La filosofia di H.P. Lovecraft

Per la filosofia contemporanea leggere gli horror di H. P. Lovecraft aiuta a capire cosa ci aspetta in fondo al cosmo


IN COPERTINA E NEL TESTO: Salvador Dalì, Le Caprices de Goya, (1977). Asta Pananti online, base d’asta 100 €

di Edoardo Rialti

La selezione naturale favorisce il paranoico.

Peter Watts

“La gioia che un sistema metafisico ci offre, la soddisfazione che deriva dal vedere il mondo spiritualmente costruito sulle base del pensiero, sono sempre di carattere soprattutto estetico.” È con questa considerazione che Thomas Mann aprì una conferenza su Schopenhauer. Eppure, tra tutti i sistemi possibili, il ‘900 e i primi vent’anni del nuovo millennio si sono compiaciuti di contemplare anche l’immagine d’un cosmo al cui fondo giace un inconcepibile ammasso sghignazzante: “Al di fuori dell’universo governato da leggi, risiede nel caos più abietto quel bubbone amorfo che bestemmia e gorgoglia al centro dell’infinito: l’illimitato demone sultano Azathoth, – il cui nome nessun uomo osa pronunciare, – il quale digrigna affamato in oscuri inconcepibili saloni situati al di là del tempo e dello spazio, in mezzo al battito soffocato e furioso di abietti tamburi e il fievole monotono lamento di terribili flauti.”

È una delle descrizioni piú celebri del legendarium horror di H. P. Lovecraft, “l’Egdar Allan Poe Cosmico” com’è ormai passato in vulgata. Se per Platone e Aristotele alla radice d’ogni inchiesta conoscitiva è lo stupore, per Lovecraft il primo e ultimo sentimento con cui reagiamo alla realtà fuori e dentro di noi va invece cercato in tutt’altro sentimento: «la più antica e potente emozione dell’umanità è la paura, e la più antica e potente delle paure è la paura dell’ignoto». Siamo davanti a uno dei cortocircuiti immaginativi più potenti e misteriosi del ‘900, che si innesca insospettabilmente nello sguardo e nelle opere inizialmente semisconosciuti di un compito WASP del Massachusetts (come Hawthorne e Emily Dickinson prima di lui) che al pari di Henry James cercava un ordine formale di maniere distaccate da contrapporre alla violenza caotica dell’esistenza, un solitario d’inizio ‘900 che amava concepirsi come un patrizio romano ma che dovette comunque tentare la scalata delle città dalle mille luci, fallendo miseramente.

Ammirando quella prospettiva mi sono sentito quasi svenire di frenesia estetica-quell’atmosfera vespertina con le innumerevoli luci dei grattacieli, i riflessi sfavillanti e i fanali dei battelli che scivolavano nell’acqua…una costellazione di una maestà infernale-un poema tra le fiamme di Babilonia” Sono immagini tratte non dalle sue visioni della leggendaria Kadath, ma dal suo effettivo arrivo a New York, in cerca d’un impiego.Ma le mie speranze furono rapidamente deluse. Là dove la luce della luna aveva creato l’illusione della bellezza e del fascino, la cruda luce del giorno non mi rivelò altro che squallore, estraneità e una forsennata elefantiasi cementizia.” Ben piú difficile credere che anche il passo seguente non sia tratto da un racconto sui mostri anfibi del suo immaginario porto di Insmouth o le creature diaboliche di Dunwich:Le cose organiche che infestano questa cloaca non si potrebbe definirle umane nemmeno torturandosi con l’immaginazione. Erano mostruosi e nebulosi abbozzi di pitecantropo e ameba, vagamente plasmati in qualche limo fetido e viscoso prodotto dalla corruzione della terra.” Lovecraft invece sta parlando degli immigrati, perlopiù ispanici e italiani. Sarà anche al loro proliferare che egli attribuirà la serie ininterrotta di insuccessi che lo obbligarono a riparare nella natia Providence, separato dalla moglie forse per impotenza sessuale (per Stephen King l’enorme dio-polipo Chtulhu era “la creazione vaginale di Lovecraft. Dopo aver osservato questa tentacolare, viscosa, gelida creatura… abbiamo ancora bisogno di chiederci perché Love-craft manifestò ‘scarso interesse’ per il sesso?”). 

Costretto a frustranti lavori di editing per conto terzi e scarsi riconoscimenti letterari, la sua vasta corrispondenza lascia spesso affiorare un rancore sprezzante verso il mondo di meticciato volgare e osceno che sembrava avergli rubato tutto:La gioia fugace dell’infanzia non si riesce mai più ad agguantarla, l’età adulta è l’inferno.” Eppure proprio le sue storie, comparse su riviste come la celeberrima Weird Tales, hanno comunicato una delle grandi voci ispiratrici dell’immaginario collettivo, al pari di Tolkien o Kafka. Senza Lovecraft le coordinate con cui guardiamo il mondo non sarebbero semplicemente quelle in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come dicevano gli Atti degli Apostoli. Proprio questo reazionario xenofobo (sebbene, come vedremo, dal pensiero piú complesso e sfaccettato di quanto si possa supporre) ha ispirato in modo decisivo Stephen King e G. R. R Martin, l’industria dei videogiochi e Stranger Things, Dylan Dog e Alien, Psycho (tratto dalla narrativa di Robert Bloch, che di Lovecraft fu amico e discepolo) e Houellebecq, e naturalmente l’intero vasto ed elusivo orizzonte della narrativa weird, dal Ligotti a sua volta ispiratore di True Detective a Vandermeer.

Salvador Dalì, Le Caprices de Goya, Menos a las tres (1977). Asta Pananti online, base d’asta 100 €

Ben oltre tutte le sue immagini e intuizioni, egli stesso è assurto a livello di icona, in senso piuttosto letterale, come attesta questo tributo del “Re dell’horror”, il già citato Stephen King: “E sebbene Lovecraft, che morì prima che la Seconda Guerra Mondiale potesse avverare molte delle sue visioni di orrori inimmaginabili, non compaia molto in questo libro, il lettore farà bene a ricordare che la sua ombra, così lunga e magra, e si suoi occhi, scuri e puritani, dominano quasi tutta la migliore narrativa horror venuta dopo di lui. Li ricordo bene gli occhi, nella prima fotografia che vidi…occhi come quelli dei vecchi ritratti che ci sono ancora in molte case del New England, occhi neri che sembrano guardare all’interno come all’esterno. Occhi che sembrano seguirti.” Un peso e un’eredità oggi assai controversi. Anche in seguito ai dibattiti innescati dalle riflessioni dell’autrice nigeriana Nnedi Orokafor o petizioni come quella dello scrittore José Older, il premio per l’ambito Fantasy Award non comprende piú un suo busto. Chi scrive, ricorda al riguardo la serafica reazione dello scrittore Alan Altieri, che come Giuseppe Lippi fu uno dei traduttori ed estimatori di HPL: “Bevete il mio piscio.” È certamente vero che nelle posizioni ideologiche di Lovecraft c’è tanto d’irricevibile, pur collocandole in talune categorie culturali del suo tempo, ma resta parimenti indiscussa la vastità e profondità delle sue intuizioni immaginative, capaci di dialogare con forza spesso precorritrice con ambiti conoscitivi ben oltre la sfera letteraria. Basti solo pensare a un capolavoro come Il Colore venuto dallo spazio, come giustamente notò Wu Ming 1: “Solo che novant’anni fa non si parlava di radioattività né di scorie, perché non esistevano centrali nucleari; si sapeva pochissimo delle cause dei tumori e certo non si parlava di mesotelioma, perché gli effetti dell’asbesto erano sconosciuti; non si parlava di contaminazione delle falde acquifere, né era contemplato che le grandi opere avessero un impatto ambientale, perché non esisteva una «questione ambientale».”

La casa editrice Nessun Dogma ha meritoriamente pubblicato la raccolta Contro la religione-gli scritti atei di H. P. Lovecraft. Vi emerge il ritratto d’un tipico neopositivista logico di fine ‘800, il tipo di ateo cresciuto con Bertrand Russell, Nietzsche, Renan, il Frazer de Il ramo d’oro. “Di natura io sono uno scettico e un analista, per cui sin da principio mi sono stabilito nella mia presente e generale attitudine di cinico materialismo, cambiando successivamente più nei riguardi dei dettagli e della gradazione piuttosto che nei riguardi degli ideali di base.” A quali bussole si affida un uomo simile nelle questioni etiche? “La mia moralità può essere ricondotta a due fonti distinte, una scientifica e una estetica…La moralità è l’adattamento della materia al suo ambiente circostante, la naturale organizzazione delle molecole. In maniera più particolare può essere vista come avente a che fare con le molecole organiche. Convenzionalmente è la scienza del riconciliare l’animale homo (più o meno) sapiens con le forze e le condizioni da cui è circondato. È connessa alla religione solo perché gli elementi naturali di cui tratta vengono deificati e personificati. La moralità precede temporalmente la religione cristiana e molte volte si è elevata come elemento superiore alle religioni coesistenti. Ha un potente sostegno da parte di impulsi umani molto non-religiosi. Personalmente sono intensamente morale e intensamente irreligioso.” Lovecraft è ben consapevole dell’importanza determinante esercitata dall’educazione (“una persona così assoggettata all’indottrinamento con qualche idea speciale a un’età sotto i sette anni avrà sempre una più profonda predisposizione istintiva nei riguardi di quell’idea, ma ciò non ha nulla a che fare con la verità dell’idea stessa”) ed è persino disposto ad ammettere, con aristocratico e pessimistico paternalismo, che la religione costituisce un accettabile instrumentum regni nei confronti delle masse: “Riconosco il potere della religione, che tra gli analfabeti, i semi-analfabeti e uno sparuto gruppo dei colti è una forza capace di tanto bene se adoperata con abilità. Al contrario, riconosco le potenzialità pericolose di una folla ignorantemente atea, una folla il cui ateismo non provenga dal pensiero ma solo dal copiare gli altri.” Certamente “sta arrivando il momento in cui le vecchie formule smetteranno di incantare, poiché nulla può durare in eterno che non sia fondato sulla verità dimostrabile. E per quel futuro dobbiamo prepararci finché c’è tempo. Senza attaccare la religione in alcun modo, ammettiamo che la virtù e l’onore sono possibili al di fuori del suo circolo incantato. Coltiviamo la morale come un principio indipendente. Dedichiamoci alla filantropia per e in se stessa. È vero, la religione ha fino ad oggi fatto meraviglie per queste cose, ma la religione un giorno morirà e queste cose non devono mai morire.”

Salvador Dalì, Le Caprices de Goya, Ni por ésas (1977). Asta Pananti online, base d’asta 100€

Come rileva uno dei “quattro cavalieri” dell’ateismo contemporaneo, Christopher Hitchens (che volle Lovecraft in una sua antologia tematica), “si tenga a mente che Lovecraft stesso non visse abbastanza a lungo da vedere la vasta espansione, corrente e continua, della nostra conoscenza, riguardante tutto ciò che va dagli elementi “macro” nella fisica quantistica ai contenuti relativamente “micro” del nostro stesso genoma. Ma sapeva abbastanza da possedere quella importantissima proprietà morale ed estetica, ossia un senso delle proporzioni, e fu in grado di scrivere nel 1931 con uno stoicismo adeguato che “molto presto il sistema solare arriverà alla propria fine e nessuno nel cosmo saprà che ci sia mai stata una Terra o una razza umana o dei bramini o dei musulmani o dei cristiani o degli shintoisti o esseri di tal genere… polvere alla polvere… e la risata ironica di qualsiasi entità che starà guardando il cosmo dall’esterno… eh già!” Non è l’unico punto di congiunzione col pensiero di Leopardi: anche quando riflette sulla felicità (un “simulacro che non si realizza in maniera completa per nessuno e parzialmente solo per pochi, e la cui posizione in quanto obiettivo di tutto lo sforzo umano è un grottesco miscuglio di farsa e tragedia”) e ancor piú quando ironizza sulla rozzezza dei dibattiti filosofici (“lo spettacolo dei cristiani e degli atei idealisti che si combattono mortalmente è certamente grottesco; uno pensa a cose quali la battaglia delle rane e dei topi, o
dei pigmei contro le gru”) sono molte le affinità con l’autore dello Zibaldone e, appunto, della Battaglia dei Topi e delle Rane.

Tutto ciò potrebbe essere definito la parte destruens del suo pensiero filosofico. Ma l’elemento piú suggestivo sta nel constatare che la costruens va cercata forse nei suoi stessi racconti dell’orrore. È proprio ai mostri dei miti di Chtulhu, alle sue geometrie impossibili delle case stregate, ai suoi Dei amorfi, agli immondi ibridi evocati nelle riviste per appassionati o nei giochi di ruolo da nerd che tanta filosofia contemporanea ricorre nei dibattiti su antispecismo, nichilismo, gnoseologia. Per Graham Harman, autore di Weird Realism, Lovecraft va addirittura accostato a Heidegger e costituisce uno degli autori capaci di mostrare davvero la celebre e alquanto addomesticata inconoscibilità del noumeno kantiano. Per l’Eugene Thacker de Tra le ceneri di questo pianeta, Lovecraft aiuta a riflettere che il “mondo-in-sé risulta nascosto solo a causa del fatto che la nostra esperienza fenomenica del mondo è un’esperienza specificatamente umana” e “la vera domanda non riguarda allora se il mondo finirà o meno, ma come tale orizzonte di pensiero può essere finanche pensato”. Come notò lo stesso Lovecrafttutti i miei racconti sono basati su una premessa fondamentale, quella per cui tutte le leggi, gli interessi e le emozioni umane, non possiedono alcuna validità e alcun significato a livello cosmico”, un’intuizione cui un lettore attento come Houellbecq apporta una glossa persino piú significativa:Certo, la vita non ha senso. Ma neppure la morte ne ha –  è una delle cose che gelano il sangue quando si scopre l’universo di Lovecraft. La morte dei suoi eroi non ha alcun senso. Non porta alcun tipo di conciliazione.” 

E nel tratteggiare il paradisiaco futuro al fondo di tutte le nostre magnifiche sorti e progressive, religiose o laiche, quando l’umanità avrà finalmente fatto pace con l’insensatezza del cosmo, Lovecraft volutamente riecheggia e parodizza il linguaggio di un San Paolo:Allora gli uomini saranno divenuti simili agli Antichi: liberi, feroci, al di là del bene e del male, avversi a ogni legge morale, e nel corso di allegri baccanali si scanneranno l’un l’altro emettendo urla ferine. Gli Antichi liberati insegneranno loro nuovi modi di urlare, di uccidere, di fare bisboccia, e tutta la Terra fiammeggerà in un olocausto di estasi sfrenata.” Com’ebbe modo di dichiarare lo scrittore Vanni Santoni a Lucca Comics, è inquietante constatare che, in fondo, si è piú propensi a credere al cosmo di Lovecraft rispetto a quello di Tolkien o Dick. E che al fondo ultimo dell’esistente non ci sia alcun canto provvidenzialmente creato da un dio benevolo e neppure un grande complotto mentale, ma che la realtà sia semplicemente e completamente pazza.


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

1 comment on “La filosofia di H.P. Lovecraft

  1. Giovanni Solazzo

    Piaciuto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *