Incontrare l’universo a metà strada: realismo e costruttivismo sociale senza contraddizione

Barad propone un quadro in cui l’universo è visto come un insieme di fenomeni interdipendenti, dove l’osservazione non è mai neutrale e partecipa attivamente alla formazione della realtà. “Universo a Metà Strada” è un viaggio intellettuale che interpella la fisica, la filosofia, la teoria di genere e la metafisica, offrendo una prospettiva unica sulla realtà e sull’essere.


in copertina e lungo il testo: opere di Ildegarda di Bingen

Questo testo è tratto da Epistemologie, a cura di Luca Cabassa, Francesco Pisano. Ringraziamo Mimesis per la concessione.

di Karen Barad,

Traduzione dall’inglese di Valentina Bortolami

Poiché con difficoltà verità che non sospettiamo
si fanno sentire, come quando tredici specie
di lucertole dalla coda di frusta, composte interamente da femmine
rimangono sconosciute per via di un pregiudizio
sul fatto che tali cose esistano,
dobbiamo incontrare l’universo a metà strada.
Nulla si dipanerà per noi a meno che non ci si muova noi verso ciò
che ci sembra nulla: la fede è una cascata.
L’alto solido del cielo è tutto meno che
quello, il sole che tramonta non si è
mosso, e se la morte spoglia il sé
è il solo evento in natura
a essere esattamente ciò che sembra.
da Cascade Experiment di Alice Fulton

1. Introduzione

La mattina dopo aver presentato una lezione sulla natura socialmente costruita del sapere scientifico, ebbi il privilegio di assistere mentre unǝ operatorǝ* di STM (Scanning Tunneling Microscope, un microscopio a effetto tunnel) ingrandiva con lo zoom un campione di grafite, e man mano che ci avvicinavamo alla scala di migliaia di nanometri, centinaia di nanometri… decine di nanometri… fino alle frazioni di un nanometro, singoli atomi di carbonio venivano visualizzati davanti ai nostri stessi occhi. L’esperienza fu così sublime da mandare brividi al mio corpo – e rimasi lì, unǝ fisicǝ teoricǝ che, come moltз di noi, di rado si avventura nei seminterrati degli edifici di fisica sperimentale che lз colleghз chiamano “casa”, consapevole che quello era uno di quei momenti nella vita in cui l’amorfo coacervo della storia sembra cristallizzarsi in un singolo istante. Quante volte avevo ricostruito per lз miз studentз le prove dell’esistenza degli atomi? Ed eccoli lì – della misura giusta e raggruppati in una struttura esagonale con spaziature intratomiche come previsto dalla teoria! “Se solo Einstein, Rutherford, Bohr, e specialmente Mach, avessero potuto vederlo!” mi trovai a esclamare. E mentre lǝ studentǝ che utilizzava lo strumento (che aveva fatto funzionare appena il giorno prima, eliminando con cura le fonti di interferenza vibrazionale – stiamo parlando di nano-metri!) disassemblava la camera che teneva il campione in modo che io potessi vedere in prima persona il delicato posizionamento della sonda sopra la superfice di grafite, attaccata in modo esperto con un pezzo di nastro adesivo, riflettei ad alta voce sul fatto che “vedere” gli atomi sarebbe diventato rapidamente routine per lз studentз (così come le generazioni precedenti, a loro volta, avevano considerato routine l’esame delle cellule con microscopi ottici, e poi quello della struttura delle molecole con microscopi elettronici) e che ero gratǝ di essere statǝ formatǝ in un’epoca scientifica senza questa particolare aspettativa.

A questo punto della mia storia, immagino che ci saranno colleghз scienziatз che si chiederanno se ciò abbia rappresentato un momento di imbarazzo intellettuale per chi narra, la stessa persona che la sera precedente aveva insistito sulla natura socialmente costruita della conoscenza scientifica. In realtà, sebbene l’evento a cui avevo appena assistito mi avesse profondamente commosso, là, di fronte all’altare dell’efficacia dell’impresa scientifica, ero impenitente. Perché, come lз costruttivistз sociali hanno cercato di chiarire, l’adeguatezza empirica non è argomento che possa essere usato per silenziare le accuse di costruttivismo. Il fatto che la conoscenza scientifica sia socialmente costruita non implica che la scienza non “funzioni”, e il fatto che la scienza “funzioni” non significa che abbiamo scoperto fatti indipendenti dall’umano sulla natura. (Naturalmente, il fatto che l’adeguatezza empirica non sia una prova di realismo non è il punto di arrivo, ma il punto di partenza per lз costruttivistз, che devono spiegare come mai le nostre costruzioni funzionano – un obbligo che sembra tanto più urgente a fronte delle prove sempre più convincenti del fatto che la pratica sociale della scienza sia concettualmente, metodologicamente, epistemologicamente alleata lungo particolari assi di potere).

D’altra parte, simpatizzo con lз miз colleghз scienziatз che ricordano a chi studia science studies che ci sono cause culturali e naturali/materiali per le affermazioni sulla conoscenza. Nonostante moltз costruttivistз sociali si sforzino di dissipare le paure di chi pensa stiano negando l’esistenza di un mondo umano-indipendente, o l’importanza dei fattori materiali nella costruzione della conoscenza scientifica, la maggior parte dell’attenzione è stata concentrata sui fattori culturali. A onor del vero, è qui che è stato posto l’onere della prova: il costruttivismo sociale ha risposto alla sfida di dimostrare la falsità della visione del mondo che considera la scienza lo specchio della natura. Tuttavia, man mano che sia la portata che la sofisticazione degli argomenti costruttivisti crescevano, l’accusa che essi abbracciassero una posizione altrettanto estrema – quella per la quale la scienza rispecchierebbe la cultura – è stata mossa contro di loro con crescente vigore. Sebbene pochз costruttivistз assumano effettivamente una posizione così estrema, saremmo negligenti se liquidassimo questa accusa come una banale semplificazione, come un’incomprensione delle varie e complesse posizioni che rientrano nella rubrica del costruttivismo. Perché l’ansia che viene espressa, anche se certamente decentrata, tocca la legittima preoccupazione riguardo il privilegiare le questioni epistemologiche su quelle ontologiche nella letteratura costruttivista. Le questioni ontologiche non sono state totalmente ignorate, ma sono state messe in ombra.

L’ontologia del mondo è una questione di scoperta per lǝ realista tradizionale. La presunta corrispondenza uno-a-uno tra teorie scientifiche e realtà viene utilizzata per sostenere l’ulteriore assunzione che le entità scientifiche non siano marcate da chi le scopre: vale a dire, che la natura sia data in modo trasparente. Riconoscendo l’importanza dell’analisi filosofica di Cartwright (1983) che disaccoppia queste assunzioni e la sua conseguente separazione del realismo scientifico in due posizioni indipendenti – realismo sulle teorie e realismo sugli enti – Hacking (1982), come Cartwright, sostiene il realismo verso gli enti. Spostando l’enfasi tradizionale degli science studies dalla costruzione della teoria all’analisi della pratica sperimentale, Hacking fonda la sua posizione sulla capacità dellǝ sperimentatorǝ di manipolare le entità in laboratorio. Anche Galison (1987) pone la pratica sperimentale al centro della sua analisi costruttivista, confrontando tre diversi periodi di sperimentazione fisica del ventesimo secolo, analisi nella quale egli generalizza il criterio di Hacking sulla realtà delle entità sottolineando l’importanza delle nozioni di stabilità (cioè, di invarianza dei risultati sotto condizioni sperimentali mutevoli, piuttosto che la categoria, più ristretta, di manipolazione) e immediatezza (vale a dire, epistemologicamente, ma non necessariamente logicamente, non-inferenziale). Ci sono altri approcci costruttivisti che si spingono oltre nell’interrogare la trasparenza delle nostre rappresentazioni della natura. Anche Latour (1993) dà priorità alla stabilità, presentandola come una variabile di una geometria bidimensionale il cui altro asse collega i poli di Natura e Società. L’essenza diventa allora la traiettoria di stabilizzazione all’interno di questa geometria che intende caratterizzare le ontologie variabili dei quasi-oggetti. Al contrario, Haraway (1988) enfatizza l’instabilità: è l’instabilità dei confini che definiscono gli oggetti a essere il punto focale della sua sfida esplicita non solo alle concezioni della natura che pretendono di essere fuori dalla cultura, ma anche alla separazione dell’epistemologia dall’ontologia. È interessante notare che l’instabilità dei confini, e l’insistenza di Haraway sul fatto che gli oggetti di conoscenza sono agenti nella produzione di conoscenza, caratterizzano le sue nozioni di cyborg (1985) e di agenti materiali-semiotici (1988), che delineano risonanze dissonanti e armoniche con gli ibridi e i quasi-oggetti di Latour (1993). Passando a quello che alcunз considerano il polo opposto della tradizionale posizione realista, c’è la posizione post-strutturalista. A moltз scienziatз e studiosз di science studies, le forme derridiane di post-strutturalismo che disconnettono il segno dal significato sembrano il massimo del narcisismo linguistico. Pur insistendo sul fatto che siamo sempre già nel “teatro della rappresentazione”, Hayles (1993) fa eccezione rispetto ai punti di vista estremi che ritengono che il linguaggio sia un gioco senza fondamento, e, pur non fornendoci un accesso al reale, cerca di mettere il linguaggio in contatto con la realtà ri-concettualizzando la referenzialità. La teoria di Hayles del costruttivismo vincolato (1993) si basa sulla coerenza (in opposizione alla nozione realista di congruenza) e sulla nozione semiotica di negatività al fine di riconoscere l’importanza dei vincoli offerti da una realtà che non può essere vista nella sua positività: nei suoi termini, “Anche se può non esserci un fuori che possiamo conoscere, c’è un confine” (p. 40, enfasi originale).

Questi tentativi di dire qualcosa sull’ontologia del nostro mondo sono eccezioni, piuttosto che la regola, nella letteratura costruttivista. Quello di cui c’è bisogno è elaborare ulteriormente la creazione di ontologie. Abbiamo bisogno di capire le tecnologie tramite cui natura e cultura interagiscono. La natura fornisce qualche modello che viene riempito dalla cultura in modi che sono compatibili con i discorsi locali? O sono i discorsi specifici a fornire le lenti attraverso le quali vediamo la stratificazione della cultura sulla natura? La piena “texture” della natura riesce a passare, o viene parzialmente obliterata o distorta nel processo? La realtà è un blob amorfo che è strutturato dai discorsi e dalle interazioni umane? O ha una qualche forma irregolare e complicata che viene campionata in modo diverso da varie strutture che “si adattano” a regioni locali come segmenti coincidenti di pezzi interconnessi di un puzzle? Oppure la geometria è frattale, così che è impossibile per le teorie corrispondere alla realtà, persino localmente? A quale livello di dettaglio simili domande possono trovare risposta, se mai ciò è possibile? E cosa significherebbe? È possibile prendere sul serio una qualsiasi di queste domande all’interno dell’accademia, negli Stati Uniti, alla fine del ventesimo secolo? Non suonerà ancora troppo come metafisica a chi ha ricevuto la propria formazione durante i vari stati di decadimento della cultura positivista? E se non ci poniamo queste domande, quali saranno le conseguenze? Perché, come ci ricorda Donna Haraway, “ciò che conta come oggetto è precisamente ciò che infine si dispiega nella storia del mondo” (1988, p. 588). Cerco un modo per provare a capire la natura dell’interazione tra il materiale e il culturale nell’elaborazione di un’ontologia. Di conseguenza, darò molta più enfasi alle questioni ontologiche di quanto sia comune negli science studies, pur non ignorando le questioni epistemologiche, poiché, così come gli agenti material-semiotici di Haraway, l’ontologia che offrirò non è al di fuori dell’epistemologia.

Nell’articolare un nuovo quadro ontologico ed epistemologico, mi prenderò la responsabilità di riconoscerne il tenore realista. Dopo una rinascita dell’interesse per il realismo scientifico negli anni ’80, la popolarità di quest’ultimo sembra essere nuovamente scemata, se non come risultato della campana a morto suonata dall’intelligente riconoscimento di Fine (1984) del fallimento metateorico degli argomenti del realismo, almeno per la tendenza diffusa tra lз costruttivistз di presentare il realismo scientifico come ingenuo, irriflessivo, e politicamente investito nella propria pretesa di assumere una posizione apolitica. In effetti, l’abbinamento del costruttivismo sociale con una qualche forma di antirealismo è giunto a sembrare quasi assiomatico: se riconosciamo la specificità culturale della costruzione della conoscenza scientifica, non siamo obbligatз a rinunciare alla speranza di costruire teorie che siano vere rappresentazioni della realtà indipendente? Per esempio, offrendo un caso concreto della tesi della sottodeterminazione, Cushing (1994) sostiene che il fatto che teorie distinte possano rendere conto della stessa evidenza empirica significa che lз realistз sono in difficoltà nel produrre un argomento a favore di un accesso teoretico all’ontologia reale del nostro mondo. Per la maggior parte, lз costruttivistз sociali hanno espresso totale disprezzo o almeno sospetto nei confronti del realismo, e hanno esplicitamente adottato posizioni antirealiste, oppure hanno rifiutato del tutto il dibattito realismo-antirealismo, o perché si sono sentitз limitatз proprio da questa opposizione (vedi per esempio Fine, 1984; Pickering, 1994) o perché hanno pensato che fosse più fruttuoso concentrarsi su altre questioni. In quanto costruttivista sociale dichiaratǝ, devo confessare di provare simpatia per tutte queste posizioni, ma non voglio negare le mie tendenze realiste o le caratteristiche realiste del quadro che presento. Pur riconoscendo che il realismo è stato invocato per sostenere posizioni e progetti sia oppressivi che liberatori, la mia speranza è che, in questa congiuntura storica, il peso del realismo – la serietà della questione e la relativa responsabilità implicate nella caccia della verità – possa offrire una possibile àncora contro la persistente cultura scientifica positivista che troppo facilmente confonde la teoria con il gioco (vedi Barad, di prossima pubblicazione).

Rendendomi conto della molteplicità di significati che il realismo connota, in questo frangente voglio chiarire come intendo il realismo in prima istanza. Come punto di partenza, seguo l’esempio di Cushing:

Assumo, forse irragionevolmente, che unǝ realista scientificǝ creda che le teorie scientifiche di successo siano capaci di fornire un accesso affidabile e comprensibile all’ontologia del mondo. Se si indebolisce troppo questa richiesta, non rimane molto, se non una credenza nell’esistenza di una realtà oggettiva alla quale abbiamo poco accesso e la cui rappresentazione da parte delle nostre teorie è nebulosa al di là della comprensione significativa. In una tale situazione, vale la pena preoccuparsi se si è realistз o meno? (Cushing 1994, p. 270, nota 26).

Anche se alla fine aggiungerò qualificazioni sostanziali a questa definizione, non intendo indebolire quello che ritengo essere lo spirito di questa richiesta, e ho scelto quindi questo punto di partenza per chiarire il senso del realismo con cui intendo impegnarmi, separandolo da alcuni più generali altri usi nella letteratura degli science studies, comprese le discussioni che oppongono il realismo al relativismo, o il realismo al monismo linguistico, o il realismo al soggettivismo. La mia prima preoccupazione non è il realismo in questi sensi: concordo che ci sono forme di antirealismo che non sono relativiste, che non negano l’esistenza di una realtà extralinguistica, e che sono compatibili con varie nozioni di oggettività. In altre parole, nello spirito della domanda di Cushing, voglio limitare l’elasticità del significato di realismo per i miei scopi iniziali. Studiosз di science studies hanno lavorato a lungo e duramente per articolare posizioni sociali costruttiviste moderate che rifiutano gli estremi delle posizioni oggettiviste, soggettiviste, assolutiste e relativiste, ma è forse inappropriato etichettare tali posizioni come realiste solo su queste basi. Cioè, non voglio mettere da parte questi risultati ponendo il realismo come il campione antagonista [foil] dell’intera famiglia di apparizioni, incluse alcune tra quelle che lз scienziatз trovano più infestanti [haunting]. Per esempio, lз studiosз femministз di science studies in particolare hanno fortemente respinto lo spettro del relativismo epistemologico, con un’intensità condivisa dallз scienziatз (un fatto che può sorprendere lз scienziatз che non hanno studiato la letteratura femminista). Vedendo il relativismo epistemologico come il gemello speculare dell’oggettivismo, ed entrambi come tentativi di negare l’incarnazione delle rivendicazioni di conoscenza, le teorie femministe della scienza, tra cui la teoria dei saperi situati di Haraway (1988), l’oggettività forte di Harding (1991), l’oggettività dinamica di Keller (1985), e l’empirismo contestuale di Longino (1990) articolano posizioni costruttiviste non relativiste. Di conseguenza, sebbene la mia discussione sul realismo in questo articolo riguardi il senso in cui l’accesso all’ontologia del nostro mondo è possibile, cercherò inoltre di soddisfare gli alti standard che sono già stati fissati specificando i modi in cui la nuova forma di realismo che propongo rifiuta queste altre opposizioni estreme. Uso la stessa etichetta, “realismo agenziale”, sia per la nuova forma di realismo che per il più ampio framework epistemologico e ontologico che propongo. (La mia motivazione per l’uso di una forma aggettivale di agenzialità come modificatore sarà chiarita più avanti).

2. Realismo agenziale: una panoramica

L’ispirazione per il realismo agenziale viene dalla mia lettura della filosofia-fisica di Niels Bohr. (Uso questa struttura con il trattino, invece della abituale “filosofia della fisica”, per sottolineare la riluttanza di Bohr a pensare a questi interessi come distinti in qualsiasi senso, in opposizione alla nettezza dei confini disciplinari che sono importanti per la cultura della fisica contemporanea (Barad 1995). La filosofia-fisica di Bohr fornisce un fruttuoso punto di partenza perché implica un esame critico dei processi di osservazione/misura: in contrasto con il ruolo irrilevante dell’osservatorǝ nella fisica newtoniana, Bohr sosteneva che la fisica quantistica richiedesse una nuova struttura logica che tenesse conto dei processi di osservazione. La misura è un momento potente nella costruzione della conoscenza scientifica – è un’istanza in cui materia e significato si incontrano in un senso molto letterale. Per esempio, nel contesto degli studi sulla pratica della fisica sperimentale delle alte energie, lз studiosз di science studies hanno enfatizzato il ruolo dei detector come siti per la costruzione del significato (Traweek 1988; Galison 1987; Pickering 1984). La mia attenzione qui è sull’incarnazione della cultura all’interno della teoria. Cioè, leggo la filosofia-fisica di Bohr come un argomento a favore della necessità di includere la pratica all’interno della teoria: che, contrariamente alle visioni tradizionali della teoria fisica che considerano la pratica effettiva della misura come posta al di fuori della teoria, e in linea con il programma logico positivista/empirista che assume che le misurazioni giudichino in modo trasparente tra le teorie, Bohr colloca la pratica all’interno della teoria, poiché ignorare la pratica significa cogliere erroneamente la teoria. Questo non significa che tutto si riduca alla teoria, ma che la teoria, per principio, deve essere essa stessa incarnata nella pratica e non può astrarsi da tali questioni. Mentre sospetto fortemente che lз lettorз postmodernз siano prontamente diffidenti delle mosse teoriche che elevano le questioni pratiche al reame dei principi, mostrerò che questa implicita universalità equivale alla frequente asserzione costruttivista per la quale tutte le conoscenze sono conoscenze locali. Cioè, indicherò come questa analisi teorica della misura possa essere intesa come l’incarnazione letterale dell’oggettività nel senso della teoria di Haraway dei saperi situati (1988; vedi anche Barad 1996).

Ora, sono abbastanza consapevole che l’ubiqua appropriazione della teoria quantistica la renda materiale pericoloso da maneggiare di questi tempi, e che l’aggiunta della teoria femminista alla lista dei miei interessi appaia più che sufficiente a detonare la miscela esplosiva, dunque alcune considerazioni preliminari sono dovute. In un certo senso, per realizzare il mio compito ho bisogno di “salvare” la teoria quantistica sia dallз suз sostenitorз troppo zelanti che dallз suз praticanti irriflessivз. Nella letteratura popolare la fisica quantistica è spesso posta come il percorso scientifico che porta fuori dall’Occidente verso il giardino metafisico del misticismo orientale. Parallelamente a queste interpretazioni popolari, nella letteratura femminista si possono trovare suggestioni sul fatto che la fisica quantistica sia intrinsecamente meno androcentrica, più femminile, e generalmente meno regressiva rispetto alle tendenze maschiliste riscontrabili nella fisica newtoniana. Ma chi ingenuamente abbraccia la fisica quantistica come un qualche esotico Altro che salverà le nostre stanche anime occidentali, dimentica troppo in fretta che la fisica quantistica è alla base del funzionamento della bomba atomica, che la fisica delle particelle (che si appoggia sulla teoria quantistica) è l’ultima manifestazione della tendenza al riduzionismo scientifico, e che la teoria quantistica in tutte le sue applicazioni continua ad essere prevalentemente di competenza di un piccolo gruppo di maschi di formazione occidentale. Non è mia intenzione contribuire alla romanticizzazione o mistificazione della teoria quantistica. Al contrario, come fisicǝ, sono interessatǝ ad impegnarmi in un dialogo rigoroso su aspetti particolari di discorsi specifici sulla fisica quantistica e sulle implicazioni. Allo stesso modo, non faccio qui alcuna affermazione sul fatto che Niels Bohr sia un femminista non apprezzato o segreto [closet]. Né il mio scopo è quello di proporre una critica della fisica reggendola su qualche nozione fissa di genere. Al contrario, l’analisi femminista che presento qui interroga simultaneamente le nozioni di identità e di scienza.

D’altra parte, divergo dallз miз colleghз fisicз neopositivistз che credono che le preoccupazioni filosofiche siano superflue rispetto alla vera materia della fisica. Infatti, sono d’accordo con l’opinione di Bohr per cui la filosofia è parte integrante della fisica. Niels Bohr è stato uno dei più importanti fisici del ventesimo secolo e i suoi scritti “filosofici” coprono un periodo di circa quattro decenni. Bohr è considerato l’autore principale della cosiddetta interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica. Sebbene siano state avanzate interpretazioni alternative fin dalla formulazione della teoria quantistica a metà degli anni ’20, la comunità fisica dichiara fedeltà all’interpretazione di Copenaghen. Sfortunatamente, la grande maggioranza dellз fisichз non ha più che un interesse passeggero per le questioni filosofiche, e preferisce concentrarsi sui potenti strumenti che la formulazione quantistica fornisce ai fini del calcolo. Questo evitamento ha avuto il suo costo: le questioni fondative di questa fondamentale teoria fisica rimangono irrisolte, e la cultura della fisica è tale per cui premia atteggiamenti e approcci irriflessivi. Anche se non sosterrò alcun argomento sulla superiorità dell’approccio di Bohr alla fisica quantistica, le simultanee centralità e marginalità del suo approccio lo rendono particolarmente interessante.

Bohr fa spesso riferimento alle lezioni epistemologiche della teoria quantistica, e considera il framework che egli offre per la fisica quantistica di rilevanza generale, una rilevanza che va oltre il dominio della fisica (Folse 1985). Quindi non è affatto inopportuno che si sia prestata attenzione alle più ampie implicazioni filosofiche della filosofia-fisica di Bohr, lasciando da parte le questioni specifiche che riguardano l’interpretazione della teoria quantistica. Il mio approccio sarà quello di delineare le specificità di un quadro bohriano coerente, fondando l’analisi sulla fisica, e di considerarne poi le implicazioni più ampie.

Il primo passaggio è necessario dato che c’è molto disaccordo nella letteratura secondaria su come interpretare Bohr. Per esempio, Bohr è stato chiamato da vari autori un positivista, un idealista, uno strumentista, un (macro)fenomenista, un operazionalista, un pragmatico, un (neo)kantiano e un realista. Una delle difficoltà nell’assegnare un’etichetta tradizionale al quadro interpretativo di Bohr è il fatto che Bohr non specifica i propri impegni ontologici. Al fine di colmare questa lacuna cruciale, propongo un’ontologia che credo sia coerente con la visione di Bohr, anche se non asserisco che sia necessariamente ciò che egli aveva in mente. Vale a dire che, come risultato della disattenzione di Bohr alle preoccupazioni dell’ontologia, ci saranno grandi divergenze di opinione su questo argomento, e io sono meno interessatǝ a cercare di capire cosa Bohr stesse realmente pensando di quanto lo sia, piuttosto, a cercare di capire cosa abbia senso nel contesto di ciò che Bohr ci dice. Il mio approccio consiste nell’usare gli scritti di Bohr come contesto per il mio pensiero su tali questioni; non li considero sacre scritture (vedi Interludio metodologico). Usando questa analisi della filosofia-fisica di Bohr come ispirazione, introduco il realismo agenziale in quanto struttura che lega insieme le questioni epistemologiche e ontologiche.

Mostro poi come il realismo agenziale possa essere utilizzato per affrontare specifiche preoccupazioni che gli approcci alla scienza del costruttivismo sociale rendono evidenti, incluse alcune di quelle enumerate nella sezione precedente. Divergo qui da Bohr nella strategia, ma non nello spirito. L’approccio metodologico di Bohr era quello di trarre le lezioni epistemologiche della teoria quantistica per altri campi della conoscenza, essenzialmente cercando di indovinare quali sarebbero state le variabili Complementari rilevanti in ogni campo. Questa strategia analogica ha spesso fallito: sia perché ha proposto un insieme di variabili che si sono rivelate non Complementari, sia perché le implicazioni tratte su questa base hanno annacquato la complessità e la ricchezza delle “lezioni epistemologiche”. Il mio approccio sarà quello di esaminare specifiche implicazioni assumendo direttamente un diverso insieme di impegni epistemologici e ontologici. Cioè, non userò la nozione di Complementarità come un trampolino di lancio, ma interrogherò direttamente particolari assunti filosofici di background che sottendono specifiche preoccupazioni.

Infine, voglio rendere esplicita la distinzione tra il mio approccio e una serie di (indebite) appropriazioni analogiche della teoria quantistica che nella letteratura sono più comuni di quanto lз fisicз vorrebbero. Non proporrò alcun argomento per affermare che la teoria quantistica del micromondo sia analoga alle situazioni che ci interessano nel macromondo – siano esse religiose, spirituali, psicologiche o anche di quelle che si incontrano negli science studies. La mia attenzione si concentra sullo sviluppo di questioni epistemologiche e ontologiche ampiamente applicabili, che possono essere utilmente indagate da un esame rigoroso dei processi di misura come esplicitati dalla comprensione della fisica quantistica di Bohr. Chiedere se non sia sospetto applicare al mondo macroscopico argomenti fatti specificamente per entità microscopiche è, in questo caso, travisare l’approccio interpretandolo come analogico. Le questioni epistemologiche e ontologiche non sono circoscritte dalla dimensione della costante di Planck (vedi nota 15). Cioè, non sono interessatǝ a mere analogie, ma piuttosto a questioni filosofiche ampiamente applicabili come le condizioni per l’oggettività, il referente appropriato per gli attributi empirici, il ruolo dei fattori naturali e culturali nella produzione della conoscenza scientifica, e l’efficacia della scienza.

3. La misura è importante

Lo sviluppo della fisica ci ha spesso insegnato che un’applicazione coerente anche solo dei più elementari concetti indispensabili per la descrizione dell’esperienza quotidiana si basa su presupposti inizialmente inosservati, la considerazione esplicita dei quali è, tuttavia, essenziale se vogliamo ottenere una classificazione di domini di esperienza più estesi il più possibile chiara e libera dall’arbitrarietà. Questo sviluppo ha contribuito al generale chiarimento filosofico dei principi alla base della conoscenza umana (Bohr 1937, pp. 289-290).

I presupposti epistemologici e ontologici classici, come quelli che si è trovato soggiacere alla fisica newtoniana, includono un mondo autonomamente esistente che è descrivibile indipendentemente dalle nostre indagini sperimentali su di esso. Ciò spiega il fatto che il processo di misura sia trasparente ed esterno al discorso della scienza newtoniana. Si assume che gli oggetti e lз osservatorз occupino posizioni fisicamente e concettualmente separabili. Si assume che gli oggetti possiedano attributi intrinseci ben definiti, e che sia compito dellǝ scienziatǝ discernere sapientemente queste caratteristiche inerenti, ottenendo i valori delle corrispondenti variabili indipendenti dal contesto attraverso qualche procedura di misura benignamente invasiva. La riproducibilità dei valori misurati secondo la metodologia della sperimentazione controllata è usata a sostegno dell’affermazione oggettivista per cui ciò che viene ottenuto è una rappresentazione oggettiva delle proprietà intrinseche che caratterizzano gli oggetti di una realtà indipendente e non controllata. La trasparenza del processo di misura nella fisica newtoniana è una causa fondamentale del suo valore e prestigio all’interno della cultura illuminista dell’oggettivismo.

I due assunti di base della trasparenza della misura soggiacenti alla fisica newtoniana che sono stati messi in questione dall’interpretazione di Bohr della fisica quantistica sono:

(1) Le misurazioni coinvolgono interazioni continue e determinabili; cioè, un taglio non ambiguo, inerente, di tipo cartesiano, tra chi conosce e ciò che è conosciuto delinea l’oggetto dall’apparato osservativo.

(2) L’applicabilità dello schema concettuale è indipendente dai processi di misura; i concetti sono astraibili, universali, definiti e indipendenti dal contesto.

Il marchio di fabbrica della fisica newtoniana è il suo determinismo, la sua proclamata capacità di prevedere e retrodatare l’intero insieme di stati fisici di un sistema per tutto il tempo: date le condizioni iniziali (cioè la specificazione simultanea di posizione e momento in un istante nel tempo), si possono calcolare intere traiettorie di particelle. Nell’immagine newtoniana, la posizione e il momento di un oggetto possono essere determinati da una misura del tempo di volo, per esempio, in cui la luce colpisce l’oggetto e la luce diffusa viene raccolta in un detector. Sebbene la luce abbia momento ed energia, il processo di illuminazione dell’oggetto può essere fatto in modo da imprimere una perturbazione trascurabile sull’oggetto (intuitivamente, abbassando continuamente l’intensità) oppure la perturbazione può essere determinata e sottratta, ottenendo così i valori desiderati della posizione e del momento dell’oggetto come sarebbero stati se la misura non fosse stata eseguita. Secondo Niels Bohr, questo resoconto oggettivista del processo di misura si basa su falsi presupposti.

La fisica quantistica si basa su una discrepanza, o discontinuità, empiricamente verificata (il quanto di azione = costante di Planck = h ≠ 0) nelle interazioni di misura, osservata inizialmente negli esperimenti che sondavano i fenomeni atomici all’inizio del secolo. La mancanza di continuità significa che le interazioni di misura non possono essere ridotte fino al punto di essere trascurabili e, quindi, la determinazione delle proprietà di un oggetto indipendente è subordinata alla sottrazione degli effetti dell’interazione di misura. Bohr sosteneva che la sottrazione è impossibile; che l’interazione di misura non può essere specificata con precisione senza intervenire in modo tale da disturbare lo scopo della misura prevista. Inoltre, sosteneva che la discontinuità indeterminabile compromette la separabilità dell’“oggetto” e delle “agenzie di osservazione”.

L’argomento di Bohr per l’indeterminabilità delle interazioni di misura si basa sulla sua insistenza che i concetti sono definiti dalle circostanze richieste per la loro misura, e che quindi, per determinare tutte le caratteristiche dell’interazione di misura in questione, sarebbe necessario impiegare simultaneamente allestimenti sperimentali mutualmente esclusivi (il che è impossibile). Per esempio, in una misura del tempo di volo utilizzata per determinare le condizioni iniziali, bisogna sottrarre il momento impartito dalla luce che colpisce l’oggetto. Ma la misura del momento richiede un apparecchio con parti mobili (cioè, il concetto di “momento” è necessariamente definito dal riferimento a un apparecchio con parti mobili), il che escluderebbe la misura altrettanto necessaria della posizione, poiché le misure di posizione richiedono un apparecchio con parti fisse (cioè, il concetto di “posizione” è necessariamente definito in riferimento a un apparecchio fisso). Pertanto, l’osservazione è possibile solo a condizione che l’interazione sia indeterminabile (cioè, che non possa essere sottratta). Di conseguenza, poiché le osservazioni implicano un’interazione discontinua indeterminabile, in linea di principio, non c’è un modo univoco per differenziare tra l’“oggetto” e le “agenzie di osservazione” non esiste un taglio inerente/naturalmente presente/fisso/universale/cartesiano. Quindi, le osservazioni non si riferiscono a oggetti di una realtà indipendente. L’interpretazione di Bohr della teoria quantistica sfida profondamente entrambi i presupposti di trasparenza della misura che stanno alla base del quadro newtoniano. In effetti, la filosofia-fisica di Bohr mina una serie di nozioni illuministiche, richiedendogli di costruire un nuovo framework logico (vedi specialmente Folse 1985), inclusa una nuova epistemologia, per comprendere la scienza.

Bohr si allontana dal riferimento alla nozione classica di “perturbazione” nei suoi scritti successivi ed enfatizza la “interezza (wholeness) quantistica”, o la mancanza di una distinzione inerente/cartesiana tra l’“oggetto” e le “agenzie di osservazione”, in quanto caratteristica centrale del suo nuovo framework descrittivo. Per Bohr, “oggetto” e “agenzie di osservazione” formano un insieme non dualistico, nel senso che è concettualmente incoerente riferirsi a una distinzione inerente tra i due. “Descrittivamente, c’è un’unica situazione, nessuna parte della quale può essere estratta senza entrare in conflitto con altre descrizioni di questo tipo (cioè quelle della situazione complementare). All’oggetto non si può attribuire una “realtà indipendente nel senso fisico ordinario” (corsivo originale; Hooker 1972, p. 156). Questa è una nozione centrale nella filosofia-fisica di Bohr ed egli usa il termine “fenomeno” (nei suoi scritti più tardi) per designare particolari istanze di totalità: “Mentre, nell’ambito della fisica classica, l’interazione tra oggetto e apparato può essere trascurata o, se necessario, compensata, nella fisica quantistica questa interazione forma così una parte inseparabile del fenomeno. Di conseguenza, il resoconto inequivocabile dei fenomeni quantistici propri deve, in linea di principio, includere una descrizione di tutte le caratteristiche rilevanti della disposizione sperimentale” (corsivo mio, Bohr 1963c, p. 4). Inoltre, “[…] l’unità intrinseca tipica di questi fenomeni trova la sua espressione logica nel fatto che qualunque tentativo di effettuare una ben definita suddivisione implicherebbe una modificazione del dispositivo sperimentale, incompatibile con la definizione dei fenomeni in esame” (Bohr 1963b p. 72; tr. it. 1965, p. 104).

Se un taglio che delinei l’“oggetto” dagli “enti di osservazione” non è inerente, quale senso, se alcuno, dovremmo attribuire alla nozione di osservazione? Bohr suggerisce che “per esperimento intendiamo semplicemente un evento sul quale siamo in grado di affermare in modo inequivocabile le condizioni necessarie alla riproduzione dei fenomeni” (citato in Folse 1985, p. 124). La specificazione di queste condizioni equivale all’introduzione di una distinzione costruita/agenzialmente posizionata/mobile/locale/“bohriana” tra un “oggetto” e le “agenzie di osservazione”. Cioè, sebbene non esista una distinzione inerente, ogni misura comporta una particolare scelta dell’apparato, fornendo le condizioni necessarie per dare definizione ad un particolare insieme di variabili classiche, escludendo altre variabili essenziali, e ponendo così un particolare taglio costruito che delinea l’“oggetto” dalle “agenzie di osservazione”. Questo particolare taglio costruito risolve le ambiguità solo per un determinato contesto; esso delimita e fa parte di una particolare istanza di totalità, cioè di un particolare fenomeno.

Per esempio, consideriamo ancora una volta un esperimento in cui la luce viene diffusa da una particella. La luce diffusa può essere diretta verso una lastra fotografica rigidamente fissata in laboratorio e quindi utilizzata per registrare la posizione, oppure la luce può essere diretta verso un’apparecchiatura con parti mobili utilizzata per registrare il momento della luce diffusa. Il primo caso descrive essenzialmente il processo di fotografare una particella con un flash. In questo caso, la luce fa parte dell’apparato di misura. Nel secondo caso, il momento della luce viene misurato e quindi fa parte dell’oggetto in questione. (Questo esempio illustra bene l’affermazione bohriana per cui l’osservazione è possibile solo a condizione che l’interazione di misura sia indeterminabile: dato che almeno una particella di luce, o fotone, è necessaria per fare un marchio sulla pellicola che registra la posizione (illustrando la “discontinuità quantistica”), e dato che l’effetto che questo fotone ha sulla particella non può essere spiegato a meno che la quantità di moto del fotone sia simultaneamente rilevata, e dato che entrambe le variabili (“posizione” è definibile nel contesto di un apparecchio con una lastra fotografica fissa, e “momento” è definibile nel contesto della lastra fotografica su una piattaforma mobile) non possono essere definite in modo univoco utilizzando una particolare scelta di apparati di misura, l’osservazione comporta un’interazione indeterminabile.) Pertanto, la misura di quantità definite in modo univoco è possibile attraverso l’introduzione di un taglio costruito che serve a definire “oggetto” e “enti di osservazione” in un particolare contesto.

Specialmente nei suoi ultimi scritti, Bohr ha sostenuto insistentemente sul fatto che le misure della meccanica quantistica sono “oggettive”. Poiché Bohr ha anche enfatizzato l’essenziale interezza [wholeness] dei fenomeni, non può aver voluto intendere che le misurazioni rivelino proprietà oggettive di oggetti indipendenti. Piuttosto, l’uso che Bohr fa del termine “oggettività” è legato al fatto che “[n]on si fa riferimento esplicito a nessun osservatore individuale” (Bohr, citato in Murdoch 1987, p. 99). “Oggettivo” significa riproducibile e non ambiguamente comunicabile – nel senso che “marchi permanenti… [sono] lasciati sui corpi che definiscono le condizioni sperimentali”:

Comune alle scuole di cosiddetta filosofia empirica e critica, è quindi prevalso un atteggiamento di distinzione più o meno vaga tra conoscenza oggettiva e credenza soggettiva. Con la lezione sulla nostra posizione di osservatorɜ della natura, che lo sviluppo della scienza fisica nel secolo attuale ci ha dato, si è però creato un nuovo sfondo proprio per l’uso di parole come oggettività e soggettività. Da un punto di vista logico, possiamo intendere per descrizione oggettiva solo una comunicazione dell’esperienza che non ammette ambiguità per quanto riguarda la percezione di tali comunicazioni (Bohr, citato in Folse 1985, p. 15).

Chiaramente, la nozione di “oggettività” di Bohr, che non è predicata sulla base di un’intrinseca distinzione cartesiana tra “oggetti” e “agenzie di osservazione”, è in netto contrasto con qualsiasi senso newtoniano di “oggettività” che denota indipendenza dell’osservatorǝ.

Il termine di Bohr “agenzie di osservazione [agencies of observation]” è evocativo del ruolo centrale dell’agenzialità nel nuovo quadro epistemologico e ontologico che introdurrò più avanti in questo articolo. “Agenzie di osservazione”, invece del più comune termine “osservatorǝ”, segnala già l’inseparabilità degli apparati materiali e semiotici. Cioè, nella mia lettura, un punto cardine dell’analisi di Bohr è che l’apparato fisico (esistente nel regno dell’esperienza classica, macroscopica, quotidiana, diretta) segna la distinzione concettuale soggetto-oggetto: gli apparati materiale e semiotico formano un insieme non dualistico. In altre parole, i concetti descrittivi classici ottengono il loro significato dal riferimento a un particolare apparato fisico che a sua volta segna il posizionamento di un taglio costruito tra l’“oggetto” e le “agenzie di osservazione”. Infine, il punto di riferimento per una comunicazione univoca è “dai segni permanenti – come una macchia su una lastra fotografica, causata dall’impatto di un elettrone – lasciati sui corpi che definiscono le condizioni sperimentali” (Bohr 1963c, p. 3). Pertanto, “i corpi che definiscono le condizioni sperimentali” servono sia come punto finale che come punto di partenza di un’osservazione significativa. Per Bohr, misura e descrizione si implicano a vicenda (anche se non in un senso strettamente operazionalista, ma nel senso di indistinguibilità epistemologica).

In modo abbastanza atipico per gli scritti dei fisici teorici, gli scritti di Bohr includono spesso disegni molto dettagliati di apparati sperimentali. Come sottolinea Honner, “Bohr insisteva nel fornire elaborati disegni di dispositivi meccanici usati per osservare gli eventi quantistici [in molte delle sue discussioni sulla complementarità], come se volesse sottolineare la connessione tra concetti descrittivi e apparati classici” (Honner 1987, p. 119). Sebbene Bohr fosse un fisico teorico, era ossessionato dai dettagli della misura e non si accontentava di trattare concetti astratti – per Bohr il significato è legato al mondo esperienziale. (Ci sono evidenze storiche del fatto che Rutherford, che alcuni considerano il più grande fisico sperimentale di questo secolo [N.d.T.: il ventesimo], ebbe una profonda influenza su Bohr, che fu un postdoc sotto Rutherford).

La domanda rimane: qual è il referente di una data proprietà oggettiva (così come è definita, in modo non ambiguo, in riferimento a un dato taglio costruito) che si ottiene da un dato processo di misura? Poiché non c’è una distinzione intrinseca tra oggetto e strumento, la proprietà che viene determinata non può essere attribuita in modo significativo né a un oggetto astratto né a uno strumento di misura astratto. Cioè, il valore misurato non è né attribuibile a un oggetto indipendente dall’osservazione, né è una proprietà creata dall’atto della misura (il che smentirebbe qualsiasi significato sensato della parola “misura”). Nella mia lettura le proprietà misurate si riferiscono ai fenomeni, ricordando che la caratteristica identificativa cruciale dei fenomeni è che sono particolari istanze di interezza, che “il resoconto inequivocabile dei fenomeni quantistici propri deve, in principio, includere una descrizione di tutte le caratteristiche rilevanti della disposizione sperimentale” (Bohr 1963c, p. 4).

Nei nostri concetti descrittivi classici è implicita una distinzione soggetto-oggetto, e poiché i fenomeni implicano la collocazione di una distinzione soggetto-oggetto costruita, è coerente usare dei concetti classici per descrivere i fenomeni. In effetti, Bohr rafforza l’argomento a sostegno dell’adeguatezza del nostro uso dei concetti classici per descrivere i fenomeni arrivando a sostenere la necessità di tale uso. Per giustificare questa mossa, si può dare la seguente mappatura dettagliata della relazione tra concetti classici e fenomeni: poiché per la loro stessa definizione i concetti descrittivi classici implicano una particolare distinzione soggetto-oggetto, come specificato dalle circostanze richieste per la loro misura, e poiché i fenomeni includono una distinzione soggetto-oggetto costruita, cioè quella in questione che dà definizione ad un particolare concetto classico, ne segue che questi particolari concetti classici sono proprio quelli che sono utili per descrivere i fenomeni. Cioè, i fenomeni sono necessariamente descritti usando concetti condizionati da particolari distinzioni soggetto-oggetto. Un altro modo per apprezzare la necessità di questa condizione è che la comunicazione univoca si riferisce necessariamente a “segni permanenti… lasciati sui corpi”, cioè corpi macroscopici, che in un particolare contesto sono definiti come “apparato”, e poiché l’“apparato” a sua volta specifica le circostanze richieste per la definizione di particolari concetti classici (derivati dall’esperienza quotidiana nel mondo macroscopico e quindi fondati su una distinzione oggetto-soggetto), ne segue che i fenomeni, che includono il particolare taglio costruito in questione, sono necessariamente descritti usando concetti classici appropriati al contesto dato. Anche in questo caso, il riferimento ai corpi è necessario perché i concetti abbiano un significato.

“Mentre nella concezione meccanica [classica] della natura la distinzione soggetto-oggetto era fissa, viene dato spazio ad una descrizione più ampia attraverso il riconoscimento che l’uso conseguente dei nostri concetti richiede diverse collocazioni di tale separazione” (Bohr 1963b, p. 92). In effetti, secondo il Principio di Complementarità di Bohr, devono essere considerati tutti i possibili modi di tracciare la distinzione soggetto-oggetto per ottenere la massima capacità esplicativa delle nostre indagini. Cioè, tagli costruiti mutuamente esclusivi che costituiscono circostanze sperimentali mutuamente esclusive, manifestando così agenzialmente fenomeni mutuamente esclusivi, servono a denaturalizzare la natura del processo osservativo.

Il quadro epistemologico e descrittivo di Bohr è radicalmente diverso da quello associato alla fisica newtoniana. Per Bohr, la misura, lungi dall’essere esterna al discorso delle teorie scientifiche, deve giocare un ruolo di primo piano nella teorizzazione scientifica: cioè, Bohr situa la pratica all’interno della teoria. Il risultato è che metodo, misura, descrizione, interpretazione, epistemologia e ontologia non sono aspetti separabili.

[…]

6. Realismo agenziale: il quadro di riferimento

Uno dei fattori comuni che attraversa quel campo di significati che costituisce la scienza, riguarda lo statuto di ciascun oggetto di conoscenza e delle pretese di fedeltà che hanno i nostri resoconti rispetto a un “mondo reale”, per quanto mediati, complessi e contraddittori siano per noi questi mondi (Haraway 1991, p. 197; tr. it. 1995, pp. 122-123).

In aggiunta alla questione delle posizioni interpretative negli science studies, il realismo agenziale fornisce un quadro di riferimento per affrontare questioni epistemologiche e ontologiche ampie. In questa sezione sviluppo alcuni punti chiave rilevanti per le questioni che affronterò nella prossima sezione: (1) il realismo agenziale fonda e situa le rivendicazioni di conoscenza in esperienze locali: l’oggettività è letteralmente incarnata [embodied]; (2) il realismo agenziale non privilegia né il materiale né il culturale: l’apparato di produzione corporea è materiale-culturale, e così la realtà agenziale; (3) il realismo agenziale comporta l’interrogazione dei confini e la riflessività critica; e (4) il realismo agenziale sottolinea la necessità di un’etica del conoscere.

(1) Il realismo agenziale fonda e situa le rivendicazioni di conoscenza nelle esperienze locali: l’oggettività è letteralmente incarnata.

Da un lato, lз femministз e altrз criticз dell’Illuminismo hanno espresso scetticismo verso l’oggettivismo, in particolare verso

[L]’idea di una dicotomia di base tra il soggettivo e l’oggettivo; la concezione della conoscenza come una rappresentazione corretta di ciò che è oggettivo; la convinzione che la ragione umana possa liberarsi completamente dai bias, dai pregiudizi e dalla tradizione; l’ideale di un metodo universale con il quale possiamo prima assicurare solide basi di conoscenza e poi costruire l’edificio di una scienza universale; la convinzione che con il potere dell’auto-riflessione possiamo trascendere il nostro contesto storico e il nostro orizzonte e conoscere le cose come sono realmente in sé (Bernstein 1983, p. 36).

Nell’era post-kuhniana in cui viviamo, gli argomenti contro l’oggettivismo sono stati robusti ed estensivi, hanno attraversato i confini disciplinari e comunicato con il mondo al di fuori dell’accademia, così che attualmente pochз studiosз trovano ragionevole sottoscrivere l’insieme di dottrine illuministe delineate sopra. Lз difensorз dell’illuminismo hanno difficoltà a mostrare come l’oggettivismo possa uscire dalle acque torbide delle contingenze spazio-temporali. Ironicamente, lз teoricз anti-illuministз mainstream, inclusi Derrida, Foucault e Lyotard, hanno ignorato marcatori sociali cruciali come il genere e la razza nelle loro critiche alle tendenze universalizzanti caratteristiche del progetto illuminista. Tuttavia, non sono solo i limiti di queste critiche ad aver preoccupato lз femministз, ma anche il loro profondo rifiuto dell’intero insieme degli obiettivi illuministici. Lз teorichз femministз hanno mosso obiezioni agli studi anti-illuministi che abbandonano la possibilità di epistemologie positive abbracciando l’interpretazionismo, il relativismo e un forte costruttivismo sociale.

La teoria dei saperi situati di Haraway presenta una sfida diretta all’oggettivista “sguardo da nessun luogo”, il “godtrick” della visione passiva infinita, e l’altrettanto irresponsabile relativista “sguardo da ovunque”, ponendo la vista incarnata – lo sguardo a partire da qualche parte, insieme alla responsabilità che ciò comporta – come la chiave dell’oggettività femminista. Secondo Haraway:

Nei resoconti scientifici di corpi e macchine non esistono fotografie non mediate o camere oscure passive; ci sono solo possibilità visive altamente specifiche, ciascuna con un modo meravigliosamente dettagliato, attivo, parziale, di organizzare i mondi. (…) Capire come funzionano tecnicamente, socialmente, e fisicamente questi sistemi visivi dovrebbe essere un modo per dare corpo [embodying] all’oggettività femminista (1988, p. 583; tr. it. 1995, pp. 113-114).

Il realismo agenziale offre una tecnologia dell’embodiment (Barad 1996). Si ricordi che i concetti ottengono il loro significato in riferimento a un particolare apparato che segna il posizionamento di un confine costruito tra l’“oggetto” e lз “agenzie di osservazione”. E a sua volta, il punto di riferimento per la descrizione oggettiva dei fenomeni è “da marchi permanenti… lasciati sui corpi che definiscono le condizioni sperimentali”. Pertanto, i corpi che definiscono le condizioni sperimentali servono sia come punto finale che come punto di partenza per i resoconti oggettivi delle nostre intra-azioni. In altre parole, l’oggettività è letteralmente incarnata. Per il realismo agenziale, la conoscenza è sempre una visione da qualche luogo – la conoscenza oggettiva è una conoscenza situata.

(2) Il realismo agenziale non privilegia né il materiale né il culturale: l’apparato di produzione corporea è materiale-culturale, e così la realtà agenziale.

Se i costrutti teorici non devono essere intesi come se rappresentassero proprietà date in maniera trasparente dall’osservazione, possedute da oggetti/esseri materiali indipendenti esistenti in modo isolato da tutte le interazioni osservative, non dobbiamo però nemmeno interpretare questi costrutti come artefatti del processo osservativo, gesti puramente discorsivi impressi sulla lavagna bianca di una materia passiva. Come ci dice Bohr:

Da molte parti si fecero istruttivi commenti su questi problemi, nella stessa sessione del Consiglio Solvay in cui Einstein sollevò le sue obiezioni di carattere generale. In quell’occasione nacque anche un’interessante discussione sul modo in cui si doveva parlare, al loro manifestarsi, dei fenomeni per i quali si potevano fare solo previsioni di carattere statistico. La questione era se, per ciò che riguarda i singoli effetti, si dovesse adottare una terminologia proposta da Dirac, secondo la quale noi ci troviamo di fronte a una scelta compiuta dalla “natura”, o se invece, come suggeriva Heisenberg, dovessimo dire che la scelta era compiuta dall’“osservatore” che costruisce gli strumenti di misura e legge ciò che essi registrano. Qualsiasi terminologia del genere, tuttavia, sembra dubbia, poiché da una parte è poco ragionevole attribuire alla natura una volizione nel senso comune della parola, e dall’altra non è certo possibile all’osservatore influenzare gli eventi che possono verificarsi nelle condizioni da lui [sic] predisposte. A mio avviso, l’unica alternativa sta nell’ammettere che, in questo campo dell’esperienza, ci troviamo di fronte a singoli fenomeni e che le nostre possibilità di adoperare gli strumenti di misura ci permettono solo di fare una scelta fra i diversi tipi di fenomeni complementari che vogliamo studiare (Bohr 1949, p. 223; tr. it. 1979, pp. 127-128).

Ci sono tre importanti elementi che possiamo trarre da questo passaggio: (i) la natura ha agentività, ma non parla da sola all’osservatorǝ paziente e discretǝ che ascolta le sue grida – c’è un’importante asimmetria rispetto all’agentività: siamo noi a rappresentare, e tuttavia (ii) la natura non è una lavagna bianca passiva che aspetta le nostre iscrizioni, e (iii) privilegiare il materiale o il discorsivo equivale a dimenticare l’inseparabilità che caratterizza i fenomeni.

Come evidenziato nella citazione di cui sopra, quando Bohr e altrз fisicз si impegnarono in un dialogo sulla teoria quantistica parlarono della “scelta fatta da parte dellǝ sperimentatorǝ”, come se lǝ sperimentatorǝ fosse un attore di arbitrio individuale, umanista e liberale. Non c’è alcun riferimento alle dimensioni sociali della produzione di conoscenza scientifica. (È interessante notare però che Bohr riconosce il ruolo dei vincoli linguistici). Tuttavia, senza voler fare proiezioni anacronistiche, deve essere il caso che gli apparati materiali-semiotici siano strutture pienamente culturali (cioè sociali, linguistiche, storiche, politiche, ecc.), non il risultato della volontà individuale, perché riproducibilità e comunicazione non ambigua sono i criteri dell’oggettività. Cioè, lз scienziatз creano significati all’interno di comunità specifiche, non lo fanno autonomamente. Pertanto, secondo il realismo agenziale, l’apparato che viene teorizzato deve essere un quadro materiale-culturale multidimensionale.

Il realismo agenziale fornisce inoltre un resoconto della natura simultaneamente materiale e culturale dell’ontologia del mondo. Dire che qualcosa è socialmente costruito non significa affermare che non sia reale – al contrario, per il realismo agenziale, la realtà è essa stessa material-culturale. Non c’è opposizione qui tra materialità e costruzione sociale: l’essere costruitǝ non nega la materialità. La materialità del corpo non è dissipata dal suo essere costruita perché la realtà è costituita dal “tra”, dall’inseparabilità di natura-cultura/mondo-parola/fisico-concettuale/materiale-discorsivo. La cultura non destituisce né rimpiazza la natura, ma del resto nemmeno esistono cose che siano al di fuori della cultura. Haraway avanza un punto simile, credo, quando designa gli oggetti come “attori materiali-semiotici”. Usa questo termine “[per] raffigurare l’oggetto di conoscenza in quanto parte attiva e generatrice di significato nell’apparato della produzione corporea, senza mai sottendere […] la presenza immediata di tali oggetti […] I confini vengono tracciati disegnando mappe delle pratiche; gli ‘oggetti’ non preesistono in quanto oggetti; sono progetti di confine” (Haraway 1988, p. 595, tr. it. 1995, pp. 127-128). In altre parole, gli apparati di produzione corporea, qua agenzie di osservazione, non sono separabili dai fenomeni.

(3) Il realismo agenziale implica l’interrogazione dei confini e la riflessività critica.

L’interezza [wholeness], nel realismo agenziale, non significa la dissoluzione dei confini. Al contrario, i confini sono necessari alla creazione di significati. I concetti teorici sono definiti solo all’interno di un dato contesto, come specificato da confini costruiti. L’interezza non ha a che fare con il prioritizzare l’intero innocente sulla somma delle parti; l’interezza significa l’inseparabilità del materiale e del culturale. L’interezza richiede che si traccino delimitazioni, differenziazioni, distinzioni; la diversità è richiesta dall’interezza. I sogni utopici di dissolvere i confini sono pura illusione, perché per definizione non esiste una realtà agenziale senza confini strutturati. Ci sono due modi comuni di tentare di rigettare la responsabilità per i confini: (1) affermare che sono naturali, o (2) affermare che sono partizioni arbitrarie di un’unità olistica, esistente al di fuori dello spazio e del tempo umano. Il realismo agenziale mostra invece in modo esplicito che i confini sono istanze interessate del potere, costruzioni specifiche, con conseguenze materiali reali. Non ci sono solo poste in gioco diverse nel tracciare distinzioni diverse, ci sono implicazioni ontologiche diverse.

Inoltre, i confini non sono fissi. Tensioni produttive e creative vengono configurate in considerazione di diverse possibili collocazioni di tagli situati agenzialmente. La considerazione di intra-azioni mutualmente esclusive, che costituiscono cambiamenti opposti nel terreno concettuale, ci ricorda che i concetti descrittivi non si riferiscono a una realtà indipendente dall’osservatore, ma ai fenomeni. In realtà, le descrizioni si ripercuotono sulla specificazione dei confini, poiché le descrizioni si riferiscono ai fenomeni e i confini sono nei fenomeni (cioè, lo schema concettuale è legato all’apparato fisico e le descrizioni si riferiscono al fenomeno, che per definizione include l’apparato; quindi la descrizione rimanda allo schema concettuale costruito). La collocazione del confine diventa parte di ciò che viene descritto: gli schemi concettuali umani fanno parte della totalità quantistica. Le descrizioni dei fenomeni sono riflessive, e lo spostamento dei confini costituisce una meta-critica.

Il riconoscimento e l’interrogazione del contesto è comune a molte epistemologie femministe. Per esempio, sia la teoria di Longino dell’empirismo contestuale che la teoria di Harding dell’oggettività forte richiedono un esame critico delle assunzioni di fondo. Harding scrive:

In un senso importante, le nostre culture hanno agende e assumono presupposti che noi come individui non possiamo rilevare facilmente. L’esperienza non mediata teoricamente, quell’aspetto dell’esperienza di un gruppo o di un individuo le cui influenze culturali non possono essere rilevate, funziona come parte della prova delle affermazioni scientifiche. Le agende e i presupposti culturali fanno parte delle assunzioni di fondo e delle ipotesi ausiliarie che lз filosofз hanno identificato. Se l’obiettivo è quello di rendere disponibili per un esame critico tutte le evidenze raccolte a favore o contro un’ipotesi scientifica, allora anche queste evidenze richiedono di essere esaminate criticamente all’interno dei processi di ricerca scientifica (1991, p. 149).

Il realismo agenziale include la pratica nella teoria: la teoria è epistemologicamente e ontologicamente riflessiva del contesto. Contrariamente a quanto accade nelle visioni tradizionali della teoria, che considerano la pratica effettiva della misura come al di fuori della teoria, e in accordo con il programma logico positivista/empirista che assume che le misurazioni giudichino le teorie in modo trasparente, la filosofia-fisica di Bohr comporta una ri-concettualizzazione della scienza che colloca il discorso sulla scienza nel discorso scientifico. Cioè, i fenomeni sono l’incarnazione [embodiment] delle pratiche culturali all’interno della teoria. Sospetto che le implicazioni riflessive siano una delle cause fondamentali dell’emarginazione di Bohr nella comunità fisica (vedi Barad 1995 per maggiori dettagli).

(4) Il realismo agenziale sottolinea la necessità di un’etica del conoscere.

Per il realismo agenziale, la realtà non è indipendente dalle nostre esplorazioni di essa – sia epistemologicamente che ontologicamente parlando. Concentrarsi sull’ontologico oltre che sull’epistemologico è cruciale per agire responsabilmente all’interno del mondo. I progetti di conoscenza implicano il disegno di confini, la produzione di fenomeni che sono intra-azioni materiali-culturali. Cioè, le nostre conoscenze costruite hanno conseguenze materiali reali. E quindi il realismo agenziale richiede una responsabilità diretta. È per ricordarci questo fatto che la forma aggettivale della parola “agenzialità” [agency] modifica e specifica la forma che il realismo qui prende, sfidando le forme tradizionali di realismo che negano qualsiasi partecipazione attiva da parte di chi conosce. L’agenzialità è una questione di intra-azione, cioè, l’agenzialità è un’attuazione, non è qualcosa che qualcuno ha.

Abbiamo bisogno di comprendere le tecnologie attraverso le quali particolari costruzioni sociali hanno conseguenze materiali reali. Per il realismo agenziale, anche l’intero apparato di produzione corporea deve essere teorizzato – la considerazione di variabili acontestuali darà risultati inadeguati. Si pensi di nuovo all’esistenza di fenomeni ondulatori nel contesto di un particolare apparato di produzione corporea; i fenomeni particellari sono legati ad un apparato reciprocamente esclusivo. La fisica quantistica può rendere conto del fenomeno che esiste in un contesto particolare se e solo se l’apparato di produzione corporea è incluso nel calcolo. Il realismo agenziale offre una prospettiva delle possibili interazioni dinamiche natura-cultura come essere-in ontologici, aiutandoci così a teorizzare le conseguenze materiali della costruzione di particolari apparati di produzione corporea. Conoscere implica denaturalizzare, contestare e destabilizzare in modi molteplici l’apparato esistente per rifigurare i confini. Ciò avrà conseguenze materiali reali, così che il realismo agenziale sottolinei l’esigenza di un’etica del conoscere.

7. Realismo agenziale e science studies

La nozione di complementarità, Bohr vuole dire anche, può essere vista nascere dalla natura della nostra coscienza di ciò che è “altro” per noi, dalla tensione irrisolvibile tra contenuto e forma, tra realtà e concetto, e tra teoria ed esperienza. Le nostre rappresentazioni della realtà non implicano tanto un rispecchiamento mentale privilegiato della realtà esterna, in cui oggetto e soggetto sono assolutamente distanti l’uno dall’altro, quanto un compromesso riuscito tra linguaggio e attività… Eppure per Bohr la relazione tra parola e mondo non è vista come interamente relativa, con l’implicazione che le nostre parole non abbiano alcun ancoraggio nel mondo; invece data la natura della nostra coscienza di ciò che è dimostrabilmente “altro” per noi, è accettata una relazione tra parola e mondo in quanto necessariamente nega una risoluzione completa (Honner 1987, p. 103).

Come scienziatǝ sono statǝ molto interessatǝ agli science studies femministi, in parte, perché lз studiosз di questo campo, moltз dellз quali sono anche scienziatз, hanno resistito alla polarizzazione che spesso si trova nelle discussioni contemporanee sulla natura della scienza, così come posta dagli approcci più tradizionali e monodisciplinari. Evelyn Keller identifica due discorsi non comunicanti sulla scienza,

[…] uno, una critica sempre più radicale che non riesce a rendere conto dell’efficacia della scienza, e l’altro una giustificazione che trae fiducia da questa efficacia per mantenere una filosofia della scienza tradizionale ed essenzialmente immutata. Ciò di cui c’è bisogno è un modo di pensare e di parlare di scienza che possa dare un senso a queste due prospettive molto diverse – che possa dare credito alle realtà che ciascuna di esse riflette e tuttavia rendere conto delle loro differenze di percezione (Keller 1985, p. 6).

Penso che queste tensioni siano piuttosto produttive, e credo che la sfida di Keller segni una delle questioni più importanti per gli science studies contemporanei.

Se il “modello della scoperta” della scienza, che vede la produzione di conoscenza scientifica come uno spettacolo con un solo attore – la natura al centro della scena con un pubblico passivo di osservatorз che guardano pazientemente – non è più accettabile, e nemmeno lo è una versione estrema del costruttivismo sociale che presenta la scienza come un compendio arbitrario di mosse retoriche cariche di potere, è dunque possibile offrire una comprensione dettagliata dell’interazione di natura e cultura nella produzione della conoscenza scientifica? Il realismo agenziale fornisce una struttura che può essere utile per ri-teorizzare una serie di problemi generati dalla fiducia nelle epistemologie e ontologie classiche. In questa sezione, esplorerò le implicazioni del realismo agenziale per gli science studies. Ho in mente le seguenti domande: Come possiamo conciliare l’affermazione dellз studiosз di science studies secondo cui la conoscenza scientifica è un prodotto socialmente costruito che è concettualmente, metodologicamente ed epistemologicamente alleato, lungo particolari assi di potere, con interventi sia liberatori che oppressivi resi possibili dall’affidabilità di conoscenze scientifiche empiricamente adeguate? Cosa si può dire dell’ontologia del nostro mondo attraverso le nostre indagini su di esso? Esiste una nozione di realismo che sia coerente con l’affermazione che le dichiarazioni della conoscenza scientifica sono culturalmente specifiche?

Il metodo scientifico, che era il nostro diritto di nascita illuminista, prometteva di servire come una gigantesca colonna di distillazione, rimuovendo tutte le influenze culturali, e permettendo allз praticanti pazienti di raccogliere il puro distillato della Verità. La trasparenza della fisica newtoniana al processo di misura è cresciuta da, e ha contribuito a, rafforzare questo milieu culturale di oggettivismo che ha reso non paradossali i successi della scienza: la scienza funziona perché lз scienziatз sono in grado di ottenere i fatti sul mondo così com’è, indipendentemente da noi esseri umani. La nozione illuminista di scienza è premessa da una separazione tra soggetti conoscenti e oggetti indipendenti dall’osservazione. Il realismo agenziale sfida questa concettualizzazione della scienza su basi epistemologiche e ontologiche.

Secondo il realismo agenziale, i concetti scientifici ottengono il loro significato in riferimento a un particolare apparato fisico che segna la collocazione di un taglio agenzialmente costruito tra l’“oggetto” e le “agenzie di osservazione”. A sua volta, il punto di riferimento per la descrizione oggettiva dei fenomeni è dato “dai segni permanenti […] lasciati sui corpi che definiscono le condizioni sperimentali” (Bohr 1963c, p. 3). Pertanto, i corpi servono sia come punto finale che come punto di partenza per i resoconti oggettivi delle nostre intra-azioni. In altre parole, il realismo agenziale ci fornisce un resoconto incarnato dell’oggettività.

I risultati scientifici non sono riproducibili perché siamo in grado di misurare le proprietà indipendenti dall’osservatorǝ di una realtà indipendente. La riproducibilità è possibile perché le indagini scientifiche sono incarnate, fondate nell’esperienza, nella prassi. Riproducibilità significa possibilità di riproduzione dei fenomeni, e i fenomeni sono scritti sul “corpo”; i fenomeni sono il luogo dove si incontrano materia e significato. La riproducibilità dei fenomeni non richiede né serve come prova per accedere al trascendente. “La forza complessiva dell’argomento di Bohr è che non abbiamo un fondamento assoluto nella nostra partecipazione al mondo, nonostante l’accettazione del fatto che il nostro linguaggio funziona in quanto ancorato all’esperienza quotidiana della realtà” (Honner 1987, p. 222). La riproducibilità dei fenomeni non è innocente – dipende dalla scelta di un qualche taglio costruito, per il quale l’ambiguità è solo temporaneamente, contestualmente decisa, in modo tale da conferire significato a certi concetti, ad esclusione di altri. La riproducibilità non è un filtro di pregiudizi condivisi; l’apparato di produzione corporea è culturalmente situato. Lɜ scienziatɜ che delimitano i confini sono segnati dalle specificità culturali di razza, storia, genere, lingua, classe, politica, ecc. In netto contrasto con il quadro classico, c’è un senso di agenzialità e quindi di responsabilità. Poiché la riproducibilità è la pietra angolare della scienza occidentale, nel contesto attualmente in discussione, la scienza ha significato, ma non in senso classico. Secondo il realismo agenziale, la scienza è movimento tra significati e materia, parola e mondo, che interroga e ridefinisce i confini, una danza non dietro o oltre, ma “nel mezzo”, dove conoscenza ed essere si incontrano.

La conoscenza scientifica non è una costruzione arbitraria indipendente da “ciò che c’è là fuori”, poiché non è separata da noi; e dato un particolare insieme di tagli costruiti, alcuni concetti descrittivi della scienza sono ben definiti e possono essere utilizzati per ottenere risultati riproducibili. Tuttavia, questi risultati non possono essere decontestualizzati. Le teorie scientifiche non ci parlano di una realtà indipendente; i concetti scientifici non sono semplici denominazioni di scoperte di attributi oggettivi di una Natura indipendente con demarcazioni inerenti. I concetti scientifici non sono innocenti o unici. Sono costrutti che possono essere usati per descrivere “il tra”, piuttosto che qualche realtà indipendente. (Perché dovremmo essere interessatз ad una cosa come una “realtà indipendente”? Non viviamo in un mondo simile). Il punto è che i fenomeni costituiscono la realtà. Cioè, la realtà stessa è materiale-culturale. E secondo il realismo agenziale, le conoscenze scientifiche sono conoscenze situate che descrivono la realtà agenziale. La mia revisione di un’importante citazione di Niels Bohr recita così: “È sbagliato pensare che il compito della fisica sia quello di scoprire come è la natura. La fisica riguarda ciò che possiamo dire sulla [nostra intra-azione all’interno] della natura”. Noi siamo nella realtà, dobbiamo essere nelle nostre teorie. In altre parole, le teorie scientifiche descrivono la realtà agenziale – che è proprio ciò che ci interessa (non viviamo in una realtà trascendente). Affinché le teorie scientifiche siano in grado di descrivere la realtà agenziale, la conoscenza scientifica deve prendere in considerazione i fattori materiali-culturali in quanto sono nella realtà agenziale, altrimenti non ci aspetteremmo che la conoscenza scientifica produca resoconti empiricamente adeguati delle nostre intra-azioni all’interno della natura. L’affidabilità non si basa sull’accesso al trascendente, ma sul fondamento della pratica all’interno della teoria. (L’epistemologia e l’ontologia non classiche hanno rimosso il paradosso della posizione classica che vede l’affidabilità delle teorie scientifiche come contingente alle scoperte oggettive di una realtà indipendente). La considerazione di insiemi di concetti che si escludono a vicenda produce tensioni e ironie cruciali che sottolineano il punto che è il fatto che la conoscenza scientifica sia socialmente costruita che porta a conoscenze affidabili su fenomeni riproducibili che è proprio quello che ci interessa. Di conseguenza, la comprensione che la scienza come pratica sociale è concettualmente, metodologicamente ed epistemologicamente alleata lungo particolari assi di potere può essere conciliata con il fatto che la conoscenza scientifica è empiricamente adeguata, e che fornisce interventi efficaci che possono essere usati sia per scopi regressivi che liberatori.

Non è che cerchiamo di vedere la natura attraverso la lente della cultura con un’ottica che ha vari gradi di trasparenza o opacità. Non cerchiamo di adattare le nostre teorie alla realtà sondando il confine fisso tra natura e cultura. I fenomeni costituiscono la nostra ontologia. E poiché i concetti scientifici possono essere usati per descrivere i fenomeni e i fenomeni non sono “là fuori”, ma sono materiali-culturali, il realismo agenziale ci fornisce una forma di realismo che è compatibile con il costruttivismo sociale. Il realismo agenziale è una forma di costruttivismo sociale che non è relativista, non riduce la conoscenza ai giochi di potere o al linguaggio, e non rifiuta l’oggettività.

8. Conclusioni

Così, penso che il problema mio e “nostro” sia come ottenere simultaneamente una spiegazione di radicale contingenza storica per tutti i sistemi e soggetti di conoscenza, una pratica critica utile a riconoscere le “tecnologie semiotiche” con le quali creiamo significati, e anche un impegno rigoroso, volto a ottenere resoconti fedeli di un mondo “reale”, un mondo che può essere parzialmente condiviso, e sia aperto a progetti mondiali di libertà circoscritta e adeguata abbondanza materiale, che portino un modico di sofferenza e un po’ di felicità (Haraway 1991, p. 187; tr. it. 1995, p. 109).

Il realismo agenziale nega l’innocenza del realismo ingenuo; invece, esso comporta una riflessività consapevole e critica. Dualismi, opposizioni binarie, dicotomie e altre demarcazioni non sono assicurati da uno status naturale come tagli cartesiani che formano il fondamento di ogni conoscenza – nemmeno in fisica. Le linee tracciate sono mosse epistemologiche cariche di potere con delle poste in gioco in un dato schema concettuale. Questo non significa che non si possano giustificare le linee tracciate, o che gli schemi concettuali costruiti siano inutilizzabili. Solo perché la scienza viene esposta [exposed] in quanto socialmente costruita, non significa che non funzioni. E l’adeguatezza empirica non è un argomento che può essere usato per mettere a tacere le accuse di costruttivismo. Ma nemmeno il costruttivismo è una prova del relativismo epistemologico. Ho sostenuto che le teorie affidabili sulle nostre intra-azioni sono necessariamente teorie costruite socialmente con conseguenze materiali vere e proprie. Abbiamo bisogno di sistemi di conoscenza che siano guide per l’azione sia affidabili [reliable] che responsabili [accountable]. Il realismo agenziale crea un’alternativa ai resoconti oggettivisti della produzione di conoscenza che negano la natura situata delle conoscenze e ai resoconti costruttivisti sociali che non affrontano la questione dell’efficacia dei sistemi di conoscenza.

Il realismo agenziale non è un appello per lз femministз e altrз a piegarsi ancora una volta all’egemonia della scienza per trovare una nuova epistemologia. Al contrario, il realismo agenziale mina l’egemonia della scienza (anche se non la sua efficacia). Il realismo agenziale insiste che la scienza incorpori un discorso critico riflessivo, come tutte le altre imprese umane. Bohr sosteneva che la fisica quantistica, considerata da moltз come il campo più prestigioso della scienza, richiedesse un nuovo quadro per comprendere il ruolo dei concetti descrittivi nella produzione della conoscenza scientifica. Le nozioni di onda e particella si decostruiscono a vicenda, esponendo i limiti del quadro classico. C’è ironia, anche se forse poca sorpresa, nel fatto che le nostre interazioni con la luce – oh luce! quella metafora sempre resiliente per la conoscenza che illumina il terreno oscuro dell’ignoranza – giochino un ruolo centrale nel minare l’egemonia della fisica newtoniana, luminosa stella dell’Illuminismo, decostruendo i dualismi oggettivo-soggettivo e natura-cultura che hanno afflitto molti tentativi di comprendere la natura della conoscenza scientifica.

Quello che propongo non è un approccio olistico in cui soggetto e oggetto si riuniscono in un qualche insieme apolitico relativizzato, ma una teoria che insiste sull’importanza dei confini costruiti e anche sulla necessità di interrogarli e rifigurarli. L’intra-azione che coinvolge il soggetto-oggetto problematizza le separazioni naturali, pure e innocenti, ma non in un modo che giunga alla rapida dissoluzione dei confini. I confini non sono nostri nemici; sono necessari per creare significati, ma questo non li rende innocenti. I confini hanno conseguenze materiali reali – i tagli sono posizionati agenzialmente e la responsabilità è d’obbligo. Lo spostamento dei confini spesso aiuta a portare in superficie questioni di potere che lз potentз spesso cercano di nascondere. Il realismo agenziale insiste sul fatto che i posizionamenti multipli, reciprocamente esclusivi e mutevoli, sono necessari se si vuole apprezzare la complessità delle nostre interazioni. Le contestazioni multiple dei confini posizionati agenzialmente mantengono vivi i concetti e li proteggono dalla reificazione e dalla pietrificazione. Il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di trovare confini meno falsi per tutto lo spaziotempo, ma confini temporanei affidabili, responsabili e localizzati, che dovremmo prevedere si chiuderanno rapidamente contro di noi. Il realismo agenziale sarà inevitabilmente una vittima del suo stesso progetto, ma suggerisco che c’è del potere lì, attualmente, per alcuni dei nostri scopi. Il realismo agenziale coinvolge conoscenze localizzate o situate (Haraway 1988), conoscenze che rifiutano le teorie trascendentali, universali e unificanti in favore di comprensioni che sono incarnate e contestuali.

Chi sono le agenzie [agents] nel realismo agenziale? La storia della scienza è parallela alla storia della conoscenza in altre aree: lз potentз ritraggono efficacemente i loro sistemi di conoscenza come universali, negando la loro stessa agenzialità. All’interno di questa tradizione, l’agenzialità è stata una questione del tutto separata dalla paternità. Le rivalità sulla paternità primaria sono comuni nella storia della scienza, ma ciò che è in gioco sono l’intelligenza e l’ingegno; ciò che è “scoperto” si presume non segnato dallǝ suo “scopritorǝ”. La pretesa è che lǝ scienziatǝ ben preparatǝ possa leggere le equazioni universali della Natura che sono iscritte sulla lavagna di Dio: La Natura ha parlato. Il paradosso è che agli oggetti studiati viene dato tutto il potere, anche e soprattutto quando sono visti come cose passive, inerti, senza cultura ed esistenti al di fuori dello spazio e del tempo umano, che si muovono senza meta nel vuoto. A completare questo scenario illuminista, ci sono lз osservatorз umanз passivз che sono privз di agency. La sovradeterminazione del discorso illuminista si rivela nella giustapposizione di questa mitologia con la storia liberale umanista che fornisce all’uomo volontà individuale e dominio sulla natura.

I dualismi natura-cultura e oggetto-soggetto sono tagli costruiti, spacciati come inerenti e fissi, al servizio di questa eredità. Il realismo agenziale fa altre mosse: sposta e destabilizza i confini. Qui la conoscenza viene dal “tra” di natura-cultura, oggetto-soggetto, materia-significato. La divisione cartesiana tra gli enti di osservazione e l’oggetto è una classica illusione. L’agenzialità non può essere designata come qualcosa che risiede solo da una parte o dell’altra. L’osservatorǝ non ha un’agenzialità totale sulla materia passiva – non va bene qualunque rappresentazione della realtà – poiché non qualsiasi risultato al quale si possa pensare è possibile: il mondo “scalcia indietro”. Né l’oggetto ha un’autorità totale, sussurrando i suoi segreti, per lo più attraverso il linguaggio della matematica, all’orecchio dellǝ scienziatǝ attentǝ – la conoscenza non è così innocente; non “viene fuori proprio così” da sola. La natura non è né una lavagna bianca per il libero gioco delle iscrizioni sociali, né una “cosa” immediatamente presente e data in modo trasparente. Il realismo agenziale riconosce l’agenzialità sia dei soggetti che degli oggetti senza pretendere che ci sia un qualche utopico dialogo simmetrico e sano, esterno alle rappresentazioni umane. La scienza non è il prodotto di una qualche interazione tra due entità ben differenziate: la natura e la cultura, poiché si scontra con qualsiasi dicotomia materia-significato, come un elettrone che attraversa [that tunnels] per confinare il suo movimento. Significato e materia sono piuttosto come eccitazioni interagenti di campi non lineari – una danza dinamica e mutevole che chiamiamo scienza.

I fenomeni sono le intra-azioni di conoscenza ed essere, parola e mondo, cultura e natura. I fenomeni sono essere-in materiali-culturali. Il realismo agenziale si basa su un’ontologia non classica. Il materiale non è fisso e precedente alla significazione discorsiva, ma in essa. Jeanette Winterson scrive nel suo recente romanzo Written on the Body: “È così che ti conosco. Tu sei ciò che conosco” (Winterson 1992, p. 120). Intra-agire è un’attività che teorizza la meccanica di un’oggettività incarnata. Nel nostro tentativo di comprendere, partecipiamo attivamente alla realtà. Il realismo non riguarda le rappresentazioni di una realtà indipendente, ma le conseguenze reali, gli interventi, le possibilità creative e le responsabilità dell’intra-agire nel mondo.

Infine, la materialità conta [matters]: ci sono ragioni sociali e materiali per le rivendicazioni di conoscenza – le intra-azioni del materiale e del discorsivo sono le tecnologie dell’oggettività incarnata – e le conoscenze socialmente costruite hanno reali conseguenze materiali. Queste concezioni della materialità si oppongono all’immediatezza della materia nei resoconti realisti ingenui e alla negligenza nei suoi confronti di alcuni resoconti costruttivisti sociali. Mi sembra che rinunciare al realismo sarebbe tanto affrettato quanto rinunciare all’oggettività. Lз femministз hanno interrogato, ridefinito e ri-teorizzato l’oggettività; il realismo agenziale è un tentativo di formulare una nozione femminista di realismo. Il realismo agenziale va oltre il riconoscimento dell’esistenza di ragioni materiali e culturali per le rivendicazioni di conoscenza, oltre la riconcettualizzazione della descrizione nei sistemi di conoscenza, per fornirci una nozione positiva di sistemi di conoscenza, per fornirci un senso positivo dell’ontologia del nostro mondo e alcuni importanti indizi su come agire in modo responsabile e produttivo al suo interno.

Judy Grahn suggerisce che: “Capire, arrivare alla base, alla radice o al significato nascosto, è lo strumento sbagliato da portare” al nostro lavoro. “Forse inter-stare [o meglio ancora intra-stare] è quello che facciamo, per impegnarci con il lavoro, per mescolarci con esso in un impegno attivo, piuttosto che “figurarcelo”. Immaginarlo” (Grahn 1989, p. 39). Le conoscenze non sono rappresentazioni innocenti, ma intra-azioni di nature-culture: la conoscenza consiste nell’incontrare l’universo a metà strada.

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Karen Barad ha conseguito il dottorato in Fisica teorica presso l’Università SUNY (State University of New York) Stony Brook, ed è da tre decenni una delle personalità che animano il campo della filosofia femminista. Attualmente riveste il ruolo di Professorǝ di Feminist Studies, Philosophy, and History of Consciousness alla Università della California, Santa Cruz. Barad è consideratǝ unǝ dellз più importanti esponenti del cosiddetto nuovo materialismo femminista, alla cui creazione ha contribuito sviluppando una propria originale proposta, il realismo agenziale, che trova in questo saggio uno dei suoi principali momenti di articolazione.

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