Se i social “danno dipendenza” bisogna farsi alcune domande profonde soprattutto su che esperienza relazionale sia, oggi, quella dell’adolescenza. Proibire e basta non servirà.
IN COPERTINA il narciso, di caravaggio
di Anna Rita Longo
Adolescenti chiusi nel mutismo che scrollano per ore il cellulare, tamburellando i pollici velocemente sullo schermo, mentre gli adulti li guardano preoccupati e si chiedono che cosa passi loro per la testa… Una buona parte degli articoli scritti dagli adulti sul tema “giovani e social” inizia con simili descrizioni manichee. Da una parte viene dipinta una generazione avviluppata nei vortici di una chiara dipendenza, che può portare a tragiche conseguenze da cui si sarebbe al riparo se non ci fossero i social, e dall’altra chi sente di poterne giudicare con obiettività il comportamento. Sarebbe interessante vedere quanti degli adulti che si atteggiano a Minosse della situazione indulgano in prima persona al doomscrolling, perché, come la favola di Giove e delle due bisacce ci ha insegnato, è da sempre più semplice vedere i difetti e i problemi altrui piuttosto che i propri.
Ma che i social causino dipendenza e che a questa dipendenza siano particolarmente esposti i giovani è un luogo comune talmente abusato da essere dato ormai per scontato, tanto che nella comune pratica giornalistica non ci si sente neppure in dovere di argomentare e citare autorevoli fonti al riguardo. Eppure sarebbe particolarmente importante farlo, soprattutto quando il discorso riguarda i giovani, che sono una delle parti fragili della società, perché il loro benessere dipende anche, in modo sostanziale, da ciò che fanno nei loro confronti gli adulti di riferimento.
La questione è tornata con forza al centro del dibattito pubblico dopo l’accordo raggiunto, nell’agosto di quest’anno, da Meta con numerosi stati americani. L’intesa, che prevede di arrivare a circa 18 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni, chiude una serie di controversie nelle quali Meta era accusata di avere progettato Facebook e Instagram in modo da favorire comportamenti di uso compulsivo nei minori e di avere adottato pratiche insufficienti per proteggerli. La sintesi giornalistica della notizia, dai lanci di agenzia agli articoli sui quotidiani di tutto il mondo, contiene spesso un riferimento al concetto di dipendenza. L’accordo prevede, tra le altre cose, limiti di utilizzo, restrizioni nelle ore notturne, nuove misure di verifica dell’età e ulteriori protezioni per gli utenti minorenni. L’azienda non ha, però, ammesso responsabilità o illeciti. Quest’ultima circostanza non comporta, però, che la si debba considerare innocente ed esente da responsabilità sul piano etico, come si avrà modo di dire.
È bene sottolineare come la presenza di un accordo giudiziario non equivalga a una conferma scientifica dell’esistenza di una diagnosi chiamata “dipendenza da social”, dal momento che le accuse contenute in una causa e le categorie utilizzate dalla medicina non sono la stessa cosa. Affermare questo non significa, contemporaneamente, negare che possa esistere un uso problematico dei social. Come sempre, quando ci si addentra nei fatti scientifici, in particolare per quel che riguarda un tema delicatissimo come la salute mentale, è necessario accostarsi al discorso cogliendone la complessità e le sfumature.
Nel linguaggio comune tendiamo a parlare di “dipendenza” ogniqualvolta ci troviamo di fronte a un comportamento dal quale troviamo difficile staccarci, ma in psichiatria il concetto ha un’applicazione molto più ristretta. In questo senso, nel quadro della dipendenza rientrano sindromi clinicamente riconoscibili e impattanti, caratterizzate da comportamenti ripetitivi e gratificanti, che arrivano a provocare una significativa sofferenza e compromettono in modo importante il comportamento di una persona.
A questo proposito, nei manuali diagnostici di riferimento, ovvero il DSM, pubblicato dall’American Psychiatric Association (giunto alla quinta edizione), e l’ICD, classificazione a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (giunta all’undicesima revisione), sono presenti i quadri di riferimento relativi alle dipendenze con alcune significative differenze, il che già rende l’idea della difficoltà di tagliare il concetto con l’accetta.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità distingue tra un comportamento frequente e un vero disturbo dovuto a dipendenza. Nel caso del gaming disorder (ovvero il disturbo dall’uso di videogiochi), riconosciuto nell’ICD-11, non è sufficiente giocare molto: devono esserci una riduzione del controllo sul comportamento, una crescente priorità attribuita al gioco rispetto ad altre attività e la prosecuzione o l’escalation del comportamento nonostante le conseguenze negative. Il comportamento deve, inoltre, produrre una compromissione significativa della vita personale, familiare, sociale, scolastica o lavorativa. Si tratta di una distinzione importante: fare qualcosa molto spesso non significa necessariamente esserne dipendenti. Anche per i social, quindi, sarebbe opportuno distinguere tra uso frequente, uso problematico e disturbo clinicamente significativo.
Peraltro le stesse classificazioni diagnostiche non vanno certamente interpretate come tavole della legge. Il DSM e l’ICD sono sistemi di classificazione che vengono modificati nel tempo sulla base dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche, della ricerca clinica e della definizione dei criteri diagnostici. La storia della psichiatria dimostra inoltre che le classificazioni possono cambiare profondamente. Un esempio noto è quello dell’omosessualità, la cui derubricazione come patologia dal DSM è stata deliberata nel 1973 con il voto dell’American Psychiatric Association al riguardo. Un altro esempio riguarda la possibilità di diagnosticare contemporaneamente autismo e ADHD. Nel DSM-4 la presenza di autismo costituiva un criterio di esclusione per la diagnosi di ADHD; il DSM-5 ha eliminato questa esclusione, riconoscendo la possibilità della co-occorrenza delle due condizioni.
Se, da una parte, affermare con certezza l’inesistenza di una condizione non descritta nei manuali diagnostici sarebbe sbagliato, è comunque importante considerare che una diagnosi richiede criteri definiti, affidabili e sufficientemente validati, e che le classificazioni possono evolvere.
Nel DSM-5, il gambling disorder (ovvero il disturbo da gioco d’azzardo) è l’unica dipendenza comportamentale formalmente riconosciuta. L’Internet Gaming Disorder è invece collocato nella sezione dedicata alle condizioni che richiedono ulteriori studi. E l’American Psychiatric Association specifica esplicitamente che questa categoria riguarda il gaming e non comprende l’uso problematico dei social media o degli smartphone. L’OMS ha invece, come si diceva, inserito il gaming disorder nell’ICD-11 tra i disturbi dovuti a comportamenti di dipendenza.
Relativamente alla questione dei giovani e dell’uso della rete e dei social, l’OMS Europa, attraverso lo studio internazionale HBSC 2022, ha rilevato che l’11% degli adolescenti intervistati presentava segni di uso problematico dei social, contro il 7% nel 2018. L’indagine ha coinvolto quasi 280.000 ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni in Europa, Asia centrale e Canada. L’OMS definisce questo comportamento attraverso elementi che possono ricordare quelli di una dipendenza, come la difficoltà a controllare l’uso dei social media, la sensazione di astinenza quando non li si utilizza, il trascurare altre attività a favore dei social e l’insorgenza di conseguenze negative nella vita quotidiana a causa di un uso eccessivo. Quindi non abbiamo bisogno di stabilire che ogni uso intenso dei social sia una dipendenza nel senso proprio del termine per riconoscere che una parte degli adolescenti sviluppa un rapporto problematico con queste tecnologie.
Dire quindi che l’uso problematico dei social media non costituisce oggi una diagnosi autonoma universalmente riconosciuta significa che non esiste ancora un consenso diagnostico paragonabile a quello raggiunto per altri disturbi, ma sarebbe improprio dedurre che il fenomeno sia inesistente. Per questo oggi sarebbe eccessivo affermare che la “dipendenza dai social” sia già una diagnosi psichiatrica consolidata equivalente al gambling disorder oppure anche al gaming disorder sul quale il consenso non è totale. Ma sarebbe altrettanto scorretto usare l’assenza di una diagnosi autonoma per negare l’esistenza di forme di uso problematico e compulsivo.
Anche sul meccanismo attraverso cui i social innescherebbero questa dipendenza sono diffuse delle semplificazioni che, con una ricorsività innegabile, diventano virali sulle stesse piattaforme di cui parlano, oltre che sui media più tradizionali. Al centro delle argomentazioni c’è il ruolo di un neurotrasmettitore, il cui nome è ormai divenuto familiare: quello della dopamina, molecola nella quale si vorrebbe vedere, in pratica, l’interruttore unico delle dipendenze (del cui meccanismo è, comunque, un elemento molto importante). Ma le semplificazioni sul suo ruolo nello sviluppo delle dipendenze, vere e presunte, e sulla conseguente possibilità di disintossicarsi dalla sua azione hanno assunto il rango di veri e propri miti pseudoscientifici.
La ricerca distingue inoltre tra liking, il piacere associato a una ricompensa, legato principalmente agli oppioidi endogeni, e wanting, la spinta motivazionale a ricercarla, mediata soprattutto dalla dopamina. I due processi non coincidono affatto. Nelle dipendenze, gli stimoli associati alla ricompensa possono acquisire una salienza motivazionale sproporzionata: il desiderio di ottenere qualcosa può aumentare anche senza un corrispondente aumento del piacere che quella cosa produce. Questo aiuta a comprendere perché un comportamento possa diventare molto difficile da interrompere senza dover ricorrere alla semplicistica formula “più dopamina = più piacere = dipendenza”. Nel caso dei social entrano, inoltre, in gioco sistemi coinvolti nell’apprendimento, nella motivazione, nell’elaborazione delle informazioni sociali, nell’attenzione e nel controllo. Gli studi con l’uso di neuroimmagini sull’uso problematico dei social hanno trovato associazioni con l’attività o la connettività di diverse regioni cerebrali, comprese aree coinvolte nei processi motivazionali, emotivi e di controllo. Ma una revisione della letteratura neuroscientifica evidenzia anche una forte eterogeneità degli studi e la difficoltà a comprendere se esista un nesso causa-effetto tra uso dei social e comportamenti problematici osservati.
La non coincidenza tra correlazione (ovvero il presentarsi insieme di fenomeni) e causalità è probabilmente il punto sul quale è necessario essere più rigorosi. Numerosi studi trovano associazioni tra uso dei social e sintomi di depressione, ansia, solitudine o altri indicatori di disagio psicologico, ma un’associazione non dimostra automaticamente una relazione causale. Quindi non possiamo passare direttamente da “chi usa problematicamente i social tende a stare peggio” a “i social fanno stare peggio”. Le possibilità sono diverse: l’uso problematico può contribuire al disagio, ma un’altra ipotesi fondata è che il disagio esistente possa favorire un uso problematico delle piattaforme. I due aspetti potrebbero alimentarsi reciprocamente; oppure entrambi potrebbero essere determinati e influenzati da altri fattori.
Un esempio particolarmente interessante riguarda la solitudine. Una meta-analisi del 2024 di studi longitudinali ha incluso 26 studi e oltre 23.000 partecipanti e ha individuato associazioni prospettiche in entrambe le direzioni: la solitudine prediceva un successivo aumento dell’uso problematico di Internet e, viceversa, l’uso problematico prediceva una successiva maggiore solitudine. Questa bidirezionalità descrive un vero e proprio circolo vizioso in cui il disagio e l’uso problematico si alimentano a vicenda. Ed è proprio sul ruolo della solitudine come terreno d’origine e di ricaduta che vale la pena soffermarsi.
Si tratta di un elemento che, personalmente, da insegnante di scuola superiore che vive continuamente a contatto con gli adolescenti, considererei particolarmente importante. Pur senza pretendere di rendere la mia esperienza aneddotica estensibile al contesto generale, se mi venisse chiesto qual è la parola che mi viene più spontaneo associare alle nuove generazioni, da tempo la mia risposta sarebbe proprio “solitudine”. I ragazzi sono circondati da adulti che spesso sono incapaci di comunicare con loro senza commettere gli opposti errori di liquidare le questioni che li fanno soffrire come sciocchezze senza senso, perché “i veri problemi sono altri”, o di condannarli senza appello per qualsiasi comportamento che si allontani dalla strada che hanno tracciato per loro. Vivono in una realtà ansiogena e dominata dai miti di un sistema capitalistico che trasforma le persone in ingranaggi e in merce di scambio; sono esposti alle conseguenze della catastrofe climatica per effetto dell’irresponsabilità delle generazioni precedenti e immersi in una crisi economica sempre più nera. Il bisogno di essere sé stessi in libertà, che molti tra loro avvertono, è messo in serio pericolo da un ritorno di ideologie di estrema destra, che amplificano il senso di solitudine di quelli tra loro che si riconoscono come particolarmente fragili. Sono i social ad averli indotti a scrollare apparentemente senza limiti fino a determinare questo disagio o è questo disagio ad averli indotti a ricorrere ai social come specchio in cui guardarsi per sentirsi meno soli o luogo in cui trovare, attraverso i direct, un contatto umano meno giudicante?
Nel contempo, sarebbe arbitrario escludere la dimensione positiva della rete e dei social dalla vita di molti ragazzi, per esempio quelli che, per varie ragioni (pensiamo, per esempio, ai neurodivergenti o a chi ha particolari fragilità di varia natura o a chi coltiva interessi diversi da quelli dei coetanei vicini), hanno difficoltà collegate alla vita di relazione nel cosiddetto “mondo reale”. Derubricare quella online a una forma di “socialità finta”, come se non rappresentasse una delle declinazioni della vita di società e un modo per stringere legami anche significativi sarebbe decisamente arbitrario. D’altra parte, le stesse relazioni offline, dato il profondo bisogno di socialità che caratterizza la nostra specie, non sono certo esenti dal rischio di sviluppare caratteristiche affini alla dipendenza, che condividono con quelle online, come ha anche sottolineato, in modo che può apparire paradossale, la ricerca.
In generale non possiamo, però, escludere che un adolescente che si rivolge alla rete perché si sente solo possa col tempo svilupparne un uso problematico, che può contemporaneamente contribuire a togliere spazio ad altre esperienze relazionali, in un circuito di reciproco rinforzo. Ma chiediamoci anche quanto del disagio che alimenta il circolo possa essere prevenuto con un ascolto reale, che si sforza di capire prima di giudicare.
È anche utile chiedersi, al di là dei luoghi comuni, perché i giovani possano essere più vulnerabili. Descrivere l’adolescenza come il periodo in cui “il cervello non è ancora formato” è una semplificazione impropria. È più corretto parlare di sviluppo asincrono dei diversi sistemi cerebrali. La letteratura scientifica indica che i sistemi legati alla ricompensa e alla motivazione seguono traiettorie di sviluppo differenti rispetto a quelli coinvolti nel controllo degli impulsi e nell’inibizione delle risposte. Durante l’adolescenza, la sensibilità alle ricompense può essere particolarmente elevata, mentre alcuni aspetti relativi al controllo degli impulsi (localizzati principalmente nella corteccia prefrontale) continuano a svilupparsi. Questa specifica caratteristica non è patologica e ha anche una funzione adattativa: l’adolescente deve costruire la propria identità, aumentare l’autonomia dagli adulti di riferimento e imparare a muoversi nelle relazioni con i coetanei. Ma può, in teoria, diventare una vulnerabilità particolare quando viene inserita in un ambiente digitale caratterizzato da ricompense sociali immediate, intermittenti e potenzialmente infinite: like, commenti, notifiche, nuovi contenuti e segnali di approvazione o rifiuto. Questo non significa che, in automatico, gli adolescenti siano destinati a sviluppare una dipendenza. La vulnerabilità dipende dall’interazione tra caratteristiche individuali, ambiente familiare e scolastico, relazioni sociali, eventuali difficoltà psicologiche, insieme alla struttura della piattaforma e alle modalità di utilizzo.
Ricordiamo, peraltro, che quando parliamo dell’uso dei social, da parte degli individui di tutte le età, ci riferiamo a un complesso di operazioni eterogenee, con scopi diversi (mantenere e creare contatti con persone che hanno diversi ruoli nella vita del soggetto, informarsi, esprimere sé stessi, intrattenersi, svagarsi, trarre ispirazione…) e che non è semplice comprendere quali tra queste possano tradursi in un uso problematico simile a una dipendenza.
D’altra parte, non vedo motivi per trasformare l’incertezza sui nessi causali e i meccanismi precisi in un’assenza di responsabilità etica delle piattaforme, che del resto sono, con l’oligopolio che le gestisce, una base essenziale dell’attuale sistema capitalistico, che ovviamente non ha scopi diversi dal mero profitto. È naturalmente interesse di chi gestisce le piattaforme massimizzare il tempo di permanenza dell’utente sulle stesse e, con ogni probabilità, ciò è stato fatto senza tenere in gran conto eventuali rischi collegati.
Dire che non possiamo dimostrare che un determinato meccanismo, adoperato da una piattaforma, provochi una dipendenza nel senso proprio del termine non significa che la piattaforma sia automaticamente esente da responsabilità, pur scegliendo deliberatamente di non rendere la questione etica un elemento fondamentale della sua riflessione. Se si sostiene che una particolare caratteristica di Instagram provochi depressione, ansia o dipendenza, occorre dimostrare quella relazione causale. Ma possiamo anche domandarci che cosa dovrebbe fare un’azienda quando sa che il proprio prodotto può comportare rischi prevedibili, soprattutto quando una parte degli utenti è costituita da bambini e adolescenti, indipendentemente dal fatto che si possano inquadrare come dipendenza in senso stretto. Immaginare, però, che i diretti attori del sistema capitalistico, ovvero quanto di più antietico per definizione, possano agire di propria spontanea volontà come mossi da intenti etici, appare indubbiamente un’ingenuità.
Ma volendo soffermarsi sulla prevenzione? Cosa sappiamo delle strategie più efficaci in questo senso, sulla base dei dati che ci vengono dagli studi sulle dipendenze consolidate dalla letteratura scientifica? Gli standard internazionali indicano che gli interventi più promettenti non liquidano la questione fornendo semplici informazioni sui pericoli. Sono particolarmente importanti programmi strutturati e interattivi, orientati allo sviluppo di competenze personali e sociali, condotti da persone adeguatamente formate e inseriti nel contesto familiare, scolastico e comunitario. Gli stessi standard sottolineano che semplici interventi informativi, lezioni non interattive o approcci basati sulla paura non costituiscono necessariamente strategie efficaci di prevenzione. Questo è importante anche per il mondo della scuola: educare non significa semplicemente dire ai ragazzi che qualcosa fa male, ma aiutarli a sviluppare competenze che permettano loro di affrontare situazioni di rischio in autonomia.
Riguardo ai social, sulla base di quanto finora emerso e tenendo conto dei dati parziali a nostra disposizione, sembra più efficace vietarli in determinate fasce d’età o educare al loro utilizzo? La ricerca specifica nel settore è ancora relativamente giovane. Una revisione del 2025 evidenzia che gli interventi di tipo psicoterapeutico, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale, risultano significativamente più efficaci nel ridurre l’uso problematico dei social rispetto ai programmi informativi o alla semplice alfabetizzazione ai media. Inoltre, lo studio evidenzia come la pura proibizione o la limitazione forzata dell’uso mostrino un impatto scarso o insostenibile nel lungo periodo, in quanto non forniscono competenze di autoregolazione né agiscono sui fattori psicologici sottostanti. Una revisione sistematica e meta-analisi del 2025 si è soffermata sugli interventi scolastici per ridurre l’uso problematico delle tecnologie digitali e ha evidenziato come i programmi generici rivolti a intere classi risultino meno efficaci degli interventi mirati a studenti che presentino già fattori di rischio; è inoltre importante il coinvolgimento attivo e strutturato dei genitori nella gestione dei comportamenti familiari..
In generale, costruire una contrapposizione assoluta fra vietare ed educare non sembra scientificamente fondato. Un bambino piccolo può avere bisogno di limiti esterni che non è ancora in grado di darsi autonomamente. Un adolescente che presenta un uso problematico delle piattaforme può necessitare di un intervento più strutturato. Un ragazzo che utilizza normalmente i social può avere invece soprattutto bisogno di competenze, consapevolezza e capacità di autoregolazione. Parallelamente, la piattaforma deve assumersi la propria parte di responsabilità.
C’è poi una dimensione che nessun algoritmo può sostituire: la relazione. Nell’esperienza educativa si può osservare come, in alcuni adolescenti, un rapporto molto intenso con il mondo digitale possa svilupparsi anche sullo sfondo della difficoltà relazionale di cui parlavamo: sentirsi soli, non trovare nel mondo offline un gruppo nel quale riconoscersi, avere difficoltà a parlare con gli adulti o vivere un forte bisogno di essere visti e riconosciuti. Questa prospettiva aiuta a comprendere perché una strategia esclusivamente proibitiva possa essere insufficiente. Se un adolescente utilizza il mondo digitale anche per compensare un bisogno reale di relazione, togliere semplicemente lo strumento senza intervenire sul bisogno può lasciare intatto il problema. Educare significa quindi qualcosa di più che spiegare i pericoli. Significa aiutare un ragazzo a sviluppare capacità di autoregolazione, a riconoscere i propri stati emotivi, a tollerare la frustrazione, a distinguere il bisogno di relazione dalla necessità di essere continuamente connesso, a riconoscere i meccanismi persuasivi delle piattaforme e, infine, a costruire anche fuori dallo schermo relazioni e attività nelle quali sentirsi competente e riconosciuto. Si tratta di risultati che la semplice proibizione non può in alcun modo contribuire a costruire. Al paternalistico “stai meno al cellulare” probabilmente vale la pena di sostituire iniziative che abbiano lo scopo di costruire le condizioni perché un adolescente possa scegliere di farlo senza sentirsi privato di un luogo nel quale trova relazione, identità o appartenenza.



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