Io e Bafometto

Io e Bafometto è un viaggio eroico scatenato da forze irrazionali e al contempo un’avventura burlesca affollata di personaggi dell’immaginario magico, demonico e alchemico. L’esplorazione di una coscienza scissa diventa occasione di rovesciamento e di satira, in un alternarsi di desiderio di riscatto e sentimento di sconfitta, paziente esercizio della scrittura e desiderio di onnipotenza.


In copertina: Diavoli, di Jan Matejko

Questo testo è tratto da Io e Bafometto, di Gregorio H. Meier . Ringraziamo Wojtek per la gentile concessione.


di Gregorio H Meier

Proemio

Puer aeternus

C’è un fanciullo scolpito nel fiume

nell’acqua che mi guarda; sembra quasi, ma non sono

io; ha i boccoli, ali di colomba

una clessidra: Sono il figlio che muore e risorge, dice

giorno e notte nel ventre che invecchia

di mia madre – l’occhio che si osserva

mentre sbatto le nocche sulla pietra, le ginocchia

sporche d’erba al risciacquo. Sono il bosco, continua

l’autunno che sfilaccia vortici dai rami

sui tetti, questo spogliarsi di spettri rosso-rame

il rimorso che mi divora la faccia – fame

Io e Bafometto

Di gente bizzarra ne gira parecchia in birreria. E anch’io certo non passo inosservato. Alichino Testamarcia però ci supera tutti di una spanna. Già il nome porta in sé l’impronta dell’assurdo. Un destino, verrebbe da dire. Ma meglio non addentrarsi in certe speculazioni. Perché Alichino è di quelli che la crapula gli intreccia il cervello. Roba di metabolismo, insomma, di genetica. Noi glielo diciamo di andarci piano col bere, che a trentʼanni suonati non sta bene esagerare, ma lui, oh! ci casca tutte le sere; tracanna e tracanna e alla fine è sempre lo stesso teatro: salta sul bancone, indossa la maschera del poetastro e attacca a raccontare del giorno in cui realizzò d’essere morto. Sì, avete capito bene, morto e stramorto. È questa l’ossessione che lo rende tanto bizzarro. Poi, che c’entra? Al solito ci sono le malelingue che sostengono che Alichino sia soltanto un istrione e un vanitoso e che non appena si sarà sistemato nell’azienda di famiglia – si vocifera che il padre sia un gran riccone – la smetterà anche con queste recite da occultista avvinazzato. E forse hanno ragione a vederla così. Ma, in fondo, che importa la ragione?

i. La sete nascosta

Tutto accadde una notte d’inverno di tanti anni fa. La serata in birreria si era conclusa prima del solito per via di un accenno di rissa di cui onestamente ricordo poco o nulla, eccetto qualche schiamazzo sguaiato, i latrati di un cagnaccio, il chetarsi improvviso dei vari capannelli, i musi lunghi e spauriti, le teste che spiccano appena per sbirciare nella mischia – a fiutare se c’è sangue, là, a pochi passi.

Saranno state le due, forse le tre di notte, e io ero già in casa a rigirarmi nel letto ché proprio non c’era verso di prendere sonno. E certo non per colpa del bere, dato che di birre ne avevo scolate giusto un paio. Gli occhi inchiodati sul soffitto, ingarbugliavo i pensieri tra le visioni di quella rissa scampata per un pelo e sciocchezze varie che mi riempivano la testa come uno sciame di moscerini sospeso attorno a un lampione, senza darmi pace.

Non rammento con precisione cos’è che rimuginavo. Ricordo però che provavo la stessa sensazione di quando si è in aperta campagna e ci si imbatte in un ciliegio – di quelli belli grandi, maestosi, lussureggianti – e le ciliegie se ne stanno tutte in vetta alla chioma, irraggiungibili, da rischiarci l’osso del collo, perché quelle a portata se l’è mangiate qualcun altro. Che poi non era certo la prima volta che mi capitava. A quei tempi i problemi d’insonnia me li portavo dietro già da un bel pezzo. In fondo non era che una delle mie tante notti svogliate e senza sonno. Sia come sia, finì che mi misi alla scrivania a lavorare su una poesia d’amore che mi frullava per le mani da più di un anno, tanto per distrarmi; e così feci l’alba:

[La sete nascosta]

Giulia, anche oggi la vita mi ripete

Io sono un pettirosso, qualche nota

che scapriccia dentro una siepe – la sete

di bacche nascosta nel bosco

Poi addosso è tutta una fame che ramifica

il sangue in una tagliola arrugginita, la vita

– denti: i polsi

E gli spettri inchiodati

ogni sera su uno specchio diverso,

al pub

ii. La magia nera

Non so perché. Forse il sonno che sfilaccia i nervi, l’alba che mette di buonumore, la mia poesia che a forza di limarla e di farmela rotolare sulla lingua mi aveva ficcato nell’illusione d’essere a un passo dal capire chissà cosa. Sta di fatto che quella lontana mattina d’inverno presi ad accatastare sulla scrivania una quantità di libri che non vi dico. Filosofia, scienza, poesia, mitologia, etnologia, fiabe. C’era di tutto, credetemi.

«Oggi è il giorno», parlottavo tra me mentre scorrevo col dito le costole della mia biblioteca infinita. «Sì, oggi indagherò a fondo il mistero della vita. Che ci faccio qua? Perché Questo Tutto e non il nulla? Esiste un senso, un fine – Dio? Ma soprattutto: chi sono io, davvero? Un sapiente? Un pazzo? Un poeta? Qual è la mia faccia?».

Ero particolarmente entusiasta di me stesso quella mattina. Proprio non provavo alcun tipo di soggezione davanti a domande tanto gravi e venerande. Mi sentivo d’averci un capolavoro al posto del cervello. Purtroppo però – e, vista col senno di poi, c’era da aspettarselo – nel giro di poche ore mi ritrovai in un vero e proprio labirinto di bibliografie, ogni libro portava a un altro libro ancora, l’entusiasmo trapassò nel suo contrario; a tratti la scrivania pareva sul punto di spalancarsi in una bocca: «Eppure ho tanti libri…», piagnucolavo dandomi degli schiaffi sulla fronte; «Eppure ho un cervello che è un capolavoro…», disperavo; ed era vero: di libri ne avevo tanti. Così mi fiondai di nuovo a frugare nella mia biblioteca e, incredibile ma vero, optai per un rarissimo volume di magia nera – si trattava di un oscuro libello di autore ignoto intitolato Il Grande Elisir, attribuito a tale Dottor Budino Di Riso, nient’altro che un nome di fantasia da dare in pasto al mercato – e certo non scelsi un libro di magia nera per soddisfare uno sghiribizzo da erudito, bensì per tentare una qualche cabala stregonesca. A tanto può portare la frustrazione.

Erano circa le cinque del pomeriggio quando trovai l’incantesimo che faceva al caso: l’evocazione del sapiente Bafometto, il diavolo. Sangue di capretto sgozzato sei giorni prima del plenilunio, radici di mandragola sbarbate da un cane lebbroso sei giorni dopo il novilunio, sei sputacchi di sacerdote babilonese in faccia: trovai tutto al supermercato – il babilonese lavorava come un ciuco nel reparto gastronomia. Nemmeno le dieci di sera e già avevo preparato l’intruglio di sangue, sputo e mandragola, c’immersi la faccia, poi gli occhi e le mani rivolti al cielo; gridai: «Bafometto, io t’invoco!».

La magia è una scienza esatta. toc toc, fece la porta; insieme a una folata di vento gelido m’apparve Lui, in carne e ossa: «Piacere, Bafometto».

[continua]

Edipo a Colono

Dunque era nel piccolo demo di Colono che si sarebbe compiuto il suo destino di esule e disgraziato. Il brontolìo di un tuono in lontananza, le fronde dei platani in un alito di vento, il silenzio compatto di chi gli stava attorno. La terra, dura e polverosa. Lʼerba secca e i sassi, gli sterpi. Esitò. Le ginocchia si sciolsero. Sua figlia – sua sorella – lo sostenne – lo sostennero. Nel bosco sacro alle Erinni, prima di darsi alla morte, Edipo sedette su una roccia – le gambe accavallate, il mento su un palmo – e si perse nei soliti pensieri, nella sua pena – nella folla chiassosa di Tebe, in quel fatidico giorno. A distanza di tanti anni, ancora non gli era riuscito d’ingoiare il rospo. Una domanda gli teneva il cuore sotto scacco; strisciante, segreta, come spifferata dall’oltretomba, non dava pace: “Perché proprio io, Edipo? Perché proprio io – l’orrore?”.

Irrimediabilmente intrappolato nella vergogna di sé e scisso in eroe e coro, imputato e giuria, capro e orgia, cerbiatto e muta, si racconta che Edipo, assorto nella sua ultima meditazione, bisbigliasse questa canzoncina:

[La canzone infinita]

EDIPO

Beato chi può addormentarsi

nel sorriso della gente: io

sono un sentiero disperato, cerco un volto

spellandomi dal cuore

CORO DEI FANTASMI TEBANI

Figlio del caso, capro

della vergogna: tu sei l’ombra

Edipo – l’orrore!

EDIPO

Volgete altrove, amici

il vostro orrore; non camminatemi

la pelle di ombre, guardatevi

le mani: toccaste mai

l’enigma della vita? Non sentite

addosso il vuoto, la natura

delle cose? Sapete il vostro volto?

Io sono l’altro che s’affaccia

giù da un ponte, il passante

che butta l’occhio distratto

ai cavedani e alle carpe. Non sono

un reduce di guerra, un folletto, un cane

da caccia al guinzaglio e nemmeno

un insetto. Di certo

non possiedo una villa. Là in fondo

c’è soltanto una faccia,

le mie occhiaie che oscillano sull’acqua

CORO DEI FANTASMI TEBANI

Figlio del caso, capro

della vergogna: tu sei l’ombra

Edipo – l’orrore!

EDIPO

Volgete altrove, amici

il vostro orrore; non camminatemi

la pelle di ombre, guardatevi

le mani: toccaste mai

l’enigma della vita?

Stringetemi il cuore – e fatelo forte

d’un silenzio misterico – di bestia

come quando con la notte va a caccia

e fruscia l’erbaccia – tutt’ossa e croste

sterpaglia e mosche – il lupo: passo passo

da prima – poi a corsa, il fiato fra i denti

incontro la preda – senza sapere

confini – il fiuto in grovigli di tracce

d’orme – fresche nel fango; tra le frasche

con l’arco – le frecce che tintinnano

la schiena, le braccia – così spellarmi

con lei – oltre la coltre che cuce i miei occhi

dentro una folla notturna di voci;

così specchiarmi – io, visto in un volto

nell’estasi della preda – nel corpo

per unirmi al vostro cerchio – nel mondo

CORO DEI FANTASMI TEBANI

Figlio del caso, capro

della vergogna: tu sei l’ombra

Edipo – l’orrore!

EDIPO

Volgete altrove, amici

il vostro orrore; non camminatemi

la pelle di ombre

Stelle, vi prego non dite

che non sono – che non posso

essere come quelli che hanno sempre

un drink e la battuta e tra le foto una ragazza

d’oro-bruno che splende su una spiaggia – una zucca

con dentro un vuoto che rintocca e si fa luce

ogni notte di una ciucca, dei CIAC CIAC d’un nuovo amore

CORO DEI FANTASMI TEBANI

Figlio del caso, capro

della vergogna: tu sei l’ombra

Edipo – l’orrore!

EDIPO

Volgete altrove, amici

Strangola, il buio; non c’è abbraccio

di padre ad accogliermi

in vita: perché proprio io

†Edipo? Perché proprio io – l’orrore?†

†…†

†La vergogna di sé. Il buio. L’eco lontana di un fastidio†

†…†

EDIPO

Beato chi può addormentarsi

nel sorriso della gente: io

sono un sentiero disperato, cerco un volto

spellandomi dal cuore

CORO DEI FANTASMI TEBANI

Figlio del caso, capro

della vergogna: tu sei l’ombra

Edipo – l’orrore!

EDIPO

Volgete altrove, amici

il vostro orrore; non camminatemi

la pelle di ombre, guardatevi

le mani: toccaste mai

l’enigma della vita? Non sentite

addosso il vuoto, la natura

delle cose? Sapete il vostro volto?

Io sono l’altro che s’affaccia

giù da un ponte, il passante… ∞

E così via, all’infinito. È questa la canzoncina che Edipo bisbigliava in quel di Colono poco prima di darsi alla morte. E il sospetto è che il saggio e sfortunato re dei Tebani abbia rimuginato questa stessa identica canzone per tutto il tempo passato in esilio. Perché negli anni trascorsi tra i ben noti fattacci di Tebe e il giorno della sua morte – dunque per gran parte della sua esistenza – Edipo, messo com’era messo, non può esser stato che questo: una folla e un disco rotto.


Gregorio H. Meier nasce a Prato nel 1983, frequenta la facoltà di Farmacia ma si appassiona agli studi umanistici e alle scienze naturali. Sue poesie e racconti sono stati pubblicati su «Nazione Indiana», «Il primo amore», «L’Indiscreto», «CrapulaClub». Il racconto “La preghiera dell’estate ovvero una lettera d’addio” sarà pubblicato nella raccolta di racconti curata da Vanni Santoni per Intermezzi Editore.

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