La città zombie di Amman

Lo strano sviluppo degli insediamenti dei rifugiati di Amman mette in luce  come le città possano evolversi diversamente rispetto ai tradizionali modelli urbanistici occidentali, per diventare delle città zombie, che assorbono e digeriscono una serie di improvvisi catalizzatori che influenzano il corso della loro evoluzione.


IN COPERTINA: Anonimo DEL XX sec,  Senza titoloAsta PAnanti in corso

Questo saggio è estratto da Zombie City. Ringraziamo D Editore per la gentile concessione.


di Dana Hamdan

La questione delle persone forzatamente dislocate, ossia che sono costrette a fuggire dalle proprie abitazioni e dalle proprie comunità, sta diventando ormai un problema pressante in tutto il mondo. Il 2017 è stato l’anno in cui si è raggiunto il record mai registrato di persone forzatamente dislocate, e i rifugiati rappresentano il 35% di questo gruppo. Secondo la definizione delle Nazioni Unite del 1951, un rifugiato è una persona che non può tornare al suo paese di provenienza a causa del rischio di essere perseguitata per motivi etnici, religiosi o per appartenenza a un particolare gruppo sociale o politico.

La Giordania è il secondo paese al mondo per numero di rifugiati rispetto alla popolazione, superata solo dal confinante Libano. A seguito all’ingresso di varie ondate di rifugiati nel paese, la popolazione di Amman, la capitale del paese, è quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni, crescita che non è da considerare temporanea dato che la maggior parte dei rifugiati vive nelle aree urbane, e non nei campi profughi, cosa che almeno in teoria dovrebbe portare alla necessità di un miglioramento delle infrastrutture urbane. I campi profughi, invece, non solo non hanno accesso alle infrastrutture preesistenti, ma non portano all’elaborazione della domanda di un miglioramento infrastrutturale a causa della loro natura estemporanea (sebbene, in alcuni casi, i campi profughi hanno addirittura superato i settant’anni di vita).

La città di Amman ospita alcuni tra i più antichi campi profughi al mondo, nati nel 1948 e da allora cresciuti in densità. Considerando i campi profughi creati per i rifugiati palestinesi che si sono formati tra il 1948 e il 1967, e i campi per i profughi iracheni e siriani allestiti nel nuovo millennio, il caso studio della città Amman (e, in generale, del caso della Giordania) offre una prospettiva unica sui drastici cambiamenti che possono verificarsi nel brevissimo periodo in un contesto urbano. Gli insediamenti per i rifugiati di Amman sono dei catalizzatori di rapidi cambiamenti che hanno modificato la struttura sociale e fisica dall’oggi al domani. Nati come semplici tendopoli erette in prossimità della città storica, i campi profughi hanno finito con l’essere assimilati dal tessuto urbano. La linea di confine si sfuma fino a diventare impercettibile, anche per chi ha il ruolo di pianificare la città.

Le recenti catastrofi naturali, sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici, i disastri causati dagli esseri umani e, infine, la pandemia del Covid-19 hanno dimostrato che non possiamo più pianificare la città con un approccio statico: è necessario un approccio che preveda al suo interno un’evoluzione non organica degli spazi nel lungo periodo. Le nostre città stanno affrontando mutazioni zombie che stanno causando rapidi cambiamenti sia a livello operativo che fisico. Studiare gli insediamenti dei rifugiati di Amman può essere utile per mettere in luce una narrazione diversa di come le città possano evolversi rispetto alle ideologie dei tradizionali modelli urbanistici occidentali. Una narrazione in cui le immagini del controllo umano e dell’evoluzione naturale vengono messi in secondo piano per ascoltare la voce dell’urgenza e della disperazione che invocano un cambiamento immediato. Un cambiamento in cui la pianificazione resiliente diventa la chiave per districare le condizioni imprevedibili.

Dunque, questo saggio esplorerà l’evoluzione di Amman a partire dalla sua rapida espansione dovuta all’esodo palestinese del 1948, noto come Nakba. La prima parte di questo saggio cerca di spiegare in che modo il tema della città-zombie può essere rilevante. La seconda parte presenta una rassegna storica delle origini di Amman. A seguito di queste due parti, andremo ad analizzare i quattro principali catalizzatori di rapidi cambiamenti – o agenti zombie – che hanno influito sull’evoluzione fisica e sociale di Amman.

ZombieCity è la nuova città: una guida per pianificare cambiamenti improvvisi

I modelli di pianificazione urbana occidentale possono essere classificati in due principali categorie: da un lato abbiamo la città pianificata, modellata attorno uno schema geometrico, e dall’altro la città organica, secondo cui la città deve seguire la naturale evoluzione demografica, la topografia, dei bisogni e delle attività economiche. La città pianificata è principalmente controllata dall’alto, con un’autorità che detta linee guida e norme, mentre la città organica evolve emergendo dalle interazioni dei cittadini, giorno per giorno, assecondando una serie di decisioni e adattamenti legati alle trasformazioni di piccola scala che diventano eventualmente a scala maggiore nel lungo periodo. Tuttavia, nonostante le differenze, entrambi i modelli hanno due cose in comune: il controllo umano nel processo di sviluppo e la difficoltà di pianificare le decisioni (sia singole che globali) in condizioni di urgenza.

Osservando come un organismo che impiega centinaia di migliaia di anni per evolvere grazie all’adattamento ai cambiamenti dell’ambiente che lo circonda, abbiamo (come specie) dato per scontato che le nostre abitudini e l’ambiente che ci circonda non cambino in modo significativo nel corso della nostra vita. Non a caso, a dispetto degli studi sul cambiamento climatico, ad esempio, o degli inviti a ridurre i consumi, non siamo ancora riusciti a elaborare quei cambiamenti significativi nei consumi e nella prassi di produzione dei beni e di smaltimento dei rifiuti di cui il nostro pianeta ha bisogno.

Perché? Perché, nonostante gli studi, la sempre maggiore sensibilità ambientale, i TED Talks, le proteste non stiamo neppure provando a ridurre i danni che stiamo causando al pianeta?

Possiamo sostenere che il motivo per cui molte persone e molti governi sostengono che il cambiamento climatico non sia reale dipenda non tanto dall’ignoranza quanto da interessi economici. È facile incolpiamo il buon vecchio governo! Il punto è che se molti di noi non cambiano le proprie abitudini è perché nel corso della nostra esperienza quotidiana non vediamo gli effetti più terribili dei cambiamenti climatici. Sappiamo che sta succedendo, abbiamo visto in televisione gli effetti dello tsunami in Thailandia e ci siamo sentiti profondamente sollevati del salvataggio di un piccolo koala dagli incendi in Australia. Ma questi eventi drammatici avvengono altrove, lontani da noi. Al nostro risveglio, la nostra vita è la stessa. Finché un giorno, qualcosa cambierà in modo drammatico.

Se il 2020 ci ha insegnato qualcosa, questo è che il contesto in cui viviamo può cambiare da un momento all’altro, che non abbiamo più il lusso di poter temporeggiare per cambiare le nostre abitudini. Un giorno prendi una tazza di caffè con un amico al bar dell’università, alla ricerca di una stanza economica a Venezia per poter visitare la Biennale e il giorno dopo sei in fila al supermercato di quartiere per fare scorta di carta igienica. E nel giro di una settimana ti rendi conto che non hai bisogno di giocare a The Last of Us per capire come possa essere vivere in una città di zombie.

La pandemia di Covid-19 ha dimostrato che se sottoposti ai giusti stimoli, siamo in grado di cambiare in modo incredibilmente veloce le nostre abitudini. Il punto è che la maggior parte di noi ha bisogno di un’agente zombie per capirlo. Le catastrofi naturali, rese più frequenti dai cambiamenti climatici e dall’azione degli esseri umani, le conseguenti migrazioni di massa e la crescita demografica, stanno dimostrando che qualsivoglia approccio statico ai problemi, specialmente nella pianificazione urbana, non può più essere perseguito. Quanto mai oggi abbiamo bisogno di un approccio resiliente, sia per quanto riguarda la progettazione degli ambienti fisici che quelli più squisitamente operativi, per far fronte ai drastici cambiamenti a cui sono – e saranno sempre più – sottoposte le nostre città.

Amman: Dalla città organica alla ZombieCity

Un agente zombie, o catalizzatore zombie, è agli antipodi della nozione di evoluzione naturale: è un vettore che causa un cambiamento critico nel brevissimo periodo nei comportamenti e/o negli aspetti fisici del fenomeno che studiamo. Pensiamo ai vari film di zombi in circolazione, quelli in cui il protagonista deve rischiare la vita per proteggere chi gli sta a cuore, una ragazza bionda o suo figlio, solo per poi rendersi conto che uno dei suoi protetti – o lui stesso – è stato morso. In pochi istanti bisogna prendere una decisione. Le opzioni sono poche, e dipendono dalla generosità degli sceneggiatori:

A) Tagliare l’arto infetto;

B) Sacrificarsi in una scena eroica per salvare tutti e morire prima di trasformarsi in zombie;

C) Trasformarsi nel giro di qualche ora.

Mentre molte città in tutto il mondo stanno sperimentando un agente zombie per la prima volta – ossia, le trasformazioni rese necessarie per fronteggiare il Covid-19 – altre città hanno conosciuto e si sono sviluppate attorno a dei vettori di cambiamento. Un esempio di città che ha dovuto sperimentare uno di questi drammatici, veloci e caotici vettori di cambiamento improvviso è la città di Amman, in Giordania. Come il protagonista di un film sugli zombie, Amman ha avuto la propria naturale evoluzione, aderendo a uno dei modelli di pianificazione occidentale prima esposti. Ma improvvisamente, nel 1948, un agente zombie che prese forma nell’esodo palestinese (chiamato anche Nakba) che è seguito alla guerra israelo-palestinese ha drasticamente e improvvisamente cambiato la struttura fisica e sociale del tessuto urbano.

I reperti archeologici datano i primi insediamenti nell’area di Amman durante il paleolitico, circa 18.000 anni fa, mentre i reperti più antichi (più che altro vasellame) furono realizzati nel neolitico. L’area in cui sono stati effettuati gli scavi è Jabal El-Qalaa, una delle sette colline che formano il cuore della moderna Amman e che delimitavano i confini della città antica. La collina fu fortificata durante l’età del bronzo e divenne la capitale del regno di Ammon, durante l’età del ferro (nel 1.000 a.C., circa). La città era al tempo conosciuta con il nome di Rabath Ammon (Rabath significa capitale), da cui deriva il moderno nome della città di Amman. L’attuale assetto urbanistico del centro storico di Amman è in gran parte influenzato dal periodo romano (tra il 63 a.C. e il 324 d.C.). Ad esempio, il teatro romano nel centro di Amman e l’adiacente Odeon delimitano e danno forma all’attuale piazza Hashemita da sud ed est. 1.800 anni dalla sua costruzione, il Teatro Romano diventerà uno dei rifugi dei profughi palestinesi accolti nel 1948.

Come nella maggior parte delle città del bacino mediterraneo orientale e del Levante, Rabath Ammon cade sotto la legislatura del Califfato Omayyade a partire dal 635 d.C., periodo che segnò l’ascesa del dominio islamico sull’intera regione, anche se il cristianesimo restò comunque la principale religione nell’area fino all’XI secolo. Amman fu il teatro di un graduale declino durante il periodo Abbaside (750-969 d.C.), durante il quale la capitale venne spostata a Baghdad, cosa che ridimensionò l’importanza della Giordania. Nell’area si concentrarono successivamente diversi scontri, a partire da quelli derivati dal periodo fatimide, passando dalle conseguenze dello sgretolamento del potere in Siria (tra il 969 e il 1171 d.C.), fino alle crociate, durante le quali Gerusalemme cadde sotto il controllo europeo (tra il 1099 e il 1189), che si interessò a spingere la propria influenza anche ad Amman e alle aree circostanti per meglio controllare il territorio attorno la Città Santa.

Cacciati i crociati, la regione palestinese e giordana tornarono sotto il dominio islamico prima degli Ayyubidi e poi dei Mamelucchi. In seguito, a partire dal XVI secolo, sarà l’Impero Ottomano a prendere il controllo dell’area, e lo mantenne sino alla sua estinzione, durante la Prima Guerra Mondiale, evento che portò la città a una decrescita demografica che terminò solo alla metà del XIX secolo con la costruzione della linea ferroviaria di Al-Hijazi. La Transgiordania non stuzzicò l’interesse e la fantasia dell’Impero, che non investì per lo sviluppo o il rinnovamento dell’area. Il solo interesse che gli ottomani avevano nell’area riguardava la sua posizione strategica per il pellegrinaggio verso la città santa de La Mecca e di Medina, importanti per il rito islamico dello Hajj, il quale richiede diversi mesi di preparazione.

L’assenza del controllo governativo da parte degli ottomani permise alle tribù meridionali della penisola arabica di migrare e prendere controllo dei territori, razziando villaggi e città, cosa che spinse varie popolazioni a migrare verso la Cisgiordania (a ovest del fiume Giordano, in Palestina). La città di Amman e vari villaggi agricoli del nord-ovest della Giordania così si svuotarono dall’interno. La Transgiordania subì dunque un processo di degrado fino alla metà del XIX. La costruzione della ferrovia di Al Hijaz riportò nuovamente interesse nelle aree semi rurali e periurbane della regione.

A partire dal paleolitico e per tutta la durata dell’occupazione romana, il periodo islamico e la decadenza ottomana, sino alla ripresa tra gli anni ‘70 dell’Ottocento e il 1947, la città ha attraversato un ciclo di vita simile a quello di un organismo biologico: evoluzione, decadenza, decomposizione, nuova vita. La sua forma fisica non era poi così diversa da quella di altre città con una storia simile, come ad esempio le città di origine greca. L’agente zombie interferì per la prima volta sulla naturale evoluzione della città nel 1948. Osserviamo il cambiamento demografico della popolazione nel corso degli anni e riflettiamo sui principali eventi storici nella regione che circonda la città: le quattro principali ondate di rifugiati (coincidenti con la Nakba nel 1948, la guerra arabo-israeliana nel 1968, la guerra in Iraq nel 2003 e la guerra civile in Siria nel 2011) nella città ha modificato la vita urbana fisicamente, socialmente ed economicamente.

Ognuno di questi quattro eventi migratori ha portato con sé la necessità di costruire nuovi campi profughi sia in città che nel resto del paese. Le strategie per la realizzazione degli insediamenti per i rifugiati sono cambiate nel corso degli anni, man mano che l’identità nazionale giordana come paese indipendente iniziava a consolidarsi. I primi cinque campi profughi che seguirono la guerra del 1948 furono allocati nei pressi del centro urbano. Due di questi (Al Wehdat e Jabal Al Hussein) furono addirittura sistemati nei pressi del centro storico. I quattro campi che vennero costruiti a seguito della guerra del 1967 furono collocati al di fuori delle principali aree urbane, ma a una distanza sufficiente da permettere una forma di pendolarismo. Nel frattempo, anche l’immigrazione dovuta alla guerra in Iraq del 2003 ha avuto un forte impatto sulla struttura sociofisica della città, anche attraverso una nuova economia, come verrà più avanti illustrato.

La creazione dello stato d’Israele nel 1948 ha portato con sé 700.000 rifugiati palestinesi, 500.000 dei quali sono stati collocati in Giordania, secondo quanto apprendiamo dai documenti stilati nel 1950. Il fatto che i primi campi siano stati collocati all’interno dei confini urbani mostra come i pianificatori non avessero una visione chiara per il futuro della città, che già al tempo aveva avviato un lento processo di espansione. D’altra parte, la politica urbana considerava i campi profughi come interventi temporanei e che non sarebbero rimasti abbastanza a lungo per influenzare l’espansione o l’identità urbana.

Le ondate migratorie verso Amman furono tanto massive che la popolazione aumentò di più di tre volte in soli dieci anni, passando da circa 30.000 agli inizi degli anni ‘40 ai 108.000 nel 1952. Il censimento del 1952 mostra che il 29% della popolazione di Amman viveva in delle tendopoli e l’8% addirittura in delle grotte. Dunque, almeno in quegli anni, la questione dell’identità urbana e quella dell’integrazione culturale non erano considerate prioritarie. La maggior parte dei rifugiati, in particolare quelli provenienti da zone rurali, vennero stabiliti nei campi di Al Hussein e Al Wehdat.

Entrambi i campi sono ancora oggi operativi, e via via negli anni hanno registrato una sempre maggiore densità abitativa a causa delle nuove generazioni di persone nate nei campi. E nonostante le difficoltà, il 18% dei rifugiati palestinesi sono costretti a rimanere nei campi per motivi politici che limitano o impediscono la possibilità di possedere immobili o terreni in madrepatria, occupando una vasta area di quella che viene chiamata Eastern Amman, l’area più povera della città.

Questi campi soffrono di un drammatico degrado di alcune delle infrastrutture principali (e della totale assenza di altre). Eppure, l’uso stesso della parola “campo” può essere fuorviante per capire, senza supporti visivi, l’atmosfera che si può respirare in queste aree. Usando la parola “campo” potremmo infatti immaginarci una griglia di tende o un parcheggio per caravan. Ma passeggiando per le strade di Al Wehdat noteremmo una caotica struttura di edifici multilivello costruiti in cemento e mattoni, e nonostante il disordine degli scorci e l’apparente casualità degli insediamenti, le stradine e i vicoli del quartiere brulicano di attività. Ci si potrebbe chiedere cosa sia un campo. È una forma di pianificazione dello spazio o uno statuto politico?

Incamminandosi verso nord, l’atmosfera inizia lentamente a cambiare: gli edifici iniziano a presentare rifiniture di vario tipo e la qualità edilizia inizia ad aumentare. Anche la densità si abbassa lievemente, fino a quando, senza rendercene conto, attraversiamo i confini del quartiere. Se continuassimo ad andare verso nord, in meno di 1,5 km ci ritroveremo nel centro storico. Non vi è alcun confine netto, ma un gradiente in cui la densità e la qualità del costruito sfuma via via che si procede.

Le piante di Amman, disegnate tra il 1946 e il 1981, mostrano come l’area che circonda il centro storico e quella in cui è stato realizzato il campo di Al Wehadat furono completamente colmate nei primi anni ‘50. I primi palestinesi che avevano la possibilità di acquistare dei terreni preferirono i terreni tra il centro città e il cuore del campo profughi, contribuendo alla diluizione del confine tra le due realtà. Lo stesso campo si è evoluto da tendopoli temporanea a tessuto permanente. La tendopoli, che apparse quasi all’improvviso, ha iniziato un percorso di “solidificazione” che ha trasformato il tessuto in calcestruzzo, facendo penetrare delle solide radici nel terreno in cui sorgeva, cambiando così per sempre l’identità della città.

Amman non venne dotata di un piano urbanistico prima del 1955, quando un gruppo internazionale sviluppò un progetto focalizzato sull’edilizia residenziale e sul lavoro. Molte delle idee presenti del piano presentano elementi dell’urbanistica inglese e proponeva la riqualificazione di una vasta parte della città storica e la costruzione di un centro amministrativo in cima a una delle colline del centro, sul modello dell’acropoli di Atene. Fortunatamente, il piano era troppo ambizioso per essere realizzato nella sua interezza, ma da quella data, l’immagine della città iniziò a cambiare.

Il secondo agente-zombie: i campi del 1967 e la politica dell’esclusione

Dopo la Guerra arabo-istraeliana del 1967, furono costruiti altri quattro campi profughi, sistemati attorno la città e altri centri urbani, per ospitare altri 150.000 rifugiati palestinesi. Per non far esplodere disordini, le autorità cercarono di far passare l’idea che i campi avrebbero dovuto essere temporanei, il ché rallentò la “solidificazione” del campo. Ci vollero circa dieci anni prima che i rifugiati del campo di Al Baqaa iniziassero a sostituire le tende con costruzioni permanenti. I campi, nonostante le limitate risorse, iniziarono ad assomigliare sempre più ai quartieri in cui le persone ospitate erano cresciuti. Parliamo di un tessuto urbano eretto senza il lusso di poter ricorrere ai modelli dell’evoluzione naturale o della pianificazione a griglia, nata sotto un’urgenza che ha agito come un’agente zombie per l’intera città.

La costruzione di strutture permanenti significava una cosa: i rifugiati avevano rinunciato all’idea di tornare a casa. Quando divenne evidente che non si sarebbe cercata nessuna soluzione politica, le tende iniziarono a essere sostituite da strutture permanenti realizzate con materiali di scarto, in economia e con scarse rifiniture. È come se la necessità di costruire rapidamente portasse a delle soluzioni formali che incarnano una sfida politica: questa non è casa mia, non deve essere bella se è temporanea, prima o poi tornerò a casa.

D’altra parte, le costruzioni erette nel campo di Al Baqaa sono di proprietà dell’UNRWA (The United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees). Eppure, nonostante ciò, il 69% dei rifugiati interrogati sulla questione si considera proprietario di quelle case (probabilmente a causa del fatto che hanno vissuto in quegli edifici per lungo tempo e che nessuno ha mai pagato un affitto), mentre la composizione del 31% che si considera “ospite” è formato da individui che si è trasferita nel quartiere a causa dei bassi affitti o di patrioti che desiderano tornare in Palestina.

Gli edifici nei campi profughi non hanno seguito i regolamenti edilizi giordani. Gli edifici non sono ben ventilati e molti spazi sono sottodimensionati. Ma il governo centrale è sempre stato recalcitrante nell’interferire nella vita dei campi. Nella loro ricerca sui campi profughi in Kenya, Opondo e Rinelli sostengono che gli individui che vivono in un campo profughi per molto tempo sono portati a non integrarsi nel tessuto urbano perché vivere assieme in un campo profughi spinge le persone a rafforzare il proprio senso di comunità, essendo sempre a contatto con persone del suo stesso paese, e questo dipende anche dal fatto che si è tagliati fuori dal welfare e dall’economia del paese. La stessa espressione “campo profughi” esprime l’idea che queste strutture non siano altro che dei centri di detenzioni temporanei il cui obiettivo è quello di ospitare i rifugiati per un periodo di tempo limitato e poi farli tornare a casa. Perché integrarsi se presto tornerò nel mio paese?

Il terzo agente-zombie: la Guerra in Iraq del 2003 e la polarizzazione sociale

Il periodo a cavallo tra il 1973 e il 1983 è segnato dall’esplosione edilizia causata dal boom economico petrolifero, dall’alto numero di persone impiegate nell’industria del petrolio e dalla decisione, da parte della municipalità di Amman, di investire in progetti di riqualificazione urbanistica ed edilizia popolare (che, a oggi, restano gli investimenti più cospicui nella città). Ma negli anni ‘90, la prima guerra del Golfo causò il licenziamento e il ritorno dalle loro famiglie di circa 400.000 lavoratori che erano emigrati per lavorare negli stabilimenti petroliferi, la maggioranza dei quali era di origine palestinese e giordana, facendo sì che il tasso di disoccupazione tornasse a crescere e facendo esplodere una nuova crisi degli alloggi.

L’invasione dell’Iraq è stato un nuovo punto di svolta, ma che non colse Amman del tutto impreparata, anche se la struttura fisica e sociale della città era destinata a cambiare ancora. Dall’inizio della guerra, fino al 2007, quasi mezzo milione di rifugiati iracheni furono trasferiti ad Amman, aumentando la popolazione del 25% nel giro di soli tre anni. Questo aumento demografico richiese un’ampia espansione delle aree residenziali, costringendo la municipalità della città ad ampliare i confini amministrativi della città.

La nuova espansione urbana ebbe un carattere diverso rispetto alle precedenti: gli iracheni avevano infatti una diversa disponibilità economica rispetto ai palestinesi delle migrazioni precedenti, cosa che permise loro di poter finanziare parzialmente l’espansione tramite l’acquisto di terreni e la costruzione di nuovi edifici, ma questo fece aumentare il prezzo degli immobili, creando una spaccatura netta, che ancora oggi segna la composizione sociale di Amman: la parte orientale (quella più povera) ha una densità che va dai 14.000 ai 30.000 abitanti per kmq, mentre la parte occidentale (quella più ricca) ha una densità che va dai 2.500 e le 6.000 abitanti per kmq. L’immigrazione irachena ha paradossalmente contribuito ad allargare il gap economico tra diverse classi sociali, rendendo impossibile agli altri profughi partecipare alla competizione economica urbana con il nuovo livello di spesa richiesta (cosa che si ripeterà in futuro con il supporto finanziario ricevuto dai profughi siriani).

Ma l’impatto maggiormente critico che questa ondata migratoria ebbe sulla città non fu l’aumento della disparità economica, ma la difficoltà delle infrastrutture idriche di sopperire all’improvvisa crescita della popolazione urbana. La Giordania è il quarto paese più secco al mondo, con un consumo annuo di 145 mc pro capite, circa il 30% della media globale che si attesta intorno ai 500 mc. Le principali fonti d’acqua in Giordania sono il fiume Yarmouk e le tre falde acquifere di Amman-Wadi Es Sir Aquifer, Basalt Aquifer e Disi. Nonostante il 98% delle abitazioni sia collegato alla rete di approvvigionamento idrico, il governo ha dovuto applicare una politica di razionamento già nel 198729, anni ironicamente coincisi con il periodo di maggiori investimenti urbani e del boom economico che ha preceduto la prima guerra del Golfo.

Per ridurre il divario tra disponibilità e bisogno di acqua, aggravatosi dopo l’arrivo dei rifugiati iracheni, è stata avviata tra il 2009 e il 2013 la realizzazione del progetto Disi, un acquedotto pensato proprio per risolvere la crisi30. Purtroppo, la recente crisi umanitaria del 2011 ha aggravato la situazione idrica31. La crescente pressione sulla domanda da parte della popolazione in crescita, accompagnata dalla politica di razionamento dell’acqua del 1987, ha intensificato la disparità sociale tra Amman orientale e occidentale. Infatti, sebbene ogni cittadino possa accedere lo stesso numero di giorni per settimana alla rete idrica, la disuguaglianza si manifesta nella capacità dei cittadini di stoccaggio in serbatoi idrici, allocati spesso sui tetti o nei piani ipogei delle abitazioni.

Uno studio condotto nel 2010 ha rivelato che le famiglie di Western Amman hanno una capacità di stoccaggio media di 16,35 mc di acqua, mentre la media di Eastern Amman è di 3,12 mc. Non tutte le famiglie di Amman, infatti, possono permettersi di installare serbatoi e cisterne. Lo stipendio medio di una famiglia di Amman Eastern è di 270 £ al mese, mentre nella parte occidentale è di 2.200 £ al mese.

Il quarto agente zombie: la guerra in Siria del 2011

L’ultimo aumento improvviso nella popolazione di Amman arrivò con la guerra civile siriana, nel 2011, che portò in Giordania 655.624 rifugiati siriani, di cui 185.332 vennero sistemati nella capitale (secondo il censimento delle nazioni unite del 2018, però, vi è da considerare anche la presenza di almeno 800.000 rifugiati non registati33). Il 20% dei rifugiati siriani vennero sistemati nei campi profughi (principalmente nei campi di Al Zaatari e Al Azraq), mentre l’80% trovò sistemazione nelle aree urbane34.

A causa della crescita esponenziale della popolazione e dell’inadeguatezza della pianificazione urbana, incapace di tenere il passo con gli improvvisi afflussi di popolazione e il rimescolamento continuo della situazione economica, l’espansione urbana e i rapidi cambiamenti demografici, le risorse naturali vitali per la città stanno per esaurirsi35. La rapida urbanizzazione dei territori è avanzata al fianco dei cambiamenti climatici, consumando le aree verdi della città. Le aree forestali sono diminuite, tra gli anni ‘80 e il 2015, in una percentuale che va dal 30 al 50%, mentre le aree agricole sono ridotte di un quinto.

L’impatto dell’espansione urbana di Amman non ha riguardato solo sull’espansione delle aree verdi o coltivate. L’intera rete infrastrutturale del paese ha dovuto tenere il passo con l’espansione demografica, incidendo sulle risorse naturali dell’intero paese. Nel 2013, la relazione del Programma di Sviluppo stilato dalle Nazioni Unite ha rivelato che il 25% dei rifugiati siriani è nell’età della formazione, il che ha richiesto al governo di trasformare i settantasette istituti scolastici della nazione a sviluppare un modello di classi a doppio turno. Simili aumenti di pressione per l’accesso ai servizi sono emersi anche nel settore sanitario, data la difficoltà di accesso alle cure di base nei campi profughi.

Conclusioni

Questo saggio si propone di riflettere sul processo di evoluzione di quelle città che sfuggono ai tradizionali modelli di pianificazione urbana, e lo ha fatto attraverso l’analisi dello sviluppo urbano della città di Amman. Cambiamento climatico, crisi umanitarie, pandemie globali: il nostro habitat, non importa se costruito o naturale, sta sperimentando dei cambiamenti inediti, sia per quanto riguarda l’entità del loro impatto che per la loro rapidità. Questo vuol dire che ogni approccio finora sperimentato alla pianificazione urbana e alla classificazione delle città non può più essere considerato affidabile. La città non è un oggetto statico, e anche i modelli urbani che sfruttano un approccio resiliente, che tentano di approcciare alle città utilizzando metafore biologiche e che necessitano di un approccio transdisciplinare, devono considerare il livello successivo di quest’evoluzione dell’organismo: la possibilità di mutazioni improvvise, esattamente come un virus zombie che infetta un corpo umano genera improvvisi cambiamenti.

L’evoluzione della città di Amman è un esempio paradigmatico per analizzare come un tessuto urbano che si è evoluto per gran parte della sua storia in modo organico e naturale e che ha dovuto subire diversi eventi critici che ne hanno accelerato la trasformazione. Ognuno di questi eventi critici ha visto una rapida crescita della popolazione e della città. I campi profughi rifugiati palestinesi del 1948 e del 1967 si sono innestate attorno al centro storico di Amman, connettendo altre aree urbane e generando un gradiente di variazione della qualità del costruito e della densità abitativa delle aree urbane. Nonostante queste aree si connettano organicamente al tessuto della città, lo statuto delle aree è ancora quello di campo profughi, il che significa che le vite delle persone che occupano questi insediamenti è legata all’ONU e alla sua burocrazia, cosa che limita le responsabilità dell’amministrazione giordana nei loro confronti.

La guerra in Iraq del 2003 ha provocato una massiccia espansione edilizia, oltre che a una polarizzazione sociale che ha spaccato la città in due blocchi: quello occidentale, benestante e moderno, e quello orientale, meno abbiente e con infrastrutture fatiscenti. L’aumento di popolazione, inoltre, esercitò una forte pressione sulle infrastrutture e sulle risorse naturali del paese, che si è poi aggravata con la crisi dei rifugiati siriani.

Ho cercato di illustrare un esempio di città zombie, ossia una città che ha assorbito e digerito una serie di improvvisi catalizzatori che hanno influenzato il corso della sua evoluzione. La pianificazione urbanistica basata su ipotesi di sviluppo statiche e che non è in grado di incorporare l’imprevisto non può rispondere ai bisogni urbani. Inoltre, queste righe tentano di descrivere lo sviluppo di un campo profughi, oggi considerati dagli stessi studiosi delle città come un fatto strano e impenetrabile, ma che necessitano di essere compresi essendo che, nelle città di tutto il mondo, rappresenteranno sempre più un elemento di crisi che non potrà essere ignorato. È necessario studiare e progettare modelli resilienti e strategie operative per rispondere in modo efficace ai cambiamenti improvvisi che il prossimo futuro ci imporrà, al fine di trasformare le future crisi urbane in opportunità di sviluppo sostenibile.

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