Dentro L’Eclisse: l’arte di Kentarō Miura



Quattro omaggi letterari al creatore di Berserk, uno dei manga di maggior successo di sempre,  con oltre 50 milione di copie vendute in tutto il mondo. Di Andrea Cassini, Edoardo Rialti, Licia Troisi e Vanni Santoni


In copertina e nel testo, delle immagini tratte da berserk

di Andrea Cassini, Edoardo Rialti, Licia Troisi e Vanni Santoni

Andrea Cassini

 

“Non sono riuscito a vedere i ciliegi in fiore dal vivo neanche quest’anno”.

Nei giorni seguenti all’annuncio della morte di Kentaro Miura, in molti hanno condiviso una lista di frasi che l’autore aggiungeva come note in calce ai fumetti. Testimonianze della sua vita assorbita dalle scadenze editoriali, segnali di allarme, richieste di aiuto, forse, di uomo che si sarebbe fatto scoppiare il cuore per il troppo lavoro. Tra le varie frasi, è questa ad avermi colpito più delle altre. Forse perché mi ricorda uno dei miei haiku preferiti, di Kobayashi Issa: “In questo mondo / contempliamo i fiori; / sotto, l’inferno”. È un haiku che mi suscita lo stesso senso di vertigine di Berserk.

Raccontare l’inferno, in un certo senso, è facile. Meno facile è raccontarlo dopo averlo sperimentato sulla pelle, avere il coraggio di chiamarlo per nome, e ancora più difficile, tremendamente difficile, è raccontare l’amore che sta in fondo a quell’abisso. Miura ha saputo farlo. La prima cosa che ho fatto, appena letta la notizia, è stato riprendere dalla libreria il volume 6 della mia edizione di Berserk, la Maximum, e rileggere le tavole in cui Gatsu e Caska s’innamorano, i corpi nudi e tempestati di cicatrici. Non aprivo quei volumi da molti anni e due traslochi, ma ho ritrovato le pagine con la memoria delle dita, da quante volte le avevo lette in passato. 

Un amore che è soltanto un leccarsi le ferite, dice Caska, e nella mia ingenuità da adolescente per cui ogni difficoltà è un dolore inedito e disorientante, ero sicuro che fosse, come per lei, la cosa più desiderabile del mondo. Lo penso ancora adesso, per altri motivi, alcuni dei quali mi fanno sentire un po’ più vicino a Miura. Nell’odore dolciastro della carta, nella densità dell’inchiostro sotto i polpastrelli, mi è sembrato di sentire il sudore e il sangue dell’autore; nelle pennellate nere delle sue tavole c’è il gorgoglio di uno stomaco insaziabile, nelle ampie campate bianche uno spazio di meravigliosa libertà, l’accettazione di quella fame che, un giorno, finirà per divorarti. Non sapevo quasi nulla, da ragazzo, dei ritmi massacranti dei mangaka, della malattia e del malessere di Miura, della consunzione imposta dal lavoro, ma in qualche modo si percepiva che Miura stava scrivendo da dentro la pancia del mostro che l’aveva inghiottito, che quel mondo spietato era ciò che vedevano i suoi occhi privati del sole, il narrato che coincide con il narratore, e gli sprazzi bianchi di quelle vertiginose tavole vuote erano così meravigliosamente strazianti perché erano una luce immaginata, una felicità pura e inesistente.

Ho sempre amato i finali sospesi: non ho mai provato l’ansia di leggere a tutti i costi il finale di Berserk, né mi accanivo a sfogliare con rimpianto le pagine dell’Età dell’Oro chiedendomi cosa sarebbe stato se. Nel caso di Berserk, però, non so se la chiamerei mai “opera incompiuta”. Per me va oltre il significato di incompiuto, e non perché i suoi archi narrativi possono essere presi e apprezzati a sé stante. La storia si era squadernata, Miura apriva nuovi assi e cominciava a ruotare intorno a quelli scivolando sempre più lontano dalla chiusura del cerchio. Me lo immagino ipnotizzato dalle spirali di Junji Ito in Uzumaki, vittima di un’immaginazione ipertrofica e contaminata, e impossibilitato ad accompagnare Gatsu verso la fine, verso la Mano di Dio, perché cosa sarebbe rimasto di Miura, senza Gatsu? Era questo il vero contrappasso di Grifis, il Re dei Desideri, il Principe dei Peccatori: un mondo dove peccare in eterno, senza l’espiazione della morte o del perdono. Mi piace pensare che Berserk si muovesse di forza propria, creatura del cervello di Miura che a sua volta aveva partorito una versione artefatta dell’autore, spinta da una fiamma nera che continuerà a bruciare nei fertili prati dell’incompiuto, finché ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di disegnare un fiore bianco nato sul fondo dell’inferno.


Edoardo Rialti 

 

Ogni legame è una ferita.

Tu sei mio. Grifis tiene il viso stupefatto di Gatsu tra le mani e glielo scandisce negli occhi con serena, giocosa semplicità, uno scherzo che condividono solo loro, come i bambini che erano ancora ieri, sulla collina verde, agitata dal vento. Quelle parole, lo spazio che creano, il vuoto nello stomaco, il calcio dell’impiccato, si allargano e inghiottono tutto. Ci sono debiti così vasti che tracciano una dimensione esclusivamente loro, riconsegnano quanto già si amava in un’ennesima incarnazione e aggiungono immagini che si innestano sul proprio alfabeto emotivo, insieme un mondo nuovo e il vecchio reso esplicito scriveva Eliot. Ricordo molto bene quando lessi quel Mio per la prima volta, e quella che fino a quel momento era stata una storia dalle premesse oscure e dure promise – e minacciò – di diventare un’altra cosa, che a sua volta avrebbe retto il mio viso tra le mani, che già lo stava reggendo. Stavo sdraiato sulla spiaggia nella geometria astratta del primo pomeriggio, il mare tremolava più avanti, prossimo e lontanissimo. La lessi tutta lì, L’Età dell’Oro, la ferocia disperata del suo eroe letteralmente mangiato, la sporcizia grimdark, i tanti e tanti dettagli di immagini che percorrevo da ogni angolazione, coi loro cavalli e cotte di maglia e livree e picche, l’intima coerenza di quel rinascimento delle compagnie mercenarie e le irruzioni soprannaturali, l’erotismo pulsante. L’amore espresso, duro e delicato – l’improvvisa inversione di corrente nel come Gatsu fa sesso con Caska – e le infinite notti a proteggere chi sembra non riconoscerti più, come in Testamento di Hutchinson. L’amore taciuto, ma presente. Ogni volta che rischio la mia vita per te, deve esserci una ragione? E poi i movimenti a spirale per cui niente si ripete nello stesso modo, i costi sempre sporchi di tutte le imprese che possono ricadere sugli innocenti e gli stessi affetti che ci hanno mossi a compierle, l’orrore, la violenza e il sesso, sempre intrecciati—il gioco dei grandi! esclama uno dei bambini fatati di Lucine sfoderando un pungiglione per infilzare un compagno – in un montare di follia dal sentore inesorabile, per cui tutto contribuisce a farti dire che sì, le cose vanno davvero così. Aculei sulla corona di fil di ferro dorato,/ spine sullo stelo insanguinato della rosa, notava Sylvia Plath. Tormento e forza vengono dalle medesime regioni, le stesse delle nostre brevi pulsazioni di riposo e conforto. Mio vecchio amico, dice la strega Flora al Cavaliere del Teschio, e ancora una volta vediamo che dietro ogni mostro c’è una storia, e ogni storia è scavata dall’amore e dal dolore. Dal Conte-Lumaca che esita a sacrificare la figlia Teresia alla furia invasata di Zodd l’Immortale che si getta sulle spade come fossero vivande. Ancora non mi sazia. Ne voglio di più. E poi l’assolo di Grifis, un violino cui si aggiungono e accordano altri strumenti che poi finiranno tutti nel fuoco. È una delle grandi intuizioni di questa storia aver differenziato e contrapposta la gloria del manzoniano gran disegno di tiranni prometeici come Gaisselick-Cavaliere del Teschio o L’Imperatore Ganishuga al fulgore candido sognato da quel bambino che sbuca dai vicoli come uno dei figli scambiati dei racconti di fate, la cui malvagità conserva sempre una luminosità innocente. Tra mille amici e nemici soltanto tu mi hai fatto dimenticare il mio sogno. Perché Tu sei mio significa anche il suo contrario, come viene ripetuto a ogni Bejelit immolando padri, figli, sposi, e poi urlato a ogni morso dell’Eclissi mentre volti che abbiamo imparato a considerare amici vengono divorati uno dopo l’altro, l’amore della vita viene stuprato e reso folle in un incubo folle di godimento e il sangue cola ad annerire la tua vista. Per molto tempo ho sperato che persino il trionfo luminoso di Grifis reincarnato avrebbe aperto la breccia su qualcosa di altrettanto costoso e terribile. Così come talvolta ho pensato che, al di là di qualunque inconcepibile confronto finale, magari Gatsu sarebbe stato ucciso a tradimento da quella stessa bambina Teresia che glielo aveva giurato dopo la morte del padre, piangendo di odio, e che lui aveva lasciato in vita con un sorriso d’approvazione. O forse no, anche quella promessa rimasta vuota va bene così. È un frammento all’inizio, che in qualche modo contiene già tutto. Quando ho ascoltato Solace dei Counterparts, ho ripensato a Teresia, e gli altri. I will forever be a slave to your distance. Don’t let me in. Don’t let me go. Non sapremo mai quale ecatombe a Midland sia legata alla Mano, o trasformò Gaisselick nel Teschio. Non sapremo mai cosa si nasconde nei battiti del sangue congelato di Grifis che, al rivedere Gatsu e Caska, improvvisamente pulsa. Ogni ferita è un legame.

Licia Troisi

 

(Il pezzo adotta la vecchia nomenclatura per i nomi dell’opera di Berserk, sebbene la traslitterazione siano meno corretta, perché è quella con cui ho conosciuto questi personaggi)

“Dovunque si vada, l’unico posto che ci attende è sempre un campo di battaglia”

È stata la firma sotto le mie mail per una vita intera. Se chiudo gli occhi, vedo la pagina del manga come se ce l’avessi davanti agli occhi. Due volti di profilo; quello del guerriero stanco e ferito, in alto, quello della ragazza, gli occhi orlati di lacrime, in basso. A unirli, il lacero mantello di lui, che avvolge e incornicia il viso di lei.

Quando lo lessi, rimasi folgorata.

«Parla di me» pensai. Delle mie personali battaglie, delle mie ansie, delle mie ossessioni, delle mie paure, che mi seguivano ovunque, per quante pelli cambiassi. E divenne il mio motto.

Non ricordo se fu merito di mio cugino, o di un mio amico. Ricordo che avevo diciannove anni, e comprai il primo numero della ristampa di questo fumetto di cui mi avevano parlato benissimo. In copertina, un truce guerriero a petto nudo, senza un braccio, sostituito da un rozzo moncherino in ferro. 

La prima tavola è una scena di sesso, che degenera nel giro di poche pagine nel brutale omicidio di un mostro. Rimasi folgorata. Subito. Quel mondo violento, quel guerriero disperato, il tratto che sembrava una stampa di Doré… incantata. Lo passai al mio fidanzato, che ci mise un paio di numeri ad appassionarsi, ma poi venne catturato anche lui. Anno 2000, e io facevo conoscenza con Berserk di Kentaro Miura.

I manga erano un mondo che avevo appena iniziato a esplorare. Non ero neppure ancora un’autrice. A dire il vero, non avevo buttato giù neppure mezza riga del mio primo libro. E non era un caso. Mi stavo costruendo. I manga, la cultura pop. Berserk. Erano i mattoni che andavano componendo la strada che portava al mio personale castello; una strada non lastricata di cadaveri, come quella di Grifis, ma di storie. E Berserk divenne un ponte intero, che connetteva la mia passione, il mio bisogno di scrivere, con le storie che avrei raccontato. Volevo scrivere quello. O almeno provarci. Senza mai riuscirci, questo adesso lo so. Ma i modelli ideali servono solo a farti mettere un passo dietro l’altro, a percorrere la tua strada. Devono essere irraggiungibili.

Fare un elenco anche solo esaustivo di quanto Berserk abbia influenzato le mie storie è impresa pressoché impossibile. Non c’è cosa che abbia scritto senza dentro qualcosa che viene da lì. Caska, la guerriera forte e fragile al tempo stesso, è Nihal, ovvio. Phos non l’ho mai immaginato con altra faccia che non fosse quella di Pack. Acrab deve tantissimo a Grifis. Il debito che sento nei confronti di Miura e della sua opera è semplicemente infinito, non quantificabile.

Il mio manga preferito, certo, ma non solo. Una delle storie più belle che abbia mai letto. Indipendentemente dal media. Uno scavo psicologico dei personaggi che ha pochi eguali, una capacità di cogliere l’orrore, la meraviglia, il dolore della condizione umana che rare volte ho incontrato nelle storie che ho fruito. A Miura perdonavo tutto: la svolta high fantasy che stentavo a capire – e non gradivo granché – la lentezza con cui portava avanti Berserk, le trame che non portavano da nessuna parte. Perché mi aveva dato l’Eclissi, il monologo sui sogni di Gatsu, la storia di Lucine. Avrebbe potuto non tracciare più neppure una linea, avrebbe potuto appendere il pennino al chiodo, e io gli sarei stata comunque infinitamente grata.

E poi, una mattina di un maggio pandemico, apro i messaggi, e trovo un link che mi ha spedito mio marito, il fidanzato di quel lontano 2000. Kentaro Miura è morto. E d’improvviso si apre un vuoto.

Non ho mai davvero vissuto i lutti collettivi. Mi è spiaciuto per la morte di tanti personaggi pubblici che ammiravo, ma questo è diverso. È un pezzo della mia storia, di quel che sono, che d’improvviso scompare. È una voragine di ricordi e pagine, disegni e frasi indelebili. È ciò che sono diventata in questi anni, è una storia incisa così a fondo in me che mi ci sono costruita attorno.

Ci metto un’ora buona a metabolizzare la notizia. Non riesco a pensare ad altro. In rete si moltiplicano le citazioni, i suoi disegni incredibili, il suo tratto ormai assurto a livelli di perfezione formale che considero inavvicinabili affollano la mia bacheca di Facebook. E capisco. Sto assaporando il potere delle storie. So pochissimo dell’uomo Miura; devo cercare quanti anni abbia – troppo pochi – e il suo volto è una foto sfocata. Ma ci unisce il filo d’acciaio di tutto ciò che mi ha, ci ha raccontato. Ed è come fosse morto qualcuno che conosco. 

Kentaro Miura muore il 6 maggio, esce dall’avventura terrena ed entra nel mito. Berserk, ormai incompiuto, assume anche lui una sfumatura diversa, un’opera aperta, per sempre affidata ai suoi lettori. E io resto con tutto quello che negli anni Berserk e Miura mi hanno lasciato, e continuerà a vivere, lo so, in tutto quello che scriverò.

Grazie, sensei, e buon viaggio.

Vanni Santoni

 

Mi viene difficile calcolare l’influenza che ha avuto il lavoro di Miura su di me. Non tanto per quella diretta, che pure c’è – solo per citare uno di tanti omaggi, il primo incontro/scontro tra Ailis e Brigid in Terra ignota ha un momento, con una spada fermata con la bocca, che i fan di Berserk non possono non riconoscere – ma soprattutto per quella indiretta, generale, sul modo di lavorare con le fonti e rielaborarle in qualcosa di nuovo. Miura era un grande modernista prestato al fumetto, che sapeva attingere da ogni direzione – fonti più “alte” come Doré, Escher, Bosch, più pop (al di là dell’influenza di Guin Saga, la serie di romanzi fantasy di Kaoru Kurimoto che a dire di Miura fu la sua ispirazione chiave – Berserk è una summa dei topos di mezzo secolo di manga e anime, e attinge senza problemi tanto dai capolavori, l’opera di Go Nagai su tutti, quanto da fonti più modeste come la serie animata di La spada di King Arthur della Toei), e cinematografiche – Hellraiser, Ladyhawke, il Conan di Milius, solo per citarne alcune –, rielaborando sempre il tutto in qualcosa di completamente impattante, nuovo e quasi sempre superiore agli originali: per descrivere la forza narrativa ed estetica dei primi venti-trenta volumi di Berserk bisogna chiamare in causa Il conte di Montecristo, e anche qui, senza esagerazioni, il paragone sarebbe un filo ingiusto verso l’opera di Miura, ormai consegnata ufficialmente all’immortalità, con una piena assoluzione dell’autore – su questo penso che tutti i fan possano ormai concordare – rispetto alla deriva presa più tardi dalla serie, che peraltro, a rivederla con occhi equilibrati, era comunque eccellente (ci sono scene del ciclo dell’Inquisitore e di quello dell’imperatore Ganishuka che restano comunque impresse nella storia del fumetto di ogni tempo) e aveva solo la colpa di non essere all’altezza del sublime toccato con L’epoca dell’oro, fino all’eclisse e immediatamente dopo. 


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