Isao Takahata è tornato nei cinema italiani



Quest’estate Studio Ghibli rende omaggio a Isao Takahata riportando nelle sale alcuni dei suoi film più celebri, ricordando così la sua straordinaria carriera e l’impatto duraturo nel mondo dell’animazione.


In copertina: immagini da Pom Poko

di  Diego De Angelis

L’ultimo film di Hayao Miyazaki, Il ragazzo e l’airone, sarebbe dovuto essere un’allegoria dello Studio Ghibli. La trama avrebbe seguito un bambino di nome Mahito che entra in un mondo di fantasia governato da un signore, lontano prozio, una sorta di mago che governa il mondo con le sue leggi arcane. Il personaggio sarebbe stato un riferimento alla figura di Isao Takahata, secondo volto più importante di Studio Ghibli, regista de Una Tomba per Lucciole e de La storia della Principessa Splendente.

Tuttavia nel 2018 la morte dello stesso Takahata, a causa di cancro ai polmoni, ha profondamente colpito Miyazaki. Un amico che conosceva da cinquant’anni non c’era più. Il dolore lo costrinse a rimettere mano agli storyboard ed elaborare una nuova storia, che fosse meno focalizzata sul personaggio del mago. 

Tra Miyazaki e Takahata non vi era solo un rapporto di amicizia, ma una collaborazione iniziata nel 1968. In quell’anno Takahata ha diretto il suo primo lungometraggio, La grande avventura del principe Valiant e Miyazaki ha partecipato alla produzione come giovane assistente. Erano dipendenti di Toei, lo storico studio che proprio in quegli anni, sotto la direzione di Okawa Hiroshi, decise di aprirsi a lavori sempre più originali e ad ampio respiro. Tratto da un dramma bunraku – il teatro delle marionette – Valiant è la storia di giovane eroe che deve salvare la propria terra dall’apparizione del demone Grunwald.

La storia originale è ispirata al folklore degli Ainu, una popolazione nativa dell’isola di Hokkaido (e non solo), repressa per tanti anni – anche militarmente – e solamente nel 2019 riconosciuta ufficialmente come etnia indigena del Giappone. Takahata, al di là dell’epica, nel film avrebbe raccontato la repressione e i temi sociali legati alla storia del popolo indigeno, ma con i suoi collaboratori ha dovuto affrontare una serie di ostacoli (come l’impossibilità di citare espressamente la popolazione degli Ainu) e spostare l’ambientazione in Scandinavia. Nonostante la censura Valiant è più di una semplice avventura per bambini, ma racconta la fragilità comunicativa e psicologica dei suoi protagonisti e delle debolezze tipiche degli uomini. Il pensiero di Isao Takahata, regista pacifista, politicamente schierato (molto) a sinistra, cantore di individui immersi nelle difficoltà della propria contemporaneità, s’era già formato col suo primo lungometraggio. 

Forse in pochi sanno che Isao Takahata fu il regista dell’adattamento della serie animata di Heidi, la pastorella delle Alpi svizzere che ha intrattenuto svariate generazioni di spettatori televisivi. Erano gli anni in cui l’animazione nipponica si lasciava ispirare all’immaginario dei classici romanzi europei per ragazzi. World Masterpiece Theater (Sekai meisaku gekijō) era un format dedicato alle opere per l’infanzia adattate in serie animate, di cui Takahata fu uno dei principali autori, con opere come Anna dai capelli rossi (1979) e Marco (1976). 

Fu proprio durante la produzione di Anna che, a sentire dalle ricostruzioni del documentario The Kingdom of Dreams and Madness, Miyazaki decise di allontanarsi (temporaneamente) da Takahata, smettere di essere il suo allievo per diventare egli stesso regista. Avrebbe debuttato con Il castello di Cagliostro, un film dedicato al personaggio di Lupin III. 

Nel 1984 Miyazaki ha tratto dal suo stesso manga, Nausicaä della Valle del vento, quello che poi sarebbe stato il noto lungometraggio di successo e che viene informalmente riconosciuto come primo film dello Studio Ghibli, ma che in realtà fu una produzione figlia di collaborazioni tra società d’animazione diverse. Il team di lavoro era però consolidato: nel suddetto caso Miyazaki alla regia, Takahata come produttore e Joe Higashi alle musiche. Il successo del film (di critica e pubblico) avrebbe portato alla fondazione di Studio Ghibli e di conseguenza l’inizio del periodo storico in cui Takahata avrebbe potuto esprimersi liberamente. 

Per completezza non va dimenticato il nome di Toshio Suzuki, arrivato poco dopo e che avrebbe ricoperto il ruolo di produttore fino ad oggi.

Il successo che Il ragazzo e l’airone ha avuto in Italia ha in parte consentito che quest’estate alcuni film dello Studio Ghibli, distribuito da Lucky Red, tornassero in sala. I film, proiettati tutti a Luglio, sono Pioggia di ricordi (1991), Pom Poko (1994), I miei vicini Yamada (1999) e La storia della Principessa Splendente. La particolarità dei film scelti è, come potete immaginare, che sono tutti stati diretti da Isao Takahata. Un’occasione meritevole di essere colta perché quella di Takahata nella storia di Studio Ghibli è un’arte di valore tanto quanto quella di Hayao Miyazaki.

Agli inizi dell’ultimo decennio del secolo scorso Takahata era già riconosciuto come un maestro dell’animazione mondiale, soprattutto per La tomba delle lucciole, che uscì nello stesso anno de Il mio vicino Totoro (1988). Entrambi i film parlano di infanzia e di affrontare il trauma della perdita, ma se nel caso del film di Miyazaki il mondo è circondato di tenere creature del folklore e di dolcezza, La tomba delle lucciole è – non ironicamente – uno dei film animati più drammatici di sempre. Tratto da un romanzo di Akiyuki Nosaka, La tomba racconta della vita dei bambini nell’anno apocalittico del 1945. Nato dieci anni prima e all’ombra della guerra, Takahata ricorda l’orrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki. La grandezza di La tomba delle lucciole sta nell’essere testimonianza di un dolore a livello nazionale, metaforicamente di un intero popolo, attraverso il DNA fisico disgregato dei suoi protagonisti, bambini innocenti, immergendosi in micro-storie che hanno la funzione educativa (formativa) di un racconto pacifista. Se dovessimo fare un paragone verrebbe in mente il cinema di Rossellini del durante e dopo guerra, di un Roma città aperta o di Paisà, ma sicuramente più straziante.

Se può essere incoraggiante i film successivi del regista non sono devastanti tanto quanto La tomba delle lucciole. Proviamo con Pioggia di Ricordi (Omohide Poro Poro, 1991). Parla di Taeko, una donna quasi trentenne che vive e lavora a Tokyo. Durante una vacanza in campagna inizia a ricordare, tramite sinestesie proustiane, episodi della sua infanzia vissuti nel 1966, quando era una bambina di dieci anni. Attraverso un intreccio costruito tra presente e passato, il film esplora le esperienze della piccola Taeko. Una delle tematiche centrali del film è il contrasto tra la vita urbana e quella rurale. Nel ritorno alla campagna e l’allontanamento urbano Taeko riscopre un nuovo senso nella vita adulta. Il ritorno alle radici non è fine a sé stesso, ma rinnova le ambizioni e i desideri ancora da realizzare di Taeko.

Quello che rende questo film quasi unico del suo genere è il controllo minuzioso nei confronti della mimica dei personaggi – come se Takahata avesse cercato con un processo manierista di rendere i suoi personaggi realistici, sfidando la natura stessa della carta sulla quale prendono forma. C’è una scena in cui Takao e i suoi parenti mangiano l’ananas che è forse l’espressione massima della ricerca operata dal regista sul fare di Pioggia di ricordi una storia di empatia, immedesimazione e di affetto nei confronti dei suoi personaggi. Per quanto banale sembra pensarlo le atmosfere rurali ricordano le storie di Yasujiro Ozu, ambientate nei dintorni di Kamakura, dalle sue protagoniste in balia di un mondo tra tradizione e modernità. 

Un altro film che affronta la questione dello scontro tra radici e futuro, in modo tutto diverso, è Pom Poko (Heisei Tanuki Gassen Ponpoko, 1994). Per dirla in breve è il racconto di un gruppo di tanuki (degli yokai, dei procioni dotati di abilità magiche) che devono difendere la propria terra dell’arrivo della civiltà degli uomini che, su di essa, vogliono edificare nuovi quartieri della metropoli Tokyo. I tanuki si difendono combattendo, come un vero e proprio gruppo eco-terrorista, disposti anche ad uccidere gli esseri umani. Lo fanno sabotando i lavori di disboscamento, facendo esplodere automezzi, spaventando a morte i lavoratori delle imprese di costruzione. Non ci sono buoni o cattivi in questa storia di due mondi che collidono, ma in cui uno dei due, quello degli uomini, è incosciente del proprio ruolo di distruttore di un ecosistema. Pom Poko è un film che svela uno degli ambiti più complessi della società giapponese, quello della sua spiritualità. Dietro ad un popolo che – statistiche alla mano – è uno dei più atei al mondo, si nasconde una religione animista e fortemente legata al culto dei propri antenati (si pensi all’ Obon, お盆, la festa di celebrazione degli antenati defunti). Nella declinazione shintoista venerabili sono anche i luoghi naturali, in quanto le migliaia di divinità kami sono anche incarnate nei fiumi o montagne. L’idea di fondo di Pom Poko è quella di raccontare una società moderna – quella degli anni ‘80, in preda alla bolla speculativa – che aveva perso ogni riferimento al mondo antico. C’è una scena, una delle più belle di sempre dell’animazione di Studio Ghibli, che Takahata ha ideato per rappresentare un ritorno degli spiriti sulla modernità: è la scena in cui i tanuki usano i loro poteri per creare un’illusione spaventosa, camuffandosi in una moltitudine di yokai (i già citati spiriti e mostri del folklore) per spaventare gli umani con la speranza di fermare definitivamente l’espansione. Oltre ad essere un grande omaggio a Shigeru Mizuki (il mangaka per eccellenza del folklore rurale nipponico) e al maestro Hokusai questa meravigliosa e allucinata scena rappresenta il ritorno, seppur effimero, del magico, capace di scuotere la popolazione e turbare gli adulti, incuriosire e spaventare i bambini. Un ritorno effimero, si diceva, perché Pom Poko racconta l’inevitabile sconfitta dei tanuki e di come l’unica via, per sopravvivere, sia quella di adattarsi, di camuffarsi per sempre da normali anonimi abitanti della metropoli. 

La storia della principessa splendente (Kaguya-hime no monogatari, 2013) è l’ultimo film di Isao Takahata – sarebbe morto cinque anni dopo – universalmente riconosciuto come uno dei capolavori dell’animazione moderna. Una bambina viene ritrovata all’interno di una canna di bambù luminescente e adottata da un tagliatore di bambù e sua moglie. La coppia pensa che la creatura sia speciale, la chiamano “principessa”, mentre gli abitanti del villaggio le danno il nomignolo di takenoko (“piccolo bambù”). Ispirato ad un racconto del folklore del X secolo (Taketori monogatari), La storia della principessa splendente raccoglie e rielabora in altri stilemi le tematiche care a Takahata, in primis la ribellione contro il sistema. Come la protagonista di Pioggia di ricordi, che sfida la monotonia della vita adulta, o i tanuki di Pom Poko la modernità del cemento, così la principessa lotta contro tutte le forme di potere (aggiungerei patriarcale) che la vogliono relegare a figura di bella moglie di un ricco commerciante o nobile o, addirittura, di un imperatore. 

Il film sarebbe dovuto uscire in contemporanea con Si alza il vento (2013) di Miyazaki, bissando quel 1988 che vide La tomba delle lucciole e Il mio vicino Totoro. Ma a causa di ritardi della stesura dello storyboard il film è poi slittato di qualche mese. Come racconta lo stesso Toshio Suzuki nel già citato The Kingdom of Dreams on Madness i due registi erano in competizione tra loro.

A proposito, consiglio la visione del documentario per scoprire di più sui loro battibecchi, nello specifico sulle frecciatine di Miyazaki nei confronti del partner che, tra le altre cose, veniva accusato di non riuscire a completare il suo ultimo film. Insomma, secondo Toshio la competizione avrebbe fatto bene alla qualità delle due opere. 

In un’intervista di tanti anni fa Takahata parlò dei suoi registi preferiti e delle influenze ricevute, come i primi film Disney (Fantasia, Pinocchio e Biancaneve), l’ammirazione per Paul Grimault, il russo Yuri Norstein e soprattutto Frédérick Back (autore, ad esempio, di Crac!). Nell’intervista il giornalista chiese a Takahata perché non avesse mai utilizzato le tecniche dei suoi maestri e il regista rispose che era una questione esclusivamente di limitazioni di budget. Ecco, con il suo ultimo film, dopo otto anni di produzione e una coda che aveva sfinito i suoi produttori, ci sarebbe riuscito. Il lavoro finale di Takahata è un tripudio di idee grafiche geniali, sapientemente colorate, costruito in un modo tale da sembrare una sorta di film mondo sulla vita artistica intera del suo regista.

Un oggetto che parla di una ragazza divenuta ribelle, come lo fu Takahata stesso nei confronti dello Studio Ghibli: La storia della principessa splendente è animato seguendo lo stile dei Sumi-e (la pittura a inchiostro e acqua nota in tutto l’estremo Oriente) ed è in totale rottura con quello tipico dello Studio Ghibli.

Il finale del film, in cui la principessa deve abbandonare la Terra, i suoi sogni e affetti, e che matura svelando il dolceamaro significato della nostalgia per il passato, suona oggi come la conclusione migliore del percorso di Takahata


Diego De Angelis fa il programmatore informatico e da anni scrive sul web. E’ nella redazione di Singola e ha collaborato con Vice, Esquire e UltimoUomo, occupandosi di cultura e arti.

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