Dovremmo interrogarci anche sulle storie e le immagini che ci hanno insegnato a considerare il possesso una forma d’amore. Un’eredità difficile da mettere in discussione, che continua a renderci familiare ciò che condanniamo nella cronaca.
IN COPERTINA un’opera di Paul Klee
di Alessia Dulbecco
A metà estate, mentre Treccani segnalava che “femminicidio” era la parola più cercata sul suo portale dall’inizio dell’anno (era già stata “parola dell’anno” nel 2023), la cronaca continuava a riportare notizie che rendevano fin troppo comprensibile il motivo di tanta attenzione. In circa quaranta giorni, otto donne sono state uccise nell’ambito o al termine di una relazione affettiva.
Consulto gli articoli che ne raccontano le storie e i loro visi scorrono davanti a me. Li conosco già; dall’inizio di agosto ho cominciato a tenere traccia delle notizie riguardanti episodi di violenza di genere in cui mi capitava di imbattermi. Articoli che non avevo cercato e che, tuttavia, non avevano fatto fatica a trovarmi mentre aprivo Facebook, sbirciavo le storie su Instagram, oppure durante la lettura, di prima mattina, dei principali quotidiani. Se ai femminicidi aggiungiamo quelli tentati, le molestie e le aggressioni, emerge un quadro desolante, nel quale la violenza di genere attraversa la vita quotidiana delle donne con una pervasività che il racconto di ogni singolo episodio rende difficile cogliere.
Il concetto di femminicidio ha preso forma nel corso di decenni di riflessione femminista. Come ricorda la giornalista e divulgatrice Donata Columbro, nel 1976 la sociologa Diana Russell portò il termine inglese femicide al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, a Bruxelles, dandogli il significato politico che avrebbe precisato negli anni successivi, quello dell’uccisione di donne in quanto donne. In Italia, Michela Murgia ha contribuito a renderne il senso accessibile e intuitivo, spiegando che la parola descrive l’omicidio di una donna in quanto donna: il genere è pertanto la ragione per cui viene uccisa. Il concetto permette di riconoscere il rapporto fra queste morti e l’organizzazione sociale delle relazioni fra i generi, nella quale l’autonomia di una donna può essere vissuta come una violazione dell’autorità maschile. Anche la gelosia e il rifiuto di accettare una separazione acquistano così un significato preciso, legato alla pretesa di possesso sulla vita dell’altra.
La continuità della violenza subita dalle donne è documentata dalle indagini dell’Istat ed emerge quotidianamente dalla cronaca. Eppure, nel racconto dei singoli femminicidi, ricorre il linguaggio della tragedia improvvisa, della fatalità che irrompe in una vita altrimenti ordinaria. L’attenzione si concentra sulle modalità dell’uccisione, sui particolari che distinguono quel delitto dagli altri e lo rendono ancora più atroce.
È accaduto recentemente con Lorena Isceri, che l’ex compagno Federico Vella ha rapito, rinchiuso nel bagagliaio di un’auto e poi gettato viva da un viadotto dell’A1. Nei giorni successivi, le ricostruzioni hanno fornito dettagli sempre più terribili sulle sue ultime ore, mentre gli account social dell’uomo venivano passati al setaccio e riempiti di insulti; messaggi di odio che non leggerà essendosi tolto la vita poco dopo l’arrivo delle forze dell’ordine. Chi ha lasciato un messaggio sui suoi profili si rivolgeva soprattutto agli altri lettori, cercando, forse, nella condanna pubblica un modo per prendere le distanze, di dichiararsi estranei a una violenza la cui ombra sembra, per un momento, allungarsi su tutti noi.
Con l’efferatezza dei femminicidi ci confrontiamo da anni. Basta ripercorrere gli ultimi vent’anni e ricordare alcuni dei casi che hanno ricevuto maggiore attenzione, nella consapevolezza che questo elenco restituisce solo una parte della violenza e lascia fuori molte delle donne uccise, le cui storie hanno trovato meno spazio nel racconto pubblico. È accaduto nel 2007 con Maria Antonietta Multari (in seguito alla sua morte il parlamento ha introdotto il reato di stalking), nel 2016 Giulia Ballestri (alla cui uccisione Stefano Nazzi ha recentemente dedicato una puntata di Indagini), e più recentemente con Giulia Cecchettin e Martina Carbonaro, le cui vicende ci hanno costretto a riconoscere anche nelle relazioni fra adolescenti e giovani adulti quelle dinamiche di controllo e possesso che eravamo abituati ad associare alle coppie adulte. Storie diverse, che hanno prodotto cambiamenti dal punto di vista legislativo lasciando però largamente irrisolto il problema dei rapporti di potere fra i generi, delle gerarchie che assegnano agli uomini l’autorità e alle donne il compito di adeguarsi, come se questa distribuzione dei ruoli avesse qualcosa di naturale. Lo sottolineava già Michela Murgia in un articolo su Repubblica, osservando quanto fossero scarsi gli interventi capaci di incidere sul piano culturale poiché «agire sull’educazione dei bambini e delle bambine – la sola politica realmente rivoluzionaria – entrerebbe infatti in conflitto più o meno aperto con il modello socio-culturale di moltissime famiglie italiane, ancora costruite intorno all’attribuzione dei ruoli patriarcali di genere che sono alla base della discriminazione che sfocia in violenza».
Prendere sul serio quel conflitto significa interrogare i riferimenti culturali attraverso cui impariamo ad abitare il mondo. Le storie e le immagini che ci accompagnano ogni giorno, dalle fiabe ai libri di scuola, dai film allo sport fino alla musica, insieme alle parole che ascoltiamo in televisione o nei discorsi di chi fa politica, diventano tanto familiari da costituire uno sfondo del quale fatichiamo ad accorgerci. Anche la violenza sulle donne vi trova posto, proposta attraverso chiavi di lettura che le conferiscono un’apparente naturalezza, fino a farla sembrare, in qualche modo, giustificata. È a questo patrimonio che guarda lo storico Ivan Jablonka in La cultura del femminicidio, offrendo uno strumento per riconoscere che ciò che ci sconvolge nella cronaca ha in realtà, molto prima, trovato spazio nel nostro immaginario molto prima di accadere, nelle storie e nelle immagini da cui abbiamo appreso le chiavi di lettura con cui gli attribuiamo un senso.
L’autore individua tra il Duecento e il Trecento il consolidarsi di un sistema nel quale istituzioni, storie e immagini concorrono a rendere il corpo femminile disponibile al controllo e alla violenza maschile, attribuendo alla sua esposizione e al suo supplizio un significato morale, capace di trasformare la sopraffazione in un insegnamento.
Un esempio è la vicenda di Nastagio degli Onesti, raccontata da Boccaccio nel Decameron e trasposta in pittura da Botticelli. Il protagonista è un giovane e ricco ravennate, innamorato di una nobildonna che non ricambia il suo interesse. Per conquistarla spende una parte considerevole del patrimonio, come se la generosità e l’insistenza dovessero prima o poi procurargli il suo amore. Preoccupati per lui e per le sue finanze, amici e parenti lo convincono ad allontanarsi da Ravenna. Nella pineta di Classe, dove si traferisce, assiste a una scena raccapricciante: una donna nuda inseguita da due mastini e da un cavaliere armato. Nastagio tenta di difenderla, ma l’uomo lo ferma e gli racconta di essersi suicidato dopo essere stato respinto da lei, che aveva gioito della sua morte. Quando, anni dopo, anche la donna muore, viene condannata insieme a lui a mettere in scena per sempre quella caccia: ogni venerdì, nello stesso luogo, il cavaliere la uccide e ne dà il cuore e le viscere ai cani, prima che lei si rialzi e il supplizio ricominci.
Nastagio comprende che quella scena può diventare una lezione utile ai propri scopi. Organizza un banchetto nella pineta e vi invita la giovane amata, facendola assistere alla alla caccia. Terrorizzata all’idea di subire la stessa sorte, lei acconsente a sposarlo. La novella si chiude richiamando la felicità degli sposi e sottolineando l’effetto sulle altre donne di Ravenna, divenute più arrendevoli alle richieste degli uomini. Il “lieto fine” sancisce il successo di un’iniziativa che ha trasformato la paura in consenso; dentro questo esito trova posto anche un insegnamento, rivolto a tutte, sulle conseguenze del rifiuto e sulla convenienza di cedere.
La vicenda di Nastagio degli Onesti è uno dei molti esempi raccolti da Jablonka, la cui indagine spazia dalle opere letterarie ai trattati di anatomia. Ho scelto di soffermarmi su questa storia perché vi si riconoscono con particolare chiarezza le dinamiche che ritroviamo nella cronaca, dalla pretesa di essere ricambiati alla punizione del rifiuto. Appartiene a un patrimonio di racconti che ci accompagna fin dall’infanzia, dalle fiabe come Barbablù alle canzoni in cui si evocano pretese sull’amata, dalle pièce teatrali alle commedie romantiche in cui l’insistenza maschile finisce per essere premiata. Pur nelle loro differenze, questi racconti e i modi in cui vengono letti e interpretati contribuiscono a dare forma alle nostre aspettative sull’amore, sui ruoli che assumiamo nel corteggiamento e sulla libertà delle donne. Lo stesso corteggiamento, come ricorda il Dizionario di genere, segue nel modello patriarcale un copione che assegna all’uomo l’iniziativa e alla donna il compito di rendersi desiderabile, in attesa di essere scelta; le attenzioni e il denaro speso possono così alimentare la convinzione di aver maturato un diritto a essere ricambiati. Le storie mettono in scena anche le conseguenze di chi si sottrae a queste aspettative, rifiutando o trasgredendo un divieto. Il loro significato educativo passa attraverso la partecipazione al desiderio del protagonista e il sollievo con cui accogliamo il “lieto fine”. Possiamo così rallegrarci del matrimonio di Nastagio senza soffermarci sulla paura che ha indotto la giovane ad accettarlo, abituandoci a riconoscere una storia d’amore anche dove la volontà di lei è stata forzatamente estorta.
Si potrebbe obiettare che le storie in cui siamo immersi raccontano soprattutto vicende maschili di uomini che lottano e muoiono, spesso in modo atroce. Del resto, sono soprattutto loro a occupare il centro dei racconti con cui siamo cresciuti, come protagonisti di scoperte scientifiche e conquiste, impegnati in guerre e imprese nelle quali rischiano la vita. Nella quasi totalità di questi racconti, tuttavia, la morte degli uomini ne sancisce il valore o dà rilievo alle cause per cui hanno scelto di sacrificarsi, secondo un modello che dalla tradizione eroica arriva fino alle narrazioni contemporanee. Persino il vilipendio del corpo di Ettore si inscrive nella vendetta fra guerrieri, senza assumere il significato di una punizione sessuale inflitta a chi si sottrae al desiderio altrui.
La cultura del femminicidio si trasmette anche attraverso il sostrato simbolico che orienta la nostra partecipazione alle storie, abituandoci ad assumere il punto di vista maschile come misura degli eventi. Possiamo così imparare a sentire il rifiuto di una donna come un torto subito dall’uomo, fino a trovare in una certa misura comprensibile la volontà di punirla.
Ciò che sostiene questa cultura si rinnova insieme alle società che la produce. Jablonka osserva come nel passato il corpo femminile sia stato sottoposto all’autorità del sapere medico, aperto per svelarne i segreti o esposto allo sguardo del pubblico, come nelle dimostrazioni dello psichiatra Charcot sulle pazienti considerate isteriche. Oggi, in una società profondamente trasformata dalle lotte femministe, la pretesa di disporre del corpo e della libertà delle donne persiste, adattandosi ai cambiamenti e trovando nuove forme di legittimazione. La riconosciamo negli attacchi ai diritti riproduttivi e nella propaganda della manosfera, che presenta l’emancipazione come un torto inflitto agli uomini oltre che in tentativo, moralmente sbagliato, di sovvertire l’ordine naturale dei rapporti tra i sessi. Il risentimento contro le donne diventa così un collante politico e sociale, incontrando progetti autoritari che promettono di restaurare un ordine nel quale ciascuno torni al posto assegnato. Cambiano i linguaggi e gli strumenti attraverso cui quella gerarchia viene difesa; persiste l’idea che l’autonomia delle donne sia una concessione da limitare o revocare quando mette in discussione il potere maschile.
Prendere le distanze da chi commette un femminicidio ci permette di sentirci dalla parte giusta. Più difficile è interrogare ciò che continuiamo a trovare normale, persino desiderabile, nelle relazioni e nelle storie con cui continuiamo a educare il nostro sguardo e quello di chi viene dopo di noi. Occorre il coraggio di andare più a fondo, perché quel «mai più» che pronunciamo ogni volta che l’efferatezza di un femminicidio lo porta in prima pagina rischia di restare una promessa disattesa finché delegheremo alle leggi, alle forze dell’ordine e a qualche fumosa forma di “sensibilizzazione” un cambiamento che deve investire soprattutto l’ordine simbolico e culturale in cui siamo immersi. Possiamo cominciare rileggendo il patrimonio artistico, storico e culturale che abbiamo ereditato, senza cancellarlo né rinunciare alle opere che amiamo, ma cambiando lo sguardo con cui le attraversiamo, imparando a dare un nome alla sopraffazione e chiedendoci che cosa insegniamo quando continuiamo a chiamarla amore, a ritenenerla, in qualche modo, “giusta”.



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