dislocata e transnazionale cui appartengono.

Ciò vale anche per l’opposto: quelle voci che raccontano altre storie tendono a radicarsi localmente. Si pensi ai romanzi e ai saggi di John Berger dall’Alta Savoia, o agli abissi esplorati da Alan Garner a un giorno di cammino dal suo luogo di nascita nel Cheshire. Si pensi a Wendell Berry o W.S. Merwin, Mary Oliver o Cormac McCarthy. Coloro i cui scritti si avvicinano alle sponde dell’Incivilizzato conoscono il loro luogo, nel senso fisico, e restano diffidenti al canto delle sirene della moda metrovinciale e dell’entusiasmo civilizzato.

Se nominiamo specifici scrittori, il cui lavoro incarna ciò che stiamo proponendo, l’obiettivo non è porli con maggiore preminenza sull’attuale mappa della fama letteraria. Piuttosto, come Geoff Dyer disse di Berger, prendere la loro opera seriamente significa ridisegnare del tutto le mappe – non solo la mappa della fama letteraria, ma quelle tramite cui esploriamo ogni area della vita.

Ma procediamo anche qui con cautela, poiché la cartografia non è un’attività neutrale. Tracciare mappe è un atto gravido d’echi coloniali. L’occhio civilizzato tenta di vedere il mondo dall’alto, come qualcosa sopra cui poter stare e osservare. Lo Scrittore Incivilizzato sa che il mondo è, invece, qualcosa in cui siamo avviluppati – mosaico e quadro di luoghi, esperienze, panorami, odori, suoni. Le mappe possono instradare, ma anche fuorviare. Le nostre mappe devono essere di quelle abbozzate nella polvere con uno stecco, lavate via dalla prossima pioggia. Possono essere lette solo da coloro che chiedono di vederle, e non possono essere acquistate.

Questa, dunque, è la Scrittura Incivilizzata. Umana, inumana, stoica e interamente naturale. Umile, interrogativa, sospettosa delle grandi idee e delle facili risposte. Percorre i confini e riapre vecchie conversazioni. Separata ma coinvolta, i suoi praticanti sono sempre pronti a sporcarsi le mani; consapevoli, anzi, che lo sporco è essenziale. Le tastiere dovrebbero essere battute da chi ha il terriccio sotto le unghie e la natura selvaggia nella testa.

Abbiamo provato a regnare sul mondo; abbiamo provato a comportarci come gli emissari di Dio, provando a inaugurare la rivoluzione umana, l’età della ragione e dell’isolamento. In tutto questo abbiamo fallito, e il nostro fallimento ha distrutto più di quanto comprendiamo. Il tempo della civilizzazione è passato. L’Incivilizzazione che conosce i suoi difetti poiché vi è stata partecipe, che vede risolutamente e azzanna a più non posso, questo il progetto per il quale ora dobbiamo imbarcarci. Questa la sfida cui la scrittura – l’arte – deve rispondere.

 

alle pendici! 

 

Un’emozione in un bosco a primavera
Può insegnarti di più sull’uomo,
Di più sul bene e sul male, 
Di quanto possano tutti i sapienti.
William Wordsworth, Il rovescio della medaglia

 

Un movimento necessita di un principio. Una spedizione di un campo base. Un progetto di un quartier generale. L’Incivilizzazione è il nostro progetto, e la promozione della Scrittura – e dell’Arte – Incivilizzata necessita di una base. Presentiamo questo manifesto non semplicemente perché abbiamo qualcosa da dire – chi non ce l’ha? – ma perché abbiamo qualcosa da fare. Speriamo che questo pamphlet abbia scaturito una scintilla. Se così fosse, abbiamo la responsabilità di alimentare le fiamme. È ciò che abbiamo intenzione di fare. Ma non possiamo farlo da soli.

Questo è il momento di farsi domande profonde e di farle con urgenza. Tutt’intorno a noi, avvengono cambiamenti che suggeriscono come il nostro modo di vivere stia già passando alla storia. È tempo di cercare nuovi percorsi e nuove storie, che ci conducano attraverso la fine del mondo per come lo conosciamo, fuori da esso. Pensiamo che mettendo in discussione le fondamenta della civilizzazione, il mito della centralità umana, il nostro immaginario isolamento, possiamo trovare i principi di questi percorsi.

Se abbiamo ragione, sarà necessario andare oltre l’accettabile. Oltre le barricate che noi stessi abbiamo eretto – le mura della città, l’originario marchio in pietra o legno che per primo separò l’‘umano’ dalla ‘natura’. Oltre i cancelli, nelle lande selvagge, lì siamo diretti. E lì punteremo alle alture poiché, come scrisse Jeffers, “quando le città giacciono ai piedi del mostro, restano le montagne”. Compiremo il pellegrinaggio verso la Montagna Oscura del poeta, verso le grandi, inamovibili, inumane altitudini che erano qui prima di noi e che saranno qui dopo di noi, e dai loro crinali ci volteremo verso gli spilli di luce delle città distanti e avremo la prospettiva di chi siamo e di ciò che siamo diventati.

Questo è il Dark Mountain Project. Inizia qui.

Dove finirà? Nessuno lo sa. Dove condurrà? Non ne siamo certi. La sua prima incarnazione, avviata assieme a questo manifesto, è un sito web, che indica la strada per i campi. Conterrà riflessioni, scarabocchi, schizzi, idee; lavorerà sull’Incivilizzazione, e inviterà, chiunque verrà, ad unirsi alla discussione.

Poi diverrà un oggetto fisico, perché la realtà virtuale in fondo non è affatto realtà. Diverrà un diario, fatto di carta, vernice e stampa; di idee, riflessioni, osservazioni, mormorii; nuove storie che aiuteranno a definire il progetto – la scuola, il movimento – della Scrittura Incivilizzata. Conserverà le parole e le immagini di coloro che si considerano Incivilizzati e hanno qualcosa da dire in merito, di coloro che vogliono aiutarci ad assaltare le cittadelle. Sarà uno spettacolo per gli occhi, per il cuore e per la mente, poiché siamo abbastanza fuori moda da credere che la bellezza – come la verità – non solo esista, ma ancora importi.

Oltre ciò… ad oggi è tutto celato alla vista. Sarà un lungo cammino attraverso le pianure, e le cose si adombrano con la distanza. Vi sono ancora grandi spazi bianchi su questa mappa. La civilizzazione li riempirebbe, noi non siamo così certi di volerlo fare. Ma non possiamo non esplorarli, affidando il timone alle dicerie e alle stelle. Non sappiamo ancora cosa troveremo. Siamo un po’ nervosi, ma non torneremo indietro, poiché crediamo che qualcosa d’immenso possa trovarsi lì fuori, in attesa d’incontrarci.

L’Incivilizzazione, come la civilizzazione, non è qualcosa che può essere creata da una persona sola. Scalare la Montagna Oscura non può essere un esercizio solitario. Abbiamo bisogno di latori, sherpa, guide, compagni d’avventura. Abbiamo bisogno di metterci in cordata. Al momento, la nostra forma è sciolta e nebulosa. Si consoliderà man mano che scaliamo. Come la migliore scrittura, abbiamo bisogno di essere plasmati dalla terra sotto i nostri piedi, e ciò che diverremo sarà plasmato a sua volta, almeno in parte, da quel che troveremo lungo il nostro viaggio.

Se vorrete scalare con noi almeno una parte della via, saremo lieti di confrontarci con voi. Siamo certi che lì fuori ci siano altre persone entusiaste di unirsi a questa spedizione.

Venite. Unitevi. Partiamo all’alba.

 

gli otto principi dell’Incivilizzazione 

 

‘Disumanizzare un poco i nostri punti di vista, ed essere fiduciosi 
come la roccia e l’oceano da cui fummo ricavati’
Robinson Jeffers, Punta Carmel

 

  1. Viviamo in un tempo di disfacimento sociale, economico ed ecologico. Attorno a noi si affollano le avvisaglie che il nostro intero modo di vivere sta già passando alla storia. Affronteremo con franchezza questa verità e impareremo a conviverci.

 

  1. Rifiutiamo la fede nell’idea che le crisi convergenti dei nostri tempi possano essere ridotte a un insieme di ‘problemi’ bisognosi di ‘soluzioni’ tecnologiche o politiche.

 

  1. Crediamo che le radici di queste crisi si trovino nelle storie che ci siamo raccontati. Intendiamo mettere a dura prova i racconti che sorreggono la nostra civiltà: il mito del progresso, il mito della centralità umana e il mito della nostra separazione dalla ‘natura’. Tali miti sono ancor più pericolosi poiché abbiamo dimenticato che lo sono.

 

  1. Vogliamo riaffermare il ruolo della narrazione come qualcosa di più di un mero intrattenimento. È attraverso le storie che intessiamo la realtà.

 

  1. Gli umani non sono il senso e lo scopo del pianeta. La nostra arte avrà inizio con il tentativo di porsi al di fuori della bolla umana. Con prudente attenzione rientreremo in contatto col mondo non umano.

 

  1. Vogliamo celebrare la scrittura e l’arte radicate in un luogo e in un tempo. La nostra letteratura è stata troppo a lungo sotto il controllo di coloro che abitano le cittadelle cosmopolite.

 

  1. Non ci perderemo nell’elaborazione di teorie o ideologie. Le nostre parole saranno elementali. Noi scriviamo con lo sporco sotto le unghie.

 

  1. La fine del mondo per come lo conosciamo non è la fine di tutto il mondo. Insieme troveremo la speranza oltre la speranza, i percorsi che conducono al mondo sconosciuto davanti a noi.

 


Montag è un collettivo composto da Niccolò, Lorenzo e Luca, attivo tra Roma e Torino. Montag nasce in pandemia con l’idea di scrivere un romanzo a sei mani, tramite una tecnica di composizione simultanea a distanza, che sfrutta la disseminazione concessa dalle piattaforme online ed è ispirata all’improvvisazione jazz. Suoi racconti sono comparsi su «Marvin», «Retabloid», «Neutopia» e «Quaerere». È rappresentato da Oblique Studio. 

2 comments on “Incivilizzazione

  1. Jibril

    Al di là dell’immancabile arrabbiatura che provo avendo questo manifesto reso un plagio una buona parte di un articolo che avrei pubblicato a momenti, è semplicemente grandioso. Unico appunto: è vero che l’arte e le storie (“lo Spirito” per dirla con Hegel) plasmano il mondo; ma poi ci vuole un qualche “agente della storia”, sempre per restare sulla terminologia Hegeliana, che ci si sporchi le mani!

  2. Molto interessante,bravi,ma essendo io vecchia ho visto succedersi corsi e ricorsi con relative incivilizzazioni che in realtà sono sempre civili e dentro la loro bolla (anche con le unghie sporche si batte pur sempre sui tasti). Tra gli scritti più incivilizzati ci sono le Operette Morali del Leopardi per es. o le opere di Thomas Bernhardt (cosa più incivilizzato e crudele dell’Austria rurale ed alpina?) Voglio dire che anche le metropoli come la vecchia cultura raffinata e la civiltà consumistica offrono infiniti spazi di inciviltà.Forse la formula andrebbe applicata ai rapporti tra le persone,che secondo me hanno urgente bisogno di essere rimessi a nuovo. Grazie

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