La comunità Hijṛā, il divino nel terzo genere

Figure sacre e reiette, la storia delle/degli Hijṛā ci insegna molto sulla spiritualità indiana e sulle attuali lotte della comunità LGBTQIA+


in copertina, Tano Festa, Senza titolo (1984) – Acrilico su tela – Asta PAnanti in corso

di Elena Cirioni

Dai vetri delle finestre, appannati per la pioggia e l’umidità, gli occhi di un macaco scrutano il bar dell’albergo. È metà agosto, la stagione dei monsoni è finita da poco, ma ogni tanto qualche breve acquazzone inonda le strade di New Delhi.

Per sopravvivere all’afa e all’umidità mi hanno consigliato una limonata salata, serve per recuperare i sali minerali. Mentre bevo osservo un uomo arabo con la sua tunica candida seduto vicino al mio tavolo, ha l’aria di aver fatto grandi affari. Dietro di lui un cameriere serve a una coppia di mezza età un tè, dall’accento sembrano inglesi.

Sorseggio la mia limonata salata, osservo la strada oltre la recinzione dell’hotel, un gruppo di tassisti sikh asciuga con cura i taxi, vedo i loro turbanti muoversi dietro e sopra le macchine. Sono nel quartiere presidenziale di New Delhi, messo a nuovo per il G20; mi trovo in India per un viaggio diplomatico che ha lo scopo di spiegare agli occidentali come il paese sia lanciato verso la strada della democrazia e del progresso.

Spesso, durante questo pellegrinaggio tra monumenti e incontri ufficiali, mi è venuta voglia di alzare il velo che mi divide dalla vera India, perdermi, vedere dove e come avvengono le storie che per anni ho letto nei libri.

Fuggire dalla rete di un programma governativo fittissimo non è facile, ma ho trovato una soluzione e la persona che sto aspettando potrebbe indicarmi la strada giusta verso una storia che vale l’intero viaggio.

Constantino Xavier è un professore universitario, è indiano, nato e cresciuto a Londra, ed è tornato a New Delhi per ritrovare le sue radici o perderle di nuovo, come ha detto sorridendo durante una conferenza in cui ha parlato dello sviluppo economico e sociale del paese.

Lo vedo entrare nel bar e guardarsi intorno finché non mi trova.

Constantino è stato uno dei pochi a parlare dei problemi dell’India senza retorica o propaganda, delle sue contraddizioni insanabili e di una storia che rappresenta al meglio il cammino verso il progresso che tanto desidera, ma che per molti aspetti potrebbe diventare una trappola.

«L’Occidente dovrebbe trovare buoni esempi da noi, non solo insegnarci a vivere o vederci come un popolo di santoni… sapete che in India esiste il terzo genere?»

Il tempo del suo intervento si è esaurito con questa domanda, voglio saperne di più, per questo ho deciso di incontrarlo.

Constantino si siede al mio tavolo, gli spiego che ho sentito parlare del tṛtīyā prakṛti (letteralmente in sanscrito, terza natura) nel Kāmasūtra e nel Mahābhārata, ma capisco dal suo sguardo che forse le mie nozioni sono frutto di una visione superficiale. Constantino sorride, ordina un tè e mi dice: «Partiamo dall’inizio».

E l’inizio di una storia ha sempre origine da un mito e da un libro.

***

In alcune versioni del Rāmāyaṇa, uno dei grandi poemi epici indiani, Rama, giovane principe, viene esiliato e si rifugia in una foresta. Il suo popolo lo segue per rimanergli vicino, ma Rama non vuole che abbandonino i loro villaggi.

«Uomini e donne tornate nelle vostre case» ordina. Tra la popolazione c’erano delle persone che non erano né uomini né donne, venivano chiamati Hijṛā. Non sapendo cosa fare, le/gli Hijṛā rimasero nella foresta. Rama, commosso dalla loro devozione, decise di concedere alla comunità Hijṛā il potere di fare benedizioni e maledizioni. Constantino mi racconta almeno altri tre miti sulla nascita di queste comunità.

«L’India è anche questo. Da una storia ne nascono altre mille.» Sorride, e alla mia domanda su cosa sono le/gli Hijṛā oggi, rimane un attimo in silenzio, poi continua il racconto.

Bahuchara Mata è la dea protettrice delle/degli Hijṛā. La bellissima dea va in sposa a un giovane principe che l’abbandona subito per andare a vivere nella foresta con le/gli Hijṛā. Bahuchara Mata, disperata, per vendicarsi evira il principe e diventa la protettrice della comunità. In un’altra storia troviamo Bahuchara Mata in viaggio nelle foreste di Gujarat, dove incontrò un gruppo di ladri. Per scampare al pericolo di venire stuprata, Bahuchara si tagliò i seni e i ladri vennero puniti con l’impotenza per aver tentato di aggredire la dea. I malfattori, colpiti dalla sua forza, decisero di diventare suoi devoti. Tutti questi miti hanno preservato le/gli Hijṛā fino a noi, dando alle comunità un ruolo divinizzato. Per gli occidentali, le/gli Hijṛā sono transgender, per la cultura induista rappresentano l’essenza dell’unione del maschile e del femminile, speciale qualità destinata solo alle divinità.

Le/gli Hijṛā vivono in comunità ben strutturate a cui si può accedere in due maniere: a volte bambini con malformazioni genitali vengono affidati alle comunità, ma per la maggior parte dei casi è necessario l’intervento di un guru, o gharānā, maestro o madre. Grazie alla sua intercessione si diventa celā, discepoli o figlie. In alcuni casi le/gli iniziate/i offrono i genitali alla loro dea protettrice Bahuchara Mata. Rappresentanti della dea sulla terra, le/gli Hijṛā hanno dei doveri: pratiche ascetiche, preghiere quotidiane e presenziare ai matrimoni e alle nascite dei bambini. Constantino mi racconta di una superstizione ancora molto radicata: se uno/una Hijṛā prende in braccio un neonato maschio, c’è il rischio o la fortuna, dipende dal punto di vista della famiglia, che quando sarà grande diventerà uno/una di loro.

Le/gli Hijṛā rappresentano una comunità fuori dal credo religioso induista, e la loro esistenza è stata riscontrata in altre parti dell’Asia; praticano riti hindu, musulmani e jainisti. Vivere al di fuori dei canoni tradizionali ha sempre creato difficoltà alle/agli Hijṛā, ma erano discussioni interne alla religione induista; la vera marginalizzazione arrivò con la colonizzazione inglese. Gli inglesi trovarono pericolosi per l’ordine pubblico i comportamenti delle/degli Hijṛā. La loro identità non binaria non solo dava scandalo, ma, poiché nomadi, sfuggivano al controllo demografico britannico. Bastò questo per etichettarli come criminali e bandirli con una legge, Criminal Tribes Act del 1871, restata in vigore fino al 1952. Gli strascichi di questa legge hanno creato pregiudizi e discriminazioni, quello che era sacro si è trasformato in proibito, losco; le comunità Hijṛā sono state sempre più emarginate, vivono nascoste non più per motivi mistici o ascetici come nel racconto del Rāmāyaṇa, ma per cercare di sopravvivere. Un’altra difficoltà per le comunità Hijṛā è la radicalizzazione dell’Induismo. Questo processo, sorto dopo l’indipendenza dagli inglesi, sta avendo una nuova rinascita. Molte comunità Hijṛā per andare incontro alla radicalizzazione religiosa hanno deciso di diventare kinnar, praticano solo riti hindu, non svolgono lavori sessuali e con questi compromessi sono state riconosciute anche dagli induisti più radicali. Questo ha permesso a molte persone transgender di trovare un posto nella società, ma cosa succede a chi non si riconosce kinnar?

«Su questo non posso più aiutarti» mi dice Constantino e su un pezzo di carta scrive un indirizzo.

Tano Festa, Senza titolo (1984) – Acrilico su tela – Asta Pananti in corso

Uno dei tanti cani randagi che girano per le strade di New Delhi mi vede arrivare e drizza le orecchie. Mi fissa, annusa l’aria, poi capendo che non sono un pericolo si accuccia per terra. L’indirizzo di Constantino, introvabile su Google Maps, mi ha portato fuori dal quartiere presidenziale. È ancora il centro della città, la parte dei locali a basso costo per studenti universitari e professori squattrinati. Dopo essermi persa svariate volte, fermo una ragazza con un sari rosso e un paio di libri sottobraccio. Quando le faccio vedere l’indirizzo scoppia a ridere. È una risata che nasconde un po’ di imbarazzo, ma che non le impedisce di indicarmi la strada giusta.

Arrivo davanti a una porta in ferro arrugginito dove vedo l’adesivo scolorito di una bandiera arcobaleno. Il nome del locale è scritto in hindi e non riesco a leggerlo. Entro, scendo delle scale ripide e mi rendo conto di non essermi sbagliata, sono nel posto giusto.

La sala è piccola, c’è un’unica finestra con delle grate in ferro da cui filtra poca luce, il resto dell’illuminazione lo fa un gruppo di lampade sparpagliate sul pavimento. Su un piccolo palco in fondo una ragazza con la pelle dipinta di nero danza sotto una musica di flauti e tamburi. La riconosco, è Kālī, moglie di Śiva, dea della distruzione e della purificazione. Mi siedo entusiasta su delle poltroncine di velluto rosso usurato, sparse nella sala. Un cameriere spuntato dal nulla mi porta un bicchiere pieno di ghiaccio e di un liquido rossastro. Bevo, disubbidendo al divieto di non prendere ghiaccio fuori dall’hotel, sicura che Kālī proteggerà il mio stomaco. A spegnere tutto il mio entusiasmo per lo spettacolo ci pensa Raja, il contatto di Constantino. Raja ha un vestito verde acceso, dei lunghi capelli sciolti nerissimi e un bindi rosso al centro della fronte. È altissima, ha il volto truccato di nero e le labbra rosso scuro. Mi spiega che stanno provando uno spettacolo per un gruppo di uomini d’affari americani che arriveranno verso sera. Raja è la proprietaria del locale ed è famosa a New Delhi per essere una/un Hijṛā moderna/o.

«Dimmi cosa vuoi sapere su di noi» mi dice e in quel noi riconosco un senso d’appartenenza arcaico, immagino che Raja sia un’antenata del gruppo di Hijṛā che aspettò Rama nella foresta. Presa dall’entusiasmo le racconto questo mio pensiero e Raja scoppia a ridere.

«È che voi occidentali, quando siete qui, avete il vizio di divinizzare ogni cosa!»

Il voi nella mia testa si contrappone al noi e mi fa capire che devo rimanere in silenzio e ascoltare quello che Raja vuole raccontare.

Essere Hijṛā non è mai stato semplice. Raja torna sulla legge dei coloni inglesi e su quanto abbia influenzato la società indiana nel criminalizzare le/gli Hijṛā.

Poi il suo racconto diventa più personale, mi dice d’essere nato maschio in un piccolo villaggio rurale vicino Delhi. Già a tre anni si comportava come una bambina e quando divenne adolescente i suoi genitori decisero che doveva andare via. All’inizio si sentì abbandonata, ma crescendo capì perché i genitori l’avevano forzata a lasciare la sua casa. In un piccolo villaggio non sarebbe mai potuta diventare sé stessa. Così all’età di tredici anni entrò in una comunità Hijṛā.

«I miei pensavano che questo fosse il mio destino.» Mentre parla, Raja si alza e mi fa strada verso il retro del locale. Entriamo in una stanzetta un po’ più fresca, profumata di incenso. Raja mi indica un ritratto in bianco e nero appeso al muro.

«Lei è stata la mia gharānā, una nuova madre.»

Raja racconta del giorno in cui si è svolta la cerimonia, un’iniziazione molto formale, che prevede vari passaggi: la nuova iniziata deve sempre essere accompagnata dalla gharānā, a cui ha dato una somma di denaro, chiamata dand; dopo il pagamento viene introdotta davanti alle/ai rappresentanti più importanti delle comunità Hijṛā. Queste/i, riunite/i in cerchio, chiedono alla gharānā di presentare la nuova discepola e dopo aver posato cinque rupie in un piatto può entrare a far parte della comunità con il suo nuovo nome femminile.

Per Raja questo è stato il momento dell’inizio di una nuova vita, ma nonostante si senta di mostrare la sua femminilità senza paura, capisce subito che le regole della comunità sono troppo rigide per lei e quando diventa adulta decide di andare via.

«Avevo due strade davanti a me: diventare una prostituta o vivere per strada.»

Poi ha incontrato la sua terza madre, Mahika, un’attivista LGBTQIA+ che le ha fatto capire che c’era un altro modo.

«Prima non sapevo nemmeno cosa fossero le comunità LGBTQIA+, ne avevo sentito parlare, ma mi sembrava una cosa estranea a noi indiani.»

Da anni in India le comunità LGBTQIA+ lottano per i diritti, nel 1977 le/gli Hijṛā hanno conquistato il diritto al voto, ma solo nel 2014 la Corte Suprema indiana ha riconosciuto alle persone il diritto di identificarsi come maschio, femmina o terzo genere.

Raja mi spiega che per ogni circoscrizione delle regioni indiane è stato nominato un medico che deve constatare tramite una visita, se una persona è transwoman, transman o intersex.

«Così per avere i nostri diritti ci dobbiamo spogliare davanti a un medico? Prima di scrivere le leggi questi uomini dovrebbero essere educati per sapere chi siamo veramente. Purtroppo, in India c’è ancora tanta strada da fare, se entro in un negozio, in un locale, stai certa che troverò sempre qualcuno che mi indica o che ride.»

Mi ritorna in mente la risata imbarazzata della ragazza con il sari rosso.

«Non bastano le leggi, serve l’educazione e qui in India ce n’è poca.»

Non solo in India mi verrebbe da dire.

«Sai, a volte penso che sarebbe stato meglio non aver lasciato la mia comunità, non aver aperto questo posto. Poi però mi dico: Raja, non siamo più nel passato, anche qui in India ci può essere il futuro. Poi quando sarò vecchia, magari andrò in qualche tempio a sperare che qualcuno mi porti offerte e bei vestiti.»

Ride Raja e rido anche io. Poi scansa una tendina e mi dice di guardare fuori dalla finestra: «Dimmi cosa vedi».

Una strada per metà asfaltata e metà fatta di fango, una baracca costruita con lamiere e legno, due cani randagi che dormono sotto una pensilina e un gruppo di bambini che saluta sorridendo.

«In tutta questa miseria e in tutta quella che vedrai a New Delhi e in India c’è una sicurezza. Voi occidentali odiate la povertà, noi in India quasi la divinizziamo. Ogni persona che chiede l’elemosina per strada non ha nulla, ma è consapevole della sua identità, sa che fa parte di un passaggio cosmico voluto dagli dèi. Ah, il Karma!»

Raja alza gli occhi al cielo. Secondo il suo destino avrebbe dovuto continuare a vivere nella comunità Hijṛā e ubbidire alla sua gharānā. Come Raja, in India tante altre persone non binarie cercano di ottenere diritti per esprimere la propria identità in maniera libera, senza aver bisogno di nessun dio.

«E di nessun medico o giudice che valuti la tua identità in base a che cosa hai in mezzo alle gambe» aggiunge Raja. Mi congeda con cortesia, deve controllare che sia tutto pronto per gli spettacoli della sera, tra poco i turisti arriveranno.

***

Uscendo dal locale di Raja, un acquazzone allaga le strade, mi riparo sotto una pensilina; dietro di me, separata da un muretto, c’è una foresta fitta, alberi dalle foglie verdi gocciolanti, intricate mangrovie. A pochi passi dalle strade trafficate di New Delhi vive una giungla misteriosa e ostinata, che sembra volersi riprendere quello che era suo e in mezzo la vita di milioni di persone che rincorrono l’epoca moderna, come Raja con il suo locale per occidentali. L’emancipazione, i diritti delle persone non binarie sembrano legate a un delicato equilibrio tra passato e presente. Le/gli nuove/i Hijṛā come Raja sono uscite/i dalla foresta, vogliono esprimere la loro identità alla luce del sole. Il restauro delle antiche tradizioni che vuole l’India di oggi, spesso si trasforma in un conflitto, in un ritorno a forme rigide di pensiero che ingabbiano i cambiamenti ed estremizzano le antiche tradizioni. In questo clima di trasformazione le comunità LGBTQIA+ continuano le loro battaglie interagendo con una crescente radicalizzazione della religione Indù, che vorrebbe inglobare le persone non binarie in un sistema religioso molto simile alle caste. La laicizzazione, la liberazione queer della vita di molte persone è ancora un processo lungo che necessita di tempo e di nuove forme d’educazione.

Smette di piovere e mi ritrovo a camminare per le strade fradicie della città senza una meta precisa, con il dubbio che gran parte dei problemi delle persone non binarie in India, e non solo, sia nato con la radicale scissione tra maschile e femminile voluta dai coloni occidentali e riproposta in varie forme dai governi post-coloniali indiani, usata come arma di controllo e sottomissione. Ricomporre questa unione è una sfida, un ritorno al passato per guardare verso il futuro, anche per l’Occidente. La mia passeggiata senza meta mi porta in un punto imprecisato della città, davanti a me si aprono le immense periferie di New Delhi, fatte di case in costruzione, baracche in lamiera e in legno, accampamenti precari. In mezzo a questa moltitudine di persone e edifici si apre un sentiero fangoso che dall’asfalto porta verso la foresta. Fermo il guidatore di un tuk-tuk sgangherato. «Cosa c’è oltre la foresta?» gli domando. Lui allarga le braccia e mi risponde: «L’India».

Bibliografia
Per controllare le informazioni raccolte dalle testimonianze e approfondirle ho consultato il saggio di Alessandra Consolaro: Il terzo genere? Koṭhī, hijṛa, kinnar e donne trans alla ricerca di cittadinanza nell’India contemporanea.

Elena Cirioni, Nata nella metà degli anni Ottanta nella provincia del viterbese, durante l’adolescenza rimango folgorata dal teatro che mi porterà fino a Bologna nella aule del Dams. Dalle radio indipendenti bolognesi arrivo a Roma, dove lavoro per la tv. La scrittura e la lettura accompagnano da sempre la mia vita.

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