La Larva


“Nessuno vuole davvero prendersi la pena di credere ai morti che tornano, eppure, in qualche maniera, i morti tornano sempre”. Un racconto di Claudio Conti


Copertina: La larva, di Emilio Scanavino

di Claudio Conti

«La stanza è buia. Andreas è sul letto e non riesce a muoversi».

«Sei tu». Lo interrompe la donna mentre guarda l’orologio sul muro, con una punta di commiserazione. «Sei tu Andreas», gli ripete ancora, piegando la testa verso il basso, in posa di resa.

«Andreas sono io», annuisce il ragazzo, «sono di certo io. È questo che dico». Sfoglia le dita alla ricerca di un pensiero appuntato, come fossero segnacarte di un taccuino e, alla fine, strizzandosi l’anulare, recita tutto d’un fiato: «mi chiamo Andreas con la s alla fine in onore del grande anatomista fiammingo Andreas Vesalius nato nel 1514 e morto nel 1564». Si ferma, inspira e, tendendo l’anulare verso la donna, piegandolo all’inverso con l’altra mano come un arco, conclude: «anche mio padre è anatomista. Ecco chi sono io».

«Lo so, lo so», gli fa lei, arrendevole, «ragazzo mio. Ti conosco da quando sei nato. Oh Signore», congiunge le mani e le smuove avanti e indietro, «tuo padre era un anatomista. Capisci la differenza? Era, non è». Lo fissa sconsolata, cercando un segno, quindi sospira: «no no no», e scuote la testa, «ma siamo matti? Sapete cosa?» prosegue stizzita, fiottando al vuoto come se ci fosse qualcun altro nella stanza oltre loro due, «non è una mia responsabilità. No signori miei. Come si farà con lui non mi riguarda. Io sono vecchia e ho le cose mie da sbrigare, i miei guai». Quindi si rivolge di nuovo verso Andreas: «non potrò venir fin quassù in continuazione solo per vedere se hai dato fuoco alla casa per farti un uovo al tegamino o se ti sei ammazzato con il trattore. Come si farà si vedrà, io non ho le forze». Per alcuni istanti lo guarda muoversi sulle punte e fissare la porta della camera: «povero ragazzo», il tono della sua voce torna calmo, carico di misericordia, «dai Andreas, non star lì a quel modo. Sbrigati che dobbiamo andare, finisci di raccontare».

«Andare».

«Si, il funerale. Abbiamo il funerale, ricordi?».

«Sotto la grande quercia, sotto, come vuole lui».

«Oh no no». La donna gira gli occhi sconfortata, «non ricominciare. Dio santo, è da ieri che vai avanti con questa tiritera». Cerca di tenere la voce ben ferma e severa: «non ricominciare con quella ridicola storia della quercia», si stringe con rabbia la gonna tra le mani, «dannazione a tuo padre, alle scemenze che raccontava e alle idee che ti metteva in testa». Cercava di essere autoritaria: «lo diceva così per dire, capisci? Non pretendeva di esser sotterrato davvero nel giardino qui fuori, non era serio. E poi», si avvicina alla finestra sul retro, «la quercia è andata, l’hai vista come l’ha ridotta il fulmine? È spaccata in due», tenta di incrociare il suo sguardo, «dimmi Andreas, l’hai vista o non l’hai vista? È una stupidaggine, non si possono seppellire le persone dove a uno gli pare», scandisce lenta, «non si può. Punto e basta».

«La quercia è ferita», fa lui.

«Ecco, bravo, caso chiuso».

Andreas si strofina la testa: «chiuso».

«Su testone, finisci quello che mi stavi raccontando, se vuoi. Ma in fretta. Poi dobbiamo proprio andare».

Lui si rivolge ancora alla porta della camera, riprendendo il filo della sua storia: «Andreas è nudo sul letto. Ha freddo. È buio. C’è la luna fuori. Presente che dico? Fa un po’ di luce la luna. Entra dalla persiana», fa il gesto disegnando nell’aria i raggi con le mani, «ma è un po’ buio lo stesso». Sembra pensare, «la luna non è mica il sole». Si gratta la fronte, si tormenta le dita, tirandole e piegandole. «E poi, ecco. Arriva lui. Lui si», borbotta qualcosa di incomprensibile tra sé e sé, «lui è sulla porta. Entra da quella porta lì», indica in direzione della camera, scosso da un tremito.

«Madre di Dio. Ti vuoi dare una calmata? Ma guarda in che stato… finiamola su, è tuo padre, no? Quello che entra è tuo padre».

«È mio padre quello che entra. Proprio questo dico».

«E come lo sai che è proprio lui, Andreas?». Lei gli si avvicina, guardando prima in direzione della porta, da dove lui non stacca gli occhi, e poi verso di lui: «se è buio, come lo sai che quello sulla porta è proprio tuo padre, Andreas?».

«Andreas lo sa e basta».

«Okay, okay, vai avanti».

«È spaventato. Andreas ha paura. Quello è proprio lì», indica ancora la porta, la voce gli trema, «è fatto di sangue e nervi e vene e muscoli. Non ha la pelle. Andreas è nudo sul letto e lo guarda e vede che non ha la pelle, ma solo sangue e nervi e vene e muscoli. Come qui», prende di scatto un libro dal tavolo, lo apre e le indica una figura. «Vedi, ecco, questo dico, questo dico», batte l’indice sul libro continuando a guardare verso la camera. «Andreas tenta di urlare ma non ci riesce. Quello è sulla porta che lo guarda. Ha solo un occhio, un occhio bianco come il latte». Si indica il volto, «un occhio solo dico. L’altro non c’è. È un buco nero e fa paura». Indica in terra, «e tutto è pieno di sangue. C’è una pozza di sangue sul pavimento. È rosso e denso. È zuppo di sangue il pavimento. Impronte rosse e strisce rosse da sotto le scarpe. L’occhio è bianco e lucido», strabuzza i suoi coprendosene uno con una mano, «è tutto di fuori. Così. E da lì», indica la porta, «Quello fissa Andreas».

A questo punto lei si innervosisce: «ti avverto ragazzo mio, ehi», scandisce, «finiscila immediatamente di girare in tondo come un pesce nella boccia. Avrai un crollo di nervi, finirai con lo stramazzare a terra con le convulsioni, te lo dico io. Oh ma io non ci sarò mica a raccoglierti. Se devi agitarti a questa maniera non continuare a raccontarmi questa montagna di cretinate. Ma guardati. Povero disgraziato. Come si farà». Torna a rivolgersi al suo invisibile pubblico: «ah, ma a me non interessa. No no. Io me ne tiro fuori quant’è vero Iddio, il ragazzo ha la testa piena di stupidaggini, io vorrei proprio sap… a proposito». Rimane a bocca aperta come presa da un’improvvisa illuminazione; si gira verso di lui: «ma certo, ora ricollego, adesso ho capito. Andreas, dimmi un po’, è vero che ieri sera hai parlato con quella vecchia strega giù in paese? Mi hanno detto che vi hanno visto, tu e quella maledetta zingara. Non avevo dato peso alla cosa ma ora, ora ho capito da dove tiri fuori queste assurdità». Si fa il segno della croce, rapido e appena accennato. «Non devi parlarci con quella pazza, se la vedi scappa. È lei che ti ha riempito la testa di queste scemenze, hai capito? l’hanno cacciata via pure dalla sua tribù». Annuisce con convinzione, «ah! ma dopo vado in caserma, puoi giuraci. Che tu sia maledetta, brucia». Congiunge le mani implorando: «non posso sopportare questo strazio, Dio aiutalo». Si rifà sotto avvicinandolo, con un tono rassicurante: «ascoltami Andreas: era un sogno, lo capisci? un sogno». Gli prende il libro dalle mani e osserva quella figura: «quell’uomo nel sogno era fatto come quest’immagine?». Chiude il libro, guarda la copertina, «è un volume di anatomia di tuo padre, giusto? Non dovresti guardare certe cose, ti suggestionano, ecco i risultati. Dio che disastro».

«Di mio padre, si». Andreas si riattiva improvviso: «il libro di mio padre. Lui sulla porta è come quello. Senza la pelle. Questo dico. È lì sulla porta. Poi Andreas vede che ha un bisturi e lo tiene così, capito?» fa il gesto di impugnare qualcosa, «lo tiene nella mano, io so cos’è un bisturi. Ed ecco all’improvviso bam!» batte forte le mani, tanto che la donna sussulta, «inizia a camminare verso il letto e Andreas è lì nudo e ancora non riesce a muoversi». La voce si fa roca: «ci prova a muoversi ma non riesce. Andreas sa che lui vuole fargli delle cose cattive ma lo stesso non riesce a muoversi, non ha le forze. Dal letto fissa il bisturi che lui alza sopra la testa e Andreas vede che il bisturi brilla tutto con la luna. Quello gli è addosso, gli è proprio sopra. Dalla testa gli goccia il sangue sopra ad Andreas, il sangue cade come la pioggia sopra alla lamiera della capanna. E cade e schizza ed è spaventoso e Andreas non ha voce per urlare e non riesce a muoversi neanche quando lui inizia a tagliarlo col bisturi». Alza di nuovo la voce, concitato, con una mano sulla testa: «Andreas sente il sangue che esce, sente le lenzuola che si bagnano di sangue, è il sangue di Andreas, è caldo, ed ha paura. Lo taglia tutto da qui», si abbassa e dalla caviglia sale lungo la gamba e i fianchi, «fino al collo e poi taglia la faccia, lo taglia sulla fronte, dove iniziano i capelli e poi giù», indica dall’orecchio alla linea della mascella, dal collo alla spalla, «fino alla gamba di qua. E quando ha finito ecco cosa gli fa», con uno scatto improvviso da uno strattone all’aria, come a scrollare un lenzuolo, «gli tira via la pelle! Tutta. Andreas sente un dolore che non ha mai sentito, sente bruciare dentro il corpo e tutto brucia come il fuoco». Si muove sui piedi, quasi saltella: «allora Andreas urla, urla, ma la voce non esce mai e quello gli toglie tutta la pelle e se la mette addosso. Si mette la pelle di Andreas. Se l’appiccica addosso, e mentre lo fa si sente tutto un rumore bagnato, come quando cammini nel fango con gli stivali. La pelle di Andreas,  quello se la mette. Come una maschera». Si ferma rivolto verso la donna, per la prima volta, senza comunque guardarla negli occhi ma gettando lo sguardo appena sopra la sua testa. «Ora Andreas è quello in piedi. E quello sul letto che era Andreas ora è come l’uomo sul libro. Fatto di sangue e nervi e vene e muscoli».

Lei ha le mani giunte davanti alla bocca: «ma guardati, Dio», non aveva avuto la forza di interromperlo, «è solo un sogno, Andreas, lo capisci?» tenta di rassicurarlo, preoccupata per il suo stato, «ti prendo dell’acqua, d’accordo? Bisogna che ti calmi un po’, hai capito? E apriamo una finestra, c’è bisogno di luce ed aria».

Lo guarda bere, aspetta un paio di minuti e quando vede che si è un po’ calmato lo incalza: «tuo padre è appena morto, è successo ieri per la miseria. Ieri. È morto e i morti non vanno da nessuna parte. Ti ha voluto così bene, Andreas! Sapessi. È stata una tragedia e tu sei, come si dice, ecco, sei solo sotto shock». Mentre gli riprende il bicchiere lo osserva meglio: «ma ragazzo mio, ma che diavolo ti sei fatto sulla faccia? Ti sei grattato? cosa sono quei segni?», prova a mettergli una mano sulla spalla per girarlo in direzione della finestra aperta ma quello si ritrae scuotendo la testa. «Eh no no», fa lei posando il bicchiere nel lavandino, «bisogna proprio che qualcuno ci pensi», ha la voce alterata, «non sono in grado io, non posso sobbarcarmi questa respons…», tenta di nuovo di guardargli la faccia, «dimmi un po’, ma le pillole che ti ha dato il dottore, capito quali? le hai prese? Eh? mi fai vedere la scat…».

«Lui è qui», Andreas la interrompe, ha gli occhi sgranati, guarda verso il pavimento col terrore di chi getta lo sguardo nel vuoto di un precipizio. «È qui», ripete, «ora. Qui».

«Oh insomma, vuoi spaventarmi? Ti sei ammattito del tutto? Ti farai portare via, ecco come finirà, ci penseranno i come si chiamano, si, i servizi sociali. Vuoi che ti rinchiudano? Perché se continui a dire cretinate è proprio quello che succederà. Ti legheranno come un salame e ti porteranno via. È qui, è qui. Che diavolo stai dicendo?».

«Papà».

«Tuo padre? tuo padre è qui?».

«Questo dico».

«Tuo padre è morto Andreas, morto, fatto a pezzi, cazzo», è furiosa, «è successo appena ieri, razza di svitato», si morde il labbro per averlo chiamato così, «l’ha beccato in pieno un fulmine, proprio qui dietro, dietro il portico, ricordi? Proprio sotto alla sua grande e stramaledetta quercia, lui e quell’albero del cavolo. Prima leggeva e poi zac, morto. Ci sei?». Sta quasi urlando: «una tragedia assurda. Mi dispiace. Dispiace anche a me sai? Volevo bene a tuo padre sai? E poi quella cosa», gli si rompe la voce, «quelle bestiacce, terribile, terribile. Ma ecco com’è andata», cerca di riprendere il controllo, si asciuga gli occhi, «è andata così», continua abbassando il tono, sforzandosi di ritrovare la calma, «in fondo, pensaci: esser investiti o stozzarsi o pigliarsi un colpo o prendere un fulmine sulla testa mentre te ne stai a leggere un libro sotto ad una pianta; non è forse sempre la stessa cosa? Cosa cambia alla fine?» Fa un gesto con le mani come ad indicare due cose distinte: «un attimo ci sei e poi non ci sei più. Qui e qui. Amen. Funziona così ragazzo. Mi capisci, vero? È la vita. Vedi di ficcartelo in quella testa. Ed ora spicciati», gli fa alla fine, dura, avviandosi, «c’è il funerale, è ora di andare a seppellire tuo padre».

«Sono quel che sono».

«Lo so ragazzo, su, andiamo».

«Il funerale».

«Esatto».

***

Quando il padre stava per essere tumulato dentro al loculo di famiglia – occupato per metà dalla madre e dai nonni – Andreas, fisso al centro dell’arco formato da parenti e sconosciuti, con l’animo inquieto e lo sguardo rivolto al viottolo di ghiaia, poteva percepirne la presenza incombere sopra di loro; agitata e rabbiosa. Non era come a casa, non era una sensazione vaga, era una percezione chiara e ingombrante.

Ogni tanto qualcuno si voltava a guardarlo, con un mezzo sorriso di circostanza, fissando le strane pieghe rosse che erano apparse da quella mattina sul suo viso e chiedendosi come se la sarebbe cavata uno come lui, un mezzo scemo, da solo al mondo.

Andreas evitava qualsiasi contatto visivo. Solo di tanto in tanto alzava la testa ed osservava la nuca di chi gli stava intorno: cappellini, veletti di pizzo, forcine, capelli raccolti, ricrescite bianche e forfora leggera sulle spalle. Guardava quelle teste con attenzione, una ad una, fino a quando qualcuno non tornava a cercarlo con quello sguardo di compassione costringendolo di nuovo ai ciottoli bianchi in cui s’inabissavano, sporcandosi, le sue scarpe da festa in cuoio.

Era chiaro che nessun altro, oltre lui, sentiva quella presenza danzare nervosa sopra di loro. Il perché lo sapeva bene: lui era speciale. Speciale, non svitato. Svitato era il contrario di speciale, svitato era come dire ritardato e ritardato era una parola proibita.

La tuttofare, – cuoca, governante, tiracollo dei polli, contabile e scalda lenzuola dell’Azienda del padre, un casolare appenninico al centro del più grande querceto di roverelle del centro Italia, – aveva commesso un errore chiamandolo a quel modo. Dandogli dello svitato si era presa una libertà che il padre non le avrebbe mai permesso.

Andreas, pur non comprendendola mai davvero, ricordava bene la frase che il padre usava ogni volta per raccontare della sua nascita. Diceva che suo figlio “era un bambino bell’e perfetto, anche più d’altri, s’è per questo. Ma è nato sotto una marea sizigiale, nera e spietata. Un novilunio di infelicità”.

Andreas si divertiva sempre nel vedere le facce da baccalà delle persone a cui erano destinate.

«Sai cos’è la sizigia, Andreas?» gli chiedeva ogni volta il padre, «è quando la luna la terra ed il sole sono sulla stessa linea. Allora gli oceani si gonfiano fino ad esplodere. E pensa, la notte in cui sei nato tu non solo era una notte sizigiale, ma la luna ha anche eclissato il sole. È stata la serata più speciale di tutte le serate. E sei nato tu. Può essere un caso?».

Tirato fuori con un forcipe al culmine di una notte d’urla e complicazioni, strappato per un pelo all’emorragia che aveva ucciso la madre, Andreas era quel che era. «Sei quel che sei e non te ne dovrai preoccupare mai. Va bene come sei».

Sono quel che sono. Così, alla fine, rispondeva a tutti quelli che con lui usavano qualche parola proibita.

Già al tramonto di quell’eclisse il padre aveva deciso di abbandonare l’insegnamento e di ritirarsi fin lassù, nella grande Azienda di famiglia, tra libri d’anatomia da scrivere e faccende da sbrigare per tirare avanti.

Andreas era cresciuto a quella maniera: felice ed immune ai disastri della vita, sempre dentro agli occhi del padre, protetto da centinaia di possenti querce secolari che aveva imparato ad amare, conservare e curare meglio di chiunque altro.

Sono quel che sono. Sono speciale. E solo quelli speciali possono sporgersi per guardare oltre.

Ecco perché qualunque cosa fosse divenuto suo padre, – un’eco della carne, gli aveva detto la zingara, la sera precedente, a denti stretti – lui poteva ancora percepirlo. Lì, nel cimitero, lo sentiva sbattersi irrequieto sopra le loro teste, agitarsi tra la cinta di quelle vecchie mura gremite d’ossa; lo sentiva mentre disegnava traiettorie simili agli archi acuti dei pipistrelli, mentre sfiorava le croci delle cappelle scuotendo i drappi del prete; lo sentiva mentre mulinava senza pace dentro a quell’alveare di tombe, perso come una belva si perde dietro alla sua coda.

***

«Io e te siamo uguali, sa, mro rakló. Noi speciali. Soli in mondo, soli thaj speciali. La ğené, come dite voi, la gente. La gente parla parla e parla», fa il gesto del bla bla con una mano, «ma loro stupidi. Ciechi. I gağe, puah», sputa in terra, «i gağe sono schifo. Loro odiano chi è speciale, sa. E tu sai perché? Loro hanno paura».

Andreas ne sente il fiato e un odore come di bollito addosso.

«Hanno paura, mro rakló, paura di noi», ride sdentata indicando entrambi, «capire?».

La stretta al suo braccio – la stessa stretta con cui l’aveva tirato via dal marciapiede trascinandolo nella penombra del vicolo, – non accenna ad allentarsi e Andreas, senza fiatare, le fissa impietrito il naso e la pelle butterata.

«Capisci o no, mro rakló?». Lo stringe ancora di più e lo tira verso di sé, quasi bisbigliando. «Tuo padre io so è morto, ma no è morto come altri morti. Io e tuo padre amici, sa. Molto».

Da così vicino Andreas si accorge di un ulteriore odore, appena percettibile, qualcosa di oscuro e indecifrabile, un sentore flebile che sa di antico e selvatico.

«Tuo padre non è morto, ma tu questo tu lo sa. Tu senti. L’eco della carne smania. Mi ascolti mro rakló? quando fulmine colpisce la terra si apre porta tra vivi e morti. Come un ponte, sa», gli dice sibilando e sbuzzando saliva, «tuo padre non è andato di là, è, come dite, è rimasto nel centro, sa. Lui torna mro rakló, lui torna, tu sa, io aspetto», lo indica, «e lui usa te per tornare, tu speciale, tu sei magia che serve lui». Quindi infila una mano nella tasca del suo grembiule e svelta gli passa un pollice sulla fronte.

Andreas, paralizzato, fa in tempo a vedere l’unghia sporca, la pelle grinzosa della mano e, prima di rendersene conto, ha la fronte unta. Fa per toccarsela ma lei gli afferra il braccio e lo tira in basso avvicinandosi al suo orecchio: «senti? È qui, sa. Lui forte. Lui…», lo guarda e mostra i denti, «lui mangia te».

***

«Andreas con la s alla fine in onore del grande anatomista fiammingo Andreas Vesalius nato nel 1514 e morto nel 1564. Anche mio padre è anatomista».

«So bene chi sei Andreas. Forse non ti ricordi di me, ma io ti conosco da quando eri alto così. Mi sembra ancora di vederti, le domeniche d’estate, su al lago, a pesca con tuo padre».

«Mio padre».

«Tuo padre, si».

«Io voglio bene a mio padre».

«Certo che gli volevi bene. Tutti noi gli volevamo bene, Andreas. Tuo padre era un uomo molto stimato e rispettato. Per questo non comprendiamo quello che è accaduto, mi capisci?». L’uomo si sistema meglio sulla sua sedia. «E vogliamo bene anche a te. Per questo ci preoccupiamo. Tutti qui in paese si preoccupano per te», si fa avanti sulla scrivania, poggiandoci i gomiti, lo osserva: «ma cosa ti è successo alla faccia?».

Andreas guarda in terra e strofina con forza l’indice delle mani sull’incavo del pollice.

«Ti ha visto un medico? È un eritema? Cosa dice?».

Andreas fa cenno di si con la testa, senza alzare lo sguardo.

«Va bene, va bene. Allora, andiamo avanti. Sai perché sei qui, Andreas? Sai perché ti ho fatto venire qui da noi?».

«Andreas non ha fatto nulla».

L’uomo sorride calmo: «qui nessuno sta dicendo che tu hai fatto qualcosa», scarta un gomma e inizia a masticare rumorosamente, «perché tutti sappiamo che Andreas non ha fatto nulla di male, non è forse così?».

«Tu sei un poliziotto».

L’uomo ride, «si, è vero, sono un carabiniere. Ma sono anche un amico, sono soprattutto un amico, non è forse vero che siamo amici?».

«Amici».

«Si Andreas, amici. E gli amici sono sinceri, non è così che funziona? Che amici saremmo altrimenti?».

«Non si dicono le bugie, questo».

«Esatto Andreas: gli amici non si dicono bugie. Quindi, e bada che te lo sto chiedendo proprio da amico, Andreas, dimmi la verità: dov’è tuo padre? dov’è il corpo di tuo padre?»

«Mio padre».

«Esattamente». Il tenente alza il tono della voce: «hai riesumato tu il suo corpo? Hai fatto tutto da solo o ti ha aiutato qualcuno?».

Andreas si guarda alle spalle, quindi torna a fissare il pavimento, senza dir nulla.

«Sai cosa vuol dire riesumato, vero?».

«È qui».

«Chi è qui, Andreas?».

Si agita sulla sedia, «mio padre».

«Tuo padre è qui?» L’uomo smette di masticare, «intendi in questa stanza, con noi due?».

«È questo che dico».

Il tenente lo guarda calmo e sconsolato, quindi con l’interfono chiama un collega: «porta dell’acqua».

***

Dopo il funerale, rifiutando di esser ospitato o anche solo accompagnato da qualcuno, Andreas era tornato al casolare con il suo Ape, al crepuscolo, dopo aver elargito a testa china decine di grazie ad altrettante condoglianze offertegli.

Quella sera stessa, in bagno, mentre era sotto la doccia, aveva capito che le cose sarebbero andate esattamente come la zingara gli aveva predetto: suo padre era in giro, era in giro e lo aveva fiutato.

Non il corpo, non ancora, ma la sua essenza era lì: una primordiale forma effimera, – l’eco della sua carne, – un effluvio fuoriuscito dallo zinco della bara che si era insinuato nella sua testa usando per gancio un frammento di un lontano ricordo, un’immagine familiare senza coordinate, un sapore dell’infanzia. Come un paradosso era proprio la consapevolezza di quella presenza che nutriva la presenza stessa, mutandola in una forma sempre più concreta. E più corpo acquisiva più Andreas la percepiva nutrendola.

***

«I fantasmi non esistono». Il tenente aveva sputato la gomma nel secchio sotto alla sua scrivania, ora aveva una tazza in mano, «tu lo sai questo, vero Andreas?».

«Lui è qui. Questo dico».

«E dove, allora», gli fa spazientito, guardando il suo collega, in piedi vicino alla porta, «dimmi dove perché io non vedo proprio nulla».

«Tu non puoi».

«Mi pare troppo facile così. E perché no? Ci terrei molto, sai, vorrei proprio vederlo».

«Come una larva. Ecco, questo dico, sai, ecco, una larva».

«Una cosa? Ma che diavolo stai… ascoltami ragazzo, fermati. Ti sono amico, va bene. Ma l’hai detto anche tu,  sono pure un carabiniere. Capisci? Cosa devo scrivere nel rapporto? Che tuo padre è risorto come nostro Signore?? La lapide spaccata, la bara aperta, l’assenza del corpo… Andreas, ascoltami per davvero. Ultima chiamata. Questa è la tua ultima occasione. Io sto cercando di aiutarti ma tu devi dirmi dov’è il corpo di tuo padre, e me lo devi dire ora. Dove l’hai messo?».

«Posso andare ora?».

Il tenente sbuffa e si lascia andare sullo schienale, «senti cosa ti dico: sono stati giorni duri. Il modo in cui tuo padre è morto, quelle bestiacce che lo hanno deturpato, tu che rimani solo. Ti capisco Andreas, devi credermi, nessuno te ne farà una colpa, sei confuso e spaventato. Dicci dov’è il corpo e ti promettiamo che non ti accadrà nulla», fa un gesto con la mano, «finirà qui».

«Posso andare ora? Questo dico».

L’uomo tira indietro la sedia e si alza di scatto, irritato, «okay, vai, vai, vai, cazzo. Se vuoi così. Mi dispiace Andreas», lo indica minaccioso, «questa storia non finirà bene». Fa un cenno al collega con la testa, «portalo fuori, e poi torna che devo parlarti».

Al ritorno di quello il tenente lo guarda sconsolato: «andiamo su al casolare», gli dice, «appena ci arrivano le carte per procedere andiamo in Azienda, di gran carriera. Chiama per sollecitare. Quel povero idiota ha detto a tutti che il padre voleva esser sotterrato sotto la quercia, secondo me lo troviamo proprio lì sotto. E se non l’ha ancora sotterrato sarà da qualche parte in giro per l’Azienda. Poi ci penseranno i servizi sociali a farlo rinchiudere, noi sigilliamo tutto e chiudiamo questa cazzo d’assurda faccenda».

«Poveraccio».

«Già».

«Ma l’hai visto? ma cos’ha sulla faccia? Sembra una pizza».

Il tenente fa segno con l’indice sulla tempia, «è andato. Secondo me non è uno sfogo, secondo me si gratta fino a sanguinare. Una cosa nervosa. La testa sai, un mistero. Dopo sento il medico cosa ne pensa, se domani è il caso di…», fa il segno della sirena, «…andare su con chi gli può dare supporto. E magari qualche sedativo».

***

Da sotto la doccia, col bagno saturo di vapore, Andreas l’aveva vista. La sensazione che si era portato a casa dal funerale era mutata di nuovo, acquisendo una forma precisa ed evoluta, senza possibilità d’inganno. 

Aveva spannato il vetro della cabina attirato da un’ombra vaga e scura che si riverberava sulle gocce di condensa che precipitavano lungo il cristallo; aveva strofinato la mano con lentezza, con il soffione della doccia a piangergli addosso e la bocca spalancata dall’incredulità, meravigliandosi di non provare tutto il terrore che avrebbe dovuto. Si era affacciato dal box, si era passato una mano sugli occhi e l’aveva vista lì, inequivocabile, immobile, al centro del bagno.

Risparmiata dalla bruma dei vapori la presenza era un non corpo, un confine da riempire, una figura dalla forma umana creatasi per sottrazione.

Andreas l’aveva fissata rapito: i contorni erano delimitati dalla caligine della nebbia calda, un profilo al cui interno non c’è che assenza, come se un uomo fosse sparito nel nulla impressionando lo spazio che aveva appena abbandonato.

«Papà? Sei tu?».

***

Aveva ritrovato il corpo del padre non molto distante dalla grande quercia: annerito, ustionato ed in parte divorato. Qualche bestia l’aveva trascinato fin sotto l’ombra scura del querceto, più di venti metri più in basso, e lì aveva banchettato con l’uomo.

Quando Andreas l’aveva trovato la prima cosa che aveva notato erano stati gli occhi. Uno era lievemente rientrato nell’orbita, come la testa di una tartaruga, mentre dell’altro non c’era traccia. Al suo posto era rimasta un’orrenda cavità nera.

Andreas non aveva capito subito quel che era accaduto, non era riuscito ad interpretare quello che aveva davanti. Si era avvicinato, era rimasto ad un metro di distanza, ipnotizzato da quell’occhio che lo fissava, dalla posa innaturale del padre, dalla sua immobilità e dal sangue. Aveva provato a chiamarlo, più volte. Solo diversi minuti dopo era riuscito a scuotersi ed era corso verso il casolare, in affanno, inciampando, per chiamare la tuttofare e sommergerla in un mare di parole confuse e deliranti.

***

Il medico legale apre la cella frigorifera ed estrae il corpo. «Non è un granché, come spettacolo», dice al tenente mentre afferra il lembo del lenzuolo che copre il corpo.

«Devo», gli fa quello.

Il medico, sovrappeso e trascurato, dopo aver tirato via il lenzuolo con un gesto rapido e secco, si ferma dando il tempo al tenente di abituarsi a quella vista.

Nel silenzio giunge dall’altra stanza una musica calda e meravigliosa, un canto nostalgico e languido.

Il militare sente quel suono. Vede la pelle smembrata e ricucita grossolanamente, nuda, pallida di neon, monca e deturpata. Sente gli odori chimici, l’alcool e la formalina. Vede l’acciaio freddo del lettino, gli scoli che gocciolano ed ha una vertigine, chiude appena gli occhi, strizzandoli. Respira a bocca aperta.

«Gliel’avevo detto», gli fa il medico, a cui non era sfuggita quella reazione.

«Cos’è questa musica?». Gli chiede il tenente.

«Omara Portuondo, la conosce? Mi fa compagnia, sa, mi ricorda le cose belle della vita».

«Può spengerla?».

Il medico si trascina deluso verso l’altra stanza, «come vuole lei».

Ritorna con un sigaretto acceso.

«Quindi?» gli chiede il tenente.

«Allora, come vede ci sono chiari segni di folgorazione. Qui», indica il corpo con una specie di penna, «abbiamo cute ustionata e bruciature molto profonde. Ah, se vuole nel cesto laggiù ci sono i vestiti. Inceneriti. Inoltre, come avviene sempre in questi casi, le scarpe sono state strappate dall’interno».

«Dall’interno?».

«Si la corrente attraversa il corpo e si scarica a terra, quello è il punto con più calore ed energia. Guardi i piedi: due tizzoni».

«Quindi un fulmine».

«Uno bello forte. Ha colpito l’albero e poi l’uomo, una saetta laterale». Si ferma tira dal sigaretto e fissa il tenente prima di riprendere, «sul fianco destro invece, eccoli, ci sono i segni di diversi morsi, le viscere…», fa ancora una tirata guardando il militare, «sono fuoriuscite in buona parte. Il fegato, polmoni, quasi totalmente mangiati. Ha infilato il muso qui dentro» indica la cucitura sul fianco.

«Esattamente chi? Riusciamo a capirlo?» Chiede il tenente.

«Un lupo. Una bestia bella grossa. Grossa e affamata. Vede? il braccio sinistro è stato masticato, ecco i segni dei denti. L’omero è stato spolpato». Si abbassa sul corpo e infila la penna nella cavità orbitale: «un occhio è assente, non è stato ritrovato. Abbiamo poi innumerevoli segni e ferite da artigli, come qui e qui».

Il tenente, che vede il fumo dell’uomo avanzare dentro il cratere dell’occhio, si gratta la testa infastidito, «spero sia morto per il fulmine».

«Probabilmente si. Quando è stato attaccato era già morto a causa della folgorazione».

«Un lupo, che cazzo». Ripete il tenente.

«Da queste parti ce ne sono sempre di più. Lei lo sa. La fame li spinge vicino alle case isolate».

«Una morte terribile».

«Senta tenente, io non sono un sentimentale, è un lusso che non posso permettermi, lei capisce. Ma se serve a, come dire, a far star meglio qualcuno, a consolare, posso scrivere che probabilmente era già morto. Ma non ne ho la certezza, forse era in fin di vita».

«Quando ti inizia a mangiare un lupo se sei morto o in fin di vita fa tutta la differenza del mondo».

Il medico spenge il sigaretto, «Finiamola qui tenente, non posso avere certezze. Ho buone ragioni per pensare che quando quella bestia si è avventata sul corpo lui fosse già morto. Quindi non ha sofferto, cioè, a parte la folgorazione. Migliaia di Ampere non sono divertenti. I muscoli si irrigidiscono, e il cuore, sa, il cuore fa lo stesso che fanno gli altri muscoli, non ne esci mica. Mai vista una cosa simile in tanti anni, mai».

***

Andreas ciondola in accappatoio dentro alla sera, per le stanze del casolare vuoto, con l’inquietudine che gli si appiccica addosso. Ha il passo calmo e si muove immerso in uno stato di torpore e rassegnazione senza increspature.

Non ha dubbi: quella cosa che ha visto nel bagno è  il padre. Non ne ha paura, sente il suo respiro accompagnare i propri passi, lo sente dietro alla sua spalla, vede la sua ombra allungarsi sopra la sua ad ogni passo, ad ogni respiro.

***

«Non può seppellirlo qui», gli dice il tizio delle onoranza funebri ridendo incredulo e nervoso, «mi sta prendendo in giro? Vero?».

«Mio padre lo diceva. Una buca si, diceva Andreas, questo posto qui. Mettimi qui, sotto l’ombra della nostra grande quercia. Così, una buca e via. Questo che dico».

«Non si può», il tizio scruta Andreas cercando di capire cosa abbia che non va e fino a che punto sia suonato, quindi cerca di incrociare lo sguardo con la tuttofare, che sta parlando qualche metro più in là. «Signore, forse era un modo di dire, ci ha pensato? forse suo padre voleva dire che amava molto quel posto che ci sarebbe voluto rimanere per sempre, tutto qui».

«Questo diceva. Proprio».

«Senta, è inutile anche discuterne, non si può per legge, capisce?» cerca ancora con lo sguardo la tuttofare, «lei si immagina signore cosa accadrebbe se ognuno sotterrasse i propri morti dove gli pare e piace?».

***

La calce è tirata. Nato il. Morto il.

Quando Andreas raggiunge il cimitero l’alba è ancora una reminiscenza gelata oltre la linea delle montagne. Tutto è immerso nell’inchiostro della notte e sotto quella volta nera le luci votive sono le sue stelle; i fiori delle tombe, rinvigoriti dalla brina notturna, sono i bagliori di lontani accampamenti.

La presenza del padre, come un leggero velo che qualcuno ha perso passando di corsa sul selciato, posa la sua sottile ombra d’alabastro sulla terra, riempie le orme di Andreas.

Con poche picconate il ragazzo spacca il cemento e tira via la bara. «Ho capito» dice alla presenza, mentre riprende fiato, «ho capito, questo dico. Ce la metto tutta, vedi?».

Rompe la saldatura di zinco e, con un ultimo sforzo, si carica il corpo sulle spalle lasciandolo cadere appena fuori dal cimitero, sul pianale del suo Ape.

Ha il fiatone. È spossato, il viso in fiamme.

Appoggiandosi allo sportello guarda in alto, alle pance delle nubi che prendono forma dipinte dal chiarore d’oriente. Deve sbrigarsi.

Sale sull’Ape grattandosi la fronte a causa del prurito insopportabile. Si specchia e nota schifato che i segni che ha sul volto si sono irritati, ora appaiono come ferite infette, gonfie e gialle.

Appena arrivato al casolare, col sole che ormai inizia a spuntare arrossando il cielo, Andreas tira giù il padre dal pianale, lo piega con la testa tra le gambe – non senza sudare a causa del rigor mortis – e lo infila dentro al grande forno in muratura da giardino: Gli da fuoco.

Lo brucia.

Quando gli telefonano dalla caserma, chiedendogli se può recarsi presso i loro uffici, dato che il tenente voleva informarlo di alcuni incresciosi fatti sopraggiunti durante la notte, è ormai mezzogiorno e del padre non è rimasto nulla, se non cenere.

Al ritorno dalla caserma Andreas mette dell’acqua in una grande marmitta, di quelle per la conserva dei pomodori, e vi accende sotto un fuoco da campo. Quando l’acqua inizia a bollire ci versa un impasto – a base di farina, solfato di rame e resina – che ha preparato durante la notte e che ha imparato a comporre nei tanti anni di cura alle piante dell’Azienda.

Aspetta qualche minuto e aggiunge al composto anche le ceneri del padre.

«Ci siamo», dice continuando a mescolare per quasi un’ora, piano, il composto sempre più colloso.

«È quasi pronto».

***

Verso sera, quando il chiarore del sole sta per esser ingoiato dall’altra parte dell’orizzonte, Andreas ha finito il suo lavoro.

Sporco, esausto, appiccicoso e con il fuoco sulla faccia, si spoglia completamente e si sdraia nudo nel letto.

È calmo, è pronto.

Porta le mani al viso ed infila le unghie, sporche di terra, nella ferita che ha sulla fronte. Muove le dita,  la apre, si fa strada tra il pus che gronda sulle tempie.

È il momento di schiudersi.

Quando le dita sono ben infilate sotto la pelle, aiutandosi con i pollici, Andreas inizia a tirarla verso il mento staccandosi la faccia come una maschera in lattice.

Vede il rovescio di sé.

Vede i filamenti di membrane appiccicosi, pallidi e pellucidi, staccarsi e penzolare dallo strato di carne irradiato di vene blu e di grumi di grasso.

Vede il volto venir via senza dolore, perché la sua pelle è morta. È materia morta, è solo una muta.

Andreas, con la faccia penzolante da una parte, allunga una mano e si tocca il suo nuovo viso, accarezza con l’indice il suo nuovo profilo, la nuova pelle, morbida e viscosa.

Nessuno vuole davvero prendersi la pena di credere ai morti che tornano, eppure, in qualche maniera, i morti tornano sempre.

«Ciao papà».

***

I carabinieri arrivano al casolare a notte fonda. Provano a suonare e non ricevendo risposta decidono di entrare. Girano piano intorno alla casa immersa nel buio e raggiungono il portico sul retro, dove il tenente nota con stupore che la grande quercia è stata riparata.

«Quel pazzo l’ha medicata», dice tra sé mentre punta il faro portatile verso l’albero.

Il tronco, che a causa del fulmine si era aperto spaccandosi in due, ora è in trazione. Riportato nella sua posizione originale.

Il tenente si avvicina e osserva da vicino la corteccia.

Lo squarcio è meticolosamente cucito grazie ad una corda di juta che si incrocia attraverso dei fori eseguiti lungo il taglio.

«Come una cicatrice», bisbiglia mentre nota che dalla cucitura cola una sostanza viscida e opaca. La tocca: è appiccicosa, gommosa e con una certa elasticità. La stessa sostanza collosa è stata usata per riempire completamente l’interno della pianta, fino al colmo.

«Ma che…».

Il tenente si appoggia pensieroso alla quercia proprio nell’istante in cui il fascio di luce della sua torcia si spenge.

Mentre la scuote ed impreca cercando di riaccenderla, dalla casa li investe una specie di ronzio.

Tutti si fermano in ascolto.

All’inizio è come una vibrazione bassa che si muove sotto i loro piedi. D’improvviso, come un’esplosione, si tramuta in un terrificante e disperato urlo che si prende tutta la notte.

Tutti si girano di scatto piegandosi leggermente sulle ginocchia. Le loro teste, d’istinto, si incassano nelle spalle per lo spavento.


Claudio Conti è nato a Roma nel 1972 e da vent’anni vive nelle Marche dove, mentre disegna tubi, sogna di scrivere. Ha terminato una raccolta di racconti ed un suo romanzo inedito è stato segnalato al Premio Calvino 2018. Suoi racconti sono o saranno pubblicati su Pastrengo, Tre Racconti, inutile  e Carie. Ama il Black Metal, Boris Vian, Kaufman, Salinger, Gumball e il pollo della rosticceria.

1 comment on “La Larva

  1. Complimenti, Andreas ricorda Antigone in veste moderna, quasi cinematografica. Intenso e immediato, complimenti ancora.

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