Keith Jarrett nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Lunedì 23 novembre, la leggenda vivente del Jazz – Keith Jarrett – sei anni dopo il suo ultimo concerto al Comunale, è tornato a esibirsi a Firenze, stavolta presso lo splendido nuovo Teatro dell’Opera. A testimonianza dell’eccitazione che circondava l’evento, tutti i biglietti erano già andati esauriti da mesi.

Immagine 2_Biglietto Jarret
Reliquia n.1

Sulla sua fama musicale e sul suo genio indiscusso, niente da dire. Ma J. è noto anche per le sue nevrosi da palco. Nel 2007 a Perugia per l’Umbria Jazz abbandonò il concerto insultando pubblico e città a causa di un flash di troppo e nel 2013 sempre nello stesso contesto suonò (per vendetta?) tutta la prima parte senza luce. A Parigi, un anno dopo, addirittura abbandonò la sala per un colpo di tosse di uno spettatore! Oltre all’emozione di trovarsi di fronte a un musicista capace di improvvisazioni pianistiche quasi ascetiche, il pubblico dei suoi concerti sembra quindi oscillare tra due stati emotivi: la devozione – tendente alla sudditanza – e il panico.

Il temibile regolamento del concerto, un foglietto di carta così definito dalle maschere che lo consegnano all’ingresso per aiutarci a divenire “il pubblico di J.”, di fatto non fa che alzare l’asticella dell’ansia da prestazione ancora più in alto. Quel “cortesemente” contenuto in “Vi chiediamo pertanto cortesemente di non tossire durante l’esecuzione” suona affilato come la lama della ghigliottina che penderà sopra le nostre teste per tutta la durata della performance.

Immagine 1_Regolamento Jarret
Reliquia n.2

“Vi chiediamo pertanto cortesemente di non tossire durante l’esecuzione”


Inizio del concerto programmato per le ore 20, ma porte della sala ermeticamente sigillate alle 19:45 in punto, alla faccia di eventuali avventori dell’ultimo minuto; l’aspettativa era pertanto di una puntualità svizzera. Gli altrimenti normali quindici minuti di ritardo generano quindi il tacito timore che qualcosa possa essere andato storto dietro le quinte tanto da portare J. a rifiutarsi di suonare. Il livello di paranoia aumenta quando – quasi a dimostrare una psicosi comune – si diffonde la (giusta?) convinzione che non ci sia abbastanza silenzio per permettere l’epifania del maestro. Gli ssshhh si ripetono. Ma il fiorentino medio, per quanto ben intenzionato, non ce la può proprio fare a non farsi beffe delle pretese del regolamento. L’apice si raggiunge quando viene letto nell’impianto di amplificazione: i più “coraggiosi” tossiscono per provocazione, altri semplicemente borbottano e sghignazzano. Il silenzio non sembra mai all’altezza e gli ssshhh si moltiplicano spegnendosi solo dopo la provvida entrata a passo serafico di J. sulla scena.

Neanche il tempo di accomodarsi e percepisce una corrente d’aria che si insinua da una quinta e lo colpisce proprio dietro la schiena. Dice di avere freddo. Ripetutamente si soffia dentro le abilissime mani unite a mo’ di conchino e poi le strofina. Eccola, la possibile causa scatenante del suo forfait! La mente va sempre a Perugia, dove, stavolta nel 2000, aveva minacciato di non suonare perché il termometro sul palco era sceso sotto i 19° Celsius stabiliti dal contratto. Per risolvere la questione furono installate delle stufe aggiuntive. I sorrisi nervosi del pubblico alle sue battute sulla temperatura troppo bassa malcelano il timore collettivo che sua maestà possa rifiutarsi di suonare in queste condizioni (e di avere così buttato via i tanti soldi investiti per il biglietto).


Neanche il tempo di accomodarsi e percepisce una corrente d’aria che si insinua da una quinta e lo colpisce proprio dietro la schiena. Dice di avere freddo. Ripetutamente si soffia dentro le abilissime mani unite a mo’ di conchino e poi le strofina.


Abbandona ripetutamente il luccicante pianoforte per discutere con un tecnico e tra il pubblico il panico non fa che aumentare. Ma alla fine inizia. Un pezzo jazz tortuoso, contemporaneo, decisamente arduo. “Era nervoso per quel maledetto spiffero”, si dirà… Rotto l’argine, il concerto prosegue tra note jazz, bluesettoni e melodie romantiche che fluttuano tra gioia e nostalgia.

A interrompere questo idillio, si illumina il cono di un faro sul pavimento del palcoscenico e, al suo centro, compare un microfono sorretto da un’asta. J. vi si avvicina e letteralmente out of the blue ci rende partecipi della sua nostalgia per i bei tempi andati fatti di carta, inchiostro e note e il suo antitetico ribrezzo nei confronti di internet e della nostra vita a ritmi 2.0. Torna a sedere e invece di rabbia – “era nervoso per internet” avremmo potuto dire… – ci regala ancora liquide melodie dai tratti vagamente pop.
Pausa di venti minuti, tutti al freddo (altro che 19°) a fumare!

Durante la seconda parte – sicuramente più libera, estrosa, creativa e complessa della prima – comincio a sudare: avranno aumentato la temperatura per compensare lo spiffero?! Il teatro è ora un’enorme sauna. Ma, Perugia 2000 docet, per J. questo e altro!

Il sudore però si gela quando, tra un pezzo e l’altro, accade l’inevitabile, un evento già vergato da tempo immemore nel grande libro dei destini. J. con la coda dell’occhio rileva la luce dello schermo di uno smartphone in platea, questa accende una scintilla di odio nei suoi occhi che a loro volta illuminano il cono di luce sul palco con al centro l’asta microfonata. J. vi si reca e si rivolge direttamente al presunto responsabile di tale affronto: «Non hai il diritto di fotografarmi. La tua foto è vuota e non contiene blues. Nel mondo c’è più bisogno di blues che di foto, ma stasera tu hai esaurito la mia carica blues!». Punto.

Un pensiero – quasi di sollievo a fronte dello stress della performance uditoria – unisce tutto il pubblico: ecco finalmente ci siamo, adesso se ne va veramente! Invece, dopo essersi brevemente allontanato, torna al microfono e, facendosi carico di una responsabilità storica e artistica forse un po’ esagerata, aggiunge che lui si ribella anche per essere di esempio ai giovani artisti, altrimenti chissà dove andremo a finire…
Ok, testamento della serata firmato, ora se ne va davvero! Invece – evidentemente di ottimo umore – rimane e continua con dei pezzi più brevi, ma finemente articolati.


«Non hai il diritto di fotografarmi. La tua foto è vuota e non contiene blues. Nel mondo c’è più bisogno di blues che di foto, ma stasera tu hai esaurito la mia carica blues!»


Ci sarà poi stato quel telefono acceso? E, anche nel caso, sarà stato utilizzato per scattare una foto? Considerando l’atmosfera della serata, non lo ritengo molto probabile. L’impressione è che J. non aspettasse altro: «So già che domani tutti i blog scriveranno: J. di nuovo contro le foto, ma io ne farei volentieri a meno se ciò non accadesse tutte le volte» aveva significativamente dichiarato durante il suo sfogo. Tralasciando questi sospetti, l’episodio dimostra che i concerti di J. sono gli unici durante i quali avviene un perverso ribaltamento prospettico che fa sì che il pubblico si senta più osservato dell’artista. Come se J. sedesse isolato al centro di un’enorme platea a suonare piegato su un pianoforte delle dimensioni di quello di Schroeder dei Peanuts e giudicasse l’audience attitude del pubblico accalcato sul palco! Tutto questo mentre improvvisa giocando con le note. Del resto quando uno è un genio…

Tanti applausi e tanti bis. J. si inchina nel solito modo – perdendo completamente il controllo e la sensibilità della parte superiore del corpo e facendola cadere in avanti con le braccia che ciondolano penzoloni – e scompare.

Senza volerne fare un profeta – se non, al limite, musicale –, l’atteggiamento di J. manifesta un netto rifiuto dalla società dell’immagine rispetto a quella del sentire. L’inflazione dell’uso di devices elettronici porta tanti di noi a fare un salto mortale esperienziale imprevedibile anche solo dieci anni fa, quando gli schermi più diffusi erano ancora quelli delle televisioni. Sempre più spesso assistiamo in differita a eventi live, viviamo mediato in un piccolo schermo ciò che di irripetibile sta avvenendo sulla scena retrostante. E lo facciamo per disporre di una copia – quasi sempre di pessima qualità! – da poter riprodurre a piacimento e condividere, pena la percezione di non aver vissuto l’evento stesso, come di fatto però è stato. Barattiamo l’intensità del qui e ora con una sua opaca proiezione nel futuro sotto forma di memoria condivisa alla quale ben pochi daranno importanza e che presto verrà dimenticata in un angolo polveroso della nuvola.

Keith Jarrett
Una delle tipo due foto di Keith Jarrett libere dal (c)

Barattiamo l’intensità del qui e ora con una sua opaca proiezione nel futuro sotto forma di memoria condivisa, alla quale ben pochi daranno importanza e che presto verrà dimenticata in un angolo polveroso della nuvola.


Nelle piazzate di J., anziché le bizze di un narcisista sui generis, voglio leggere un’esortazione a vivere le esperienze al pieno, con tutti i nostri sensi – non i nostri sensori! – accesi. Una sorta di educazione che parte dal come essere pubblico di una performance, ma può essere estesa ai nostri rapporti intimi, sociali e financo alle nostre forme di impegno politico. Non scambiatemi per un luddista – anzi mi diverto come un matto su Instagram e su gli altri social –, ma una società che in così breve tempo ha fatto delle nuove tecnologie la sua ossessione, dovrebbe forse provare a individuare il giusto equilibrio nel rapportarvisi. La scontrosità di J. è uno dei radi contrappesi su una bilancia stracolma dei proclami degli entusiasti 2.0. Conserviamola come un fastidioso, ma prezioso promemoria.

Ah, al di là di tutto questo, quando J. accarezza il pianoforte non possiamo che dimenticarci di noi stessi e anche il fiorentino medio, per una volta, smette di lamentarsi o fare battute e, paralizzato dalla pelle d’oca, rimane a bocca aperta.

di Jacopo Visani


Jacopo Visani non studia, non lavora, non guarda la tv, non va al cinema, non fa sport. @Jacopovisani
Immagini (c) Wikimedia, Jacopo Visani

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