La filosofia può davvero cambiare le nostre vite?



La nostra routine è scandita da pensieri che la filosofia potrebbe stravolgere.


In copertina: FAUSTO PIRANDELLO, NATURA MORTA, (1940)
 

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Elias Anttila

Ci sono centinaia di cose che ripetiamo ogni giorno. Ci svegliamo, controlliamo il telefono, mangiamo, ci laviamo i denti, andiamo a lavoro e soddisfiamo i nostri bisogni. Negli ultimi anni, queste abitudini sono diventate un’arena per il cosiddetto auto-miglioramento: gli scaffali delle librerie si sono riempiti di bestseller su quelli che in inglese vengono chiamati “life hacks”, cioè modi per migliorare e ottimizzare la propria routine. Si parla anche di “life design” e di come applicare la gamification ai nostri progetti a lungo termine. Sono libri che promettono di tutto, da una maggiore produttività a una dieta più sana, fino al poter guadagnare enormi fortune. Queste guide variano in quanto ad accuratezza scientifica, ma tendono tutte a rappresentare le nostre abitudini come delle sequenze ripetute di comportamenti, su cui possiamo intervenire per migliorare noi stessi e i nostri percorsi di vita.

Il problema è che quest’idea del migliorare se stessi è stata spogliata di gran parte della sua ricchezza storica. I libri di auto-aiuto di oggi hanno infatti ereditato una versione altamente contingente dell’abitudine – in particolare, quella che emerge nel lavoro di psicologi dell’inizio del XX secolo come B. F. Skinner, Clark Hull, John B. Watson e Ivan Pavlov. Questi pensatori sono associati al comportamentismo, un approccio alla psicologia che privilegia le reazioni osservabili e la catena causale stimolo-risposta, rispetto al ruolo dei sentimenti o del pensiero. I comportamentisti definivano le abitudini in senso stretto e individualistico; credevano che le persone fossero condizionate a rispondere automaticamente a determinati stimoli, che producono di conseguenza cicli ripetuti di azioni e reazioni.

L’immagine comportamentista dell’abitudine si è poi aggiornata alla luce delle neuroscienze contemporanee. Ad esempio, la plasticità del cervello permette alle abitudini di iscriversi col tempo all’interno del nostro cablaggio neurale, formando connessioni privilegiate tra le regioni cerebrali. L’influenza del comportamentismo ha permesso ai ricercatori di studiare le abitudini in modo quantitativo e rigoroso, ma ha anche lasciato in eredità una nozione appiattita di abitudine, che trascura le più ampie implicazioni filosofiche del concetto.

I filosofi osservavano le abitudini per capire chi siamo, per cogliere il senso della fede e perché sapevano che le nostre prassi quotidiane rivelano qualcosa sul mondo. Nella sua etica nicomachea, Aristotele usa i termini hexis ed ethos – entrambi tradotti come ‘abitudine’ – per studiare le qualità stabili nelle persone e nelle cose, specialmente per quanto riguarda la loro morale e il loro intelletto. Il termine hexis denota le caratteristiche durature di una persona o di una cosa che possono guidare le nostre azioni ed emozioni, come la ruvidità di una tavola o la gentilezza di un amico. L’hexis è una caratteristica, una capacità o una disposizione che si ‘possiede’; la sua etimologia è la parola greca ekhein, il termine usato per indicare la proprietà. Per Aristotele, il carattere di una persona è, in definitiva, la somma dei suoi hexeis (il plurale di hexis).

Un ethos, d’altra parte, è ciò che permette di sviluppare l’hexis. È sia uno stile di vita che il pilastro della propria personalità. L’ethos è ciò che dà origine ai principi essenziali che aiutano a guidare lo sviluppo morale e intellettuale. Affinare un hexeis a partire da un ethos richiede tempo e pratica. Questa versione dell’abitudine si adatta al tenore dell’antica filosofia greca, che spesso enfatizzava la coltivazione della virtù come il percorso di una vita etica.

Millenni più tardi, nell’Europa cristiana medievale, l’hexis di Aristotele fu latinizzato in habitus. La traduzione tracciò uno spostamento dalla virtù etica degli antichi verso la morale cristiana, dove l’abitudine acquisisce connotazioni tipicamente religiose. Nel medioevo, l’etica cristiana si allontanò dall’idea del plasmare le proprie disposizioni morali, e procedette invece dalla convinzione che il carattere etico fosse trasmesso da Dio. In questo modo, l’habitus desiderato dovrebbe legarsi all’esercizio della virtù cristiana.

Fausto Pirandello, Natura morta con oggetti elettrici,  (1939)

Il grande teologo Tommaso d’Aquino vedeva l‘habitus come una componente fondamentale della vita spirituale. Secondo la sua Summa Theologica (1265-1274), l’habitus implicava una scelta razionale, e conduceva il vero credente a un senso di libertà e di fede. Al contrario, Aquino usava il termine consuetudo per riferirsi alle abitudini che si acquisiscono e che inibiscono questa libertà: le abitudini irreligiose e quotidiane che non si impegnano attivamente nella fede. Consuetudo significa mera associazione e regolarità, mentre habitus trasmette sincera sollecitudine e coscienza di Dio. Consuetudo è anche il luogo in cui derivano i termini inglesi ‘custum’ e ‘costume’ – una radice che suggerisce che i medievali consideravano l’habitus come esteso ben oltre i singoli individui.

Per il filosofo illuminista David Hume, queste antiche interpretazioni medievali dell’habitus erano troppo limitanti. Hume ha concepito l’habitus come ciò che ci permette di realizzarci come esseri umani, ed è giunto alla conclusione che l’habitus è il “cemento dell’universo”, da cui dipendono tutte le “operazioni della mente…”. Per esempio, possiamo lanciare una palla in aria e guardarla salire e cadere a terra. Per abitudine, arriviamo ad associare queste azioni e percezioni – il movimento del nostro arto, la traiettoria della palla – in un modo che ci permette di cogliere un rapporto tra causa ed effetto. La causalità, per Hume, è poco più che un’associazione abituale. Allo stesso modo secondo il filosofo il linguaggio, la musica, le relazioni, qualsiasi abilità che usiamo per trasformare le esperienze in qualcosa di utile, sono costruite dagli habitus. Questi, di conseguenza, sono degli strumenti indispensabili che ci permettono di muoverci nel mondo e di capire i principi in base ai quali opera. Per Hume, l’habitus non è altro che la “grande guida della vita umana”.

È chiaro che dovremmo vedere le abitudini come qualcosa di più che semplici routine, tendenze o comportamenti istintivi. Esse marcano le nostre identità e mostrano la nostra etica personale; ci insegnano come praticare le nostre credenze. Se decidiamo di credere a Hume, le abitudini tengono in piedi il mondo. Guardare ad esse  sotto questa lente richiede una certa consapevolezza, sia concettuale che storica. Eppure la possibilità di ribaltare la nostra idea di abitudine offre molto di più di un superficiale auto-aiuto: potrebbe mostrarci che le cose che facciamo ogni giorno non sono solo una routine da sovvertire, ma finestre attraverso le quali possiamo intravedere chi siamo veramente.


Elias Anttila è laureato in filosofia della scienza all’Università di Cambridge, al momento si occupa di scienza, democrazia e l’idea di competenza.

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