La coda del dinosauro



Miniature, gigantismo e spirito tecnologico della modernità.


In copertina un’opera di Giulio Ghelarducci, cortesia di pananti casa d’aste

di Giorgiomaria Cornelio

La polarità tra il colossale e il minimissimo attraversa tutto l’immaginario contemporaneo. «Nell’ultimo stadio della modernità» scriveva Vilém Flusser «si è riconosciuta una tendenza al divenire colossale. Tutto, dalle macchine agli imperi, dai record sportivi alle esigenze, è cresciuto secondo il criterio della colossalità. Attualmente noi possiamo riconoscere, come reazione a ciò, la tendenza contraria nella società che sta affiorando: la tendenza al minuscolo. Anche i piccoli mammiferi che sono nati possono essere visti come reazione a giganteschi sauri». Questa tendenza al minuscolo, che già negli anni 80 il Flusser iniziava ad intravedere, avrebbe finito, con l’approcciarsi del nuovo millennio, per trasformare l’immagine di ogni cosa “enorme”, come appunto il dinosauro, da uno spaventoso Jurassik Park a una storia di giocattoli – letteralmente, una Toy Story. Non si tratta soltanto della fascinazione dei bambini per i balocchi del dinosauro, ma di un progressivo ammansimento dell’animale che, resuscitato prima dall’affermarsi del “Rinascimento” iniziato dal palentologo Robert Bakker e poi dalla computer graphic di Spielberg, entra in ogni dove: l’enormità si parcellizza, segue il flusso atomico dei media, di tutto ciò che contraddistingue le nuove tecnologie e il loro modo di formare la percezione del mondo. In questa risposta all’atomizzazione c’è anche un’angoscia, una volontà di afferrare e rendere intelleggibile quello che la stazza del dinosauro ha da sempre ambiguamente incarnato: un’immagine, tra trionfo e fallimento, della modernità. Questo ammansimento, mentre familiarizza, innesca la possibilità di un’altra estinzione, annunciata da Stephen Jay Gould nel 1993, ovvero nel pieno della dinomania post Jurassik Park: « «i dinosauri commerciali possono anche dominare il presente, ma sono destinati a essere effimeri, poiché non poggiano su altro che sulla loro redditività immediata». 

In effetti, la dinomania si assopisce parallelamente alla quasi completa domesticazione del dinosauro, al suo trasformarsi in figurina. Non facendo più rabbrividire, il dinosauro rassicura, e quindi diventa un conforto che può essere facilmente accantonato, oppure -come nel gioco bambino- il punto di ingresso per altri mondi. Si trovano qui alcuni degli aspetti ricorrenti del mondo della miniatura, che Michele Cometa, nella sua vastissima indagine sulla paleostetica, definisce «un mix complesso di rassicurazioni e di processi di straniamento che danno accesso a “realtà alternative”». La miniatura è un modo di intrattenere un commercio con il gigantismo, di riuscire a creare uno spazio per afferrarlo (e modificarlo) quando esso diventa troppo grande anche per essere ammirato, come appunto alla fine de secolo scorso. Per Douglass W. Bailey, «dal punto di vista della stereotipizzazione le figurine sono il prodotto di ansie e insicurezze che attanagliano il produttore»; e ancora, secondo una magnifica definizione di Gaston Bachelard, la miniatura è una delle abitazioni della grandezza. Scrive il filosofo francese: «mi trovo più a mio agio nei mondi della miniatura, che sono, per me, mondi dominati. […] La miniatura […]vissuta mi distacca dal mondo circostante, mi aiuta a resistere alla dissoluzione dell’ambiente. La miniatura è un esercizio di freschezza metafisica: permette di modificare con rischi limitati. E quale riposo in un simile esercizio di mondo dominato! La miniatura riposa senza mai dormire».

Questo riposo «senza mai dormire» si applica anche al capitalismo contemporaneo, dove assistiamo all’imporsi della miniatura sul piano tecnologico. I dispositivi si contraggono, i circuiti si densificano, l’informazione si comprime, seguendo una logica che, in nanotecnologia e nella microelettronica, porta a concentrare potenza e complessità in spazi sempre più ridotti. Anche il corpo viene traversato ed elettrizzato da questa scala: sensori, molecole, chip, dati biometrici; in questo senso, la “miniatura” è infrastrutturale. Sul piano simbolico, economico e spettacolare, persiste invece il gigantismo. Le piattaforme globali, le metropoli, le masse di dati, gli iper-oggetti: qui agiscono entità che operano su una scala macroscopica, accumulativa, quasi geologica (“marcando” vere e proprie ere della storia globale, come l’Antropocene). Il gigantismo è la forma di inevitabilità del potere, il suo abitus legittimo. Mentre l’infrastruttura si fa invisibile e infinitesimale –angelica come i suoi effetti ferali, che circolano dappertutto-, la superficie si espande e si monumentalizza. La coda del dinosauro, il suo lascito come figurina operativa della modernità non è quello  del gigantismo, ma quello di una miniaturizzazione che produce effetti giganteschi. In altri termini: una causalità microscopica con esiti macroscopici. Vi è però un aspetto ulteriore; se W.J.T. Mitchell apriva il suo celebre libro sui dinosauri con uno sguardo alieno diretto alla Terra,  l’enormità del minuscolo a cui in maniera inaspettata il dinosauro ci ha condotto apre a un’ulteriore visione: quella di una società telematica cosmica, che per Flusser segna anche il trionfo delle culture dell’Estremo oriente: «quando diciamo della società telematica che sarà cosmica, intendiamo che sarà dappertutto cinese». La tendenza del colossale a ridivenire minuscolo, e degli apparati a polverizzarsi -a farsi sempre più diffusi e invisibili- ricorda, per il filosofo, quella che i romani chiamavano la “terra delle formiche ricoperte d’oro”, la «regione di alberi nani, di galli nani, di piedi serrati, di cucine portatili, di piccolissimi ideogrammi, dell’arte minimale fatta con pennelli grigi su fogli di carta trasparenti, del gioco del Go. È anche la regione dei chip, degli apparati miniaturizzati e delle colture trasportabili del pomodoro».  Non ci troviamo più di fronte a un disprezzo del corpo sul modello giudaico-cristiano, ma appunto a una sua investitura miniaturizzata.

Per l’Hegel delle Lezioni sulla filosofia della storia la storia aveva da cominciare con il regno della Cina; per Moritz Rudolph -autore de Lo spirito del mondo come un salmone. La Cina e l’intelligenza artificiale– proprio in Cina la storia dovrà anche finire. Di fronte alla lacerazione e al caos dell’Occidente, «la consapevolezza della missione cinese si manifesta inizialmente in un senso puramente economico e tecnologico, finché le forze pragmatiche si sviluppano a tal punto da trasformarsi in politica». La tecnologia dello spirito, proprio perché così sottile (come i suoi chip), può diffondersi ovunque, tornare dove era già stata: «le nuove rotte commerciali si snodano lungo vecchi sentieri che esso per migliaia di anni ha dovuto faticosamente spianare. Per attraversare quelle rotte oggi gli bastano un paio di ore. Il suo tour commemorativo è al tempo stesso anche un tour di addio, in cui suona ancora una volta i suoi pezzi più belli: India, Persia, Egitto, Europa, America». Congedandosi dall’Occidente, dileguando e portando a compimento, lo spirito del mondo assume per Moritz le forme di un’altra creatura mitologica: quella del salmone.  «Lo spirito del mondo si manifesta come fosse un salmone che torna finalmente al luogo in cui è nato per poi morire (e deporre le sue uova). Ma qui abbiamo a che fare con un salmone dialettico, che non deve risalire la corrente, ma chiudere un cerchio». L’intelligenza artificiale, la tecnocrazia, il collasso dell’Occidente e delle sue forme politiche trovano in Estremo Oriente la chiusura di un cerchio iniziato molto prima – o almeno così nella visione onnicomprensiva di Moritz. 

Dinosauri, draghi, salmoni… la filosofia continua ad arruolare le sue figurine animali per farne miniature di sistemi di pensiero, protesi per attraversare e spiegare un mondo di “senso” polverizzato. Ma  non c’è figura abbastanza grande da esaurire il suo mandato: non è più tempo di colossi – almeno fino alla loro de-estinzione.

 


GIORGIOMARIA CORNELIO (1997) È POETA, REGISTA, CURATORE DEL PROGETTO ”EDIZIONI VOLATILI”, E REDATTORE DI “NAZIONE INDIANA”. HA CO-DIRETTO LA “TRILOGIA DEI VIANDANTI” (2016-2020),  PRESENTATA IN  NUMEROSI FESTIVAL E SPAZI ESPOSITIVI. SUOI INTERVENTI SONO APPARSI SU “LE PAROLE E LE COSE”, “DOPPIOZERO”, “ANTINOMIE”, “IL TASCABILE” E ALTRI. HA PUBBLICATO “LA CONSEGNA DELLE BRACI” ( LUCA SOSSELLA EDITORE) E  “LA SPECIE STORTA (TLON EDIZIONI).

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