Il potere è un peso sulla testa, preme sulla mente e sulle ossa di coloro che hanno avuto la sventura, l’ambizione o il diritto ereditario di sostenerlo. Del resto, una corona non ha mai dovuto preoccuparsi della testa su cui viene posata: può stringerla, deformarla; può persino convincerla che sotto non ci sia più un uomo, ma una specie di prolungamento terreno di Dio. Le corone sopravvivono, perché sono oggetti da museo.
Il potere è un’illusione sottile, perché non appartiene mai davvero a chi lo esercita, è volubile e mai fedele.
IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA
di Mattia Esposito
La volta è stata affrescata con un gusto orribile, penso, mentre il faccendiere di corte – un ragazzotto smilzo che non ho mai visto prima – estrae la piccola teca smaltata in cui Lei, come da tradizione, viene conservata.
Sì, davvero un gusto terribile: puttini grassocci, sante smunte e adoranti; e poi quel Cristo pomposo, più olimpico che nazareno, che ti guarda come a volerti sfidare: «Non potrai mai essere come me».
– Ci manca solo; tu proprio sei l’ultimo dei cristiani, parola mia.
Lei deve aver capito che, a momenti, la estrarremo dalla teca, e ne ha approfittato per rifilarmi una delle sue freddure; piuttosto mi torturo gli occhi con quegli affreschi, ma non le do retta. Quando fa di questi commenti, la sola cosa che si possa fare è ignorarla.
Intanto il ragazzo, dopo aver tastato lo sportellino alla ricerca della minuscola serratura, comincia a guardarsi intorno un po’ smarrito. Poi, visibilmente a disagio, si rivolge direttamente a me:
– Vostra Grazia, temo di aver dimenticato il mazzo di chiavi…
– Ma questo lo sa con chi sta parlando? Ha dimenticato il ‘mazzo di chiavi’… glielo dici tu, che davanti a un re non si possono usare certe parole? Io, al posto suo, avrei detto una cosa del tipo: Vostra Grazia, la Vostra infinita clemenza voglia riversarsi su questo stolto d’un servo, col Vostro permesso…
Basta lasciarla parlare, finirà per stancarsi, mi dico; al giovanotto non ho animo di rivolgere alcun rimprovero, per quanto la sua dimenticanza, suscitando le lamentele di Lei, finisca per nuocere anche a me.
– Vai pure, aspetterò qui.
Lo vedo profondersi in un inchino maldestro; poi, con agili falcate, il faccendiere si avvia all’unica porta della cappella.
– Tuo nonno gli avrebbe mozzato la testa, a uno così; lo so con sicurezza, perché una volta l’ho sentito pronunciare una condanna per meno. Si era, se non ricordo male, nel…
E giù a raccontare una delle sue frottole, perché di frottole si tratta senz’altro. Lei non lo ammetterà mai, ma è estremamente vanesia.
Il faccendiere fa ritorno in pochi minuti e, incurante dell’etichetta, sta correndo, ma io posso soltanto gioire che Lei sia ancora dentro la teca e non lo possa apostrofare nuovamente. In mano tiene un grosso anello di ferro scuro, a cui è stata agganciata una minuscola chiave d’argento. Il ragazzo la prende tra il pollice e l’indice e, con la mano un po’ tremante, la infila nella serratura, quindi la gira.
Il meccanismo si aziona, gli sportelli, istoriati con le Storie della Croce, si aprono.
E Lei se ne sta lì, avvolta nel giro di fiorami smaltati delle lamelle, queste separate da castoni di ametista e ambra, mentre ai lati due esili catenelle d’oro si sparpagliano sulla fodera color sangue del cuscino; in alto, al di sopra di una cupoletta d’oro che poggia su due sostegni intrecciati a semisfera, una Croce anch’essa dorata e trapunta di gocce di corallo.
Per quanto io la detesti, debbo riconoscere che un sovrano non potrebbe desiderare corona più adatta. Non è in sé bella, l’insieme è anzi un coacervo di pezzi spuri, di diversa età, messi insieme per via di aggiustamenti e riparazioni. Dico che è adatta a un re, l’unto dal Signore.
– Da quanto tempo, nevvero? Quand’è stata l’ultima volta che ci siamo visti… Ah sì, quel giorno in cui sei andato a inaugurare quell’orribile ponte a N… E la povera gente ti guardava estasiata. Gridava «Viva il re!» e le sembrava, non c’è dubbio, di posare gli occhi su Cristo in persona; magari credeva pure che, al solo tocco della tua mano, quel pontaccio non sarebbe mai crollato. Invece, poveretta, non capiva un accidente: guardava un uomo, niente di più, e soprattutto ne ammirava la testa, perché sopra vi ero posata io.
– Tu pensa a fare la corona, ché alla mia testa ci penso io.
– Converrai, tuttavia, che la tua testa, qualora ti venisse spiccata dal collo, verrebbe a essere un bel problema anche per me…
Oggi è particolarmente cinica. Il faccendiere intanto mi scruta, visibilmente sforzandosi di rimanere impassibile, ma dal suo sguardo è chiaro che deve giudicarmi un pazzo. Gli altri, le persone normali, non potranno mai udire neanche una parola di ciò che una corona dice al suo re. Una misteriosa intelligenza li lega: finché il re vive, la corona risponde a lui soltanto.
– Allora, ci decidiamo? O vuoi farmi credere di essere venuto per una visita di mera cortesia?
– Questo mai.
– Lo so, lo so bene. Il mio peso tu non l’hai mai potuto sostenere. Il tuo corpicino di tisico scampato alla morte per miracolo non è adatto all’imperio. Già il tuo collo comincia a cedere, lo sento, e nel giro di qualche anno ti ridurrai la spina a una poltiglia, cosicché questo imbranato qua – Iddio lo colpisca con un mazzo di chiavi! – sarà costretto a sorreggerti ovunque tu vada: bolso, gobbo, rattrappito, magari anche incontinente, sì sì, sarà così; già mi ti vedo.
Basta così, ora la prendo e la indosso.
– Spero tu ti sia lavato le mani…
Quando entro, la sala del gabinetto ristretto è già gremita. Alle pareti, in luogo dei consueti arazzi, sono state affisse delle grandi mappe di ogni regione d’Europa. Al mio entrare, i generali e i diplomatici convenuti per l’occasione mi fissano per un momento, vedono che c’è anche Lei, abbozzano un inchino o abbassano lo sguardo.
– Prego, sediamo tutti.
– Possibilmente, senza strisciare le sedie.
Davanti a me, squadernata sul lungo tavolo in marmo rosso, una carta dell’Europa occidentale: qui e là, come cicatrici, lunghi segni rosa indicano i punti fin dove la Francia è riuscita a spingere i suoi confini.
Un uomo robusto, vestito di nero, dalla barba folta, si alza poco dopo e prende la parola per primo.
– Vostra Grazia, l’ambasciatore francese ci ha appena informato che Parigi intende sospendere le trattative in corso, a meno che la presente alleanza non venga sciolta. La stessa ingiunzione è stata trasmessa alle cancellerie dell’Impero e di Russia. Il delegato britannico è stato informato e…
– Costui ha una faccia che non mi piace. Dev’essere per la barba: lo sai che il tuo bisnonno aveva vietato di portare la barba più lunga di quella del Cristo in legno della cappella di palazzo? E quello lì aveva una barbetta aguzza mica da ridere.
La situazione è grave. Uno alla volta, ciascuno dei presenti si alza e prende la parola; discutono, talvolta animatamente, talaltra appaiono quasi rassegnati. I più anziani, resi cauti da anni di sconfitte, hanno lo sguardo perso; sovente li scorgo intenti su di Lei: allora nei loro occhi si accende qualcosa, come un baluginio di forza che si risveglia, ma poi tornano ad abbassare la testa.
Io non so decidermi, ascolto tutti con grande attenzione, ma comincio a dubitare che strategie e piani di battaglia possano qualcosa contro i francesi. La testa quasi mi scoppia; sento, a ondate regolari, una tremenda emicrania. E ho sonno: se tengo lo sguardo fisso sulla mappa, una specie di languore mi prende. Eppure, ne sono convinto, se dovessi coricarmi, anche ora, sul più comodo materasso del mondo, non riuscirei a dormire.
Quanti giorni sono che non dormo? Una settimana, forse un po’ di più…
– Con oggi fa una settimana esatta, non vittimizzarti
Sempre a puntualizzare Lei, ma io la ignoro. Ho altro cui pensare. Napoleone sta arrivando.
– Bella roba, tanto vale lucidarmi per quando arriva Monsieur.
– Zitta! Non vedi dove siamo? maledetta corona: ti sei incastrata sulla mia testa un giorno dei miei vent’anni, e ora eccomi così conciato: insonne, disperato; prego Iddio che…
– No no, non pregarlo, non ti ascolterebbe, ha ben altro da fare ora come ora; chiedigli, piuttosto, domandagli e vedrai.
– Taci, perdio!
– Sei un po’ nervoso, eh?
– Quell’Anticristo marcerà sul mio regno, mi spodesterà, mi…
– Oh Cielo, quante paturnie: non sei forse contento di liberarti di me?
– Certo che lo sono, ma questo esigerà la mia vita.
– E via, cedila serenamente: nostro Signore te la donò, così se la riprenderà.
– Uccideranno i miei figli.
– Poco male: inetti come il padre, è meglio che non governino come hai fatto tu.
– Forse che non ti ho servito al meglio di come ho potuto?
– Tu non servi me, ma il regno. Io sono stata un bell’ornamento che ti ha autorizzato a farlo. D’ora in avanti, gli uomini guarderanno altrove.
– Ma ti posi soltanto sul capo dei più degni.
– No, no: questa è una sciocchezza che vi ripetete voi coronati.
– Io sono stato un grande Re.
– Un grande re non si fa invadere dal primo despota che oltrepassa il Danubio.
– Napoleone è un’eccezione, è spavaldo, un grande stratega. Quasi lo ammiro.
– E ci avrei giurato: smidollato come sei, ti metti a sbavare dietro qualunque fanfarone.
– Anzi, io sarò come lui, devo essere come lui, se voglio batterlo.
– A me sembra piuttosto che sia lui a voler essere come te, ma questo lo capirai a tempo debito. Per ora, stai attento: chi dorme poco, ragiona poco. E peggio di tutti riposa il capo che porta la corona.
Se chiudo un occhio, e strabuzzo bene quello che rimane aperto, riesco a vederlo chiaramente: la linea dell’orizzonte, per tutta la sua estensione visibile, è occupata dall’accampamento francese.
– Te l’hanno già spiegato cosa sono soliti fare i francesi ai re che disapprovano? In queste condizioni, credimi, non ci sarebbe nulla di disonorevole nella resa.
Un ventaccio freddo, lo stesso che ha attraversato l’Europa sconquassata, spira da ovest.
– Torniamo nella tenda. Dobbiamo studiare le mappe.
Il solito codazzo di ufficiali e generali s’incammina dietro di me. La tenda reale si trova un poco discosta dal resto dell’accampamento, in una posizione più elevata.
Non appena metto un piede all’interno, il chiacchiericcio nervoso si tace. Visi preoccupati si voltano nella mia direzione.
– Si aspettano che tu dica qualcosa di intelligente e molto arguto. Non sospettano minimamente di avere a che fare con un incapace.
– Ecco che la guerra è giunta, alfine.
Ancora silenzio, ancora volti preoccupati.
– Il nostro invasore ci ha raggiunto, ha violato i nostri confini, reclama ciò che non gli appartiene.
– Gli apparterrà presto, stai a vedere.
– Vedremo, ora, subitissimamente, qual è la tempra di Napoleone; vogliamo vedere l’espressione che farà, una volta che avrà capito di non poterci offendere in nessun modo, nemmeno nel nostro corpo mortale: e con questo corpo, Noi stessi scenderemo in battaglia, così come siamo
Tutti, nella tenda, mi guardano con ammirazione o apprensione. La prima la ritrovo nei glauchi occhi sognanti dei più vecchi; i giovani, invece, mi sembrano per lo più basiti.
– Non ti stupire: tutti loro, il popolino, chi più grasso, chi meno, capiscono molto meglio di te quel che si va preparando all’orizzonte.
Nessuno osa prendere la parola per primo; solo il faccendiere, quello che Lei aveva preso a male parole pochi giorni fa, soltanto lui si fa avanti. Le mani gli tremano, i corti capelli biondi sembrano anch’essi tremare, il suo corpo smagrito sussulta dall’interno, e tuttavia gli riesce di aprire la bocca, e di parlare.
– Vostra Grazia, intendete presentarvi sul campo coi soli vestiti che avete indosso?
– È così, giovane, è esattamente quello che intendiamo fare.
– E non indosserete nemmeno un elmo, o un pettorale?
– No, noi non li indosseremo.
– E nemmeno una cotta, anche leggera, anche di seconda mano, nemmeno quella volete indossare?
– Non indosseremo nulla, fuorché la nostra nuda pelle.
Il faccendiere solleva le sopracciglia.
– Adesso gli viene un attacco di nervi.
– Nuda… nuda pelle, Vostra Grazia? Intendete con ciò che, sì, insomma, intendete dire che la Maestà Vostra si presenterà… nuda?
Lo sapevo che non avrebbero capito, il popolo va sempre imboccato; le cose gli vanno spiegate ben benino, ché non afferrano niente che stia al di sopra del lezzo della strada.
– Perché mai dovremmo indossare degli abiti? Non è forse sufficiente?
Con un dito indico Lei.
– Se avessi le gambe, me ne sarei già andata.
– La corona, quando sia posata sul capo del suo re, fa tutt’uno con lui, e nessuna forza umana può dividerli; questo, giovane, è sempre stato noto alla gente colta, gente che sa il latino, e pure l’antico normanno.
– Senti un po’ cosa va a pescare questo, per legittimare le sue follie.
Mi spoglio completamente. Le poche signore presenti nella tenda vengono fatte allontanare.
– No, lasciate che rimangano. Non è sconveniente che anche loro posino gli occhi sul corpo dell’uomo, sul corpo che è stato plasmato dalle mani di Dio. E il corpo del re è il corpo di Dio, dunque non c’è nulla di inopportuno.
– Con questa, veramente, hai passato ogni limite di decenza. Avanzare sul campo di battaglia col Coso all’aria non servirà a niente. Ma se vuoi andare sino in fondo, allora liberati anche di me, spogliati davvero, finché lo puoi.
– Il re, quando la sua corona sia con lui, sarà sempre al sicuro. La sua pelle non può essere ferita, il suo petto non può essere trafitto.
Ancora non capiscono, lo vedo dalle espressioni di stupore che mi rivolgono. Non importa, mi ripeto, a tempo debito capiranno.
Esco dalla tenda.
– Allora sei proprio deciso. Non hai ancora capito.
– Cosa c’è da capire, insomma? Perché continui a blaterare?
– Un monte di cose, davvero, non ti sono chiare: solo che siamo appena all’inizio e tu, per di più, hai ancora paura.
– Un re non ha mai paura.
– Tuo nonno, lui sì, era impavido: tu invece sei preda di ogni passeggera passioncella umana.
– Non vedo cosa ci sia di strano.
– Non c’è nulla di strano, ora; prima, eccome se era strano. Tu non capisci che il nostro mondo, dico il mondo dei re e delle loro corone, è, per ora, finito. Non vedi come la fiumana degli uomini l’ha sommerso?
– Se anche lo vedessi, e non lo vedo, ma se anche lo vedessi, non ho dubbi che non sarebbe all’altezza di quello vecchio.
– Oh bella! Ma tu ci sei già dentro, ci sei conficcato come una patata nella terra, come la Croce di nostro Signore sul cucuzzolo del Monte Calvo, come… non saprei. Il punto è che tu, anzi no… no no, il punto, piuttosto, sono io, eh eh, il problema adesso è soprattutto mio. Non c’è più posto per le corone, in questo mondo napoleonizzato.
Ma già non l’ascolto più. Sono ormai distante dal mio accampamento; via via che procedo avanti nella radura, le linee francesi mi appaiono più nitide.
Vedo del movimento, sì, qualcuno sta correndo: nonostante la distanza, mi sembra che, dritto davanti a me, un capannello di persone si vada formando.
– Stanno ridendo di te, della tua nudità ridicola.
Non faccio in tempo a risponderle. Un fragore terribile sembra esplodere nel cielo, in un attimo sono scaraventato a terra, poi il buio.
Riapro gli occhi, non so dove mi trovo. Certo, stando lungo disteso sull’erba è ben difficile orientarsi. Così mi rialzo. Sorprendentemente, non accuso dolori particolari.
Mi guardo intorno: la radura è sempre la stessa, solo che ora non ci sono più gli eserciti e nemmeno quel cielo plumbeo di poco prima, e persino l’erba, a guardarla da vicino, sembra addirittura più verde. Un bel posto, non c’è che dire.
Lo sguardo mi cade su un fiumiciattolo limaccioso e pacifico, che si stenderella per un buon tratto.
E proprio lì, sulla riva del fiume, con in mano una nassa, un ragazzo biondo è intento a pescare. Lancia la rete con agilità verso l’acqua, la lascia così per un po’, poi, con un movimento delle braccia altrettanto abile quanto il primo, tira a sé la rete, nella quale dei pesciolini argentati si divincolano instancabilmente.
Io non so bene che fare, sto a guardarlo così per un po’, ma veramente sono indeciso e non so se sia il caso di disturbarlo.
L’altro intanto, come indovinando la mia esitazione, molla la presa e si gira verso di me; dietro di lui, la rete si apre e la massa argentata dei pescetti si fionda nuovamente in acqua.
Mi saluta, lo sconosciuto, ha sollevato un braccio e con quello mi sta salutando. Poi, sorridendo, mi fa segno di avvicinarmi. Di nuovo mi guardo intorno un po’ spaesato, ma, ragiono, dove altro potrei andare? Tanto vale sentire cos’ha da dirmi il pescatore.
Così mi avvicino, percorrendo il lieve declivio che dal prato conduce alla linea malcerta della riva.
Il ragazzo intanto sta tirando a sé la rete, che ripone su un masso lì vicino.
– Bentrovato! Vieni, seguimi, parliamo un po’ noi due.
Io per poco non cado a terra un’altra volta.
Forse che il pescatore non ha la stessa faccia del faccendiere magrolino? È lui spiaccicato, non può esserci dubbio. I capelli biondi, il fisico asciutto, sono i suoi. Solo la voce, mi sembra, è diversa, per quanto anch’essa mi suoni familiare.
Ma lui, di nuovo, intuendo il mio turbamento, mi guarda con dolcezza, sorride, e mi rassicura.
– Non agitarti, adesso ti spiego ogni cosa. Vieni.
Non vedo cos’altro potrei fare, se non obbedirgli e seguirlo. Il pescatore muove qualche passo sul bagnasciuga, sicché a ogni capriccio della corrente, l’acqua gli sommerge i piedi nudi, affondandoli nella motta grigiastra.
D’un tratto, però, mi ricordo di Lei!
Oh, come avevo potuto dimenticarmene, Lei che è il mio assillo, la mia onnipresente, per quanto detestata compagna? Mi volgo in direzione della radura, ma non vedo niente.
– Ti chiedo scusa, buonuomo, davvero scusami. Ho perso una cosa. Dammi solo un minutino.
L’altro non fa in tempo a rispondere che io mi sono già buttato a capofitto verso il declivio, lo ripercorro nel senso opposto, torno al centro della radura. Nel punto in cui ero caduto, l’erba si è sciupata, lasciando intravedere la terra. Ma di Lei non c’è traccia.
Impossibile, mi dico, e come un matto comincio a scavare con le mani nella terra.
– Lì non troverai niente, fuorché qualche verme, ma anche loro meritano la pace: vieni, parliamo io e te.
– Oh, uomo buono, ti prego, tu non capisci, lasciami cercare: ho perso una cosa molto preziosa; me ne stavo qui, in mezzo alla radura, camminavo a testa alta, con Lei sopra; e poi, e poi… e poi d’un tratto…
– D’un tratto Napoleone Bonaparte ha esploso un colpo di pistola, e la pallottola è volata per circa venti iarde, sino a infrangersi contro la tua corona. L’urto ti ha stordito, facendoti cadere all’indietro, ma sei salvo.
Sono basito. Come fa quello sconosciuto a sapere tante cose?
– Come è possibile, come sai che è stato Bonaparte? Come, come… e poi, soprattutto, perché hai l’aspetto del mio faccendiere? Sei forse tu?
Il pescatore mi sorride.
– Non sono il tuo faccendiere, sei tu a vedermi così. E scommetto che anche la mia voce ti ricorda qualcuno.
Evidentemente lo sconosciuto deve saperla lunga sul mio conto. E poi quella strana allusione alla sua voce…
– Sei tu, sei tu… Tu sei Lei! Hai la sua voce.
Il pescatore scuote la testa.
– È più complesso. Vedi, quando la tua corona ti parla, è la mia voce quella che senti. Lei è un tramite.
– Questo non può essere, no affatto, no no! Lei è scorretta e cinica, a tratti burbera, e non mi ha mai voluto come re, non perde occasione per ricordarmelo. Tu invece sei gentile.
– Te lo posso assicurare: la voce che odi è la mia. Sei tu che non senti bene. Io vi parlo sempre chiaro e tondo, ma voi uomini non sapete ascoltare e le parole che vi dico, le travisate, o non le sentite per come esse sono state pronunciate.
– Dunque tu sei…
– Sono un pescatore, sebbene tutti i pesci che catturo poi li lasci liberi di tornare in acqua.
– Questa poi, perché mai li lasci andare?
– Come i vermi della terra, anche i pesci meritano la pace. E anche tu meriti la pace.
– Sì, la pace eterna, semmai; come minimo sono morto, dopo quel colpo. E se anche fossi sopravvissuto, non varrebbe granché la pena di fare ritorno.
– Perché dici così?
– Tu lo sai meglio di me, se sei chi penso che tu sia. Napoleone è arrivato e, che io sia morto o no, a quest’ora avrà già preso la mia corona, dovunque sia finita, e se la sarà posata sul capo. Quindi, come capisci anche tu, uomo buono, io non servo più a niente. Aveva ragione Lei, cioè tu: il mondo è cambiato, si è napoleonizzato. Mio nonno, a suo tempo, non ha mai portato Lei, diceva che era troppo pesante: epperò che grande sovrano è stato! Lui veramente era l’unto del Signore, corona o non corona.
Il pescatore mi ascolta con attenzione, tiene fissi gli occhi su di me, fa mostra di approvare quel che dico.
– Mi sembra che tu stia cominciando a capire.
Il pescatore, per la prima volta da che abbiamo cominciato a parlare, distoglie da me lo sguardo e lo porta verso il basso.
– Io, te lo giuro, ho sempre servito come meglio ho potuto, ho sempre servito la Corona, il mio popolo; soprattutto, ho sempre servito Dio.
– Questo io lo so già. Sono stato con te sin dal primo momento, sin da quel giorno in cui il vescovo ha intinto il dito nell’olio benedetto e te l’ha passato sul cuore.
A quelle parole, avverto un formicolio al petto, come se qualcosa si schiudesse e tutto questo avvenisse grazie alla presenza di lui, del pescatore.
– Cosa devo fare? Dimmelo tu, ti prego.
– Tu sei stato l’ultimo dei re e il primo tra gli uomini; di ciò che accadrà, non ti devi preoccupare. Fai solo attenzione a non prendere freddo.
Io lo guardo stranito.
– Perché mai, perché dovrei avere freddo?
– Perché sei nudo.
Dice così il pescatore, e sorride, ma io già non lo vedo più; l’oscurità si stende sui miei occhi, perdo nuovamente i sensi.
Quando riapro gli occhi, intorno a me la radura è scomparsa. È scomparso anche il fiume e con esso il biondo pescatore. Mi ritrovo all’interno di una grande tenda rossa che non riconosco. Mi metto a sedere.
Ma poi, era davvero lui, il pescatore, o forse son io a essermi rincretinito?
– Era lui. Te lo eri immaginato diverso, vero? È così per tutti.
Mi volto alla mia destra e su un piccolo sgabello scorgo Lei. Un enorme foro campeggia sulla lamella frontale: la conseguenza dello sparo.
– Dunque è tutto vero, è successo veramente.
– Sì. Pensavi che io, come per magia, deviassi le fucilate da te, invece me ne sono beccata una io; però ti ho protetto ugualmente.
Ha ragione: se sono vivo, è grazie a Lei, come anche alla mira pedestre di Bonaparte.
– Lui, il còrso, era qui poco fa; degli infermieri ti hanno medicato la fronte, poi se ne sono andati e non è tornato più nessuno.
Nella tenda, non si sente neanche il più piccolo rumore. Soltanto il vento, a quando a quando, fa frusciare le tende dell’ingresso.
– Ebbene, non mi hai risposto.
– Perdonami, riguardo a cosa?
– Non mi hai detto cosa devo fare.
– Ma certo che ti ho risposto. Ti ho detto che sei stato l’ultimo dei re, e il primo degli uomini. Dunque è semplice: fai l’uomo.
– E tu, e il regno, e la monarchia?
– Altri se ne occuperanno, uomini come te. Il mondo adesso vi appartiene.
– E Dio, allora? Dio sarà bandito così, da un giorno all’altro?
– Bandito, mai; piuttosto, consideralo come un passo indietro, per vedere come ve la cavate.
Io non riesco ancora a capacitarmi.
– Ma senza il suo esempio, l’esempio di Cristo, nella persona del re…
– Ohé! Per poco non ti spappolavano la testa: hai davvero voglia di fare il teologo?
– Ma io…
– Ma niente. Le cose ora stanno così.
– E chi ci sarà d’esempio?
– Sono già sceso una volta per questo, quasi ogni uomo su questa terra conosce la mia storia. Quel che volevo dirvi, l’avete bene o male capito: cioè a dire che ogni uomo è uguale davanti agli altri.
– Ma…
– Da ciò consegue che a ciascun uomo sarà dato di scegliersi da sé, tra gli altri uomini, il proprio Dio; la differenza consisterà nella bontà della vostra scelta, che sarà sempre libera.
Mi taccio, perché la testa comincia a dolermi.
Per qualche minuto me ne sto semplicemente seduto.
– E tu, invece, cioè, la corona? Che fine farà?
– Sarebbe meglio sbarazzarsene; quel che ti ho detto, molti stenteranno a capirlo ancora per molto tempo.
Soltanto qualche giorno prima, tutto ciò mi sarebbe parso incredibile.
Così, anche se con un po’ di fatica, mi rimetto in piedi; soltanto una coperta copre il mio corpo nudo. Prendo Lei e, in mancanza di alternativa, la nascondo sotto la coperta. Nessuno mi ferma, esco dalla tenda.
Una volta fuori, riconosco immediatamente il luogo: il ponte dell’inaugurazione, è proprio lui.
– Ancora in piedi, a Dio piacendo.
Mi avvicino a una delle balaustre e mi sporgo: sotto, nel fiume, l’acqua scorre molto veloce.
– E quindi, finisce così?
– Per ora, sì, finisce così.
Io la estraggo dalla coperta e la sollevo davanti a me, me la rigiro un po’ tra le mani, quasi presentendo la nostalgia di Lei.
– Ebbene, devo tornare a essere scorbutica, perché ti decida a lasciarmi?
Sorrido. Le mie dita si aprono, Lei cade verso il basso, nell’acqua.
Credo che andrò a dormire.
Sarebbe finita qui, se per il mondo non si trovassero a piede libero individui pericolosi. Invece, ce ne son fin troppi.
Uno di essi, quello stesso giorno in cui venivo buttata in acqua, se ne stava acquattato a poca distanza, nascosto sotto l’arcata del ponte. Quando, trasportata dalla corrente, fui alla sua portata, con un gesto rapido mi ghermì.
Rideva, oh, che grottesca risata aveva!
Lo ricordo fin troppo bene: ancora rannicchiato, si levò il tricorno e al suo posto posò me sulla sua testolina.
E di nuovo a ridere, da solo, sotto l’arcata di quel ponte, un uomo ridicolo con in testa una corona.


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