La filosofia ha bisogno di una nuova definizione?

La filosofia è viva solo se assume una forma pratica e si incarna in una prassi: il puro ragionamento logico non è efficace. Anzi, la filosofia pura non esiste neppure, visto che qualunque buon filosofo è anche un narratore e molti grandi narratori sono a tutti gli effetti dei filosofi.


IN COPERTINA: The Codex of Christoro de Predis

Questo articolo è la traduzione italiana di un articolo uscito su Los Angeles Review of Books


di Costica Bradatan

traduzione di Francesco D’Isa

Quando il nuovo maestro sufi arrivò a Baghdad dal nativo Nishapur, nel Khorasan, la sua fama lo aveva preceduto da tempo. Si raccontava che avesse una buona reputazione per la sua grande spiritualità e per il suo approccio unico all’ihsan (“perfezione”), ma anche per i suoi metodi poco ortodossi. Alcuni avevano sentito su di lui storie fantastiche, oltraggiose, ma una volta interrogati per ulteriori dettagli giuravano di non sapere nient’altro. Sia come sia, quella mattina di febbraio per accoglierlo alla locanda si erano riuniti non solo un piccolo gruppo di aspiranti discepoli – tutti ben vestiti e ben educati, dai modi pii, seppur un po’ ostentati – ma anche cittadini di tutti i tipi: commercianti e venditori ambulanti, gioiellieri, profumieri, persino insegnanti e studenti della vicina università. Col passare del tempo, la folla si faceva sempre più impaziente. Il maestro, però, si prese il suo tempo.

Come capita sempre in tali occasioni, tra la folla c’erano anche mendicanti, barboni e altri buoni a nulla e uno di loro si rivelò particolarmente fastidioso. Tutto coperto di stracci, trasandato al di là di ogni descrizione e puzzolente di vino (doveva provenire dai quartieri ebrei o da quelli cristiani, sussurrarono alcuni), il barbone si avvicinava sempre di più ai pii e ansiosi discepoli. Con calma, tra un singhiozzo e l’altro, li esaminò attentamente, uno per uno, il che rendeva i ragazzi sempre più nervosi: l’ultima cosa che desideravano era di essere colti dal grande maestro in tale empia compagnia.

Grazie a Dio, sembrava che il barbone se ne stesse andando. Mentre lo faceva, però, si rivolse ai giovani in imbarazzo, in un persiano così elegante e colto che i loro rosari si congelarono nel palmo delle loro mani: Sono venuto per niente, direi. Chi sono io per insegnarvi qualcosa? Pare che abbiate tutti raggiunto uno stato di purezza rispetto al quale io non sono niente. Le mie vie sono disordinate, i miei insegnamenti parziali, e la mia ricerca tutt’altro che pura; si intreccia sempre con la carne, col lato terreno, e col mio complesso commercio con il mondo. Io sono un fallito, mentre voi – guardatevi! – sembrate già abitare tra gli angeli! Ora, se volete scusarmi… E, detto questo, uscì dalla locanda. Fu allora, racconta la storia, che le persone della locanda si resero conto che il maestro che stavano aspettando li aveva appena abbandonati.

La storia del maestro sufi rispecchia lo stato di gran parte della filosofia contemporanea. Al suo interno è sottesa una forte assunzione purista: l’idea che la filosofia sia riducibile a un esercizio logico, condotto rigorosamente secondo le regole dell’argomentazione razionale e del dibattito. Ciò che non è traducibile in un argomento è irrilevante. I filosofi sono in qualche modo esentati dalle leggi che governano il resto dell’umanità e possono operare su un piano superiore, angelico, dove la loro mondanità non li può seguire.

Ma la filosofia non è mai consistita solo in argomenti razionali. Sarebbe tristissimo se lo fosse, e non sarebbe mai durata così a lungo. Ciò che rende la filosofia una materia longeva, sia in Occidente che in Oriente, è che non solo impegna la nostra razionalità, ma anche la nostra immaginazione, le emozioni, la sensibilità artistica, gli impulsi religiosi – in breve, il nostro essere delle creature complicate, disordinate e impure. Essere umani significa essere intrappolati in grovigli esistenziali, avere a che fare con ibridi e disordini di ogni genere. Siamo un’improbabile unione di alto e basso, spirito e carne, ragione e irragionevolezza. E i filosofi, se non vogliono perdere la loro integrità, devono rendere conto di tale mescolanza.

Ecco perché la filosofia – non la sua blanda versione accademica, ma quella duratura e trasformativa che incontriamo in Laozi, Pitagora, Platone, Sant’Agostino, Rumi, Meister Eckhart, Spinoza, Marx, Nietzsche, Gandhi, Simone Weil – non è mai pura. Si mescola sempre con il mito, la poesia, il teatro, il misticismo, il pensiero scientifico, la militanza politica o l’attivismo sociale. A complicare le cose, spesso gli scrittori di romanzi (si pensi a Dostoevskij, Huxley o Borges) si rivelano filosofi particolarmente perspicaci, così come i registi – quali Bergman, Kurosawa e Tarkovsky – che creano filosofia altrettanto perspicacemente sullo schermo. Tutti questi intrecci e contaminazioni segnano profondamente la filosofia – anzi, la rendono ciò che è.

Prendete una poesia sufi di Rumi. Come possiamo dire, mentre sprofondiamo al suo interno, dove finisce la poesia e dove inizia la filosofia, o quando e come inizia il misticismo? Quando Laozi parla di acqua – “[l’uomo] migliore è come l’acqua. L’acqua è buona; va a beneficio di tutte le cose e non è in concorrenza con esse. Abita in luoghi [umili], che tutti disprezzano. Ecco perché è così vicino al Tao” – sta davvero “argomentando”? Perché dovremmo preoccuparcene? C’è una visione cosmica racchiusa in questa poesia, un senso di essere nel mondo e una comprensione della condizione umana che sfida le nostre piccinerie su come dovrebbe comportarsi la filosofia. Leggere un’opera di questo tipo solo per estrarne un “argomento” – scartando tutto il resto, ignorando il disegno e la visione del suo autore – è uccidere il cuore di quest’opera e iniziare a lavorare sui cadaveri. Perché dovremmo?

Walter Benjamin ha usato liberamente la narrativa nella sua opera filosofica. Ha creato finzioni, lunghe, brevi, o prese in prestito da altri, e questo non per capriccio: Benjamin pensava che la filosofia e la letteratura fossero profondamente interconnesse; parla del “lato epico della verità”, e lo riferisce all’“arte del racconto”. Gli esseri umani sono creature guidate dalla narrazione per le quali la forma è importante quanto qualsiasi contenuto. Possiamo dare un senso a noi stessi e al mondo in cui viviamo nella misura in cui possiamo tessere narrazioni su noi stessi e sul mondo. Sartre, che conosceva un poco di filosofia e letteratura, voleva, col suo lavoro, essere sia Spinoza che Stendhal.

Se la nostra vita è “una storia in diretta” allora esiste davvero un “lato epico” della verità, e la filosofia, per definizione, è destinata a usare l’armamentario della letteratura. Con ogni nuovo racconto ricostruiamo il mondo. Lo storytelling spinge i confini di ciò che significa essere umani: immagina e mette alla prova nuove forme di esperienza, dà forma a qualcosa che prima non esisteva, rende l’impensato improvvisamente intelligibile. La narrazione e la filosofia sono come gemelli. L’allegoria della grotta di Platone esprime una tesi filosofica importante in modo così toccante proprio perché è una bellissima storia. Ma come possiamo separare, in un caso del genere, il narratore dal filosofo? “Come possiamo separare il ballerino dalla danza?”, si chiedeva il poeta. E perché dovremmo?

Poiché filosofia e letteratura sono profondamente intrecciate, il pathos non è solo qualcosa con cui i filosofi impreziosiscono i loro scritti, ma è già lì, parte integrante dell’opera. Quando fate filosofia, mettete in pratica le idee, ne sperimentate la forma, usate tropi retorici, giocate con le emozioni e fate spazio all’empatia, insomma, create un pezzo di letteratura. Un filosofo ha scritto, con un certo sollievo, di approdare nella “terra della verità”, che è “circondata da un oceano ampio e tempestoso, la regione dell’illusione, dove banchi di nebbia e iceberg, sembrano al marinaio un nuovo continente”. La citazione non è tratta da Nietzsche o dall’opera di Benjamin, né da altri “filosofi letterari” – è tratta da Critica della ragion pura di Kant. Anche i più aridi pensatori non possono fare a meno di utilizzare immagini e metafore, favole e storie. (Ironia della sorte, il semplice atto di “argomentare”, su cui giurano i moderni puristi filosofici, è, in un senso importante, una forma di narrazione, ma questa è un’altra storia).

Ultimamente c’è un vivace dibattito sulla filosofia mainstream occidentale e sul modo in cui considera le tradizioni filosofiche non occidentali come non sufficientemente filosofiche. Tale pregiudizio, sebbene grave, è solo un sintomo – uno dei tanti – di una visione campanilista e purista della filosofia. Non solo le altre tradizioni filosofiche vengono scartate con facilità, ma all’interno della medesima tradizione occidentale importanti generi, pensatori e opere vengono rifiutati con pari arroganza.

Tale arroganza è accompagnata da un contrappasso: non si può più distinguere l’essenziale dal banale, un problema reale da una moda passeggera. Non siamo più in grado di individuare il filosofico, a meno che non si tratti di un articolo accademico peer-reviewed, pubblicato (preferibilmente in inglese) in una rivista con un ranking stellare e un comitato editoriale di livello. Nessuno stupore che la filosofia sia diventata irrilevante. Perché qualcuno dovrebbe aver bisogno di filosofi, se la filosofia si limita da sola così radicalmente?

Ciò di cui abbiamo un disperato bisogno è una dose liberale di umiltà. Dovremmo finalmente capire che la filosofia si presenta sotto diverse forme, e con molti nomi, che non è mai allo stato puro, ma ama il disordine e il meticciato, che si intreccia con la vita e la materialità dei filosofi. Un tale atto di umiltà non impoverirebbe affatto la filosofia. Al contrario, rafforzerebbe i filosofi e la renderebbe più ricca, più sofisticata e più rilevante.

Ah, se solo un maestro sufi ci umiliasse un po’.


Costica bradatan, è professore di Humanities alla Texas Tech University e  professore onorario di filosofia alla University of Queensland, Australia. è Dying for Ideas. The Dangerous Lives of the Philosophers (Bloomsbury, 2015), ha anche scritto per il New York Times, The New Statesman, Times Literary Supplement, Dissent Magazine, The Boston Review, The Daily Beast, Christian Science Monitor, The Globe & Mail, e molte altre testate. è anche  editor su temi di religione e cultura per il Los Angeles Review of Books. in italiano è disponibile Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi, Carbonio editore

1 comment on “La filosofia ha bisogno di una nuova definizione?

  1. giorgio peri

    Complimenti! Bellissimo articolo con considerazioni veramente condivisibili. L’umiltà e la mescolanza sono basilari. Infatti la filosofia è come un puzzle dove ognuno ha un pezzo da incastrare con gli altri. Nessuno ha la verità perchè la verità è relazione!

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