La filosofia di Stella Maris di Cormac McCarthy

Stella Maris, capolavoro dello scrittore statunitense oggi molto apprezzato, ha diverse idee che vale la pena approfondire. Idee che non è esagerato chiamare filosofiche. Eccole.


in copertina opere di Käthe Kollwitz , “War and Survivors”

di Christian Frigerio

La morte di Cormac McCarthy a pochi mesi dall’uscita di Stella Maris rischia di inverare lo stereotipo che l’opera ultima di un autore debba anche costituire una sorta di summa filosofica. Ma parlare di Stella Maris come di un manifesto autoriale sarebbe quasi riduttivo: se i grandi temi della scrittura di McCarthy sono ben presenti anche qui, mai come nella storia di Alicia Western essi sembrano passare in secondo piano, almeno per gran parte dell’opera.

In Stella Maris facciamo conoscenza di Alicia, prodigiosa matematica innamorata del fratello Bobby, protagonista de Il Passeggero, primo volume della diade di congedo di McCarthy (entrambe le opere sono tradotte per Einaudi da Maurizia Balmelli; quando non specificato, i riferimenti saranno a Stella Maris). Il libro prende il titolo dall’ospedale psichiatrico nel quale Alicia si fa ricoverare, ed è interamente costruito sulle sedute della protagonista col dottor Cohen. Due sono le tematiche ricorrenti – entrambe novità quasi assolute rispetto al resto dell’opera di McCarthy – che sembrano emergere dal lavoro di analisi di Cohen. La prima è la difficoltà di trovare una definizione plausibile di realtà, specie una volta compresa la necessità di tenere conto di forme di esistenza molto diverse – talvolta molto più fragili – da quelle che siamo soliti ammettere: “Si può passare molto tempo a classificare le varie realtà. Le loro corrispondenze”. Il cuore del libro è costituito da un’indagine sul tipo di realtà che può essere assegnata a modi di esistenza particolari, dalla ricerca di un metodo che permetta di rispettarli – di non tradirli, dice Alicia. Per quanto i riferimenti filosofici di McCarthy siano ben altri, Stella Maris sembra inserirsi inconsapevolmente in una linea di ricerca ben rappresentata da pensatori come William James, Étienne Souriau e Bruno Latour, che attraverso il concetto di modo di esistenza tende a popolare il mondo di esseri che spesso la “filosofia ufficiale” della nostra epoca tende a escludere.

L’altro tema ricorrente, sulla scorta di questa evanescenza del concetto di realtà, è il costante rischio della perdita di un mondo comune, di una definizione condivisa di cosa sia reale. “Ha la sensazione di essere sola al mondo?”, chiede il dottor Cohen; “Sì. Lei no?”, risponde con cupa naturalezza Alicia, che più avanti rilancia: “Il mondo in cui vive è puntellato da un complesso di consensi. Ci pensa mai a questo? La speranza è che in qualche modo la verità del mondo risieda nella comune esperienza che del mondo abbiamo. Naturalmente la storia e la matematica e perfino la filosofia sono parecchio in disaccordo con quest’idea. Innovazione e scoperta sono per definizione in conflitto con la prospettiva comune. Bisogna diffidare”. E anzi, è solo escludendo i fattori devianti dal consenso che questo mondo comune può essere preservato: “Ci sono delle doti scomode. Il sospetto credo sia che il nostro passato comune possa garantire un futuro comune solo se siamo disposti a sbarazzarci degli elementi anomali”. L’ospedale psichiatrico contribuisce in modo cruciale al mantenimento del mondo comune proprio ritagliando uno spazio per quelli che non sono capaci di condividerlo, e costituisce un autentico “mondo” dei pazzi che, Alicia lo capisce bene, è “assemblato” con una “cura” della quale i dottori raramente riescono a tenere conto.

Non per un solo momento il lettore ha l’impressione che Alicia possa essere definita pazza, a meno che non si ritengano intelligenza e amore forme di pazzia (cosa che, va detto, la protagonista sembra talvolta suggerire). La scelta dell’ospedale psichiatrico dipende proprio dall’incapacità di condividere il mondo “normale”: “il nocciolo del mondo dei pazzi consiste nella consapevolezza che c’è un altro mondo e che loro non ne fanno parte”. In questo senso, del mondo dei pazzi Alicia è membro a pieno titolo: pur avendo assunto ormai un’attitudine del tutto agnostica, se non disinteressata, nei confronti della realtà, Alicia professa più volte una visione profondamente scettica e solipsistica, maturata in giovanissima età dalla lettura del Saggio su una nuova teoria della visione di Berkeley, secondo il quale il mondo visivo non è che la creazione di esseri provvisti di occhi coi quali farlo: “Quando mi sono alzata dal pavimento della biblioteca ero un’altra persona… Ha fatto di me una solipsista dalla sera alla mattina”. È stata la lettura di Berkeley a rendere l’epistemologia “una disciplina legittima”, e infatti è a questo campo che perlopiù afferiscono i riferimenti filosofici di Alicia. Da buona seguace di Berkeley, Alicia arriva a ridurre il mondo alla percezione che abbiamo di esso, tanto che, alla domanda del dottore: “Crede in una vita oltre la vita?”, risponde: “è in questa che non credo”.

Resta che la lettura di Berkeley sembra aver dato giustificazione a un solipsismo la cui radice risiede a ben altra profondità. Quando Cohen chiede se Alicia non voglia far parte dell’umanità, lei risponde: “Certo che volevo farne parte. Solo che non ero disposta a pagare l’ingresso”. È questo prezzo che costituisce forse l’unico tratto propriamente deviante di Alicia: il suo è un mondo troppo diverso da quello degli esseri umani. Questa diversità irriducibile è ben rappresentata dalla presenza nel suo mondo di apparizioni chiamate “orti” o “famigli”, la più ricorrente delle quali è un nano pinnuto chiamato Talidomide Kid. Sono queste apparizioni – protagoniste degli intermezzi del Passeggero, nel quale possiamo assistere tanto al loro debutto agli occhi di un’Alicia dodicenne, quanto alla loro commovente visita di congedo – a mettere anzitutto in discussione il mondo comune dal quale alla fine Alicia si estrania: le orti “vogliono fare qualcosa col mondo cui lei non ha mai pensato. Vogliono metterlo in dubbio… loro sono così. Sono questo. Se volessi soltanto una conferma del mondo non avresti bisogno di convocare strane creature”. Quando Cohen fa notare che molti non credono nell’esistenza di simili esseri, Alicia lo sfida: “Mi definisca esistenza”. La discussione sul modo d’esistenza delle orti riassume tutta la posta filosofica ed esistenziale dell’opera. Si tratta di creature completamente diverse da quelle tipiche degli stati allucinatori, al punto che molti psichiatri hanno messo in dubbio la sincerità di Alicia nel riportarne le natura, e molto diverse anche da quelle che popolano i sogni: “Le figure oniriche mancano di coerenza. Ne intravedi dei pezzi e il resto ce lo metti tu”, mentre il Kid “è tutt’altro che una figura onirica. È coerente in ogni dettaglio. È perfetto. Una persona perfetta”. La sua esistenza è semmai più manifesta ancora di quella degli esseri viventi, e non meno autonoma: “se non fossero dotate di una qualche forma di autonomia in che senso potremmo dire che esistono?”. Contro ogni riduzione psicoanalitica delle orti, Alicia afferma con forza che il Kid “rappresentava se stesso. È la sua stessa creatura, non la mia. Questo è davvero tutto quello che ho imparato”. 

Chi abbia già letto Il Passeggero, e abbia assistito alla visita del Kid a Bobby, può avere pochi dubbi sulla correttezza della convinzione di Alicia. E il dottore si rende ben conto di quanto importanti tali apparizioni siano per Alicia, che dice del Kid: “è piccolo e gracile e coraggioso. Qual è la vita interiore di un eidolon? I suoi pensieri e i suoi interrogativi nascono con lui? È la mia creatura? O io la sua? Ho visto come si arrabattava con quelle sue palette e come essere visto da me lo facesse vergognare. La sua parlata, i suoi infiniti andirivieni. Sono opera mia? Non ho tutto questo talento”. A rendere Cohen migliore degli altri terapeuti conosciuti da Alicia è lo sforzo (che riflette un’intuizione condivisa con l’“etnopsichiatria” di Tobie Nathan) di rispettare la natura di queste apparizioni: “quello che mi preoccupa è che lo scetticismo di questi specialisti – alcuni dei quali a quanto pare hanno finito col rifiutarsi di credere a qualunque cosa lei dicesse – rende arduo per non dire impossibile curarla. Non sanno bene che pesci pigliare con una persona che secondo loro si inventa le cose”. E nel Passeggero sentiamo il Kid in persona, alla sua maniera sgangherata, muovere la stessa lamentela: “non so proprio come si faccia ad avere a che fare con qualcuno che ti considera il prodotto di un fegato in disordine. Probabilmente non capisce che se dal menù cancelli tutto quello che è difficile mandar giù il pasto finirà coll’essere assai magro”. Rispettare il modo d’esistenza delle apparizioni di Alicia sarebbe stato l’unico modo per curarla – se ci fosse stato qualcosa da curare, perché, come Bobby nota sempre nel Passeggero, quello di Alicia “non era un disturbo ma un messaggio”.

La “fuga” dal mondo comune è mediata dall’adozione, dall’attaccamento a forme diverse di realtà, che bisogna trattare con rispetto e imparare a non tradire, come dice Alicia in uno dei passi più commoventi del libro, riportando il ricordo di una serata trascorsa con Bobby:

“La sera prima avevano camminato sulla spiaggia e c’erano una luna e una finta luna che attraversavano gli anelli luminosi e noi avevamo ragionato del paraselenio e io avevo detto che parlare di cose composte di sola luce quali sono quelle descrivendole come problematiche o magari viste se non addirittura conosciute in modo distorto o come cose di discutibile realtà mi era sempre sembrato un po’ un tradimento. Lui mi aveva guardata e aveva detto tradimento? E io avevo detto sì. Cose composte di luce. Bisognose della nostra protezione. Poi la mattina ci siamo seduti sulla sabbia a bere il nostro tè e a guardar spuntare il sole.”

E lo stesso rischio di tradimento è avvertito nei confronti delle entità matematiche che ad Alicia sono tanto care che, come nota il Kid nel Passeggero quando lei spiega il rifiuto di tradurre le equazioni per iscritto, ne parla “come se fossero esseri senzienti”:

“Quello che scrivi si fissa. Acquisisce i limiti si qualsiasi entità tangibile. Precipita in una realtà alienata dall’ambito della sua creazione. È un indicatore. Un cartello stradale. Ti sei fermato per orientarti, ma questo ha un prezzo. Non saprai mai dove sarebbe andato se l’avessi lasciato libero di andarci. In qualsiasi congettura si cercano sempre i punti deboli. Ma talvolta hai la sensazione che dovresti trattenerti. Pazientare. Avere un po’ di fiducia. Vuoi davvero vedere che cosa la congettura stessa saprà tirar su dal fango. Non so come si faccia matematica. Non so se c’è un modo. L’idea resiste sempre alla propria realizzazione. Le idee sono sempre corredate da un innato scetticismo, non si fiondano in avanti a rotta di collo. E questi dubbi hanno origine nello stesso mondo dell’idea. E quello è un mondo al quale non si ha davvero accesso. Per cui le riserve che nel tuo mondo di resistenza tu stesso metti sul tavolo potrebbero in realtà risultare estranee alla traiettoria di queste strutture emergenti. I loro dubbi intrinseci sono uno sterzo mentre i tuoi sono più come dei freni”.

Secondo Alicia, il Kid “non è più misterioso dei più profondi quesiti circa qualsiasi altra realtà. O della matematica”. Proprio la matematica è, in un certo senso, il primo famiglio incontrato da Alicia, e il suo enigmatico modo d’esistenza, solidissimo ed elusivo insieme, potrebbe aver costituito la prima spinta verso lo scetticismo radicale nei confronti della realtà condivisa dagli altri umani. La ragazza si è resa conto, sin dalle prime spiegazioni da parte del padre, del genere di realtà proprio a queste entità: “Ho capito – capito davvero – che le equazioni non erano un’ipotesi della forma la cui vita era relegata nei simboli che le descrivevano sulla pagina ma che erano lì davanti ai miei occhi. A tutti gli effetti. Erano negli appunti, nell’inchiostro, dentro di me. Nell’universo. La loro invisibilità non avrebbe mai potuto confutare né loro né la loro esistenza. O la loro realtà. Che era l’età della realtà stessa. Che a sua volta era ed era sempre stata invisibile”. La posizione esatta di Alicia riguardo la realtà delle entità matematiche resta ambigua, ma i confronti con ontologie matematiche come quelle di Frege e Spengler sembrano tra le righe avvicinare Alicia a una concezione a metà strada tra il formalismo, cui sembra rimandare quanto alla natura assolutamente reale e in qualche modo a priori della sua materia, e un operazionismo affine a quello di Wittgenstein, il pensatore più citato del libro – “Nella mia esperienza tutto ciò che è matematico ha la forma di un’istruzione”, e, alla domanda su come si spieghi l’esistenza della matematica: “Forse il massimo che si può fare è rilevarla. Nel solco di Wittgenstein. Sono i problemi a costituire il corpo della matematica, non le risposte” –, posizioni corrette entrambe con la convinzione che la matematica sgorghi in qualche modo dall’inconscio. Particolarmente rilevante è l’attitudine di Alicia verso il “platonismo” matematico, la teoria secondo cui le entità matematiche godono di un’esistenza del tutto indipendente dalla mente umana. È vero che la sua percezione della solidità di queste entità non ha nulla da invidiare a quella sostenuta dai platonici: “Se gli oggetti matematici esistono indipendentemente dal pensiero umano da cos’altro sono indipendenti? Dall’universo, suppongo”; Alicia arriva a sostenere che “Se la matematica scompare scomparirà tutto quanto”. Verso questa teoria Alicia ha però a lungo coltivato una forte antipatia, smussata solo negli ultimi tempi dalla perdita di fede anche nello stesso scetticismo, l’unico dogma che avesse sempre mantenuto il suo rapporto con la realtà saldo pur nella separazione. La sola occasione in cui Alicia sembra ricollegare il platonismo alla sua visione della realtà è nelle pagine in cui discute la prospettiva di Gӧdel, secondo il quale gli oggetti matematici godevano della stessa forma di realtà di alberi e pietre. Più che prenderla in modo letterale si potrebbe, sostiene Alicia, presumere che il platonismo di Gӧdel rifletta “uno scetticismo che riguarda la realtà stessa”: non sarebbero i numeri a essere solidi e durevoli quanto alberi e pietre, ma alberi e pietre a essere tanto poco consistenti quanto i numeri. Anche la posizione più realista verso la matematica è ricondotta in ultimo a un indebolimento del senso condiviso di realtà.

Forse è proprio questa la chiave: Alicia non ha un senso della realtà più debole dei “normali”; ha semplicemente un senso della realtà acuito all’estremo, ma per dei modi di esistenza verso i quali la maggior parte della gente non ha sensibilità alcuna. Ciò che vale per le orti e per la matematica vale anche per la musica, il primo amore di Alicia: fin da bambina, la musica “sembrava sempre fare eccezione a tutto. Sembrava inviolabile. Autonoma. Completamente autoreferenziale e coerente in ogni sua parte”, qualcosa che non sarebbe esagerato definire trascendente. Anche a questo livello si presenta il problema del modo d’esistenza della musica: anche qui Alicia rifiuta ogni visione platonica ed essenzialista, pur riconoscendo il profondo mistero di un insieme di regole che prescrive come dei suoni possano influenzare le nostre emozioni più profonde. (È interessante ricordare che Paul Bernays, inventore della categoria di “platonismo matematico”, esternava in una lettera del 1976 a Hao Wang la tendenza a confrontare tra loro i mondi e le relazioni di oggetti matematici, colori ed entità musicali: “in tutti questi casi abbiamo un’oggettività che bisogna distinguere da quella che abbiamo nella realtà fisica”, nota Bernays in un modo che riflette bene le interrogazioni di Alicia.)

È rilevante il fatto che l’acosmismo di Alicia abbia una base sensibile – “le nostre convinzioni circa la natura della realtà devono anche rispecchiare i limiti con cui la percepiamo” , dice parodiando Wittgenstein –, e precisamente la sinestesia, a causa della quale anche le entità più evanescenti e astratte le si presentano come percepibili attraverso tutti i sensi, proprio come oggetti sensibili: “Ero profondamente sinestesica e pensavo che la musica aveva una realtà intrinseca – colore e sapore – che solo poche persone erano in grado di cogliere, magari aveva altri attributi ancora da individuare. Il fatto che fossero cose soggettive non le bollava in nessun modo come immaginarie”; “Io posso solo dirle che mi piacciono i numeri. Mi piacciono le loro forme e i loro colori e gli odori e il sapore che hanno”. E dalla sinestesia dipende il secondo elemento caratterizzante la percezione del mondo di Alicia, la sua memoria pressoché perfetta. Associando più elementi del reale tra loro, la sinestesia rende più facile ricordare le cose, per lo stesso motivo per cui impariamo più facilmente le parole di una canzone che quelle di una poesia. Quando Cohen domanda se Berkeley faccia ancora parte della sua vita, Alicia risponde: “Tutto nella mia vita fa parte della mia vita. Non ho il lusso di dimenticare le cose… Dove vivo io le cose non passano. Praticamente tutto quello che è accaduto è ancora qui”. “Il suo mondo a questo punto sarà un po’ affollato”, osserva Cohen, e Alicia prontamente procede a una lista di nomi di filosofi e matematici, tutto un elenco cui il lettore sente di dover aggiungere quelli del Kid e degli altri famigli, personaggi verso i quali Alicia dimostra un attaccamento che non lascia dubbi sul tipo di realtà che essi rivestono per lei.

Quello che Alicia sembra testimoniare è che non c’è una definizione di realtà indipendente da qualcuno che sia disposto ad assumerla – a impegnarsi a quel tipo di realtà, per citare Quine insieme alla protagonista. È forse nel Passeggero che questo aspetto emerge con più chiarezza, anche se con minore sistematicità. Il passeggero che dà il titolo al primo volume della diade è certo quello che scompare dall’aereo sommerso, ma è, forse più profondamente, il Kid stesso, che alla sua prima apparizione ad Alicia sostiene di essere arrivato da lei in autobus assieme alle altri orti. Quando Alicia, incredula, chiede che tipo di passeggero sia in grado di vederli, il Kid risponde: “Non ho idea del tipo di passeggero… Penseranno che sono un passeggero. Certo si potrebbe obiettare che se loro sono passeggeri io devo essere qualcos’altro. Ma non è detto. Non posso parlare per loro”. E in uno scambio cruciale aggiunge: “Tu credi che esistano delle regole a proposito di chi è autorizzato a viaggiare in bus e chi è autorizzato a essere qui e chi là”, sottintendendo che non sia così; e infatti, all’apparizione del Kid, Bobby riferirà l’impressione di averlo già incontrato una volta su un bus. Il passeggero diventa immagine della realtà stessa: non ci sono regole prestabilite per decidere cosa sia reale. La realtà è sempre definita in relazione, ha sempre quel carattere che Souriau definiva “abalietà”, non esiste in modo indipendente da altro. Domanda Cohen: “Può qualcosa esistere senza bisogno d’altro?”, e risponde Alicia: “A rigor di logica no. Se lo spazio contenesse una sola entità tale entità non esisterebbe. Non esisterebbe niente che ne giustifichi l’esistenza”; come spiega più tardi: “Wittgenstein amava dire che nessuna cosa può essere spiegazione di sé. Non so bene quanto sia diverso dal dire che in definitiva le cose non contengono nessuna informazione che le riguarda”. È sempre e solo in relazione a qualcos’altro che l’esistenza può essere definita; e da qui il carattere di estrema fragilità che diventa proprio di tutti gli esistenti, che non contengono mai in sé il criterio della propria appartenenza al mondo. Come dice ancora il Kid nel Passeggero, consapevole che il proprio statuto di realtà dipenda da Alicia, ma che altrettanto il mondo di Alicia dipenda da lui: “Non può esserci niente finché non si palesa qualcos’altro. È questo il problema. Se c’è una sola cosa non si può dire dove o cosa sia. Non si può dire quanto grande o quanto piccola o di che colore sia o quanto pesi. Non si può dire se è. Niente è alcunché se non c’è qualcos’altro. Per cui noi abbiamo te. Bene. ti abbiamo?”.

Torniamo alla matematica, perché il punto cruciale è forse proprio che Alicia abbia perso i contatti con l’unico “mondo comune” che avesse mai conosciuto: “L’unica entità sociale di cui io abbia mai fatto parte era il mondo della matematica. Ho sempre saputo che il mio posto era quello. Credevo addirittura che avesse precedenza sull’universo. E lo credo ancora”. I matematici che costituivano questo mondo sono portati al limite della ragione dalla continua messa in discussione della propria disciplina, e il legame tra matematica e follia è reso più volte esplicito: “La matematica viene costantemente messa in discussione. È fatta per quello. Diversi buoni matematici hanno abbandonato la disciplina. Addirittura più di quanti siano finiti alla neuro”; “tra i miei colleghi c’è chi si divertirebbe a sentir descrivere l’abbandono della matematica come una prova di instabilità mentale”. Funzionale a questo scopo è soprattutto Grothendieck, il matematico apolide di origine ebraica che prima di abbandonare la disciplina era il maggior interlocutore di Alicia (non è da escludere che il tema dell’ebraismo, che emerge più volte attraverso le storie personali di Alicia e Cohen e le invettive della prima contro Jung e Heidegger, sia un ulteriore tassello della natura “apolide” di Alicia rispetto a ogni mondo comune).

Può essere che proprio lo scetticismo maturato nei confronti della matematica sia stata l’ultima goccia nell’isolamento di Alicia da ogni realtà condivisa. Alicia sembra condividere l’idea ricorrente in uno psicanalista ben diverso da Cohen, Jacques Lacan, che il matematico sia anzitutto colui che crede in modo irremovibile alla matematica: “In ultima analisi la matematica è un’impresa basata sulla fede. E la fede è una faccenda aleatoria”. Paradossalmente, ed è forse questo il punto più interessante, questo scetticismo viene motivato proprio dall’eccessiva autonomia, dall’eccessiva realtà che certi oggetti matematici sembrano aver acquisito: “è stato per via di un gruppo di perfide e aberranti e assolutamente malvagie equazioni differenziali alle derivate parziali che avevano cospirato per sottrarre la loro stessa realtà ai discutibili circuiti cerebrali del loro ideatore in modo non dissimile dalla ribellione descritta da Milton e issare la loro bandiera di nazione indipendente svincolata da Dio quanto dagli uomini”. Alicia dovrà infine riconoscere come le sue invettive contro il platonismo fossero fiato sprecato, come non ci siano vantaggi nel negare la realtà trascendente degli oggetti matematici, e come, in definitiva, non ci sia nient’altro su cui gli uomini concordino. Al contrario di Russell, che come ricordato nel libro sosteneva di aver abbandonato la matematica spinto dagli argomenti scettici di Wittgenstein, e anche al contrario di Bobby, passato dalla matematica alla fisica perché intimorito dall’indebolimento del senso di realtà causato dalla prima, Alicia sembra abbandonarla perché vi vede la minaccia di un eccesso di realtà. È come se la testimonianza di qualcosa di più intensamente reale di quanto Alicia fosse disposta ad ammettere la espella anche dall’unico solido terreno che sentiva di aver conquistato, quello del solipsismo scettico: divenire scettica verso la matematica significa per Alicia divenire scettica dello stesso scetticismo. E non le lascia più niente cui aggrapparsi.

Va detto che McCarthy non sembra voler escludere una spiegazione psicoanalitica del travaglio della realtà vissuto da Alicia. Il fattore scatenante pare essere l’amore, ricambiato ma impossibile, per il fratello Bobby. Quello dell’incesto non è un tema nuovo per McCarthy, che sembra rimandare al suo carattere socialmente aberrante la necessità che Alicia ha di allontanarsi dal mondo comune. L’unico vero desiderio di Alicia sarebbe stato avere un figlio da Bobby: “Se avessi un figlio, della realtà non me ne importerebbe niente”. Quando Cohen rimarca, come per chiederne conferma, ciò che Alicia voleva da Bobby, la paziente replica: “Non serve a niente che mi ripeta queste cose come per tratteggiarne l’orrore e la follia. Lei non può vedere il mondo che vedo io. Non può vedere con questi occhi. Non potrà mai”. Il prospettivismo solipsistico sembra radicato a fondo nel rifiuto di un mondo le cui regole l’hanno condannata all’impossibilità di vivere il proprio amore; più che un’incapacità di credere a questo mondo, quella di Alicia sembra una mancata volontà di farlo, mancata volontà di cui la matematica e le orti si fanno garanti.

Da questo punto di vista, l’affetto che Alicia nutre per i personaggi che rendono il suo mondo tanto popolato sembra avere un significato preciso. Alicia rimane quasi sconvolta nel momento in cui si rende conto che, se il Kid e gli altri non fossero tornati, ne avrebbe sentito la mancanza. E di fatto è certa che il Kid le abbia ormai detto addio, che il suo mondo a questo punto sia terribilmente scarno, che anche quella comunità che aveva cercato di rimediare alla sua assenza di mondo sia venuta meno. Uno dei passi più commoventi a questo proposito è quello in cui Alicia immagina – ma sarebbe meglio dire che racconta, come farebbe un testimone che fosse stato presente – la costruzione, secoli prima, del violino più antico di cui si abbia traccia, da parte di un artigiano che sembra posseduto da qualcosa di trascendente e che ha dato al mondo quel suono che per Alicia ha tanta importanza. “Questo signore le è molto caro”, nota Cohen terminato il racconto. La cosa più “anormale” in Alicia potrebbe ben essere la sua capacità di provare affetto e attaccamento verso creature cui altre persone sarebbero restie a riconoscere anche il più basso tipo di realtà. E non va escluso che l’abbandono dei famigli si spieghi con la stessa “superstizione” di cui Alicia si prende tristemente gioco: “Potrebbe trattarsi di una superstizione secondo la quale se rinunciamo proprio alle cose cui siamo attaccati il mondo non ci porterà via quello che amiamo davvero. Il che è chiaramente una sciocchezza. Il mondo sa bene quello che amiamo”. Come prova il fatto che la rinuncia al Kid e alla matematica non basti a restituirle Bobby.

E si arriva così anche al punto di contatto tra Stella Maris e i temi più tipici di McCarthy, nei quali le riflessioni di Alicia sui differenti modi di esistenza vengono in ultimo riassorbite. Alicia considera i famigli benigni soprattutto perché “so cos’altro c’è là fuori”. La presenza incombente e soffocante di qualcosa che osserva da fuori è certo il tema più pervasivo dell’opera di McCarthy, e il proseguo del dialogo, ricordando con Alicia l’ipotesi di Jung che certi stati mentali aberranti non siano un’infermità in sé ma una protezione contro qualcosa di ancora più grave, sembra suggerire che sia per proteggersi da questa aberrazione più profonda che i famigli le si sono presentati: “Fin dall’inizio ho pensato che il ruolo del Kid non fosse tanto di compensare quanto di tenere a bada qualcosa. E al tempo stesso l’intera faccenda è rubricata come un’unica realtà che resta di per sé inavvicinabile”.

Questo carattere “inavvicinabile” di ciò che il Kid tiene a bada porta alle pagine più illuminanti e terribili di Stella Maris: “Per molto tempo ho avuto il sospetto che fossimo semplicemente incapaci di immaginare le malvagità epocali di cui siamo giustamente accusati e credevo quantomeno possibile che la struttura stessa della realtà albergasse in sé qualcosa di simile alle forme di cui la nostra sordida storia è solo un pallido riflesso”; e: “sapevo quello che mio fratello non sapeva. Che sotto la superficie del mondo c’era e c’era sempre stato un orrore mal trattenuto. Che al cuore della realtà alberga un abissale ed eterno demonium. Cosa che tutte le religioni comprendono. E che non se ne sarebbe andato. E immaginare che le funeste eruzioni di questo secolo fossero in qualche modo eccezionali o esaustive era semplicemente una scemenza”. Queste “funeste eruzioni” Alicia le ha ben presenti, essendo stato suo padre tra i collaboratori più stretti di Oppenheimer nel progetto Manhattan, e il fatto che si tratti solo di riflessi superficiali di qualcosa di più profondo è forse il motivo per cui Alicia, convinta pacifista, non sembra attribuire grande importanza a questo fatto, né al mancato pentimento da parte del padre dopo la fine della guerra.

Ciò che Stella Maris sembra suggerire è che il modo migliore di vedere il “buio fuori” descritto da questi passi sia concepirlo come una sorta noumeno kantiano tinto di nero, tanto terribile da essere intraducibile dal punto di vista concettuale. Questo carattere noumenico del reale è ciò che rende la “filosofia” di McCarthy irriducibile alle riflessioni sui modi di esistenza di James, Souriau e Latour, campioni di un “empirismo radicale” che sostiene la prossimità tra essere e apparire. Alicia sostiene di non aver mai visto mostri, ma solo a causa della sensazione che “il peggio trascendesse la rappresentazione. Che fosse impossibile mettere insieme qualcosa che li raffigurasse. Che mancassero le componenti”. Lo stesso noumeno è quello che appare in sogno ad Alicia come una presenza misteriosa e incombente dietro un cancello, quello che lei chiama Archatron e che è convinta esprima ciò che v’è di più reale a mondo; “mai immaginerei che una simile cosa sia vedibile”, dice ancora Alicia, che infatti non varca mai quel cancello. In ultimo, è con la struttura noumenica di questo demonium che si spiega il solipsismo di Alicia: l’intraducibilità concettuale di quanto v’è di più reale e terribile rende ugualmente validi i mondi che ci creiamo – ciascuno coi propri sensi, come da lezione di Berkeley – e che popoliamo con gli esseri più diversi, ugualmente validi proprio perché ugualmente arbitrari. Il Kid non è più lontano dal buco nero del reale di quanto lo sia il mondo comune fuori dall’ospedale psichiatrico; paradossalmente, la follia di Alicia la avvicina quanto possibile alla realtà proprio perché si radica in uno scetticismo che perlomeno non si fa illusioni sulla natura del mondo comune.

È forse nella lunga riflessione sull’apparizione del linguaggio che culmina questo vortice filosofico. Può non essere un caso che il primo romanzo che McCarthy compone esclusivamente di dialoghi sia anche l’ultimo; ed è ironico perché in questo modo è eliminata una delle peculiarità della sua scrittura, il rifiuto di differenziare narrazione e dialoghi con l’uso di virgolette o altri dispositivi grafici. Nei libri di McCarthy il discorso del narratore non si è mai distinto da quello dei personaggi, forse proprio perché entrambi riflessi sbiaditi della voce di quel “Fuori” che non si può far apparire direttamente. Verso la fine del libro Alicia, in quello che è ormai quasi un monologo, insiste sulla natura non-biologica del linguaggio, una facoltà che apparentemente non risponde ad alcun tipo di bisogno pratico, la cui comparsa agisce come “l’invasione di un sistema parassitario”. Il linguaggio è l’unica facoltà con una storia propria e indipendente dall’evoluzione del resto dell’organismo, e l’uomo non è che “un sistema biologico vittoriosamente preso d’assalto dalla ragione umana”. Alicia insiste soprattutto su questo: “Alla fin fine questo strano nuovo codice deve aver almeno in parte sostituito il mondo con quello che se ne può dire. La realtà con l’opinione. Il racconto con l’approfondimento”. È un passo fondamentale perché mostra come sia stato almeno in parte il linguaggio a tagliarci fuori dal contatto diretto col demonium noumenico, col buio fuori, e a fare dell’umano qualcosa di fronte a esso, che guarda questo fuori in faccia, piuttosto che costituirne una diretta emanazione. È per questo che, privi di linguaggio, gli animali rivestono un ruolo tanto importante nella narrativa di McCarthy; e, privandoli graficamente di linguaggio, l’autore ha forse cercato di fare lo stesso coi suoi personaggi, rendendoli incarnazioni dirette del male dietro il cancello: persino nell’agire dei personaggi meno anormali di McCarthy c’è qualcosa di autistico, come eroi delle tragedie greche liberati però di ogni destino intessuto dall’alto e mossi solo da un buio altrettanto cieco (non è forse un caso che The Kid sia anche il nome del protagonista della sua opera più nota). Solo riassorbendo il linguaggio nello sfondo scuro da cui emana la storia, facendone qualcosa di non eccezionale, l’autore può sperare di presentificare indirettamente lo stesso noumeno.

E si trova anche, qui, una spiegazione cruciale del ruolo della matematica e del suo rapporto con la follia. Il linguaggio, dice Alicia, ha sostituito il mondo con la sua rappresentazione, la realtà con l’opinione, il racconto con l’approfondimento. Cohen rilancia: “E la sanità di mente con la follia, non dimentichiamolo”. È la perdita di contatto col fuori che rende possibile la malattia mentale, che, come Alicia sottolinea più volte, sembra un fenomeno sconosciuto agli animali sprovvisti di linguaggio. La rende possibile proprio perché fonda tanto la necessità di una comunità di comunicazione – si ricordino gli argomenti di Wittgenstein contro la possibilità di un linguaggio privato – quanto la possibilità del suo venir meno nel solipsismo, e dunque di un mondo popolato da esseri che sono tanto diversi gli uni dagli altri perché sono ugualmente privi di contatto con il reale. Cruciale è il ruolo dell’inconscio. Alicia: “L’inconscio dev’essere stato costretto a fare carte false per agevolare un sistema che si dimostrava del tutto inesorabile”, quello del linguaggio. E Cohen: “E all’inconscio non piace parlarci per via dei suoi milioni di anni di storia priva di linguaggio?”. La risposta è affermativa: l’inconscio, Alicia ci torna spesso, sembra essere il luogo dove risiede la realtà degli oggetti matematici. Che insieme è più reale di quanto credano gli intuizionisti e meno solida di quanto ritengano i platonici. Proprio l’estraneità dell’inconscio rispetto a ogni linguaggio – estraneità che è comune, non a caso, anche alla sinestesia – sarebbe il motivo per cui è l’inconscio a metterci più direttamente in contatto col reale. Per questo forse, prima che Alicia venisse portata a mettere in discussione persino il suo scetticismo radicale, la matematica le appariva come la cosa più prossima a una realtà indiscutibile, insieme a quei famigli la cui realtà non aveva però il privilegio di essere condivisa da una pur piccola comunità. Il mondo di Alicia non è meno reale di quello delle persone “sane”; l’unica cosa che gli manca è la condivisione. Il noumenismo di McCarthy scava tra essere e apparire un abisso che rende ugualmente arbitrarie tutte le rappresentazioni del mondo e lascia la possibilità di rendersi comune quale unico criterio di un mondo “reale”. Possibilità dalla quale Alicia, che percepisce il mondo in modo tanto diverso e che è posseduta da un amore che gli altri renderebbero impossibile, è esclusa in partenza.

Il senso della realtà definito dall’attaccamento a certi modi di esistenza, a certi tipi di esseri che popolano il nostro mondo; l’uguale distanza di tutti questi modi rispetto a un Reale che resta eternamente inaccessibile a causa della nostra natura linguistica che sostituisce il mondo con la sua descrizione, lasciando la condivisione come unico criterio della “realtà”; la follia come l’incapacità o la mancata volontà di condividere con gli altri la propria definizione di ciò che esiste. Questo sembra essere il meccanismo epistemologico drammatizzato in Stella Maris, che così tiene insieme un solido realismo ontologico riguardo l’ancoraggio delle entità più disparate nella percezione individuale del mondo (l’aspetto che, per certi versi, resta il più elaborato e interessante), un antirealismo gnoseologico radicale per cui appare impossibile sapere alcunché del Reale dietro lo specchio, e ancora un ultra-realismo riguardo questo demonium noumenico, che non può essere tradotto in schemi concettuali proprio perché troppo reale, tanto reale da rifuggire ogni descrizione. Un buio fuori che solo l’inconscio, più matematico che linguistico, può ancora toccare. Che Alicia arriva a intravedere forse solo perché quel mondo di rappresentazioni condivise con gli altri avrebbe reso impossibile il suo amore per Bobby.

Chi abbia già letto Il Passeggero conosce il destino che attende Alicia. Paradossalmente, è nella primissima pagina del romanzo che apre la diade di congedo di McCarthy che si scorge l’unica nota di consolazione al tormento esistenziale di Alicia: il corpo impiccato a un albero viene scoperto da un cacciatore grazie a una fusciacca rossa che ella aveva legato al vestito, bianco in un paesaggio ricoperto di neve, perché potessero trovarla. Questo ultimo gesto confligge col desiderio, ricorrente nei cupi rimuginii di Stella Maris, che nessuno venisse a sapere della sua morte. Quasi che desiderasse non essere riassorbita nel mondo comune dell’umanità neanche una volta che non ci fosse stato più alcun senso soggettivo della realtà a tagliarla fuori. Pur non togliendo nulla alla crepuscolarità di una storia alla cui protagonista si arriva a credere e ad “attaccarsi”, proprio come lei era attaccata alle sue apparizioni, la fusciacca rossa è l’ultima testa di ponte gettata verso il mondo comune e la speranza di una riconciliazione.


Christian Frigerio è dottorando in filosofia presso la Statale di Milano. I suoi interessi di ricerca vertono intorno alla filosofia speculativa contemporanea e ai rapporti tra filosofia ed ecologia

4 comments on “La filosofia di Stella Maris di Cormac McCarthy

  1. Giovanna Gobattoni

    Grazie è l’ approfondimento che cercavo. Riesce a toccare i nodi fondamentali del testo e ne illumina i passaggi filosofici. Molto interessante.

  2. Giovanna Gobattoni

    Grazie è l’ approfondimento che cercavo. Riesce a toccare i nodi fondamentali del testo e ne chiarisce i passaggi filosofici. Molto interessante.

  3. Stefano

    Molto bello

  4. Ruggero Roggio

    Ottimo

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