Invito al reincantamento

La soluzione al disincanto non risiede nel rifiuto della ragione o della tecnologia, ma nella loro re-immaginazione e riappropriazione collettiva, puntando verso una società in cui la tecnologia serve l’umanità, favorendo una vita arricchita da un nuovo senso di meraviglia e appartenenza.


In copertinA: Alessandro Rontini, Fiori, 1959, Asta Pananti in corso

di Marco Mattei

Quando si parla di reincantamento, spesso viene mossa una critica generalizzata alla “ragione”. Ad esempio, in Reincatare il mondo. Femminismo e politica dei commons, la filosofa Silvia Federici fa notare come l’impatto ecologico delle tecnologie digitali sia così grande e così pervasivo da invalidare qualsiasi uso di tali strumenti; e, al contrario, auspica una riruralizzazione del mondo. In maniera più ingenua, e oserei dire più semplicistica, a volte si parla di “magia” sia in questo senso – ossia come forma di abbandono della tecnologia a favore di soluzioni più low-tech o completamente premoderne – sia in un senso più spirituale: come ad esempio pratiche di divinazione, di letture di tarocchi, o più in generale lo shifting, il manifesting, il ritorno dell’astrologia, e così via. Se il primo senso di magia, quello riferito al low-tech, non mi trova di per sé in disaccordo, e anzi trovo siano state fatte anche proposte interessanti, non condivido assolutamente la critica generalizzata alla “razionalità” tout court che porta avanti. Per quanto riguarda il secondo senso di magia, invece, vorrei chiarire, è completamente estraneo al concetto di reincantamento.

Da parte mia, mi sono sempre definito una persona razionale, forse anche troppo. Colpa – o merito – anche della mia formazione, che si è fondata sulla matematica e la logica prima, e un certo tipo di riflessione filosofica empirista e materialista dopo. Non ho mai sentito, per così dire, il richiamo della “spiritualità”. Il “non ho fede in nessuna religione ma sono una persona spirituale” non mi appartiene. Non sono una persona “spirituale”, qualsiasi cosa questa parola voglia dire. E bisogna fare attenzione a sminuire il cosmo interiore di chi, come me, può apparire a prima vista uno scettico sulle questioni dell’anima. Anche io sono in grado di apprezzare il volo di una rondine così come l’esistenza della legge morale, solo che non credo che questi meravigliosi fenomeni rimandino a una dimensione “più alta” dell’esistenza. «Deus sive natura», scriveva Spinoza, “Dio ossia (nient’altro che) la natura”. La ragione, scientifica se volete, non ha intaccato minimamente la meraviglia del mondo, anzi. Forse è proprio dalla comprensione dei fenomeni naturali, delle proprietà strabilianti della meccanica quantistica, dell’abbacinante complessità dei buchi neri che nuova meraviglia sgorga fuori. L’idea che il fatto assoluto della nostra esistenza, invece, sia da ascrivere a una ragione ineffabile, sovrannaturale, o che il mondo sia pervaso da energie o spiriti, o ancora, che c’è qualcosa di profondo, una verità più vera di ogni altra cosa, che si cela nelle nostre profondità, che è la nostra anima, è qualcosa che, per mancanza di espressioni migliori, mi imbarazza. Vedetela come volete, ma se pensate che questa sia l’evidente prova dell’incapacità della ragione patriarcale e colonialista, eurocentrica, o del maschio, perdipiù bianco ed eterosessuale, di pensare qualcosa al di là dei propri limiti, insomma l’evidente fallimento del pensiero occidentale, fallimento che il pensiero è incapace di ammettere addirittura quando messo di fronte il fatto compiuto, allora suppongo che voi non facciate uso né di medicinali né di computer, né di microonde né di automobili. Questa critica è semplicemente ridicola: in che modo un ritorno alla premodernità potrebbe effettivamente essere auspicabile? Per questo, voglio mettere le cose in chiaro: chiunque parli di reincantamento nei termini di una costruzione di nuove mitologie sulla tecnologia, di valori spirituali o esoterici della tecnica, di “tecno-gnosi” o di luddismo, abbandono della tecnologia e ruralizzazione del mondo, sta facendo sicuramente un rispettabilissimo lavoro di antropologia culturale, letteratura speculativa, arte, ma non sta facendo reincantamento – almeno non nel senso in cui intendeva il disincanto Weber e nel senso in cui lo sto intendendo io in questo libro. Google, Meta, Openai e Cambridge Analytica non verranno fermate da una tavola ouija. Il problema del disincanto è un problema prima di tutto materiale nel senso del materialismo storico del termine, ossia un problema economico, ecologico, e sociologico – e solo successivamente un problema “spirituale” – ma forse sarebbe meglio utilizzare il termine “psicologico”, nel senso più ampio della parola “psiche”, ossia che riguarda l’essere umano nella sua dimensione più intima e contemporaneamente più sociale. Il disincanto consiste nella trasformazione dell’esistenza dell’essere umano in una risorsa economica da parte di colossi della tecnologia in una maniera che è diventata uno standard sociale senza essere stata messa in discussione. D’altro canto, però, la “Tecnica”, la ragione calcolatrice, sostengono a ragione i filosofi Federico Campagna e Silvia Federici, ha profanato tutto ciò che di sacro c’era al mondo, come abbiamo visto negli altri capitoli. È evidente quindi che c’è un problema, che siamo davanti un’impasse. È da questo dilemma che scaturiscono tutte le discussioni filosofiche sul reincantamento. Nelle pagine che seguiranno, senza pretesa di esaustività né di correttezza, vi darò la mia visione delle cose, cercando di presentarla sotto la migliore luce e difendendola al meglio delle mie capacità. Una visione del reincanto materialistanel senso del materialismo storico – e razionale, in un senso che andrà a delinearsi a breve. Per me è evidente che qualsiasi discussione che si concentri sull’aspetto “magico”, “metafisico” o “spirituale” come piano di discussione primario sul disincanto manchi completamente il punto. Questi punti del discorso sono certo importanti, ma potranno essere affrontati solo in seguito una corretta diagnosi materiale.

Secondo il mito platonico, l’antica divinità egizia Theuth, dio della luna e della sapienza, della magia e della geometria, un giorno si recò dal re Thamus per portargli dei doni da condividere con il popolo suo suddito. Il racconto vuole che il dio propose al sovrano l’arte della scrittura: «Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza». Ma Thamus, vuole la storia, non fu altrettanto entusiasta: definì veleno piuttosto che farmaco l’invenzione di Theuth, in grado di danneggiare e corrompere per sempre la memoria dei suoi sudditi. “Farmaco”, in greco φάρμακον (phármakon), ha un significato peculiare: indica sia un veleno sia un farmaco nel senso moderno del termine, ossia una cura. Nel mito, un farmaco viene definita la scrittura – metafora per la tecnologia in generale –, ossia un fenomeno di natura ambigua, non necessariamente positivo né negativo, ma qualcosa che è in grado di avere profonde conseguenze sociali. La scrittura è in grado di creare archivi e di lasciare tracce (documenti, enciclopedie, arte). Pensate quanti fenomeni, quanto della nostra cultura, può esistere solo grazie all’esistenza della capacità di scrivere. Allo stesso tempo, la scrittura ha completamente ristrutturato la necessità della memoria nelle nostre vite: non abbiamo più bisogno di ricordare così tanto, perché siamo sempre in grado di portare con noi dispositivi esterni che ricordano per noi – dalle agende a Wikipedia, Maps e YouTube. La cultura di Omero, dell’oralità, è completamente diversa dalla nostra cultura della scrittura. Ma questo, di nuovo, non è in sé un bene o un male. È però un fatto. Le tecnologie hanno un profondo impatto nel modo in cui si struttura la nostra esistenza. Il filosofo della mente Alva Noë, nel suo libro The Entanglement, sostiene che la tecnologia organizza il mondo. Organizzare, naturalmente, non è da intendere in senso “manageriale” – la parola va letta piuttosto nel suo significato etimologico: da “organo”, e quindi “organismo”. La tecnologia costituisce come organo l’ambiente di cui partecipa, gli dà struttura, funzione, ordine. La scrittura ha riorganizzato la società. Internet ha riorganizzato la società. Perciò, che sia un bene o un male, che sia cura o veleno, ogni tecnologia ha il potere di ripensare il modo in cui la vita umana e non-umana è organizzata in maniera radicale. C’è una questione parallela che non è di minore importanza: cosa è una tecnologia? Cosa conta come “oggetto” tecnico? Qui mi rifaccio alla risposta di Alessandro nel capitolo precedente: per tecnica dobbiamo intendere ciò che si può fare con il sapere in generale. Il disincanto è innanzitutto un problema di “privatizzazione” della conoscenza.

C’è un filosofo che ha recuperato questa nozione di farmaco, ed è lo stesso filosofo che mi ha introdotto al termine “reincantamento” per la prima volta: Bernard Stiegler. Per Stiegler, «questa liquidazione delle pratiche, sostituite dagli usi suscitati dal marketing e dalle campagne pubblicitarie», cioè il disincanto, «induce nei consumatori una perdita di saper-fare e di saper-vivere, ossia la perdita della facoltà di saper inventare la propria vita». E a questo aggiunge:

«Ora, il reincanto del mondo presuppone di farlo uscire dall’epoca dei milieux dissociati, ossia di quegli ambienti in cui la separazione delle funzioni di produzione e consumo priva i produttori e i consumatori dei loro saperi, vale a dire delle loro capacità di partecipazione alla socializzazione del mondo attraverso la sua trasformazione».

Il lessico stiegleriano è la classica prosa incomprensibile dei filosofi francesi, quindi procediamo con calma. In realtà, arrivati a questo punto del libro, Stiegler non sta dicendo nulla di nuovo: il disincanto, avendo separato il sapere teorico dalla sua applicazione pratica – ossia, avendo reso lo sviluppo di strumenti e conoscenze qualcosa di puramente tecnico, tralasciando l’aspetto teorico (politico, sociale, morale) – ha alienato l’essere umano dal suo ambiente. E quindi? Cosa fare? Stiegler sa bene che abbandonare la tecnologia è una non-soluzione: il problema non è la tecnologia, ma è la tecnicizzazione del sapere. E poi, sostiene lui, la tecnologia altro non è che un farmaco. Piuttosto, quindi, è tramite la tecnologia che possiamo rispondere al disincanto:

«Si tratta di inventare l’industria del calcolo che impedisca di calcolare (sul)le esistenze – ma inventarla con gli strumenti digitali. Si tratta, in effetti, di re-incantare il mondo, ossia di edificare i modi di sussistenza e di esistenza che sostengono l’altro piano, il piano delle consistenze, che è quello del canto – il canto delle Sirene senza le quali non c’è nulla. Solo là si trova il piano dei motivi che, come orizzonte delle Muse, è il piano dell’incanto».

O, in altre parole, bisogna pensare nuovi usi per le tecnologie, nuovi modi di utilizzarle e nuovi strumenti che servano la vita, invece del contrario. Il pensiero stiegleriano è un pensiero profondamente orientato al “progetto”. Primo focus della sua riflessione riguarda il “software libero”. Per il filosofo, quella proposta dal software libero è una modalità di produzione industriale che non è fondata sulla proletarizzazione, ossia sulla distruzione del sapere. Si torna sempre a Weber: la desacralizzazione delle forme della vita inizia con la svalorizzazione del sapere, trasformandolo in mera informazione. Il software libero è, invece, un’organizzazione della produzione industriale basata sulla condivisione del sapere, e sulla cooperazione. Un punto simile è mosso dalla filosofa Simone Weil, per la quale ciò che non si può rendere comprensibile a chiunque diventa strumento di oppressione sociale. Weil parla esplicitamente sia di macchine industriali che di teoria algebrica dei numeri: ecco, tra le altre cose, perché il sogno di quanti credono che in futuro sarà possibile sostituire definitivamente il lavoro umano con le “intelligenze artificiali” è destinato a fallire. Finché la conoscenza delle macchine non sarà alla portata di tutti, dice Weil, sarà sempre possibile per una ristretta cerchia di “iniziati” utilizzarle per i propri fini, i quali facilmente divergeranno dal bene comune. Se lasceremo che l’obiettivo di accrescere il rendimento del lavoro attraverso le macchine vada di pari passo con una struttura sociale fondata sul «rovesciamento tra il mezzo e il fine», allora ci ritroveremo davanti «al singolare spettacolo di macchine nelle quali il metodo si è così perfettamente cristallizzato in metallo da dare l’impressione che siano esse a pensare, mentre gli uomini addetti al loro servizio sono ridotto allo stato di automi», scrive nelle Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale. Similmente, ciò che Stiegler diceva, già nel 2006, riguarda la possibilità per ogni utente di poter leggere, usare, eventualmente modificare o comunque dire la sua sul codice del programma. Il concetto è simile a quello del copyleft o dell’open source, ma è molto più ampio. È, infatti, un modello che si fonda su un nuovo concetto di proprietà: una proprietà collettiva. “Collettiva” sta a indicare, per quei servizi che per loro natura hanno una partecipazione sociale – come le grandi piattaforme del web: i social network, ecc. –, il dover impiegare una licenza libera che consente di evitare, ad esempio, il segreto del brevetto industriale, che oggi, di fatto, limita l’evoluzione della società. Da un lato, ad esempio, gli utenti dei social regalano dati sui loro comportamenti, sulle loro preferenze, su ciò che li muove. Dall’altro lato, le piattaforme utilizzano questi stessi dati come fonte di profitto sugli stessi utenti: dagli algoritmi di raccomandazione alle pubblicità ad hoc, quegli stessi dati vengono utilizzati contro di loro. Pensate allo scandalo di Cambridge Analytica, dove i dati comportamentali di milioni di utenti sono stati utilizzati per costruire pubblicità mirate a livello individuale, persona per persona, con l’intento di cambiare le loro preferenze politiche spostandole più a destra. Se i codici, gli algoritmi e i dataset sono proprietà delle aziende, gli utenti non hanno modo di sapere né possono dire la loro sull’utilizzo di queste informazioni che vengono essenzialmente estratte e alienate da loro. Il software libero sicuramente non preclude alle aziende di fare guadagni in tal senso, ma le obbliga a rendere pubblici e apertamente modificabili tutti quei dati che sono in primis del pubblico e che lo influenzano direttamente. O, per fare un esempio fuori dalle tecnologie digitali, Stiegler parla anche di farmaci. Ci sono aziende, sostiene il filosofo, che si sono appropriate di alcune molecole per anni, bloccando qualsiasi ulteriore sviluppo e ricerca per i vaccini, ad esempio. Spesso ci sono sia i mezzi che i fondi per produrre alcuni medicinali, ma la proprietà industriale dei brevetti ne impedisce la realizzazione. O ancora, ridare alla città gli spazi pubblici. Non tramite l’espropriazione delle proprietà private, ma obbligando chi privatizza un luogo pubblico per aprire un’attività a rioffrire almeno lo stesso servizio, e allo stesso prezzo, che offriva il luogo prima della privatizzazione. Che vuol dire? In parole semplicissime, che se uno spazio inutilizzato diventa un centro commerciale, allora il centro commerciale deve garantire almeno un servizio uguale in tipologia a quello offerto dallo spazio vuoto – potersi aggregare senza dover consumare – ma migliore – aggiungere delle sedute, o dell’ombra, o chi sa cosa. Le attività, se tolgono spazi liberi dalla proprietà comune, devono effettivamente migliorare la qualità per la vita di tutti. Il discorso è simile a una vecchia proposta che gira spesso su Internet, ossia quella di rendere pubblico e accessibile a chiunque il tetto dei palazzi e dei grattacieli, in quanto questi “rubano” una porzione di spazio dal pubblico. Allora, la proposta vuole, facciamo finta che la porzione sottratta sia stata solamente innalzata: in questo modo ogni costruzione effettivamente genera nuovo spazio abitativo senza sottrarre nulla alle proprietà collettive. La visione stiegleriana del reincantamento è molto istituzionale: dovrebbero esserci dei garanti preposti alla sacralità della vita.

[Il reincanamento deve avvenire] a tutti i livelli dell’organizzazione sociale: dalle aziende ai quartieri. Questo ci riporta alla discussione sulla micropolitica o sulla microeconomia di Félix Guattari. Attraverso la dimensione molecolare, Guattari analizzava ciò che è micro. Ma non c’è micro senza macro, il micro non sostituisce il macro. La questione è quindi come riarticolare le connessioni tra questi due livelli. Le tecnologie digitali permettono questa riarticolazione ma a una condizione: uscire dal modello della data economy, che oggi è il modello dominante, e reinventare una cibernetica dell’entropia negativa. […] Il primo a parlare di questi temi è stato proprio Norbert Wiener nel 1948. È fondamentale rileggere i suoi scritti sulla cibernetica. Cibernetica che per lui è inevitabile, perché la complessità del pianeta aumenta a tal punto che siamo obbligati a passare per la matematica applicata, e la cibernetica è proprio questo. Questo è il reincanto del mondo: reinventare il ruolo della politica, dell’economia, dell’università, della scuola, delle istituzioni, del diritto, di cosa significa “locale” e cosa significa “globale”, e così via.

Trovo questa citazione quasi letterale tra gli appunti di quella conferenza in cui ho conosciuto Stiegler la prima volta, quando ero ancora uno studente universitario. C’è un forte accento sulla questione della riarticolazione tra micro e macro, cioè del rapporto tra le forme della vita personale, la nostra vita, la vita di ognuno, la sua giornata, le sue abitudini, i suoi sogni, il suo quartiere, e le forme della vita collettiva, la vita in quanto società, la città in cui si abita, il lavoro, il tempo libero. La tecnologia, specialmente le tecnologie digitali, ha permesso un diverso rapporto tra queste due sfere, ha riarticolato cosa significa locale e globale, ad esempio. Se un tempo “locale” significava il vicino di casa, ora “locale” può essere anche l’amico in un altro continente. Ma questo significa anche che la decisione su come programmare un algoritmo che avviene in un ufficio di Los Angeles riguarda anche la mia vita personale nella periferia sud di Milano.

A tal proposito, alcuni studiosi di politiche digitali hanno iniziato a parlare di data-driven democracy e socialismo digitale come possibili soluzioni al problema imperante del capitalismo digitale. La data-driven democracy si concentra sull’idea di una distribuzione diffusa dei dati come forma di capitale tra i cittadini. L’obiettivo principale è quello di conferire agli individui il controllo sui propri dati personali e sul loro utilizzo in una società democratica. La democrazia dei dati sottolinea l’importanza che gli individui abbiano voce in capitolo sull’uso, la condivisione e la monetizzazione dei loro dati, e cerca di correggere gli squilibri di potere spesso presenti nelle piattaforme digitali, assicurando che gli individui beneficino del valore generato dai loro dati. In sostanza, la democrazia fondata sui dati mira a combinare i princìpi della democrazia con la proprietà dei dati per creare un’economia digitale più giusta ed equa. Il socialismo digitale, d’altro canto, è un approccio all’economia digitale radicalmente più profondo, per il quale c’è bisogno di ripensare un accesso totalmente equo alle risorse digitali e ai processi decisionali condivisi, con l’obiettivo di ridurre la concentrazione di potere nelle mani di poche piattaforme. Tenete a mente che le decisioni prese dai ceo di queste piattaforme impattano fortemente nella vita di ciascuno di noi, a volte molto di più di quanto potrebbe farlo la decisione di un presidente di qualche Stato. Il potere decisionale ci spetta in quanto cittadini digitali. Perciò, quando tali politiche sono incentrate sul ruolo che le grandi piattaforme digitali private hanno nelle nostre vite pubbliche, si parla anche di socialismo delle piattaforme. Scopo di queste riforme è creare una società in cui i benefici dell’economia digitale siano distribuiti in modo più equo tra tutti i membri e in cui la proprietà collettiva promuova un senso di responsabilità comune per i beni comuni digitali, comprese le piattaforme, le infrastrutture e le aziende tecnologiche.

Per Stiegler bisogna recuperare nel progetto questa dimensione relazionale, che è intimamente politica e sociale: per questo parla della cibernetica, della scienza delle relazioni. L’incanto, per lui, è il canto delle sirene, che riattiva una componente desiderante, libidinale, carica di vita, un canto volto a riportare la dimensione sacrale nell’esistenza. Ma non è un rifiuto della ragione. Chi sono le «muse» di questo canto, infatti? Sono la memoria, sono tutte le potenze che producono stupore, meraviglia: la matematica, lo sport, la pittura, il diritto, il sapere in tutte le sue forme. Dovremmo oggi entrare in un’industria fondata sulla condivisione del sapere. Attenzione, Stiegler non parla semplicemente di informazione, di condividere le informazioni, ma di condividere i saperi. Il sapere è qualcosa di non calcolabile, non è mai possibile anticipare ciò che il sapere produrrà. È per questo che è fantastico, perché è fondamentalmente aperto. I veri scienziati (che sono pochi) sono da distinguere dai falsi scienziati, che per il filosofo sono dei meri data scientist, matematici che si occupano solo di matematica applicata alla biologia, alla linguistica, alla medicina, all’economia, ecc., loro sono attori pericolosi. Il pericolo è dato dal fatto che non conoscono i propri limiti. Uno scienziato conosce i limiti del proprio sapere ed è dunque capace di autolimitarsi. La ricerca – l’attività scientifica per eccellenza, e lo diceva anche Weber – non è mai frutto soltanto del calcolo, è invece frutto della sintesi, di ciò che Kant chiamava la “sintesi della ragione”.

Io mi ispiro a un matematico e filosofo inglese, Whitehead, che ha reinterpretato Kant postulando che la ragione è una funzione dell’incanto. C’è bisogno di leggere il suo testo, “La funzione della ragione”. Per Whitehead, la ragione è ciò che genera il meglio, l’inatteso, l’improbabile, e l’incanto. Io penso che questo incanto vada prodotto riprogettando il potere dei dati nella nostra società.

È sempre Stiegler a parlare, dai miei appunti. Questo passaggio mi sta molto a cuore, perché insiste su una questione che ritengo fondamentale: il ruolo della ragione. C’è una certa tendenza, da Campagna a Federici, da Weil al dibattito contemporaneo sul reincantamento, a condannare la ragione calcolatrice, e a cercare nel reincantamento un processo di fuga dalla razionalità, a favore di sistemi di pensiero “magici”, analogici, ecologici nel senso più ingenuo ed escapista del termine. I problemi del mondo contemporaneo sono incredibilmente complessi, su larga scala spaziale e temporale, coinvolgono tecnologia, istituzioni, popoli e natura. Gli “agenti del disincanto” possiedono tecnologie, conoscenze e strumenti sofisticati e all’avanguardia. L’invito ad abbandonare una razionalità “calcolatrice” – qualsiasi cosa essa significhi – è una condanna a morte. È escapismo. È il privilegio di chi può vivere in una comune in un Paese del nord Europa con un pil invidiabile. In che modo l’abbandono della ragione calcolatrice può giovare alla giovane ragazza della periferia del Sud del mondo, costretta a scappare dal suo paese per via del riscaldamento globale? Piuttosto, il reincantamento deve essere messo in atto, inevitabilmente, attraverso il calcolo: i problemi relativi alla riprogettazione degli algoritmi, delle intelligenze artificiali, al consumo di energia dei data center, e così via, richiederanno necessariamente enormi conoscenze matematiche, chimiche, legali. Il calcolo – pratico – è forse l’aspetto più strabiliante della ragione. La questione sarà piuttosto quella di redistribuire i saperi, e ridare al sapere la sua componente più cosmica: politica e allo stesso tempo metafisica. «La funzione della ragione», scrive Whitehead, filosofo citato da Stiegler e ingiustamente trascurato oggigiorno, «è quella di promuovere l’arte della vita». La ragione diventa così principalmente una questione estetica, di sensibilità, una questione di desiderio. La ragione non è semplicemente l’arte di sopravvivere, scrive Whitehead, ma di vivere bene e di vivere meglio. La ragione pervade ogni aspetto della realtà: il suo è un discorso evoluzionistico. È impensabile, dice, credere che la ragione sia magicamente apparsa nell’essere umano e soltanto nell’essere umano, è un residuo fideistico mascherato da scetticismo scientifico. Ciò che l’evoluzionismo ha mostrato è che ogni cosa si sviluppa con gradualità, e quindi forme di razionalità sono presenti e connaturate alla vita in tutte le sue manifestazioni. Perciò la ragione non va abbandonata, la ragione è piuttosto il farmaco. Va indirizzata, riscoperta, re-immaginata… va reincantata. E per farlo c’è bisogno di disciplina e di progetto. Una scuola filosofica oramai quasi scomparsa, che esplose brevemente nella Russia di inizio Novecento – sto parlando del cosmismo –, ha molto da dirci su come riscoprire questa Ragione. Lo studioso George Kline ha definito la loro visione della ragione una teurgia prometeica. Per i cosmisti, ogni -logia, ogni scienza teorica, deve trasformarsi in -urgìa, ossia in progetto, in un discorso dove non esiste una distinzione tra teorico e tecnico, tra teoria e pratica. Le “urgìe” sono i saperi scientifici – in senso weberiano – nel loro grado più maturo, saperi che includono intimamente riflessioni più ampie sulla società, sulle connessioni tra le cose, sugli effetti della conoscenza. Ancor prima di Weber, i cosmisti avevano già proposto una soluzione al disincanto dei saperi, attraverso la pratica di una scienza consapevole, di un sapere che non fosse disincarnato ma che anzi si facesse ancora più complesso. Perciò, seguendo il filo che lega i cosmisti a Weber, e poi a Whitehead e poi a Stiegler, il reincanto del mondo richiede prima di tutto una democratizzazione dei saperi: accesso libero alle tecnologie, a Internet, ai linguaggi di programmazione, alla possibilità di ripensare le piattaforme. E poi ancora, un processo di istruzione per tutti, aperto e accessibile, sui codici, sui rischi e le conseguenze delle tecnologie digitali, e poi ancora un controllo istituzionale alle grandi piattaforme che hanno trasformato la vita umana in un prodotto economico. Lontano dall’essere un processo di abbandono della tecnica, il reincantamento è un processo di immersione nella tecnica, ma andando più a fondo, rendendo le cose più complesse al fine di rendere la tecnica non più solo tecnica, ma urgìa, progetto… in altre parole, renderla consapevole del ruolo che gioca nella società, senza possibilità di nascondersi dietro il mercato o dietro “un semplice algoritmo per risolvere un problema informatico”. Come diceva Alessandro nella nostra intervista, la tecnica è già politica, il programmatore deve leggere Platone, il filosofo deve imparare a programmare. Si torna a Weber e al suo disincanto: il primo passo è tornare a una democratizzazione dei saperi.


MARCO MATTEI (FROSINONE, 1997 – TORINO, ANCORA PER MOLTO) HA TANTE IDEE MA SCRIVE RARAMENTE. I SUOI TESTI SONO APPARSI SU KAIAK, RADIO 3, LEGANERD E COSMOS.ART. HA COLLABORATO CON L’INSTITUTE OF THE COSMOS PER LA BIENNALE DI RIGA ED È TRA LE FIRME DEL PROGETTO INSTAGRAM REINCANTAMENTO. Per edizioni Tlon è uscito di recente “invito al reincantamento”

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