L’espressione “sentirsi qualcosa dentro” è nota, ma contiene anche un’ambiguità personalissima, perché quel sentire è sempre soggettivo, impastato di umori, paure, traumi. E chi l’ha detto che ciò che cresce dentro di noi debba necessariamente avere un nome, una forma o un destino riconoscibile? Non tutte le presenze chiedono di venire al mondo. Non disturbarti a partorirle.
IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA (AI generativa, 2026)
di Michela Lazzaroni
Il pesce non si muoveva più. La pozza della Madonnina era una vasca ovale incastrata fra i sassi del prato, ad Anna piaceva perché aveva un buon odore umido, come le foglie del rododendro quando piove, e perché dentro c’erano i pesci rossi. Era la prima volta che aiutavamo nostro padre a pulirla: bisognava catturare i pesci con il retino, metterli in un secchio, aspirare l’acqua con una pompa catarrosa, accorciare le alghe con le cesoie che Anna chiamava “trinciapolli”, pulire l’orlo della gonna alla Madonnina mentre faceva il pediluvio, riempire la vasca con acqua limpidissima e rimetterci i pesci.
Uno non si muoveva più. Anna lo tirò su con il retino e quello continuò a stare immobile. Pensò che fosse morto, ma non lo disse. Disse invece: «Possiamo trinciarlo in due?»
«No».
«Perché no?»
*
L’appartamento al terzo piano è un rettangolo aureo perfetto, ottantadue metri quadri di muri bianchi e pavimenti in gres finto rovere. Ci abitano in quattro: Anna è la proprietaria, sua è la firma sul contratto, il nome sul citofono, la quinta cassetta delle lettere sulla parete della posta condominiale; gli altri tre sono il canarino dal becco ricurvo, il ragno crociato in cima alla credenza e la piccola cosa estranea che le abita il ventre. Anna è consapevole della sua presenza, ma non saprebbe descriverla. Non è un calore pungente, come la stilettata di un ferro da calza, né uno strisciare umido, come le viscere di una pernice starnata, né un pianetino che orbita attorno a colon e milza, un uovo che preme per uscire, un solletico appena accennato, un buffetto, una stoccata, un uncino, una carezza, un pungolo. Non è moltissime cose, queste e altre che Anna ha immaginato ed escluso. Però è rossa, una cosa rossa.
Anna è nello studio, sta progettando il logo per una ditta di aspirapolveri e cerca online riferimenti visivi che non richiamino patologie asmatiche o ingrandimenti di artropodi. Quando il telefono squilla il cuore accelera, perché se il cliente chiama invece di scrivere è sempre una grana, poi vede il nome sullo schermo e il timore si volta in tedio con un tuffo carpiato.
«Ciao Marta».
«Ciao Anna. Mi serve un favore».
«Be’».
«Non ti chiedo mai niente».
«Ti ho fatto la spesa tre volte l’altra settimana. Ti ho ritirato il cappotto e la roba del gatto».
«Devi andare a prendere Lia».
«A scuola?»
«A scuola alle sei di sera? Secondo te?»
«Che ne so».
«È andata in piscina con Marika e Giulia, devo passare a prenderla tra mezz’ora, ma non riesco».
«Perché?»
«Vuoi la cronologia? Guidotti ha fatto lo stronzo come al solito. Ti prego, non posso chiederlo ancora alla mamma della Giulia, già mi odia».
«Sto lavorando».
«Sei a casa?»
«Sì».
«Pausa caffè».
«Le tue commissioni non contano come pausa».
«Senti, se mi fai sto favore bene, sennò come non detto, mi arrangio e saluti, ma non farmi stare qui a implorarti come–».
«Vado io».
«Vai tu?»
«Vado io».
«Grazie grazie. A dopo».
«A dopo».
Anna preme command e s sulla tastiera, inserisce il cavo USB nel computer e copia l’ultima versione del progetto su un hard disk grande quanto una scatola di fiammiferi. La cosa rossa si gira svogliata su un fianco.
*
Din din faceva il cucchiaino nella tazza da tè. Le tendine di pizzo erano inamidate per bene e l’aria profumava di gelsomino. Nonna Ester parlava e sorrideva, contenta che le sue ragazze fossero tutte lì a casa sua, e offriva un biscotto ora alla mamma ora alle nipoti. Anna sedeva sul divano e masticava piano una lingua di gatto, il nostro preferito. La nonna disse: «Alla tua età la Marta aveva già la Lia piccola. Che aspettate te e Luca?». Subito dopo rise, ma nessuna dubitava che dicesse sul serio.
«Quando vince all’Enalotto» rispose la mamma scegliendo un frollino a forma di margherita. Solo lei sapeva che Anna prendeva la pillola, e solo io sapevo che da tre mesi aveva smesso.
«Prima però vi sposate» aggiunse la nonna, e non si capiva se fosse un’affermazione o una domanda. Anna sollevò lo sguardo dal tè tiepido e lo posò sulla pentola del brodo, sul vasetto di fiori bianchi in cima alla mensola, sul lumino a pile davanti alla foto del nonno. Rispose decapitando le vocali: «Ma sì».
*
La piscina è una scatola grigia incastonata fra altre scatole più grandi che formano il nuovo polo sportivo. Anna ne conta le finestre – quarantadue, quarantatré, quarantaquattro – e a ogni numero si dondola in avanti molleggiando le natiche sulla carrozzeria della macchina. Le sembra che la cosa rossa pulsi in corrispondenza di ogni rimbalzo, unendosi al mantra, ma forse è suggestione. Una coppia esce dalla porta a vetri e va verso il parcheggio di sinistra. Tre posti auto più avanti, dall’altro lato della strada, una donna aspetta in piedi rivolta verso l’ingresso della piscina. Anna la riconosce.
Magda ha i capelli ricci e la faccia piena della ragazzina che ha frequentato con lei elementari, medie e superiori. L’ellisse del loro rapporto ha attraversato le fasi della timida indifferenza, amicizia, affetto, risentimento, sopportazione, per poi tornare a un sano disinteresse più maturo e consapevole. Magda ha una figlia in classe con Lia e aveva stretto amicizia con Marta, sostituendo una sorella con l’altra.
Presto Magda si accorgerà di lei, la saluterà con la mano e si avvicinerà con l’allegra impertinenza che il galateo consente e incoraggia. «Come stai, anch’io tutto bene, da quanto tempo, saranno due anni, aspetti Lia?» Poi parlerà di sé, di Marta, delle loro uscite estrogene, «Dovresti venire qualche volta». Chiederà di lei, del lavoro, delle vacanze, del clima torrido, come capita quando la conversazione sgocciola. Forse eviterà di nominare Luca perché Marta le ha raccontato tutto, o forse proprio per quello dirà con aria dolente: «Ho saputo di Luca, mi dispiace, dopo tanti anni, a volte ci si allontana».
Anna gira attorno alla macchina e si appoggia alla portiera dall’altro lato, dove Magda non può vederla. La cosa rossa gorgoglia imitando le fusa di un gatto. Le pare un cenno di approvazione.
Dalla porta a vetri esce l’allenatrice circondata da un gruppo di otto bambine con i borsoni a tracolla, ridono e volteggiano come rondini attorno al campanile. Lo stormo si disperde per i vari parcheggi e due bambine si avvicinano. Una va verso Magda e le consegna la sacca, l’altra prosegue fino a lei.
«Ciao Lia».
«Dov’è la mamma?»
«Ci raggiunge a casa».
«Ok».
*
«Torno subito» aveva tagliato corto la mamma e ci aveva lasciate da sole con il nonno. La stanza sapeva di amido e pollo bollito, il plaid sul copriletto era tiepido e umido, paludoso. L’infermiere aveva aperto il finestrino in alto, ma si soffocava lo stesso.
«Abbiamo vinto contro il Carducci» disse Anna.
Il nonno sedeva al tavolo con le spalle curve e l’espressione interrogativa.
«Pallavolo» specificò lei, ma il nonno aveva perso interesse e scriveva con la matita sulla tovaglia.
«Uno. Due. Quattro. Due. Cinque».
Compilava il sudoku nella sua testa. Era molto concentrato, a volte aggrottava la fronte e poi la distendeva, come sorpreso da un’idea. Ogni tanto sollevava gli occhi azzurri e chiedeva: «Ester adesso torna?»
«Sì, adesso torna».
Il nonno chiamava “Ester” la mamma, perché aveva dimenticato di avere figlie o nipoti. Guardandolo mentre scriveva e contava, Anna realizzò che se stai con qualcuno che ami e lui non ti riconosce, allora non esisti. L’assenza di te per lui diventa l’assenza di te in assoluto, e riprendi a esserci solo quando lasci la stanza. Tu e lui non potrete più esistere insieme.
«Il nonno mi manca».
«Sette».
«Ma tu non puoi saperlo. Non sai più niente».
«Due».
«Niente di niente».
«Tre».
*
La macchina è una Punto grigia con gli interni neri, la buccia del volante è scollata dove il sudore acido l’ha corrosa in dieci anni di guide in stato d’ansia. Anna odia le automobili, goffi organismi metallici che travalicano la concezione prossemica del sé. L’avversione è rafforzata dalla cosa rossa, che sguscia inquieta nel suo addome cercando un posto dove nascondersi. Per questo Anna è sempre molto concentrata quando guida e non parla mai.
«Ce li hai ancora i giochi?»
«Eh?»
«I giochi da tavolo dell’altra volta».
«No. Quel progetto è finito».
«Però possiamo giocarci lo stesso».
«Me li avevano dati per studiare la grafica. Se li sono ripresi».
«Quindi non possiamo giocarci mai più».
«Potremmo comprarli».
«A me piaceva quello dei treni con i binari di legno».
«Non lo ricordo».
«E anche quello delle mongolfiere. Forse è più bello quello delle mongolfiere».
«Hm».
«Ci sono le fasce azzurre nel cielo e tu hai la mongolfiera e devi farla salire o scendere e buttare i sacchi o accendere la fiamma e vince chi arriva in cima».
«Ricordo il tabellone».
«Io avevo vinto cinque partite e la mamma una sola».
«Bravissima».
«Tu ne avevi vinte tre».
«Mi pare, sì».
«Eri contenta?»
«Abbastanza».
«Adesso sei triste?»
Anna stacca gli occhi dalla strada e si volta per mezzo secondo. Sul sedile del passeggero Lia fa le trecce alla coulisse della tuta. Il posto più sicuro sarebbe dietro, il codice della strada recita che i bambini di otto anni devono usare il seggiolino rialzato di tipo tre, con la cintura allacciata, ma Marta la lascia sempre sedere davanti e la madre ha giurisdizione su queste cose.
«Perché me lo chiedi?»
«La mamma lo diceva alla nonna».
La cosa rossa guizza come un polipo e si infratta dietro l’uretra.
«A tua mamma piace fare la sorella maggiore».
«Dice che stai sempre chiusa in cameretta».
«È uno studio».
«Quello con le pareti rosa».
«Quello».
«Anche le mie pareti sono rosa».
«La vernice è la stessa».
«La mia è una cameretta».
«È una cameretta, sì».
«La mamma dice che la cameretta è una metafora».
La cosa rossa protende un’escrescenza e bussa alla parete dell’utero come un minatore. Anna ha l’impressione che si stia innervosendo.
«È dove lavoro. Lei va in negozio, io vado in studio».
«E sei sempre da sola?»
«Sì».
«E non sei triste?»
«No».
«Perché no?»
*
La mamma faticava a tenerci in braccio, Anna si divincolava, agitava le manine, Marta le tirava la gonna da dietro. Attraversò la navata quasi di corsa e si fermò davanti a un tavolo dove era sdraiato un uomo di legno con le braccia spalancate. Lo baciò sulla bocca, sui polsi, poi si chinò avvicinandoci al suo volto e disse: «Dai un bacino a Gesù».
Anna guardò le perle rosse sulla fronte, formavano una corona attorno alla testa, colavano sulle guance e nelle orecchie dell’uomo, mentre lui storceva la bocca e girava indietro gli occhi che si vedeva il bianco, non poteva muoversi né gridare, scolpito per sempre nel dolore e nella paura. Anna sporse le labbra e baciò la perla più rossa e più lustra di tutte.
*
«Che domanda è “Perché no”?»
«La mamma ha detto che sei triste».
«Anche le mamme sbagliano».
«Ha detto che hai fatto scappare Luca».
La cosa rossa si strizza e si allunga come uno straccio bagnato. Luca non era scappato, aveva raccolto le sue cose con pazienza metodica e disposto tutto in una valigia e due borsoni che aveva lasciato all’ingresso, dove di solito poggiava le ciabatte quando era fuori casa e le scarpe quando era dentro. Non c’era astio o tensione mentre si salutavano, lui aveva piegato le labbra mimando un sorriso e le aveva passato una mano tra i capelli. Con il fatto che Anna non prendeva più la pillola e non era inibita dagli ormoni, era bastato quel tocco a risvegliarle la voglia e avevano fatto l’amore un’ultima volta, rapidamente e senza rimpianti, mezzi sghembi sulla parete tra i cappotti appesi.
«Luca non è scappato».
«A me Luca piaceva».
«Anche a me».
«Non puoi farlo tornare?»
Anna svolta a un semaforo giallo. La cosa rossa preme sulla cervice come sull’acceleratore.
«Non posso».
«Non puoi-non puoi, o non puoi-non vuoi?»
«Questa l’hai sentita dalla mamma?»
«Lo dice la maestra».
«Non posso e non voglio. È giusto così».
Il concetto di “giusto” per gli umani è un’idea talmente diluita da essere omeopatica.
«Cosa vuol dire?»
«A volte la cosa giusta fa stare male».
«Stare male è la cosa giusta».
«No».
«L’hai appena detto».
«Ho detto “la cosa giusta fa stare male”, non “stare male è la cosa giusta”».
«Che cambia?»
«Stare male non è mai la cosa giusta».
La bambina non parla più. Anna le lancia un’altra occhiata, più lunga della prima. Ha i capelli umidi tenuti su da un elastico di Frozen, le orecchie un po’ a sventola. È china in avanti e incide con l’unghia minuscole iniziali sulla fodera del sedile con la concentrazione tignosa di un’amanuense. Assomiglia a Marta, ma la cosa rossa crede che somigli molto anche ad Anna.
«Da grande lo studio lo voglio azzurro».
«Azzurro tipo?»
«Non so. Tipo il tabellone delle mongolfiere».
«È perfetto».
«Dici?»
«Un ciano con una punta di giallo e un cinque o sei percento di magenta».
«Eh?»
«Vivace, luminoso il giusto e molto allegro».
«Mi ero divertita a giocare ai giochi da tavolo».
«Anche io».
Anna mette la freccia e parcheggia davanti a casa di Marta.
*
Il vapore cominciava a scemare, le correnti fresche degli spifferi si insinuavano in quelle calde della doccia in cirrocumuli domestici. Anna appese l’accappatoio al gancio e restò nuda. Infilò le ciabatte, passò il panno in microfibra sullo specchio appannato e fissò i capezzoli dell’immagine riflessa. Lo faceva spesso, fin da ragazzina, e immaginava che la guardassero. I due occhi tondi ammiccavano senza battere le palpebre e le pupille rosse mostravano ad Anna il futuro. Non li avrebbe mai visti gonfi, spaccati e ricoperti di piaghe, non avrebbero mai sanguinato né prodotto siero. Si sarebbero fatti vizzi, svuotati di acqua e latte così come lei era una coppa asciutta. Le tornò alla mente la parola ossuta che mai avrebbe pronunciato ma solo sentito scandita dal medico, o bisbigliata in confidenza, o gridata dal pulpito: «E Rachele era sterile, e sterili erano Rebecca, e Sara, ed Elisabetta, voi ne soffrirete e della sofferenza sarete grate, e il Signore vi ricompenserà. Invece tu patirai e sanguinerai, il tuo corpo ogni mese espellerà il seme inutile di te stessa, non potrai evitarlo, e non ti varrà a niente».
Io so e non dimentico che Luca voleva adottare, le carte erano già pronte, ma consumato da paternità e scontento desiderava troppo un figlio suo, frutto dei suoi lombi, con l’occhio triste e la fronte spaziosa. Anna si era allontanata senza voltarsi per non diventare sale, lo aveva lasciato libero, e mai avrebbe rinnegato quella scelta che li aveva consolati entrambi nelle sere di stanche trattative e logoro abbandono. Ma io so e non dimentico che a lei non serviva né il figlio delle carte né il figlio dei lombi, era completa e felice nella sua interezza di femmina, benedetta fra le donne e benedetta senza prole, con la sua carne e le sue ossa e il suo ventre condiviso con me soltanto.
Era una felicità sordida, oscena, perché ogni numero era un versetto e ogni versetto un’imputazione: quarantadue, “Beato il frutto del grembo tuo”, quarantatré, “Ecco la madre del Salvatore”, quarantaquattro, “Sento il bambino che esulta di gioia dentro di me”, altra gioia non può esserci, che donna sei se non sei madre. La vergogna di quella felicità inconcepibile era nevicata su di lei e si era ghiacciata in cristalli di colpa perenne. Restavo solo io a scaldarla, a covare il perdono nella memoria, a testimoniare che in ogni ricordo d’angoscia, di rabbia o di rimorso, lei è perfetta così com’è.
Anna si rivestì, avvolse i capelli nell’asciugamano e andò in cucina.
*
La luce in cucina è sempre più calda che nelle altre stanze. Anna rompe le uova nella padella e con il cucchiaio sposta i due tuorli al centro, equidistanti fra loro e dai bordi. La bava trasparente scoppietta e diventa opaca, le proteine si insaporiscono mentre coagulano. Quando fa scivolare le uova nel piatto, Anna si compiace delle proporzioni perfette, dei rossi cremosi e del bianco appena bruciacchiato. Lo porta in tavola, spezza il pane, intinge la mollica nei tuorli e se ne concede una goccia in purezza, leccando la glassa nutriente a occhi chiusi. È un piacere scarno, eppure essenziale. La cosa rossa riposa, soddisfatta.
*
«Perché no».
«Tanto è morto».
«Ho detto di no».
Anna strinse le labbra mascherando il broncio e per ripicca buttò pesce e retino nella pozza, così nostro padre avrebbe dovuto bagnarsi il braccio fino al gomito per ripescarlo. Appena il pesce toccò l’acqua rinvenne, come dopo un sogno agitato, e guizzò sul fondo.
«Hai visto che era vivo?» disse nostro padre.
Anna guardò lui, poi gli occhi azzurri della Madonnina, poi il pesce che brucava la base pulita della pozza. Il suo primo pensiero fu: «Potevamo trinciarlo mentre era ancora vivo».
Il secondo: «Non avremmo mai saputo che non era morto».
E dopo averlo pensato fu felice, e fui felice anch’io. In un caso o nell’altro, eravamo assolte.



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