La guerra di tutti sta iniziando



Cosa sta succedendo alla coesione e alla pace sociale? Forse la rabbia che sta montando dividendoci in gruppi e fazioni contrapposte è il primo sintomo di un destino spaventoso: la guerra civile. 


In copertina e nel testo: immagini da they live, il film diretto da john carpenter

Questo testo è estratto da “La guerra di tutti“. Ringraziamo l’autore e minimum fax per la gentile concessione.


di Raffaele Alberto Ventura

L’Occidente è in guerra – contro se stesso. Che cosa ci è accaduto? Per qualche decennio abbiamo vissuto felicemente dentro una finzione, sperperando le risorse accumulate in prospettiva di una crescita illimitata e augurandoci l’improbabile avvento di una società senza conflitti. Quella che i media chiamano crisi si presenta come cogente smentita di questa finzione. Con buona pace degli esperti che ci avevano illuso di aver domato il drago dei cicli economici e con sconcerto degli intellettuali che puntavano sulla conversione delle masse ai valori liberali, concilianti, ottimistici della classe media, oggi possiamo osservare uno squarcio nel tessuto della narrazione del progresso. Qualcuno diceva che lo sviluppo capitalistico tende a raggiungere le proprie colonne d’Ercole e qualcun altro profetizza che si sta aprendo un periodo di stagnazione secolare; quel che è sicuro è che la «democrazia reale» non assomiglia più a quel sistema che ci era sembrato tanto convincente sulla carta.

Nessuna civiltà aveva mai spettacolarizzato tanto il benessere e nessuna mai aveva subito con tanta durezza l’effetto del risentimento che sale quando le promesse non vengono mantenute: trionfano le passioni tristi, gli odi intracomunitari e le teorie del complotto. Dopo aver per decenni amministrato il consenso fabbricando sogni e bisogni, l’industria culturale è diventata una macchina produttrice di paranoia. Il film Essi vivono di John Carpenter, fenomeno di culto che nel 1988 anticipava Matrix, presenta una metafora semplice ed efficace: quella degli occhiali in grado di mostrare un’altra realtà dietro alle apparenze, in quel caso una realtà popolata da malvagie creature extraterrestri che governano il mondo spingendo gli uomini a produrre e consumare. Slavoj Žižek ha più volte citato il capolavoro di Carpenter per illustrare il funzionamento dell’ideologia. Nel film Guida perversa all’ideologia il filosofo spiega: «Quando indossi gli occhiali intravedi una dittatura nella democrazia, l’ordine invisibile che sostiene la tua apparente libertà».

Oggi è come se tutti avessimo indossato gli occhiali di John Nada, il protagonista del film, o ingoiato la pillola rossa di Matrix. Per alcuni coincide con un libro sacro, un blog alla moda, un predicatore televisivo, ognuno con la sua narrazione alternativa capace di riempire i vuoti di senso lasciati dal sapere detto «legittimo» e considerato di fatto sempre meno legittimo. Non sappiamo se quello che abbiamo visto sotto la superficie delle cose è vero o falso, sappiamo soltanto che fornisce una spiegazione a una realtà sempre più confusa. Ognuno ha la sua verità, ognuno i suoi nemici. C’è solo un problema: per chi non indossa le stesse lenti, quelli che i novelli John Nada combattono non sono alieni cattivi ma persone comuni: sono i nostri vicini, i nostri amici, persone simili a noi. Forse la presunta guerra di liberazione non è altro che una guerra tra fanatici nella quale siamo gli alieni gli uni degli altri. Oggi sta tornando ad essere reale l’idea della morte, che credevamo di avere definitivamente messo da parte in nome dell’irenismo degli ideali illuministi: l’idea della morte degli altri, che abbiamo finito per accettare in nome del principio «mors tua, vita mea», e forse persino l’idea della nostra stessa morte. Se il bilancio della violenza terroristica in Europa non raggiunge le cifre degli anni Settanta, forse è perché non abbiamo conteggiato i morti del Mediterraneo. Eppure fanno anche loro parte dell’elenco dei caduti che qualcuno presto o tardi pretenderà di vendicare, in una spirale inarrestabile di ritorsioni.

Il mio primo libro, Teoria della classe disagiata, si chiudeva analizzando il modo in cui la logica del risentimento aveva portato al potere Donald Trump e annunciava ulteriori sconvolgimenti. Nell’Italia lega-stellata come negli Stati Uniti, una narrazione semplicistica sul potere delle élite mondialiste è servita da pretesto per saltuari sfoghi di violenza contro le minoranze; mentre nelle periferie dell’Impero una «religione senza cultura» intrecciata alla criminalità nutre i sogni di rivalsa di quelle stesse minoranze. I primi soffrono perché non possono più contare sul benessere che dipendeva dallo sfruttamento dei secondi, i secondi hanno finito per perdere la loro secolare pazienza. Le forze in campo si assomigliano tra loro più di quanto non siano pronte ad ammettere; tutte, a modo loro, prendono atto di una crisi degli ideali dell’Illuminismo come programma di convivenza fondato su un universalismo di facciata. Il cospirazionismo e il terrorismo, il populismo e le politiche dell’identità sono sintomi di uno stesso male e presagi di un ordine in disfacimento. La teoria del «potere destituente», sviluppata da Giorgio Agamben in conclusione del suo ultradecennale progetto Homo sacer, esprime una tentazione diffusa di farla finita con l’intero ordine politico della modernità. Ma se questo ordine crolla, che ne sarà di tutti noi? Se gli arcana imperii appaiono in piena luce, sarà ancora possibile governare i viventi per evitare che saltino alla gola l’uno dell’altro?

Credevamo che la società liberale fosse la continuazione della «guerra di tutti contro tutti» con altri mezzi. Ora ci viene il sospetto che i mezzi siano esattamente gli stessi. La rivalità affiora a ogni livello, con intensità differenti, talvolta rigorosamente circoscritta e pressappoco inoffensiva, talvolta imprevedibile e devastante. Affiora tra le diverse culture, tra le classi dominanti che offrono alle minoranze un’ipocrita narrazione progressista e le minoranze che denunciano un contratto sociale iniquo, tra indigeni bianchi che rimpiangono la gloria perduta e immigrati segregati nelle periferie, tra il potere statale che estende il suo dominio su ogni aspetto della vita sociale e i figli della borghesia che giocano a fare la rivoluzione. In fondo se ci combattiamo non è perché siamo radicalmente diversi ma perché siamo tragicamente uguali. È la nostra somiglianza che ci condanna a cercare di distinguerci con mille artifici. Filosofi e sociologi, negli ultimi decenni, hanno attirato l’attenzione precisamente sulla questione cruciale del riconoscimento: riconoscimento sociale attraverso la realizzazione individuale ma anche riconoscimento delle comunità, riconoscimento all’interno della società liberale ma anche riconoscimento reciproco tra Nord e Sud del mondo, tema che ha preso il posto della vecchia «lotta di classe» come intuito fin dagli anni Cinquanta dal filosofo martinichese Frantz Fanon.

Una trentina di anni fa Francis Fukuyama poteva ancora illudersi che la storia sarebbe finita perché il liberalismo avrebbe dato a ogni cittadino la sua equa dose di riconoscimento; è invece accaduto esattamente il contrario, come lui stesso ha finito per ammettere. Perché il riconoscimento è una risorsa strutturalmente scarsa: prima ancora di toccare i limiti ecologici dello sviluppo, abbiamo raggiunto i suoi limiti sociali. La classe media diventa classe disagiata, in lotta permanente per restare a galla, incapace di accettare che nessuno potrà mai restituirle il futuro. Le minoranze rivendicano l’orgoglio delle loro identità e denunciano i secoli di oppressione che hanno subito, incapaci di accettare che nessuno potrà mai restituire loro il passato. Chi placherà la loro giusta rabbia? E chi gli impedirà di massacrarsi a vicenda? Abbiamo iniziato ad abbattere i miti e i simboli lasciati da secoli di violenza, ma ancora non sappiamo con cosa sostituirli.

Una lotta planetaria per il riconoscimento è iniziata. L’edificio della legittimità politica, scientifica e culturale sta crollando sotto il peso delle troppe promesse delle quali è stato caricato. Ormai è lampante quanto sia instabile questa società che pretendeva di essere la migliore di tutte, quanto dipenda da rapporti di violenza, menzogne e non-detti. Una profonda crisi di legittimità tocca la politica ma anche i paradigmi del sapere: nessuna verità può più essere creduta, nessuna autorità riconosciuta. Ma la verità era, in fin dei conti, una finzione necessaria. Alcuni hanno descritto il nostro tempo come un’era di transizione che segna la fine del sistema-mondo capitalista per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi tre secoli, altri hanno parlato del collasso della modernizzazione. Quel che è chiaro per noi è che alla bancarotta finanziaria corrisponde una bancarotta simbolica. La popolazione, incapace di rappresentarsi come corpo indiviso, rischia in ogni momento di tornare a essere una moltitudine prepolitica. Ecco la nostra tragedia: non siamo più in grado di controllare i segni e le finzioni, le parole e i miti. Eppure proprio su dei miti si era fondato per secoli l’ordine sociale: Democrazia, Popolo, Giustizia, Verità… Oggi dobbiamo constatare che la Democrazia è soltanto un ideale, il Popolo una costruzione filosofica, la Giustizia la legge del più forte, la Verità un compromesso tra visioni del mondo. L’inganno appare in piena luce e nessuna catarsi opera più.

Questo libro è il resoconto di un periodo nel quale siamo passati da una crisi economica a una crisi politica, e rielabora «a freddo» spunti e riflessioni prodotte «a caldo» per reagire a una serie di eventi più o meno traumatici. Il primo capitolo descrive una fase di scetticismo generalizzato che mina il fondamento stesso della società, ovvero la fiducia, mentre il secondo prende atto della trasformazione dell’antagonismo in una pratica di sfogo rituale che prepara l’avvento delle forze populiste. Il terzo capitolo tenta di definire gli aspetti essenziali di questo populismo a partire dall’esperienza della Lega di Matteo Salvini e del Movimento 5 Stelle, partiti che per fondare la loro legittimità hanno dovuto alimentare un conflitto permanente tra gruppi etnici e corpi intermedi. Il quarto capitolo inquadra la crisi occidentale nella trasformazione del sistema-mondo che ha messo in conflitto oggettivo la classe media disagiata e le nuove classi emergenti, mentre il quinto si concentra sulle contraddizioni del paradigma della modernizzazione, un programma di assimilazione delle minoranze che in ogni momento può sfociare in una spirale di ritorsioni. Infine il sesto capitolo descrive successi e fallimenti dei dispositivi che dovevano servire a circoscrivere la violenza, riconoscendo il valore delle categorie moderne del politico ma anche il loro necessario superamento. Se è ovvio che dobbiamo ripensare queste categorie – sovranità, tolleranza e laicità – per garantire la pace civile, non possiamo eludere la domanda più insidiosa: la pace di chi?

Le differenze culturali divengono tanto più evidenti quanto gli individui procedono sostanzialmente verso l’indifferenziazione. Non esistono identità immutabili, fissate dalla loro origine storica, essenzializzate in un destino di disaccordo. Esistono invece campi di forza, blocchi di soggettività che si polarizzano a vicenda contendendosi le «zone grigie» del consenso. Contro chi rivendica i «valori dell’Occidente» per arredare un identitarismo vuoto, intendiamo qui interrogare e riattualizzare quei valori nella loro storicità. Le sfide drammatiche che ci attendono oggi sono molto simili a quelle affrontate dai filosofi al tempo delle guerre civili europee a partire dal Cinquecento: come si mantiene unito un corpo sociale frammentato e solcato da tensioni? È necessario spezzare il ciclo delle ritorsioni tra i diversi soggetti che la abitano e rifondare la sovranità sulla sua capacità di garantire la pace come primo interesse trasversale.

La sfida prioritaria del nostro tempo consiste precisamente nell’impedire che si installino le condizioni per una scalata agli estremi irreversibile. Solo chi è protetto dal privilegio della sua classe, della sua nazionalità e del colore della sua pelle può fare a meno di vedere che una guerra è già in atto: per chi appartiene a una minoranza, nel civile Occidente non è una possibilità astratta il rischio di essere spogliato dei propri diritti civili, incarcerato e talvolta persino ammazzato per un malinteso; per chi è relegato a vivere lontano dai centri da cui irradia la sovranità statale, non è una possibilità astratta vivere in una costante insicurezza ed essere sottomesso a micropoteri violenti. Salvo rari sfoghi circoscritti nello spazio e nel tempo, questa guerra di tutti non assume dunque la forma spettacolare di un film di John Carpenter – eppure non può nemmeno considerarsi realmente pacificata questa vita sotto il segno della paura, questa umanità minata dalla diffidenza, questa società commissariata dallo Stato.

Non dobbiamo oggi temere una «guerra civile» come quelle dei libri di storia, bensì temere coloro che tentano attivamente di realizzarla colonizzando la zona grigia in cui gesti e parole apparentemente innocenti contribuiscono a rendere accettabile la violenza. E dobbiamo soprattutto temere le conseguenze di questa possibilità, il modo in cui l’ipotesi della guerra civile struttura i rapporti sociali e alimenta una violenza «preventiva»: come insegnava la teoria dei giochi ai tempi della guerra fredda, si colpisce sempre per paura di essere colpiti dall’altro. Cosa sono i Salvini e i Trump se non la mossa aggressiva di una specifica fazione all’interno di un conflitto più ampio, una «guerra civile fredda» in cui al posto delle armi ci sono le leggi dello Stato? Ogni cosa, nelle moderne democrazie occidentali, è già predisposta per gestire le conseguenze della guerra di tutti. Quanto alle cause, meglio non pensarci troppo: potremmo accorgerci che il nostro modello di società era minato alle fondamenta e che, come scrisse un grande giurista, «lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire». Oggi abbiamo l’esercito nelle strade, le telecamere a circuito chiuso, le intercettazioni telefoniche, i piani d’emergenza, le leggi ordinarie e quelle d’eccezione, il sistema carcerario, migliaia di donne e uomini deliberatamente trasformati in clandestini, nonché interi settori economici che possono trarre beneficio dalla proliferazione del conflitto. Il dominio pieno e incontrollato del potere statale, che come una diga messianica trattiene la violenza generandone di nuova, è soltanto un altro nome della guerra presentemente in atto: latente, larvata, amministrata, continuamente rimandata.


Raffaele alberto ventura vive a Parigi dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Oltre alla sua pagina Eschaton cura una rubrica per Wired. ha scrittoTeoria della classe disagiata (minimum fax 2017), il suo nuovo saggio è la guerra di tutti, pubblicato da minimum fax.

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