Per capire il rapporto tra donne e materie STEM c’è una storia degli anni Trenta: nella Germania nazista le cittadine ebree e le donne furono costrette a lasciare i loro incarichi accademici. Fu così che quattro scienziate non ebbero altra scelta che fuggire.
In copertina e lungo il testo opere di yoshifumi hayashi
di Loreta Minutilli
Nell’accesso alle posizioni lavorative e di leadership nell’area STEM è presente ancora oggi un gender gap che svantaggia in modo significativo le donne – e di questo, probabilmente, siamo tutti ben consapevoli. Più precisi e preoccupanti sono i dati riportati dall’ultimo report UNESCO sul futuro delle donne nelle STEM, pubblicato nel novembre 2024. Secondo questo documento, non solo le donne sono sottorappresentate nelle STEM in tutti i Paesi del G20, ma questi dati non hanno visto miglioramenti significativi negli ultimi dieci anni. Oltre che drammatica, cioè, la situazione è tutt’altro che in via di miglioramento. Un quadro piuttosto critico se a queste considerazioni sommiamo i più recenti sviluppi di politica estera e la cancellazione delle sezioni dedicate alle donne in ruoli di leadership da diversi siti web, tra cui quello della NASA. Ma è davvero possibile assistere a una involuzione sui diritti e sulla rappresentazione di genere, possono le conquiste faticosamente ottenute tramite decenni di lotte essere spazzate via in poco tempo?
Per rispondere a questa spinosa domanda e avere uno sguardo più lucido sul futuro, è utile guardarsi indietro e chiedere alla Storia. Anche in questo caso, purtroppo, ciò che scopriamo non è rassicurante: sì, è possibile fare dei passi indietro, anzi, è già successo. Lo mostra bene la giornalista Olivia Campbell ne Le ragazze della scienza, il suo ultimo saggio edito in Italia da Aboca Edizioni. Con uno stile incalzante sospeso tra narrazione e accurata ricostruzione storica, Campbell racconta le vite e le tribolazioni di quattro fisiche – Hedwig Kohn, Lise Meitner, Hertha Sponer e Hildegard Stucklen – costrette tra gli Anni Trenta e gli Anni Quaranta a fuggire dalla Germania nazista per poter continuare a vivere e a lavorare.
Il saggio introduce le vicende delle quattro scienziate partendo dall’inizio del secolo scorso, ben prima dell’avvento del Nazismo. I primi decenni del Novecento sono stati un periodo di conquiste rapide e significative per le donne nella scienza: se, per esempio, nel 1906 la prima edizione della rassegna American Men of Science include solo 149 scienziate tra i 4131 profili di cui si compone, mentre l’edizione del 1921 arriverà a comprendere 450 donne. Il vuoto di uomini creato dalla Prima Guerra Mondiale fu un alleato in questo: Campbell riporta che in Germania, tra il 1915 e il 1918, il numero di donne impiegate in ambito ingegneristico aumentò del 544%. La costituzione della Repubblica di Weimar, nel 1919, sancisce che “Uomini e donne hanno gli stessi diritti e le stesse responsabilità fondamentali”.
Le scienziate protagoniste dell’opera riescono a inserirsi nel mondo accademico in questo contesto relativamente favorevole: nel 1919, dopo anni di lavoro non pagato, la matematica Emmy Noether era stata la prima donna a conseguire l’abilitazione all’insegnamento universitario in Germania. Dal 1920 alle donne viene riconosciuto il diritto formale di ambire a questo traguardo, eppure la strada per ottenere l’abilitazione rimane piena di ostacoli, come dimostra la travagliata vicenda della fisica Hedwig Kohn: nonostante anni di esperienza come ricercatrice e docente, l’abilitazione all’insegnamento universitario le venne concessa solo nel 1929, dopo ben nove anni dalla prima richiesta.
L’approccio di Campbell rende particolarmente evidente l’effetto di almeno due variabili capaci di influenzare in modo significativo la possibilità di una donna di accedere alla carriera accademica in ambito scientifico. Prima tra tutte, il denaro.
Le donne che si avvicinano alla carriera accademica in questa epoca di cambiamenti, infatti, devono essere disposte a lavorare gratis o per stipendi miseri, usando spesso il tempo libero per lavori extra. A queste condizioni, perseguire una carriera scientifica era a tutti gli effetti un privilegio che poteva permettersi chi proveniva da una famiglia abbiente o chi non aveva bisogno di provvedere alle proprie spese; per esempio, le mogli di scienziati famosi. Non è questo il caso delle quattro scienziate al centro del racconto di Campbell: nessuna di loro si sposò mai e tutte affrontarono ristrettezze e incertezze economiche, vivendo tutta la loro breve carriera di scienziate in Germania da precarie.
La seconda variabile sottolineata da Campbell è il genio, o almeno quello canonicamente riconosciuto come tale nella scienza al maschile. Tra le obiezioni poste dal mondo universitario all’ingresso delle donne nel mondo della ricerca c’era spesso la non troppo sottesa insinuazione che, se le donne non erano riuscite a imporsi nella storia della scienza, era perché tutto sommato non ne avessero le capacità. Lo stereotipo secondo cui il genio troverebbe il modo di emergere anche nelle condizioni più sfavorevoli aveva radicato nell’immaginario comune le figura dello scienziato come soggetto esuberante, fuori dagli schemi, capace di imporsi con le sue scoperte e la sua personalità e di raggiungere traguardi straordinari in tempi brevi. Un’estetica estremamente distante da quella delle scienziate di Campbell: affaccendate tra ricerca e insegnamento, oberate di lavoro e messe costantemente nella condizione di dover dimostrare la propria utilità, si guadagnano il loro prestigio e la solidità della loro posizione accademica con tenacia e duro lavoro. Questo tipo di narrazione è essenziale per offrire un’alternativa alla retorica della genialità e costruire un’immagine più accessibile e inclusiva delle STEM.
Le vite delle quattro Ragazze della scienza subiscono un punto di rottura con l’avvento del Nazismo. I piccoli passi in avanti per le donne favoriti dalla Repubblica di Weimar vengono annullati rapidamente dal nuovo regime: la Germania nazista prevede per le donne un ruolo esclusivo di mogli e madri, e a questo obiettivo doveva essere orientata l’educazione femminile. “I nazisti insistettero sempre più per scoraggiare le donne dal perseguire un’educazione elevata, limitando il numero delle iscrizioni femminili all’università a un massimo del 10% del totale”, scrive Campbell. Il regime spinge le donne della scienza a emigrare per poter continuare a lavorare e a vivere: mentre solo due delle fisiche al centro del saggio, Kohn e Meitner, sono ebree, tutte e quattro sono accomunate dalla discriminazione di genere subita e dalla necessità di tentare fortuna altrove per poter continuare a lavorare.
L’autrice descrive minuziosamente la strenua ricerca di fondi e opportunità vissute dagli scienziati tedeschi nel tentativo di fuggire alla Germania nazista, le reti di supporto internazionali che si attivarono e la stratificazione di svantaggi che le donne subirono in questa situazione. I posti di lavoro sicuri venivano offerti dai paesi antinazisti con parsimonia e diffidenza e se per gli uomini era difficile dimostrare di essere i candidati ideali, diventava quasi impossibile per le donne. Molto spesso, infatti, le università straniere usavano l’esperienza e il prestigio del curriculum dei candidati come criterio di scelta. Se pensiamo, però, agli anni di carriera che le donne passavano a lavorare nell’ombra prima di vedere riconosciuto in modo ufficiale il loro ruolo nell’accademia, risulta evidente che giudicare i loro curriculum con questo criterio era poco equo e penalizzante.
Quando poi un’offerta di lavoro arrivava davvero, le scienziate erano costrette ad accettarla senza guardare al prestigio e alla pertinenza con la loro effettiva esperienza e carriera: il solo fatto di poter lavorare era da considerarsi un privilegio. “In un’altra lettera a Franck, spiegava cosa le sarebbe servito per essere entusiasta di lavorare in America: la possibilità di fare davvero fisica come si deve. Temeva che non sarebbe stato possibile. Stava forse chiedendo troppo? Molti accademici potevano essere altrettanto esigenti e ottenere ciò che volevano. Alle donne non era consentito un simile atteggiamento? Dovevano forse accontentarsi di trovare un lavoro qualsiasi?”, scrive Campbell a proposito di Hertha Sponer.
Le ragazze della scienza tratteggia un quadro storico approfondito e sfaccettato dei modi in cui gli accademici si sono supportati, ma anche osteggiati tra di loro durante gli anni del nazismo. Adottando in questa ricostruzione una prospettiva di genere, l’autrice riesce anche a individuare con precisione i privilegi e le scelte politiche che hanno portato alcune categorie sociali e alcuni esponenti del mondo scientifico a navigare questo periodo storico complicato con più facilità rispetto ad altri. Tra questi aspetti non manca una menzione all’effetto Matilda, il concetto introdotto dalla storica della scienza Margaret Rossiter per cui le scoperte scientifiche delle donne sono state storicamente spesso attribuite agli uomini. Lise Meitner, esclusa dall’assegnazione del Nobel del 1944 al suo collega e amico Otto Hahn per la scoperta della fissione nucleare, in cui aveva avuto un ruolo cruciale, è una delle più illustri vittime di tale effetto.
La trattazione di Campbell lascia emergere chiaramente non solo le dinamiche politiche e sociali che hanno portato Meitner a essere esclusa dal riconoscimento, ma anche l’incapacità dei privilegiati, in questo caso rappresentati da Hahn, di mettersi in discussione e comprendere pienamente il punto di vista delle vittime. “Otto credeva che tenere la testa bassa e continuare a lavorare fosse la soluzione migliore, per il bene del KWI e per la sua sicurezza personale e professionale. Non si sentiva responsabile delle colpe naziste”, scrive Campbell. Il KWI è il Kaiser Wilhelm Institut per la Fisica, oggi noto come Max Planck Institut nonché eccellenza mondiale della ricerca. Il cambio del nome dell’istituto, chiesto dagli Alleati per dimostrare l’impegno della comunità scientifica nel tagliare i ponti con il nazismo, viene in modo piuttosto attuale derubricato da Hahn a un problema insignificante, attribuibile a una “mancanza di generosità” da parte degli alleati.
Leggere Le ragazze della scienza non è dunque solo una piacevole divagazione in un pezzo di storia della scienza recente e appassionante, ma una strategia efficace per riconoscere le dinamiche del presente attraverso la Storia, e per difendere la complessità e la pluralità della scienza da tutte le narrazioni che vorrebbero appiattirla.





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