Ipernarrare una famiglia qualunque


Una nuova forma di narrazione che nasce e si sviluppa grazie alle potenzialità del web: l’ipernarrazione.


In copertina: Bruno Paoli, Luci in teatro, Asta Pananti del 19 Luglio

di Luca Marinelli

Digitando nella barra per le ricerche di YouTube la frase “This house has people in it” si arriva a un video di dodici minuti che si apre con l’immagine di un terminale in DOS che dà accesso a nove telecamere di sorveglianza, installate in altrettanti ambienti di una casa a due piani con giardino.

Per i dieci minuti successivi si vedono, con un’alternanza che si direbbe casuale, i movimenti e le azioni dei sei membri della famiglia che abitano la casa, una coppia con tre bambini e la nonna. All’inizio potrebbe sembrare che il video racconti una situazione ordinaria della vita di queste persone: la nonna guarda un programma sulla modellazione della creta in televisione, un tecnico ripara qualcosa in cantina, il secondogenito attende che arrivino degli ospiti per il suo compleanno e in cucina moglie e marito discutono del fatto che la maggiore dei figli, sdraiata di faccia sul pavimento della sala, si rifiuta di alzarsi da terra.

L’atmosfera del video non è cristallina; in qualche modo, per via del filtro delle telecamere di sorveglianza, della presenza di numeri e coordinate ai lati dello schermo, i movimenti apparentemente privi di significato delle telecamere trasmettono una certa angoscia, una tensione narrativa difficile da decifrare.

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Le cose si fanno relativamente più chiare quando, insieme ai due coniugi, capiamo cosa sta succedendo: la primogenita non si rifiuta di alzarsi, ma è rimasta incastrata nel pavimento, nel quale sta inspiegabilmente affondando, come se i mattoni fossero liquidi – solo per lei però, dato che i genitori, sempre più agitati e increduli, quando provano a sollevarla incontrano la resistenza della superficie.

Nel frattempo il passaggio da una telecamera all’altra stempera l’avvenimento, mostrando dei dettagli superflui delle altre stanze; il giardino, i comportamenti degli altri personaggi. La vicenda si conclude, con la ragazza che scivola di sotto, in cantina: la caduta viene attutita da un materasso che i genitori, consapevoli che non c’era altro da fare, hanno disposto nel punto in cui sarebbe atterrata.

Nei titoli di coda scopriamo che si tratta di un prodotto dell’ingegno di Alan Resnick, autore di un altro video: “Unedited footage of a Bear”, disponibile su YouTube e anche questo prodotto con il supporto della casa Adult Swim.

Se la narrazione si esaurisse con questo video staremmo forse parlando di un prodotto mediocre, che ricalca, senza apportare alcuna novità, alcuni racconti di realismo magico di matrice italiana o sudamericana, si pensi a Una goccia di Dino Buzzati. C’è tuttavia qualcosa che, anche a una prima visione, lascia capire che il video è aperto, come se nell’intero tempo del racconto fosse sotteso un linguaggio segreto ma non insolubile. In effetti “This house has people in it” è solo la punta di un iceberg narrativo di genere horror, che assomiglia a un’installazione artistica in cui l’utente può muoversi in più direzioni, fino a rimanerne inglobato: la narrazione di Resnick rende il fruitore dell’opera protagonista, per poi trasformarlo in parte dell’opera stessa, e quindi oggetto del ragionamento che l’opera si propone di portare a compimento.

Per proseguire l’esplorazione di questa “installazione per il web” dopo la visione di questo primo video, è infatti accessibile un secondo livello di racconto tramite le informazioni estrapolabili dallo stesso video. Nella descrizione al video, infatti, si può trovare l’indirizzo del sito web della ditta che ha installato le telecamere di sorveglianza. Il sito esiste davvero, segnando l’inizio di un gioco ipermediale. Una volta sul sito,  in alto a destra è visibile una stringa per l’autenticazione utente, da cui è facile intuire che, possedendo un qualche tipo di user e password, è possibile accedere a una sezione riservata.

Questi dati sono reperibili all’interno del video principale, che – se guardato più volte e con grande attenzione – rivela una lunga lista di dettagli assurdi o curiosi, di parole nascoste, di veri e propri glitch più o meno subliminali. Si tratta di scritte incise in zone marginali delle inquadrature, sui mobili delle varie sale, o di fotogrammi nascosti, con strane figure che passano sullo sfondo di scene apparentemente tranquille. Collezionando questi dettagli e inserendo due specifiche parole nel pannello di login, si accede a un archivio in DOS, proprio come all’inizio del video. Qui, seguendo alcune semplici procedure, è possibile scaricare materiale audio, testuale e persino un’ora e venti di riprese aggiuntive delle telecamere di sorveglianza della casa.

Dall’analisi di questo materiale comincia un percorso che porta allo svelamento di una narrazione più ampia: il processo passa tramite siti internet, coordinate geografiche, un gioco in 2D che ha come protagonista un’ombra che si materializza di tanto in tanto nella vita di questa famiglia (uno strano gatto blu che mangia la spazzatura), tramite anagrammi più o meno sottili, immagini nelle immagini, ma soprattutto mediante l’utente, che diventa parte della narrazione nel momento stesso in cui comincia ad associare ai vari “modi dell’assurdo” di questo universo il significato che suggerisce l’autore.

Dalla strana tendenza della materia solida a lasciar passare oggetti e persone attraverso di essa all’uomo vestito da gatto che rovista nella spazzatura delle case degli altri, dalla critica alle “horse apple” (l’espressione “horse apple”sta a indicare la cacca di cavallo ma anche uno strano frutto che si ritiene miracoloso per combattere il cancro, e porta con sé la critica a tutte quelle credenze alternative che nascono e si diffondono per mezzo web) al simbolismo della pizza (parola tradizionalmente sempre al centro delle pratiche di spionaggio), il dispositivo che fa corpo a “This house has people in it” trasforma l’utente dal dominio del fruitore dell’opera a quello dell’agente di una compagnia investigativa.

Tutto parte da un elemento straniante, inspiegabile, che inquieta e stimola la curiosità dell’utente, il quale comincia a esplorare il mondo alla ricerca di spiegazioni degli elementi disturbanti che si trova mano a mano davanti; questa esplorazione, tuttavia, acquista sempre più le sembianze di un’invasione della vita privata di individui apparentemente comune, tramite le telecamere di sorveglianza montate in una casa qualunque da un’agenzia qualunque: la famiglia del primo video.

Nel processo di ricerca di un’interpretazione degli eventi ogni indizio fuori dall’ordinario si accumula e diventa un ennesimo strato per la fondazione di un immaginario, una collezione di simboli che si fa sempre più chiara agli occhi del fruitore: è la condizione dello stesso spettatore, che, come un agente governativo, ha attraversato le mura di una casa ordinaria e ha cominciato a raccogliere e a organizzare informazioni sui suoi abitanti.
In questo senso le basi logiche dell’evento, le sue cause, diventano l’atto stesso dell’invasione, cosa che cortocircuita la narrazione: dal momento in cui chi esplora l’installazione si rende conto che questa parla di lui, la tensione si sposta dai fattori ambientali verso lo stesso utente. Assistiamo così alla classica perturbazione del sistema da parte dell’osservatore.

Questo raffinato processo produttivo, che viene condotto da Resnick in maniera estremamente consapevole, non esaurisce le possibilità del mezzo, anzi: come tutti i pionieri ne definisce alcune potenziali regole di partenza.

La più importante sembra senza dubbio la centralità dello spettatore, che diventa la base dell’intero impianto simbolico; questo perché se un’opera è affrontabile da più prospettive, con approcci differenti, questi metodi di attraversamento, i modi in cui si decide di affrontare l’opera possono diventare oggetto dell’opera stessa. Ma se i metodi di attraversamento sono oggetto dell’opera, allora sono significanti, cioè producono senso. Questo in definitiva vuol dire che l’attraversamento –  le modalità che si scelgono per operarlo – hanno una rilevanza in ciò che l’utente percepisce dell’opera, perturbano il messaggio che risiede nell’intenzione dell’artista, ne modificano la natura. In generale non è un vantaggio perché può portare a una confusione nel messaggio stesso. Se l’impianto simbolico, il vocabolario della lingua con cui l’artista ha scritto l’opera, è legato esclusivamente al mondo in cui la storia si sviluppa – l’universo narrativo dell’artista – la possibilità di una fruizione caotica può far saltare ogni intenzionalità e questo vocabolario può finire per risultare ambiguo o peggio incomprensibile.

Si pensi proprio a “This house has people in it”. Si immagini che il senso si regga su una spiegazione dei fenomeni paranormali, e questa spiegazione sia stata nascosta da qualche parte nella costellazione di video, testi, messaggi audio e altro materiale che compone l’universo dell’opera, proprio come in un giallo; innanzitutto non può essere nascosta in modo troppo evidente, altrimenti l’esperienza terminerebbe troppo rapidamente: poiché però noi non sappiamo da cosa l’utente comincerà a esplorare la narrazione – perché questo mondo è attraversabile in molte direzioni – non possiamo mai avere la certezza che tale spiegazione sia sufficientemente lontana dal principio, perché non ci troviamo davanti a un testo con un verso di lettura e un’origine. Dobbiamo trovare allora (anche) un altro modo per caricare l’esperienza di significato.

E se ad esempio si decidesse di non caricare la spiegazione dei fenomeni paranormali su un dettaglio rinvenibile nell’opera, ma sull’esperienza stessa dell’utente? A questo punto l’utente dovrebbe compiere una certa esperienza all’interno dell’opera per decodificare il linguaggio che l’artista ha usato, e questa esperienza necessaria non dipenderebbe dal punto dal quale comincia l’esplorazione. Così, introducendosi come una spia nella casa di questa famiglia per spiegare perché gli oggetti e le persone passano attraverso le pareti, ci rendiamo conto a un certo punto che quelli che sono passati attraverso le pareti in realtà siamo noi.

Ecco che, scegliendo come cardine per la decodifica del linguaggio lo stesso spettatore, ci si pone in una posizione privilegiata; non si ha bisogno di prevedere le traiettorie dell’utente perché il concetto stesso di traiettoria cambia la sua prospettiva: se il simbolo principale si muove insieme a chi lo legge, non conta la direzione del movimento perché per lo spettatore il simbolo resta fermo.

La centralità del fruitore nell’apparato simbolico dell’opera è così a tal punto fondante da modificare il genere di spazi nei quali si lavora.

D’altronde, il web fornisce il luogo ideale per plasmare questi spazi, concedendo per la prima volta possibilità illimitate al prezzo dei soli gigabyte di memoria per l’archiviazione del materiale. Se prima l’alto dispendio di risorse necessario alla creazione di esperienze basate sull’attraversamento limitava le possibilità di spingere così avanti il concetto di apparati simbolici costruiti su sistemi di riferimento mobili, ora si pongono di fronte all’artista delle possibilità sconfinate, essendo le potenzialità del supporto a oggi del tutto inespresse.

È per questa ragione che, chi scrive, si augura che questo metodo possa prendere piede anche in Italia: un nuovo universo espressivo, un nuovo concetto di spazio e di realtà sono a portata di mano. Sfruttarli significa portare avanti la sperimentazione, trovare nuovi modi di fare arte e quindi rintracciare nuove possibilità dell’arte della narrazione.


Luca Marinelli, romano classe ’92. Ha studiato fisica all’università di Tor Vergata e sceneggiatura alla Scuola Holden di Torino. Redattore di Verde Rivista, si interessa di scienza, filosofia e letteratura, di cui ha scritto su alcuni spazi online.

2 comments on “Ipernarrare una famiglia qualunque

  1. Volevo segnalare che una cosa in qualche modo affine è stata presentata e messa in atto dalla mia band che si chiama MasCara.
    Per l’uscita di un nuovo singolo abbiamo creato una pagina instagram che integrasse il racconto sci-fi a cui abbiamo lavorato. Una ragazza tenta di recuperare la memoria del proprio fidanzato per mezzo di una misteriosa applicazione dal nome Golden Record e mentre nel video clip assistiamo al trasferimento dei dati, nei due mesi precedenti ognuno dei ricordi della coppia è stato pubblicato giornalmente. L’iniziativa è stata menzionata anche su Wired ed è stata pubblicata lo scorso Novembre.
    Per maggiori info contattateci, ci piacerebbe raccontarvi e mostrarvi il video clip a nome Carne & Pixel e la relativa applicazione Golden Record che ha creato un vero e proprio meta contenuto ad integrazione del racconto. Due media diversi per un unico racconto e la compositore di una password per l’accesso ad un ulteriore tassello del racconto. Sarà riuscita la protagonista a recuperare la memoria del suo amato?
    https://youtu.be/qKgpLPBG4S0

  2. ‘significa portare avanti la sperimentazione, trovare nuovi modi di fare arte e quindi rintracciare nuove possibilità dell’arte della narrazione’

    senza scordare magari però che ‘i modi di fare’ sono rinnovabili a ognuno dei moltissimi livelli della narrazione.

    il web comunque sono d’accordo dovrebbe essere usato quasi esclusivamente come formato per ipernarrazioni, in parte già lo è comunque, anche perché in un certo senso il web può essere solo ipernarrativo.

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