La democrazia è per gli dei

Non dovrebbe sorprenderci se gli uomini non riescono a tollerare la democrazia.


IN COPERTINA: Gino Severini, La consegna delle chiavi a San Pietro (1950) – Asta Pananti in corso

Questo articolo è la traduzione italiana di un articolo uscito su The New York Times


di Costica Bradatan

traduzione di Francesco D’Isa

«Perché le democrazie falliscono?»

È un problema di cui abbiamo sentito parlare spesso negli ultimi anni; nei libri, nelle riviste, nei notiziari, è un dibattito sempre più frenetico. Eppure quasi sempre mi ritrovo a rispondere alla domanda con un’altra: perché mai non dovrebbero fallire?

La Storia – l’unica guida che abbiamo in materia – ci ha dimostrato che la democrazia è rara e fugace. Si accende in circostanze misteriose, in un luogo fortunato o in un altro, per poi svanire, a quanto pare, altrettanto inspiegabilmente. Un’autentica democrazia è difficile da realizzare, e, una volta realizzata, è fragile. Nel vasto quadro degli eventi umani, si tratta dell’eccezione, non della regola.

Nonostante la natura sfuggente della democrazia, la sua idea centrale è di una semplicità disarmante: Come membri di una comunità, dovremmo avere pari voce in capitolo su come condurre la nostra vita collettiva. «Nella democrazia così come dovrebbe essere», scrive Paul Woodruff nel suo libro del 2006 First Democracy: The Challenge of an Ancient Idea, «tutti gli adulti sono liberi di intervenire e di partecipare al dibattito su come si deve organizzare la vita collettiva. A nessuno è permesso di godere di un potere privo di controllo, che porta all’arroganza e alla violenza». Avete mai sentito qualcosa di più ragionevole? Ma chi ci dice che siamo esseri ragionevoli?

In effetti, gli esseri umani non sono predisposti a vivere democraticamente. Potremmo persino dire che la democrazia è “innaturale”, perché va contro i nostri istinti. La cosa più naturale, per noi come per ogni creatura vivente, è cercare di sopravvivere e di riprodurci. Ed è a questo scopo che ci poniamo – ostinati, instancabili, furiosi – gli uni contro gli altri: li mettiamo da parte, li oltrepassiamo, li scavalchiamo, se necessario non esitiamo a schiacciarli. Dietro la facciata sorridente della civiltà, c’è all’opera la stessa volontà cieca di autoaffermazione che troviamo nel regno animale.

Basta scalfire appena la superficie della comunità umana per trovare la bestialità. È la «natura umana irrazionale e irragionevole», scrive lo zoologo Konrad Lorenz nel suo libro Il cosiddetto male, che spinge «due partiti politici o due religioni con programmi incredibilmente simili a combattersi furiosamente», così come porta «un Alessandro o un Napoleone a sacrificare milioni di vite nel suo tentativo di unire il mondo sotto il proprio scettro». La storia del mondo è per lo più la storia di individui eccessivamente autoaffermativi alla ricerca di uno scettro.

Non aiuta il fatto che, una volta che un individuo simile è al potere, gli altri diventano ansiosi di sottomettersi. È come se alla sua illustre presenza si rendessero conto di avere troppa libertà – una libertà che diviene all’improvviso opprimente. Nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, il Grande Inquisitore dice: «Non c’è occupazione più incessante o tormentosa per l’uomo, finché è libero, che la ricerca di qualcuno a cui sottomettersi». E com’è dolce la sottomissione! Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone, Hitler e Mussolini erano tutti bravi oratori, incantatori di folle e seduttori politici.

Il loro rapporto con la folla era, come dire, intimo. In regimi di questo tipo, infatti, ogni volta che si usa e si manifesta il potere, l’effetto è profondamente erotico. Per esempio, ciò che vediamo ne Il trionfo della volontà (in buona parte grazie al genio perverso di Leni Riefenstahl), sono persone che vivono una sorta di estasi collettiva. Le parole del seduttore possono essere vuote, anche insensate, ma non importa; ognuna di esse porta la folla eccitata a nuove vette di piacere. Il leader può fare quel che vuole con dei seguaci estasiati. Si sottometteranno a tutte le fantasie del loro padrone.

Questo è, all’incirca, il contesto in cui emerge l’idea di democrazia. Non c’è da stupirsi che sia una battaglia persa. Una vera democrazia non fa grandi promesse, non seduce né incanta, ma aspira solo a un certo livello di dignità umana. Non è sexy. Rispetto a quanto accade nei regimi populisti, è una cosa freddina. Chi mai sceglierebbe le noiose responsabilità della democrazia piuttosto che la gratificazione istantanea di un demagogo, o la frigidità contro l’estasi? Eppure, nonostante tutto, l’idea di democrazia qualche volta si è quasi incarnata – dei momenti di grazia in cui l’umanità è forse riuscita a sorprendere se stessa.

Gino Severini, La consegna delle chiavi a San Pietro (1950) – Asta Pananti in corso

Un elemento necessario per la democrazia è l’umiltà. Un’umiltà collettiva e interiorizzata, penetrante, persino visionaria, ma comunque autentica. Il tipo di umiltà di chi è a proprio agio; di chi, conoscendo il proprio valore e i propri limiti, può anche ridere di se stesso. Un’umiltà che, avendo visto e imparato a tollerare molte follie, è diventata saggia e paziente. Essere democratici, in altre parole, è capire che quando si tratta di vivere insieme non si è migliori degli altri – e agire di conseguenza. Vivere democraticamente è, soprattutto, affrontare il fallimento e l’imperfezione, e intrattenere scarse illusioni sulla società umana. Le istituzioni democratiche, le sue norme e i suoi meccanismi, dovrebbero incarnare la visione di un essere umano difettoso, debole e imperfetto.

L’antica democrazia ateniese ideò due istituzioni che hanno dato corpo a questa visione. In primo luogo la nomina di funzionari pubblici estratti a sorte. Data la fondamentale uguaglianza dei diritti che godevano tutti i cittadini ateniesi – vale a dire i maschi liberi – il mezzo più logico di accesso alle posizioni di comando era la selezione casuale. Per i democratici ateniesi infatti, le elezioni erano la fine della democrazia, perché avrebbero permesso ad alcuni di affermarsi ingiustamente sugli altri.

L’altra istituzione ateniese era l’ostracizzazione. Quando uno dei cittadini stava diventando un po’ troppo popolare – troppo demagogo – gli ateniesi lo esiliavano dalla città per dieci anni, scrivendo il suo nome su dei pezzi di ceramica. Non era una punizione per qualcosa che il retore aveva fatto, ma una misura preventiva contro ciò che avrebbe potuto fare. Gli ateniesi sapevano di essere troppo vulnerabili e viziati per resistere alla seduzione politica (la loro complicata relazione con Alcibiade aveva fornito loro molte prove) e di conseguenza evitavano le tentazioni. La democrazia, in quanto opera dell’uomo, è fragile – meglio dunque non metterla alla prova.

Dopo l’esperimento di radicale uguaglianza ateniese, la democrazia è riemersa altrove, ma in forme che probabilmente gli antichi ateniesi non chiamerebbero democratiche. Per esempio, gran parte dell’attuale democrazia americana (una delle migliori versioni attualmente sul mercato) verrebbe giudicata “oligarchica” secondo gli standard ateniesi. In genere, infatti, sono pochi ricchi fortunati (hoi oligoi) a decidere non solo le regole del gioco, ma anche chi vince e chi perde. Ironia della sorte, il sistema favorisce ciò che volevamo disperatamente evitare con la democrazia: l’animale politico affamato di potere, arrogante, oppressivamente autoaffermativo.

Tuttavia, non dobbiamo stupirci. «Se ci fosse un popolo di divinità, si governerebbe democraticamente», scrive Jean-Jacques Rousseau. «Una forma di governo così perfetta da non essere adatta agli uomini». La democrazia è così rara che la maggior parte delle volte, quando ne parliamo, ci riferiamo a un ideale piuttosto che a un dato di fatto. Ecco cos’è in ultima analisi la democrazia: un ideale che la gente cerca di mettere in pratica di tanto in tanto. Mai adeguatamente e mai a lungo – sempre goffamente, timidamente, come se fosse un periodo di prova.

Eppure la democrazia è una di quelle cose inafferrabili – come la felicità – la cui promessa, anche se perpetuamente rinviata, è più importante della sua stessa esistenza. Potremmo non ottenerla mai, ma non possiamo permetterci di smettere di sognarla.


Costica bradatan, è professore di Humanities alla Texas Tech University e  professore onorario di filosofia alla University of Queensland, Australia. è Dying for Ideas. The Dangerous Lives of the Philosophers (Bloomsbury, 2015), ha anche scritto per il New York Times, The New Statesman, Times Literary Supplement, Dissent Magazine, The Boston Review, The Daily Beast, Christian Science Monitor, The Globe & Mail, e molte altre testate. è anche  editor su temi di religione e cultura per il Los Angeles Review of Books. in italiano è disponibile Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi, Carbonio editore

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