Jojo contro la mascolinità tossica



In Le bizzarre avventure di JoJo, Hirohiko Araki normalizza la queerness che permea il suo mondo. Come risultato di questo approccio emancipato e non-categorico, apprezziamo il ritratto di una mascolinità sensuale, autentica, ma ripulita da quegli elementi tossici promossi dalla società patriarcale: la competitività esasperata, l’arrivismo, l’omologazione, la prepotenza, la reticenza nel mostrare emozioni.


In copertina e nel testo, delle immagini tratte da JOJO

di Andrea Cassini

Le bizzarre avventure di JoJo sono effettivamente  bizzarre, non c’è miglior termine per definirle. Chiunque voglia avvicinarsi al manga che Hirohiko Araki continua a serializzare dal 1987 (o alla sua trasposizione anime) dovrà superare, prima di abbracciare il nonsense e immergersi pienamente nella storia, un muro di stranezze che sembrano messe lì per puro sfizio dell’autore: vampiri orgiastici da combattere con la forza della respirazione, alter ego spirituali che lottano al nostro fianco con poteri speciali che piegano il tempo e lo spazio (e che, incidentalmente, portano il nome di canzoni e gruppi rock e pop degli anni ’80), mafiosi vestiti come modelli (o modelle) di Gucci, bodybuilder/divinità precolombiane che risorgono per conquistare il mondo in una gara di bighe, sfide ai videogiochi con in palio il destino di un’anima, militari nazisti identici a Dolph Lundgren con una mitragliatrice nella pancia, uomini che si trasformano in tartarughe parlanti. Il tutto narrato con una serietà talmente enfatica che da drammatica diventa comica per poi, una volta capito il gioco, fare il giro e tornare drammatica.

A uno sguardo superficiale e un po’ smaliziato JoJo potrebbe apparire come un’opera post-moderna, che irride i cliché dei manga shounen con i loro combattimenti coreografati e i power-up improbabili dei protagonisti, ma la tipica ironia post-moderna, con il suo effetto di ribaltamento, è in realtà poco familiare al linguaggio artistico nipponico – se proprio volessimo applicare questa etichetta a un manga dovremmo guardare ad esempio all’eroe al contrario di One-Punch Man, opera anomala e decisamente più recente. C’è poi una considerazione cronologica: visto con gli occhi di oggi JoJo può sembrare un’esasperazione dei tòpoi di genere, ma si tratta in realtà di una creatura unica, un fumetto figlio degli anni ’80 che prosegue ininterrotto fino a oggi, evolvendosi e variando fra shounen (fumetto “per ragazzi”) e seinen (“per adulti”) ma restando fedele alle sue origini. Il particolare gusto di JoJo è dunque lo stesso del suo autore: un tributo genuino all’estetica degli anni ’80, con uno sguardo divertito ma serio come il gioco di un bambino, libero da messaggi programmatici ma non da significati. La sua cifra distintiva non è l’ironico, ma il bizzarro, da intendersi come strano, originale, fuori dai canoni, eccentrico.

Per tornare al significato del titolo, in giapponese le avventure (bouken) di JoJo non sono hen o kawatta, che è uno strano dai risvolti inquietanti, minacciosi, o buffi, ma kimyou, che vuol dire anche raro, misterioso, curioso, ed è a sua volta un termine inusuale, poco comune nella lingua parlata: uno strano che attrae anziché respingere. Gioverà notare che fra le traduzioni inglesi di kimyou c’è anche queer; e fra gli elementi più bizzarri di JoJo ci sono proprio sessualità e mascolinità.

I VERI UOMINI NON PIANGONO

Nel secondo arco narrativo, Battle Tendency (un’altra particolarità di JoJo è il suddividersi in archi narrativi distanti decenni fra di loro, con nuovi scenari e personaggi), Joseph Joestar è sulle tracce di Wamuu, rintanato in un maniero fra i boschi, insieme alla maestra/madre Lisa Lisa e al compagno/rivale Caesar Zeppeli. Caesar però, impaziente, va da solo incontro al nemico e quando Joseph lo raggiunge è troppo tardi: lo trova ucciso, cristologicamente schiacciato sotto un masso a forma di croce. Sull’estetica dei personaggi abbiamo già accennato qualcosa: sia Joseph che Caesar hanno l’aspetto di due bodybuilder, fisici marmorei e mascelle squadrate rubati a Sylvester Stallone, e doti atletiche fuori dal comune. Per di più, hanno fra loro quel rapporto misto fra rivalità e amicizia, quell’orgoglio tipicamente “maschio” che fa da tappo ai sentimenti (anche se il look, tra fascette, make-up e gilet attillati, non è altrettanto maschio). Ci si aspetterebbe una reazione virile da parte di Joseph: stringere i denti e i pugni, caricarsi di rabbia e completare la missione per vendicare l’amico. E invece cade in ginocchio e si abbandona a un pianto inconsolabile, mentre spetta a Lisa Lisa mantenersi calma e pragmatica. Dopo lo sfogo, Joseph torna lucido e pronto a combattere, ma per amore e non per vendetta.

Non è un caso isolato. Il mondo di JoJo, che è simile al nostro ma sotto molti aspetti è un vero mondo parallelo, è pieno di uomini che manifestano liberamente i propri sentimenti, senza sentirsi condizionati dagli stereotipi di genere e dalle aspettative della società. Uomini che piangono, che sorridono, che si deprimono, che si abbracciano. Persino Jotaro Kujo, il serissimo protagonista del terzo arco narrativo, inespressivo e chiuso in se stesso, mostra affetto per il nonno (il Joseph di cui abbiamo appena parlato) e per i compagni di avventura. Il termine chiave è proprio libertà, anche nel senso di emancipazione.

Araki è un appassionato di alta moda (ha collaborato anche con Gucci) e veste i personaggi di JoJo in modo estroso, provocante, sgargiante: eppure, nessuno fa mai notare all’altro che quell’abito o quel trucco sono un po’ troppo femminili, perché il bizzarro è normale quando c’è la libertà di espressione, e la libertà di espressione non ha bisogno di ragioni né di spiegazioni. Lo stesso vale per i sentimenti e l’identità sessuale. 

All’interno del lungo intreccio del manga ci sono coppie chiaramente omosessuali, personaggi evidentemente bisessuali, relazioni padrone/schiavo e una vasta gamma di supposizioni e sfumature. Di tanto in tanto Araki si diverte a giocare con scenette omoerotiche da commedia, ma più che allusioni sono innocui divertissement, decisamente rari se consideriamo che basterebbe il look dei personaggi per offrire doppi sensi in abbondanza. Gli appassionati si affannano da sempre per stilare un canone, soppesando i dubbi e decifrando le interviste ad Araki, ma il punto è che Araki non chiama per nome le relazioni e le identità sessuali dei personaggi perché non c’è bisogno di farlo. Jotaro mostra talmente poca attrazione per le donne che alcuni suppongono sia asessuale; in realtà nel corso della serie si sposa, ma è pur vero che il legame d’amicizia con Kakyoin assomiglia a qualcosa di più che una bromance, e che tutti gli Stardust Crusaders dell’omonimo arco narrativo hanno tra loro un’amicizia sempre “poco maschia” e piuttosto amorosa. Il discorso vale ancora di più per la banda di mafiosi di Vento Aureo, interamente ambientato in Italia, luogo per cui Araki ha una passione particolare. Bruno Bucciarati ha un aspetto particolarmente femminile, ma è un forte combattente e ha il ruolo di leader: un ruolo, tuttavia, con sfumature più materne che paterne, tanto che la banda somiglia a tratti a una famiglia e a tratti a un gruppo poliamoroso. Gli equilibri non cambiano nemmeno quando nella banda si inserisce Trish, una damsel in distress da proteggere (prima che tiri fuori a sua volta spirito e carattere), pressoché ignorata dal protagonista Giorno Giovanna (ambiguo fin dal nome, un David di Michelangelo longilineo e biondo) che ha invece più attenzioni per Guido Mista. Nel mondo di JoJo i generi sono fluidi, il queer è la norma ma le norme non contano poi granché, l’amicizia sfuma in affetto e il sesso, in tutto questo, è solo una parte del gioco, nemmeno la più importante. L’amore è la forza dominante, la spinta che muove la trama. Come recita Great Days, la canzone di chiusura della trasposizione anime del quarto arco narrativo, Diamond is Unbreakable: “Let the voice of love take you higher”.

COS’È UN UOMO?

A Sapporo, nel nord del Giappone, c’è una statua di fronte al mare che ritrae William S. Clark, professore americano giunto in Giappone nel 1876 su richiesta del governo per rilanciare e modernizzare l’agricoltura locale, lasciando un importante solco culturale nell’isola settentrionale di Hokkaido. L’iscrizione alla base della statua recita “Boys, be ambitious”, diventato oggi un vero e proprio motto in Giappone. Secondo la tradizione, fu il saluto che Clark indirizzò ai suoi studenti prima di tornare in America, a cui aggiunse: Siate ambiziosi non per soldi né per egoismo, e nemmeno per quella cosa evanescente che chiamiamo fama. Siate ambiziosi per ottenere la massima realizzazione di ciò che un uomo dovrebbe essere. Ma cosa significa “la massima realizzazione di ciò che un uomo dovrebbe essere”? Per JoJo la risposta è sfuggente; e soprattutto, la domanda è mal posta.

Nel prosieguo della serie, e in particolare da Diamond is Unbreakable, l’anatomia dei personaggi di Araki cambia. I corpi restano attraenti e atletici, ma abbandonano le ipertrofiche forme ottantiane per diventare slanciati, flessuosi, ancora più androgini. Il risultato è che il lettore o lo spettatore quasi non si accorge dello scarso numero di personaggi femminili, e quando infine con Stone Ocean Araki introduce la prima protagonista donna (Jolyne Kujo, figlia di Jotaro), la scelta non ha l’effetto innovativo che ci si potrebbe aspettare. Semplicemente, Araki affronta la questione di genere con una tale naturalezza che la distinzione fra uomo e donna sfuma in un continuo gioco di interferenze, e cessa di essere problematica. Non ha alcun messaggio da comunicare, nessun intento programmatico se non quello di lasciare i suoi personaggi liberi di essere ciò che sentono di essere. 

E se possono farlo, è anche perché Araki ha costruito un mondo che glielo permette, parente dell’immaginario glamour, istrionico e spiccatamente androgino della corrente musicale visual kei, e ispirato alla positività giocosa degli anni ’80 con David Bowie (una delle più evidenti muse ispiratrici di Araki) che già nel 1975 poteva salire sul palco dei Grammys e salutare con “Ladies, gentlemen, and others”: uno scenario molto diverso da quello odierno dove la questione di genere, schiacciata da repressione e ostracismo, è diventata un nodo che necessita di essere sciolto, un tema delicato e doloroso con cui un autore contemporaneo non potrebbe più giocare perché il pubblico si aspetta, in malafede, che dietro ogni personaggio bisessuale o di genere non-binario ci sia un intento dimostrativo. Emblematico è il caso di The Last of Us 2, videogioco assalito dalle critiche dei fan più oltranzisti (con una strizzata d’occhio dell’alt-right americana) reo di aver inserito un personaggio genderfluid e una donna di aspetto mascolino in nome del politically correct o per mandare un messaggio politico – quando invece entrambe le figure erano perfettamente funzionali alla storia, niente affatto forzate.

In un certo senso, il mondo immaginario di JoJo, per quanto popolato da individui pericolosi e nemici potenti, è una sorta di paradiso queer dove le persone sono aperte e fiduciose, affrontano i propri dubbi e problemi accettando di possedere un’identità fluida e risolvendoli con il confronto, senza pressioni sociali. È un mondo ideale, come una diapositiva da un’epoca aurea: i protagonisti non diventano belli, abili e muscolosi grazie allo strenuo allenamento, ma per diritto di nascita – un discorso simile vale per gli Stand, poteri soprannaturali che scendono per grazia o fortuna su poche decine di individui.

Non è un caso che l’estetica di Araki attinga dal mondo della moda, dove l’abito precede l’indossatore, e dall’arte classica e rinascimentale: nelle proporzioni perfette e michelangiolesche dei suoi corpi, che sembrano guizzare fuori dai confini delle tavole, sembra di assistere al concetto di uomo ideale che prende forma. Ma è un’ideale puramente statico ed estetico, e la sostanza segue strade diverse dalla forma. L’uomo di Araki è emotivamente fragile, dubbioso, vulnerabile, e non si vergogna di esserlo, perché anche in questo sta la sua mascolinità. E poi, i suoi personaggi sono in continuo movimento, sfidano la fissità delle pagine disegnate, e nella dinamicità il corpo maschile segue spesso coreografie femminili, ampliandosi, mettendosi in discussione, arricchendosi.

È il caso delle JoJo’s pose, le pose plastiche copiate dalle riviste di moda che sono diventate il marchio dell’estetica di Araki, della sua drammaticità provocante. Sono però scene molto diverse dalla gestualità sacrale che precede le mosse speciali degli shounen di combattimento, eredi dei rituali che introducevano le trasformazioni dei super robot o degli eroi dei tokusatsu (i telefilm con mostri ed effetti speciali) segnalando l’apice dello scontro e il climax dell’episodio. Le JoJo’s pose non mandano un messaggio intimidatorio al nemico né allo spettatore, non sono incasellate nella struttura dell’episodio: sono momenti di libera espressione del personaggio, che sceglie di oggettivare il proprio corpo in modo genuinamente sensuale. Si pensi a Dio Brando, l’antagonista del primo e del terzo arco narrativo. Anatomicamente parlando è ipertrofico e ipermascolino, ma, come nota Ruben Ferdinand in un pregevole articolo apparso su Medium, “adotta la femminilità come principio coreografico”, è “un corpo maschile codificato come se fosse femminile”: si atteggia in modi che un uomo eterosessuale troverebbe attraenti in una donna, con il risultato di creare una forte tensione omoerotica. Il corpo maschile è oggettivato e sessualizzato, come spesso accade forzosamente a quello femminile, ma la differenza dello sguardo queer di JoJo è che i personaggi scelgono di loro iniziativa di divenire oggetti di desiderio, senza alcuna nozione canonica di come un oggetto di desiderio, maschile, femminile o altro, dovrebbe comportarsi. È uno sguardo, dice sempre Ferdinand, che è al tempo stesso oggettivante e soggettivante.

UNO STAND PER ABBATTERE IL PATRIARCATO

Una buona fetta di appassionati delle avventure di JoJo odia quelle interpretazioni che prendono come chiave di lettura esclusiva le categorie sessuali, come se fosse un manga portabandiera LGBT. “I hate when people try to sell JoJo as being a show/manga about manly men being manly (odio quando la gente cerca di spacciare JoJo per un anime/manga che parla solo di uomini maschi che fanno i maschi)” si legge ad esempio in un post del subreddit dedicato (anche se, va detto, qualcuno afferma invece “JoJo is making me like men”) e in effetti si tratta di una lettura superficiale per due motivi.

Il primo è che, nel suo caleidoscopio di bizzarrie, JoJo contiene una moltitudine di tematiche e agganci interpretativi. Il secondo e più importante è che, come abbiamo visto, Araki non ha nessun intento morale o rivoluzionario, non vuole insegnarci nulla sulla questione di genere, e forse proprio in questo sta il segreto della sua longevità, del suo interagire con tanta attualità con il mondo di trent’anni dopo. Senza mai esplicitare gli elementi e i motivi della queerness che permea il suo mondo, Araki la normalizza; ed ecco che i maschi (persino ipermascolini come Dio Brando) possono adottare istanze femminili senza per questo appropriarsene. Come risultato di questo approccio emancipato e non-categorico, apprezziamo il ritratto di una mascolinità sensuale, autentica, ma ripulita da quegli elementi tossici promossi dalla società patriarcale: la competitività esasperata, l’arrivismo, l’omologazione, la prepotenza, la reticenza nel mostrare emozioni.

Il primo arco narrativo, Phantom Blood, non è ambientato in Giappone ma muove da valori tipicamente giapponesi: l’obbedienza che si deve a un padre, la lealtà alla famiglia, il rispetto delle regole. Tale disciplina è richiesta sia a Jonathan, figlio naturale dei Joestar, che a Dio Brando, figlio adottivo, ma il secondo si ribella. È come un Lucifero, un diavolo tentatore che rovescia le norme patriarcali con il suo puro desiderio di essere altro – e difatti Dio Brando è il meno umano dei personaggi di JoJo, un vampiro a cavallo fra epoche, specie e generi sessuali, la concretizzazione del concetto di libertà. Per batterlo, Jonathan è costretto a seguirlo sulla strada che Dio Brando ha aperto. Non otterrà un ristabilimento dello status quo bensì una vendetta personale che conduce alla catastrofe, esemplificata dall’incendio della villa: le mura sono crollate e nulla sarà più come prima.

Il secondo arco narrativo, Battle Tendency, ha in filigrana un altro valore tipicamente patriarcale: la fedeltà del soldato, il sentimento patriottico, declinato nelle campagne belliche giapponesi. Ne comprendiamo le ragioni, perché Araki è capace persino di farci provare empatia per un nazista come Stroheim, ma comprendiamo anche la necessità del suo superamento. Joseph si ritrova al centro di una battaglia che non era la sua, è un soldato che anziché svanire in una faccia anonima dietro un elmetto decide di diventare protagonista; ma non combatte per obbligo bensì per amore, così come Stroheim combatte per amore della patria e della sua adorata scienza tedesca. Qui emerge anche il tema del padre assente, particolarmente rilevante nella società giapponese dove, come sa bene ogni appassionato di anime o manga, i padri sono spesso figure evanescenti, talmente prese dal lavoro da estraniarsi dal focolare domestico. Jonathan eredita i poteri dal nonno e la sua figura di riferimento è femminile, tanto è vero che nel suo caso i ruoli di maestro e madre convergono nel personaggio di Lisa Lisa. 

Il terzo e forse più celebre arco narrativo, Stardust Crusaders, è una celebrazione dell’amicizia e della voglia d’avventura, e prosegue il tema del padre assente con il nuovo protagonista, Jotaro, che si mette in viaggio dal Giappone all’Egitto per salvare la madre e sconfiggere il redivivo Dio Brando. Iniziamo a intuire gli effetti dell’assenza del padre: ai figli manca una colonna d’appoggio, ma sono anche liberi di crescere come vogliono, affrancati dalle norme del patriarcato. Jotaro non toglie mai, nemmeno sotto il sole del deserto, la nerissima divisa scolastica, che ha un taglio militaresco; però, la personalizza con l’altrettanto immancabile cappello e una serie di borchie dorate.

Stardust Crusaders è forse la serie più violenta, quella più incentrata su una progressione di combattimenti in stile videogioco che dai nemici secondari conduce al boss finale, ma è anche la serie che introduce gli Stand, superpoteri che sono a tutti gli effetti emanazioni e ampliamenti dell’anima del personaggio. Per essere davvero un paradiso queer il mondo di JoJo presenta aspetti molto brutali, ma la violenza è compensata da un’abbondanza di cuori in bella vista, nel design degli abiti o fra le borchie dorate di Jotaro. Esporre il cuore fuori dal corpo significa più cose; che l’amore vince su tutto; che serve un cuore d’oro per sedare l’ambizione distruttiva dei nemici; e soprattutto, che nonostante l’armatura di muscoli gli eroi di JoJo sono emotivamente vulnerabili. Anche quando feriscono o uccidono un rivale, le loro azioni non restano impunite ma esigono una tassa morale: non glorificano la violenza in senso machista, ma combattono perché è inevitabile farlo. E combattere insieme, a differenza di quanto si richiede allo stoico eroismo maschile, è sempre meglio che combattere da soli.

È quello che imparano i protagonisti del quarto arco narrativo, Diamond is Unbreakable, forse meno appariscente degli altri, ma dotato di una scrittura fine e ispirata, dove il concetto di cambiamento ed emancipazione maschile prende una nuova piega, prestandosi anche a interessanti letture femministe. I personaggi perdono la fissità epica di Jotaro o Joseph Joestar, sono più umani e volubili, ed è più facile immedesimarsi con loro. Sono adolescenti che si comportano come tali, sbagliano e maturano in un romanzo di formazione che è pensato come una finestra, un’estate spensierata (se non fosse per i combattimenti mortali) nella ridente Morio-cho, un’isola felice dove non ci sono severi padri di famiglia, manager ricchi e arroganti o salarymen sfiancati dal lavoro; ci sono solo i giovani, (Josuke è un altro protagonista senza padre, molto legato alla madre) liberi di sbagliare e crescere senza l’ombra opprimente del patriarcato, confrontandosi con gli amici e con i nemici, che talvolta diventano amici. A simboleggiare il senso di ribellione, Josuke e l’amico Okuyasu sfoggiano look e comportamenti da yankii, i classici combinaguai rissaioli (ma dal cuore d’oro) che punteggiano la fauna di ogni liceo o sobborgo giapponese, e Jotaro – che di Josuke è il nipote, sebbene più anziano – si ripresenta dieci anni dopo Stardust Crusaders con un abito simile alla sua storica divisa, ma stavolta total white: persino il più tenebroso dei duri può mutare forma.

Diamond is Unbreakable è anche in grado di fornire una risposta ad alcune fra le critiche ricorrenti nei confronti di JoJo: l’idea, ad esempio, che la società resti divisa in caste e che ogni destino sia governato da una certa immobilità, dove ci si può emancipare e manifestare liberamente la propria identità sessuale solo se riceviamo in dono uno Stand, se usciamo vincitori dagli scontri, se – in sostanza – siamo forti: un altro dettame della mascolinità tossica. Diamond is Unbreakable invece, attraverso i suoi personaggi imperfetti (come l’otaku Koichi o il mangaka folle Rohan Kishibe) mostra la potenza del cambiamento; dove non arriva la forza degli Stand, arrivano l’amore e l’amicizia.

 

BOYS, BE AMBITIOUS

Se applichiamo il messaggio (parola, l’abbiamo detto, da intendersi in modo del tutto non programmatico) di JoJo alle peculiarità della società giapponese, emergono ancora altri punti critici.  È un paese popolato da molte stranezze, ma si tratta perlopiù di cortocircuiti innescati dal rapidissimo mutamento culturale e tecnologico del secondo Dopoguerra, oppure di piccole libertà e feticci individuali che non intaccano la vena conservatrice che scorre ancora in profondità nel paese.

La stessa omosessualità è un tema presente, ma codificato nel rapporto maestro-allievo proprio della cultura dei samurai, o negli attori del teatro kabuki che interpretano ruoli femminili. Al di fuori di queste consuetudini, non è un argomento di cui si può parlare con leggerezza (problema comune, in verità, al resto del mondo) ed è forse per questo che JoJo ha un impatto così rilevante: riesce a parlarne senza parlarne.

Anche il femminismo rientra nella casistica dei temi avvolti da un silenzio scomodo: il volume con cui Sandra Buckley raccoglieva, nel 1997, le voci delle più influenti femministe giapponesi s’intitola significativamente Broken Silence. Come abbiamo visto a proposito dei padri assenti, l’etica lavorativa giapponese sottopone gli uomini (ma anche le donne che scelgono la carriera) ad aspettative schiaccianti, con il risultato che le nuove generazioni hanno mostrato le prime fratture, cedimenti, rifiuti. Araki aveva in un certo senso intuito questo senso di sofferenza latente prima dell’esplosione sulla scena pubblica del fenomeno degli otaku nelle sue perversioni negative eanche nelle sue rivendicazioni, ma proponeva una risposta del tutto differente: estraneo alla “furiosa libido sotterranea del genere” e giudicando “monotona” la cultura otaku, la sua poetica ha “il desiderio di mettere in primo piano le emozioni della narrazione” (sono parole di Matteo Grilli, che di JoJo ha ottimamente scritto su NOT).

Oggi un consistente numero di giovani giapponesi ricade nelle definizioni di NEET (Not in Education, Employment or Training), hikikomori, freeters (ragazzi che si accontentano volontariamente di lavori precari), o magari vive nella cabina in affitto di un net café, perché talmente assorbito dal lavoro che non ha bisogno di una casa e di affetti a cui tornare. Tutti fenomeni che, talvolta già dal nome, denunciano l’intento accusatorio di chi li definisce.

Sono ovviamente fenomeni trasversali dal punto di vista del genere, ma che hanno connotati prevalentemente maschili, proprio perché l’uomo è il principale bersaglio della pressione sociale che lo vuole membro produttivo dello stato, e del conseguente senso di colpa per avere fallito: nonostante le cifre si stiano allineando, gli studi specializzati identificano quello degli hikikomori come un gendered issue. Spostando il discorso sul fronte sessuale, le pressioni sociali disattese possono significare anche una mascolinità frustrata, da cui le reazioni talvolta rabbiose del complesso movimento incel; il Giappone sta vivendo in effetti un costante calo delle nascite (le proiezioni dicono che la popolazione potrebbe scendere dagli attuali 125 milioni a 97 entro il 2050), e si ha la crescente impressione che carriera e vita domestica non possano più coesistere, con sempre più uomini e donne che scelgono di restare single e perdono interesse anche per le relazioni sessuali – un sondaggio del 2011 ha rilevato che, fra i 16 e i 19 anni, il 36% dei ragazzi e il 59% delle ragazze si definisce indifferente o contrario all’idea di fare sesso. Gli uomini giapponesi, però, sembrano aver preso una strada diversa da quella della rabbia.

Così come NEET e hikikomori reagiscono alle pressioni schiaccianti evadendo dalla società senza affrontarla, così alcuni uomini si riconoscono nel termine di herbivore men, o soshokukei danshi, coniato da Maki Fukasawa: uomini gentili e pacifici, spesso curati ed eccentrici nell’aspetto e liberi dai canoni che separano i generi, che non sono necessariamente privi di desiderio sessuale ma che non ricercano attivamente una relazione. La stampa e l’opinione pubblica hanno rapidamente inserito il termine in una sfera semantica negativa, con l’annessa colpevolizzazione legata al calo demografico, e il movimento Men Going Their Own Way, vicino alla galassia incel, ha cercato di inglobarli nel discorso anti-femminista, ma il filosofo Masahiro Morioka ha messo l’accento sui caratteri peculiari e positivi degli herbivore men: il loro comportamento nasce dal rifiuto sereno dei canoni mascolini (che in Giappone come in occidente prevedono per l’uomo un lavoro solido e un altrettanto stabile  matrimonio, da perseguire con una certa aggressività) e dal rispetto per ogni altro genere sessuale, perché nessuno deve diventare un oggetto o una preda. Una visione che sotto certi aspetti è vicina al mondo di JoJo, e una visione che non è solamente maschile, se è vero che per risolvere gli altrettanto opprimenti stigma sociali che colpiscono donne e persone di genere non-binario occorre l’aiuto di tutti: come scrive la femminista Agnes Elizabeth: cari uomini, il femminismo ha bisogno di voi.

Cosa risponderebbe allora JoJo all’appello di William S. Clark, che da Sapporo tornava in America esclamando “Boys, be ambitious”? Non per soldi né per egoismo, e nemmeno per quella cosa evanescente che chiamiamo fama. Siate ambiziosi per ottenere la massima realizzazione di ciò che un uomo dovrebbe essere. Che forse l’uomo non deve essere nulla ma può ambire a essere tutto, e che la sua massima realizzazione consiste nel mostrarsi onesto e vulnerabile, sfoggiare vestiti sgargianti e pose plastiche, mettere a nudo il proprio cuore d’oro e coltivare la forza di amore, empatia e amicizia, affinché tutti siano liberi di essere bizzarri quanto desiderano.


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere).

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3 comments on “Jojo contro la mascolinità tossica

  1. Non ho mai sentito così tante scemenze in una volta. Ma lo hai letto o visto JoJo?
    Jonathan che fa il gentiluomo dell’800, Joseph che alza le mani per qualsiasi ragione, e quando incontra Cesar fanno a gara a chi lo ha più lungo, Wamuu che è l’archetipo del guerriero che ha onore nonostante sia un nemico, Jotharo che è un teppista, Polnareff un donnaiolo… e vanno bene così! Basta con sta scemenza del machismo tossico!

    Ma veramente avete scritto sta scemenza?
    PaTrIaRcAtO!!1!!!1!
    MaSChIlIsTa!!unouno!!!
    Certo che se voi femministi della nuova era non rileggete tutto sulla base delle vostre ideologie distorte, non siete contenti eh?

    Gli unici lgbt confermati sono Dio (bsex), Gelato e Sorbetto (coppia homo), Tiziano e Squalo (coppia homo), ed in fine Scarlet (bsex)… ed un comprimario trans su Stone Ocean (che ancora non ha un adattamento anime). Quindi si può parlare, al massimo, di una serie “inclusiva”… O che per lo meno contempla la presenza di personaggi che non sono per forza etero. Ma no, la storia non ha nulla a che vedere comunque con presunte lotte allo patriarcato maschilisto, e men che meno lotte per i diritti degli omosessuali o altro.
    È gente che se mena. È uno shonen. Stop.

    • Andrea C

      Buongiorno Luca, il tuo commento esemplifica proprio l’atteggiamento che stiamo cercando di criticare. La nostra lettura di un’opera non inficia la tua. Se vuoi considerare JoJo come uno shounen con la gente che se mena, nessuno te lo vieta. Magari, invece, allargando il campo, JoJo potrà raggiungere anche quelle persone che hanno una sensibilità diversa dalla tua (spoiler: sì, esistono) e che nella serie hanno apprezzato qualcosa di diverso. Non vedo alcun motivo, quindi, di attaccare in maniera offensiva e superficiale – a meno che non si abbia qualche secondo fine o timore nascosto. Il “machismo tossico” ahinoi è tutt’altro che una scemenza, e temo che assomigli proprio a questo

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