La complessità prima del digitale



La complessità non nasce con il digitale; nasce prima, mentre il digitale cambia soprattutto la nostra capacità di renderla visibile, descriverla e governarla. Una recensione de «L’impero degli algoritmi» di Stéphane Grumbach, che prende le mosse dalla peste del Trecento fino ad arrivare alla Datasfera.


IN COPERTINA e lungo il testo Urbano Monte, Planisfero del mondo, 1587

di Francesco D’Isa

Nell’ottobre del 1347 alcune galee genovesi in fuga dal Mar Nero attraccarono al porto di Messina, cariche di merci e marinai moribondi. Nessuno, sulla banchina, poteva sapere che quelle navi erano l’ultimo anello di una catena cominciata anni prima nelle steppe dell’Asia centrale, dove il bacillo della peste circolava da secoli tra i roditori selvatici; che le carovane e le guerre mongole lo avevano trasportato fino a Caffa; che nel giro di cinque anni un terzo degli europei sarebbe morto. Chi visse la Peste Nera visse un’apocalisse locale – la propria. L’evento planetario che la conteneva restava invisibile, perché mancava lo strato informativo per vederlo. Fiorentini e cinesi morivano dentro lo stesso sistema senza sapere di condividerlo.

A pensarci bene, questa vicenda incrina una convinzione diffusa, ossia che il mondo di prima fosse più semplice e che la complessità sia una malattia moderna, arrivata coi computer come la peste con le galee. Il mondo del 1347, o del 1600, o del 300 avanti Cristo, era saturo di diversità, con ogni probabilità più del nostro. Centinaia di lingue oggi estinte, cosmologie incompatibili, ordinamenti e calendari che nemmeno si sfioravano. Ciò che possedeva in misura minore erano le interdipendenze. Le connessioni esistevano, come dimostrano i topi delle stive, ma erano meno, erano lente e soprattutto ignote a chi le subiva. La complessità precede il digitale, ma il digitale ci obbliga a osservarla.

È una prospettiva che ho ritrovato in un libro da poco uscito in italiano, «L’impero degli algoritmi» di Stéphane Grumbach (Olschki, 2026), scritto da un informatico prestato alla geopolitica e refrattario tanto al catastrofismo quanto all’entusiasmo. Il suo concetto centrale è la Datasfera (che presenta somiglianze con l’Infosfera di Floridi), la totalità delle informazioni presenti nell’universo, che esiste indipendentemente dalla nostra percezione così come esistono l’atmosfera e l’idrosfera. Ne fanno parte sia il DNA degli organismi preistorici che le tracce magnetiche nelle rocce o le impronte digitali. Per gran parte della storia l’umanità ne ha ignorato l’esistenza, scrive Grumbach, come le prime civiltà ignoravano i cicli idrologici da cui pure dipendevano; solo di recente abbiamo costruito gli strumenti per rilevarla e, ormai, per estrarla e metterla a profitto.

Il libro rifiuta anche il mito dell’irruzione improvvisa. Riprendendo la “rivoluzione del controllo” di James Beniger, Grumbach mostra che le tecnologie dell’informazione crescono da due secoli in risposta alla complessità dei processi che noi stessi mettiamo in moto; la macchina a vapore rende possibile il treno, ma una rete ferroviaria è anzitutto una enorme mole di informazioni da gestire e il telegrafo è cresciuto in simbiosi con i binari. Da qui l’idea secondo cui «il digitale è più una questione di economia politica che di tecnologia»; l’informatica sta alla società dell’informazione come la fisica al capitalismo industriale.

Per Grumbach la complessità è aumentata, in portata e intensità; ogni sensore e algoritmo aggiunge un filo al tessuto di interdipendenze che vorrebbe governare e questo paradosso attraversa tutto il libro, per cui ogni tentativo di padroneggiare la complessità finisce anche per accrescerla. Connettere rivela e aggiunge allo stesso tempo.

Quella che cresce, tuttavia, è soprattutto una complessità di secondo ordine, generata dallo sforzo di gestire la prima. La trama del mondo era già fitta nel Trecento; semplicemente, nessuno doveva amministrarla. Un principe davanti alla peste seppelliva i morti e ordinava processioni, senza dover deliberare su un inconcepibile sistema epidemico eurasiatico. Ciò che diventa visibile diventa, presto o tardi, qualcosa che si deve governare.

Per Grumbach i problemi contemporanei (il clima, le pandemie, le catene di approvvigionamento, la stessa intelligenza artificiale) sono sistemici e planetari, gli strumenti ordinari della politica sono insufficienti. Un ministero dell’agricoltura non può affrontare da solo il cambiamento climatico. Rinunciare a dati e algoritmi in nome dei loro pericoli, che pure esistono e vanno presi sul serio, somiglia a cavarsi gli occhi per paura delle allucinazioni – questi strumenti sono gli unici che abbiamo che siano adeguati alla scala dei problemi. La tecnologia deve essere reclamata come campo di conoscenza collettiva, il che implica (e lo dice anche l’autore) sottrarla al monopolio di pochi attori privati che oggi detengono, accanto a quello economico, un monopolio epistemico. La critica alle piattaforme, per quanto fondata, non dovrebbe però scivolare nel rigetto dello strumento: sarebbe come rispondere alla privatizzazione degli acquedotti smettendo di bere.

Verso la fine del libro Grumbach evoca la possibilità di un nuovo Illuminismo, un rivolgimento paragonabile a quello settecentesco che ridefinisca i rapporti tra umanità, ambiente e intelligenze non umane. La suggestione mi convince a metà. L’Illuminismo, per quanto emendato, resta un progetto di domesticazione del reale attraverso la ragione e la realtà eccede la ragione quasi per necessità logica, dato che la ragione ne è un sottoinsieme – un prodotto locale e tardivo che pretenderebbe di contenere l’insieme che lo genera, come una mappa che volesse includere il territorio e se stessa. Lo stesso Grumbach, del resto, corregge il tiro quando indica nell’umiltà davanti alla complessità il fondamento del pensiero che verrà e chiede di ridefinire la ragione come strumento di custodia e adattamento anziché di dominio. Ma allora, mi chiedo, perché Illuminismo? meglio un nome più dimesso, pragmatismo magari; procedere per tentativi ed errori, accettando che si possa sbagliare e che le vecchie ricette smettano di funzionare quando cambiano gli ingredienti.

La peste impiegò cinque anni ad attraversare un continente che ignorava di essere un sistema e nessuno la vide arrivare perché nessuno poteva vederla. Le prossime onde, epidemiche o finanziarie che siano, saranno più veloci. Per la prima volta nella storia però, possiamo provare a guardarle mentre si formano. Sarebbe un peccato chiudere gli occhi.


Francesco D’Isa (Firenze, 1980) è filosofo, artista digitale e scrittore. Insegna AI applicata all’arte presso LABA (Brescia e Firenze). Tra i suoi lavori più recenti figurano Sunyata (Eris Edizioni, 2023), primo fumetto realizzato con l’intelligenza artificiale pubblicato in Italia, e il saggio La rivoluzione algoritmica delle immagini (Sossella Editore, 2024). Il suo saggio filosofico L’assurda evidenza (Edizioni Tlon) è in corso di traduzione per Columbia University Press. Direttore editoriale della rivista culturale L’Indiscreto, scrive per testate italiane e internazionali e espone le sue opere con crescente frequenza in Italia e all’estero. La sua ricerca artistica e teorica ruota attorno alle implicazioni estetiche e sociotecniche dell’immagine generativa, con particolare attenzione al concetto di attrattori semantici nello spazio latente dei modelli di intelligenza artificiale.

1 comment on “La complessità prima del digitale”

  1. Manaresi adriana

    È un interpretazione interessante del libro del prof Grumbah amplia l’argomento con un accenno all’epoca della Lumière che Transcultura sta approfondendo insieme agli amici asiatici ed africani conservi pure la mia e-mail per una conoscenza su questi temi

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