La letteratura del complotto, da Pynchon a QAnon

Da Pynchon a Ballard, c’è una struttura narrativa costante che si ripete nello stile paranoico e nelle narrazioni complottiste e che può aiutarci a capire e interpretare fenomeni di complottismo reale come QAnon.


In copertina e lungo il testo opere di emil bisttram

di Tommaso Guariento

 

Lutto, spirale, rivelazione

La sua assenza diventa allora, in qualche modo, l’essenza. Sua madre una volta aveva detto che quando ci fu l’impatto del secondo aereo, il dispiacere di Win, la sua mortificazione personale e professionale per quanto era accaduto al perimetro forzato così facilmente e con risultati così atroci, dovevano essere stati tali che lui, per protesta, aveva cessato di esistere. Cayce non ci crede, però ora si ritrova comunque a sorriderne. «Buonanotte» dice all’oscurità” (William Gibson, L’Accademia dei sogni)

Comunque sia, loro la chiameranno paranoia. Loro. O casualmente, e senza l’ausilio

dell’LSD o di altri alcaloidi indolici ti sei imbattuta in una ricchezza segreta e una nascosta densità di sogno; in una rete mediante cui un numero X di americani comunica davvero riservando le menzogne, le recite di prammatica, gli aridi tradimenti della miseria spirituale, al sistema ufficiale di distribuzione del governo; forse anche in una vera alternativa alla mancanza di uscita, all’assenza di sorprese nella vita che martoria le menti di tutti gli americani che conosci, e anche la tua, bambola, è una tua allucinazione” (Thomas Pynchon, L’incanto del Lotto 49)

Quale codice a puntini si poteva recuperare da tutto questo? […] Qualcosa, mi dissi con una sicurezza che non riuscivo a spiegare, come non riuscivo a farlo allora, ma che comunque – forse proprio per questo – sembrava del tutto ineccepibile… qualcosa sarebbe successo se andavo a Staten Island. Non sapevo che cosa; ma qualcosa […] Qualcosa non è niente, anche se non è tutto” (Tom McCarthy, Satin Island)

Vi è una struttura narrativa costante che si ripete nello stile paranoico e nei noirs: la maggior parte delle storie è caratterizzata da una sequenza di tre momenti, che ho qui chiamato lutto, spirale, rivelazione. Funziona all’incirca così: il/la protagonista subisce una perdita (morte di un familiare, separazione, evento traumatico), che lo/la fa piombare in uno stato paranoico, nel quale si sviluppa la trama vera e propria, ovvero la ricerca degli indizi connessi alla perdita (un omicidio, una cospirazione); infine, il mistero svanisce, si ritorna alla Vita Reale, col sospetto che tutta la discesa agli inferi delle indagini non sia stato solamente un brutto sogno. Ho denominato ‘spirale’ la fase centrale della struttura narrativa a partire delle ricerche di W.J.T. Mitchell, citate in un precedente articolo, sulla cultura visiva del paradigma indiziario. Abbiamo visto che il crazy wall è la forma simbolica centrale di questo paradigma, ma v’è n’è un’altra, altrettanto importante, la spirale. Essa rappresenta il collasso cognitivo e narrativo di un’impalcatura logica precaria e paranoica. In altre parole, il crazy wall, con la sua struttura cartografica e l’imperativo di ‘connettere tutti i punti’ viene risucchiato da un vortice semiotico, che si lega con la perdita iniziale. L’indagine, e la follia che ne consegue, sono tentativi fallimentari di colmare quel vuoto con una costruzione immaginaria. Troviamo la spirale in La donna che visse due volte di Hitchcock, in Pi. Il teorema del delirio di Darren Aronofsky e, nella sua manifestazione più dirompente, nel manga Uzumachi, di Junji Ito. Nel film di Hitchcock, che involve anche il lutto iniziale (l’omicidio della moglie del cliente del detective), la spirale rappresenta l’espressione visiva delle vertigini causate dell’acrofobia del protagonista, in Pi è la visualizzazione di una formula matematica (la sequenza di Fibonacci) che il matematico Max Cohen ricerca nei mercati finanziari e nella Torah; in Uzumachi è un pattern ricorrente che ossessiona e perseguita gli abitanti di un piccolo villaggio. La spirale è quindi un simbolo della ricerca di indizi e della progressiva caduta del/della protagonista in un delirio paranoico.

La spirale, è inoltre è il simbolo stesso dell’occulto pedophile ring al cuore delle vicende della prima e della terza stagione di True detective. È uno dei primi indizi che il detective Rust Cohle individua sul corpo di una vittima di RSA, e ricompare costantemente, tracciato nei muri, o sotto forma di allucinazione visiva. Nella sua ricostruzione della genealogia del Pizzagate e di QAnon, Wu Ming 1 evidenzia il ruolo determinante di True detective nella rievocazione del satanic panic degli anni ’80.

 

L’RSA riemerge nella cultura pop nel 2014 con la prima stagione della serie tv True detective […] La trama si incentra proprio su abusi rituali, compiuti da una rete di pedofili collegata al mondo politico, con riferimenti al (fittizio) governatore della Louisiana. Non è da escludere che proprio il successo di True detective possa aver favorito il collegamento tra RSA e ambienti politici. Collegamento poi diventato automatismo, quasi una sinapsi culturale (Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla)

I quattro romanzi che ho scelto di analizzare per mostrare la struttura lutto-spirale-rivelazione non contengono casi di abuso rituale o di satanic panic, ma costituiscono dei capisaldi dello stile paranoico in letteratura. Il primo, L’incanto del lotto 49 è forse l’esempio più noto di romanzo postmoderno. Oedipa Maas, l’ineffabile protagonista californiana, eredita i vasti possedimenti di un palazzinaro implicato in losche macchinazioni con la mafia, Pierce Inverarity (lutto). Al centro della cospirazione che impregna le pagine del romanzo sta il cosiddetto ‘Tristero’, un corno da postiglione, simbolo di una vasta e centenaria rete postale privata che transita dall’Europa alla California (spirale). Il simbolo appare casualmente nel corso di conversazioni, in una collezione di francobolli, in un’opera teatrale giacobita, o come nome di un’assurda associazione di ‘innamorati anonimi’. Oedipa non ha l’aspetto del classico detective da film noir – per quanto sia difficile ricostruire una figura completa dalle frammentarie descrizioni – è una giovane hippie, che inciampa involontariamente in tracce e indizi attraverso incontri completamente casuali. La rivelazione del Tristero non è mai compiuta, ma nelle ultime pagine Oedipa si rende conto che tutta la vicenda potrebbe essere frutto di una sua allucinazione (rivelazione). Pubblicato nel 1965, il libro è impregnato di elementi cospirativi legati all’ossessione per i testi dei Beatles, la morte di Kennedy e la cultura psichedelica.

In Europa [Tristero] aveva contrastato il servizio postale Thurn und Taxis:

[…] il suo simbolo era un corno da postiglione con sordina; […] prima del 1853 era apparso in America e aveva combattuto contro Pony Express e Wells, Fargo, nelle sembianze di banditi nerovestiti o indiani; […] sopravviveva ancora oggi in California, operando come via di comunicazione per individui di orientamento sessuale eterodosso, inventori convinti dell’esistenza del Diavoletto di Maxwell, forse suo marito Mucho Maas […] O Tristero esisteva veramente, o era una congettura — forse una fantasia di Oedipa, cosi ossessionata e permeata del tutto dall’eredità del morto (Thomas Pynchon, L’incanto del Lotto 49)

L’Accademia dei sogni di William Gibson può essere considerato una riscrittura de L’incanto del lotto 49 in chiave cyberpunk. La protagonista, Cayce Pollard, è una ‘cacciatrice di tendenze’ che lavora per un’agenzia di marketing, la Blue Ant. Cayce è afflitta da una particolare forma di logofobia: la visione di una marca la fa piombare in uno stato di ansia e paura. Questa menomazione è però connessa con una sua particolare ‘dote’, ovvero quella di saper tracciare il valore iperstizionale delle tendenze subculturali emergenti. Cayce è inoltre ossessionata un fenomeno underground che si è diffuso in un forum online: delle strane sequenze cinematografiche bellissime ed astratte di cui non si conoscono la provenienza e l’autore. Il ceo dalla Big Ant, Hubertus Bigend, chiede a Cayce di indagare sull’origine delle sequenze, per trasformare quell’oscuro fenomeno di culto in un marchio commerciale. Ambientato fra l’Inghilterra, il Giappone e la Russia, L’Accademia dei sogni è un neo-noir che ruota attorno alla bolla delle nuove tecnologie di produzione e comunicazione online e alla geopolitica post 11 Settembre. Il padre di Cayce, Win Pollard, è stato responsabile della sicurezza delle ambasciate americane al tempo della guerra fredda, ed è scomparso nell’attentato alle Torri Gemelle (lutto). Alla fine del romanzo si scoprirà che le sequenze erano state prodotte in Russia, con l’aiuto di un oligarca e la collaborazione del CEO della Big Ant. Cayce è stata contattata non tanto per scoprire chi avesse prodotto le sequenze, ma per verificare la sicurezza della loro criptazione. Al cuore del romanzo sta l’apofenia di Cayce, che ha ereditato dal padre e dalla madre (spirale). Dopo la morte di Win, infatti, la madre cerca disperatamente indizi della sua scomparsa nei fenomeni delle voci elettroniche, mentre Cayce s’immerge nella decifrazione delle sequenze. Nelle scene finali del romanzo, in un dialogo serrato fra l’oligarca russo, Bigend e Cayce viene rievocato il fantasma del padre, noto ai servizi segreti russi, e punto di contatto fra i personaggi della storia (rivelazione).

Così come accadeva nell’Incanto del lotto 49, ne l’Accademia dei sogni è una morte ad innescare le indagini e la scintilla paranoica. Là, il riferimento erano le conspiracy theories legate all’assassinio di Kennedy, e successivamente alla falsa morte di Paul McCartney, qui, il lutto per la scomparsa del padre di Cayce è assimilato al lutto globale per gli eventi dell’11 Settembre con tutte le storie sulla pianificazione dell’inside job. Un ulteriore elemento che rende interessante l’Accademia dei sogni è il ruolo di incubatori svolto dai forum online. Questa sovrapposizione di fenomeni subculturali e marketing anticipa la crescente importanza della cultura memetica di imageboards come 2chan e 4chan, e di alternate reality games come Cicada 3301.

L’insieme delle sequenze diventa in un certo senso polifonico. Poi c’è la sensazione che stia andando da qualche parte, che accadrà qualcosa. Che cambierà […] È impossibile da descrivere, ma se le segui per un po’ di tempo, cominciano a coinvolgerti. È un effetto incredibilmente potente se si pensa che è indotto da una durata effettiva sullo schermo così breve […] forse è un effetto della ripetizione. Forse hai guardato questa roba per così tanto tempo che ci leggi quello che vuoi. E hai parlato con altre persone che hanno fatto lo stesso.» «Ho cercato di convincermene. Volevo crederlo, perché così magari sarei riuscita a lasciar perdere. Invece torno indietro e le riguardo, e c’è quella sensazione di… non lo so. Di un’apertura su qualcos’altro. L’universo? La narrazione?» (William Gibson, L’Accademia dei sogni)

Pubblicità e violenza

Il terzo romanzo che ho preso in considerazione, Satin Island di Tom McCarthy è un esempio paradigmatico di theory fiction, genere letterario che eredita e aggiorna lo stile post-moderno. Il protagonista, U., è un antropologo aziendale che lavora ad una ricerca per il misterioso progetto Koob-Sassen. Normalmente i compiti di U. concernono la ricerca etnografica a scopo di marketing: comprendere, con i mezzi dell’antropologia e della critical theory, come esprimere il senso profondo di un prodotto. Il suo metodo è identico a quello di un detective improvvisato: lavora su un crazy wall che, nel progresso dell’indagine, si trasforma in una relazione compiuta da presentare ai clienti ed in conferenze accademiche. Il progetto Koob-Sassen nel quale viene coinvolto è astratto, ambizioso, onnicomprensivo, vago e invisibile. Si tratta di una specie di piattaforma globale, un’ “architettura di rete” che ha la funzione di mappare e individuare i pattern del comportamento degli esseri umani. U. deve stilare una Grande Relazione, ma il compito si rivela arduo e dispersivo. I dati da considerare sono troppi, e finisce per divagare su minuzie irrilevanti e abbandonare il metodo strutturale di Lévi-Strauss e la forma monografica di Malinowski. È ossessionato da una vicenda legata alla misteriosa morte di un paracadutista, e cercherà di studiare la rete cospirativa che ha portato alla manomissione della sua strumentazione. Quest’ossessione si sovrapporrà alla composizione della Relazione, ma il risultato sarà nuovamente fallimentare. Infine, avverrà una specie di rivelazione onirica: sognerà di recarsi in un battello a Staten Island, dove si produrrà l’Evento in grado di conferire un senso ultimo alle sue ricerche.

Anche in questo caso, la sequenza lutto-spirale-rivelazione è rispettata: l’incidente del paracadutista si mescolerà, narrativamente, ad altre due vicende: la progressione del cancro di un suo collega e la rivelazione, da parte della sua ragazza, di essere stata oggetto di violenze nel corso della repressione poliziesca al G8 di Genova. La costruzione della Relazione è l’espressione dell’espansione della spirale, che continua ad ampliarsi e a disfarsi sino a confondersi con la realtà. L’ultimo capitolo del libro è un tentativo di svelare la vera natura del progetto e della relazione: l’aspettativa di qualcosa di enorme e mistico, che, ancora una volta, si rivelerà inconcludente.

Avevo cominciato a sospettare – anzi me ne ero convinto – che quella Grande Relazione fosse impossibile da scrivere, da inquadrare, da realizzare: per farla breve, in qualsiasi forma ibrida, su qualsiasi mezzo o supporto, impossibile da scrivere. Non solo da me, con le mie capacità limitate […] ma fondamentalmente, essenzialmente, intrinsecamente impossibile da scrivere (Tom McCarthy, Satin Island)

L’ultimo romanzo che ho scelto di trattare, Regno a venire, è forse quello che maggiormente riesce a profetizzare l’attuale psicosi cospirativa e conservatrice, di cui QAnon costituisce il caso più vistoso. Ballard situa la sua storia a Brooklands, nella contea del Surrey, nei pressi dell’M25, l’autostrada circolare che cinge la Grande Londra. Il protagonista, Richard Pearson, è un pubblicitario disoccupato, che si reca a Brooklands per presenziare al funerale del padre, un ex pilota assassinato da un cecchino anonimo nel centro commerciale della cittadina. L’enorme shopping mall al centro di Brooklands, il Metro-Centre, è il teatro delle principiali vicende della storia. Indagando sull’omicidio del padre, Pearson scopre una cittadina completamente mutata dall’apparizione del mall: la classe media ha perduto gli elementi di base della socialità: la cultura e la religione sono scomparse per lasciare posto al consumismo e al nichilismo. Allo stesso tempo, il Metro-Centre è fortemente odiato: gruppi di neofascisti bramano la sua distruzione e terrorizzano le minoranze etniche locali. La loro violenza si esprime in maniera acefala, nel corso di ronde notturne o esibizioni sportive. Ben presto Pearson scopre che il padre potrebbe aver preso parte a questa follia neofascista, e continua ad indagare sui possibili complici della sua morte. Il principale accusato, un paziente psichiatrico, viene scagionato, ma alla sua figura è connesso un gruppo di persone legate al padre: il suo avvocato, una poliziotta, un medico, un maestro di scuola e uno psicologo. Perseguitato dalla morte del padre, e attratto dalla pura violenza che esplode nelle strade, Pearson decide di riesumare le sue doti da pubblicitario, e assume l’uomo-immagine del Metro-Centre, David Cruise, per trasformare le masse narcotizzate dal consumismo in paranoici neofascisti. Questo progetto assurdo sembra avere un principio accelerazionista alla base: il Metro-Centre ha eroso i legami sociali e l’infrastruttura valoriale della cittadina, lasciando una profonda noia nella popolazione. Cruise e il Metro-Centre potrebbero quindi fornire un operatore per mutare il consumismo in fascismo, mentre Pearson avrebbe continuato inosservatamente le sue indagini. La situazione gli sfugge dalle mani, la violenza xenofoba aumenta esponenzialmente e il Metro-Centre viene attaccato. A questo punto, un manipolo di persone si barrica nel mall, e Pearson viene infine a sapere che il padre non era stato realmente un neofascista e che la sua morte è stata un errore, frutto di una cospirazione volta a boicottare la crescente narcotizzazione della popolazione. L’aspetto più inquietante e profetico di questa storia è la personalità schizofrenica dei suoi protagonisti: non si capisce come possano essere allo stesso tempo attratti e schifati dalla violenza razzista e dal consumismo dispiegato. Il Metro-Centre funge come un dispositivo di trasformazione e fusione: al suo interno le masse vengono annichilite, narcotizzate e infine rese folli e violente. Nei giorni delle barricate all’interno del Metro-Centre accade un trope narrativo presente in molte altre storie di Ballard: la progressiva decomposizione dell’ambiente e della psiche. Mentre il mall diventa sempre più disfunzionale, il gruppo delle persone che resiste inizia a venerare le merci come se fossero feticci, e inscena rituali religiosi.

 

A cosa servono la libertà, i diritti dell’uomo e la responsabilità civile? Quello di cui abbiamo bisogno è un’estetica della violenza. Crediamo nel trionfo dei sentimenti sulla ragione. Il puro materialismo non basta […] Abbiamo bisogno di qualcosa di più drammatico, vogliamo che le nostre emozioni vengano manipolate, vogliamo essere presi in giro e blanditi. E il consumismo è proprio quello che ci vuole. Ha creato un modello per gli stati fascisti del futuro. Il consumismo genera un bisogno che può essere soddisfatto soltanto dal fascismo, un tipo di follia che è l’unica strada possibile da perseguire” (James Ballard, Regno a venire)

La struttura lutto-spirale-rivelazione è mantenuta anche in Regno a venire: la morte del padre di Pearson e la sua adesione a ideali neofascisti produrranno un effetto d’identificazione nel protagonista che cercherà di realizzare, con le armi della pubblicità, quello che credeva costituisse l’ultimo testamento del padre: la sua conversione politica. La spirale delle indagini si mescola a una spirale di follia e violenza assente negli altri romanzi analizzati, ed è fondamentale per comprendere il nesso tra cospirazioni e psicosi collettiva. Regno a venire è costellato di riferimenti alla propaganda nazista ed è evidente che il legame fra i Protocolli e l’antisemitismo è un caso di violenza mimetica e reversione mitologica. Tuttavia, l’aggressività disorganizzata e acefala delle masse non potrebbe confluire nella violenza sistematica in assenza di attrattore. Ballard dichiara che il nuovo fascismo consumista non necessita di messaggi, mitologie o simboli: ha solo bisogno di un mediatore evanescente, un attrattore semiotico, la cui funzione non è tanto quella di governare e indirizzare le passioni collettive, ma di liberarle dai freni razionali che le trattengono.

Il giunto fra cospirazione, violenza e propaganda è dato dalla presenza di una strategia pubblicitaria che esce dal suo territorio per entrare nel teatro della politica. Cayce, U. e Pearson operano nel campo del marketing, secondo diversi livelli di coinvolgimento: la prima è una cool hunter – rintraccia e valuta tendenze emergenti e le propone al pubblicitario di turno, il secondo conduce delle indagini di mercato utilizzando le tecniche dell’indagine etnografica, mentre il terzo è in tutto e per tutto un persuasore occulto. La conversione del consumismo in neofascismo è una conseguenza della perversione dei meccanismi di storytelling impiegati nel marketing politico. L’utilizzo di meccaniche persuasive nella comunicazione politica ha origini millenarie: Aristotele, Quintiliano e Cicerone le descrivono come parte della retorica, ovvero della scienza che studia le strutture del discorso. Tuttavia, la loro codifica moderna potrebbe essere situata all’incirca fra XV e XVII secolo, negli scritti di Machiavelli, Gracián, Bodin, Hobbes e Spinoza. Il loro impiego contemporaneo, denominato a seconda dei casi, comunicazione prepolitica, politica cognitiva o spinning, di diffonde negli anni ’80 del ‘900, ed è quasi sempre un insieme di sondaggi, teorie psicologiche e mitopoiesi. Troviamo questa concatenazione in uso già negli anni 30’ e ’40, in America, per opera di autori come Walter Lippmann ed Edward Bernays.

Allora le teorie psicologiche di riferimento erano quelle di Freud, Jung e James e l’acquisizione dei dati sul pubblico dei potenziali elettori o consumatori avveniva attraverso la somministrazione di sondaggi e indagini di mercato. Oggi queste tecniche sono diffusissime e fondamentali, e la loro struttura è rimasta pressoché invariata. In un recente libro di Fabrizio Luisi, esperto di comunicazione politica, scrittore e sceneggiatore, ritroviamo la psicologia analitica di Jung e le stesse raccomandazioni dei precursori dello spinning, Lippmann e Bernays. Le uniche differenze fra la ‘fabbrica del consenso’ degli anni 30’ e ’80 e i nostri giorni sono le nuove acquisizioni degli studi di neuroscienze e la precisione fornita dall’impiego dei Big Data nell’estrazione delle informazioni sensibili. In realtà, c’è sempre un aspetto artistico e artigianale nello spinning: non è rilevante quanti terabyte di dati abbiamo a disposizione, né quante risonanze magnetiche possiamo effettuare: la costruzione di una storia di successo dipende ancora da elementi non codificabili né prevedibili.

C’è un fraintendimento di fondo che bisogna smitizzare e cioè il fatto che le tecniche pubblicitarie e propagandistiche di storytelling implicano, tout court, un’ideologia conservatrice. La convinzione di esperti di comunicazione politica come Luisi e Lippmann è che l’utilizzo di un frame narrativo non coincida con l’adesione ad unico orientamento nella bussola politica, ma sia, per così dire, una strategia necessaria da utilizzare in un mondo complesso e saturo di informazioni.

La realtà di cui facciamo esperienza è sempre una porzione di realtà inquadrata in una storia. In altre parole: la narrazione è il dispositivo cognitivo attraverso cui noi, come esseri umani, facciamo esperienza di quella cosa che chiamiamo realtà (qualunque cosa sia)” (Fabrizio Luisi, Maghi, guerrieri, guaritori)

Le storie mostrano come funziona la nostra mente. Sono la lente attraverso la quale diamo un senso al mondo e alla nostra collocazione in esso. Ci permettono di organizzare la realtà caotica in qualcosa di coerente e dotato di senso. Non vi è modo di sfuggire alle storie. Anche i tentativi apparentemente oggettivi, come la scienza e la storiografia, sono in ultima analisi esercizi di narrazione” (Rob Brotherton, Menti sospettose)

L’aspetto più interessante, a livello narrativo e genealogico, è la commistione fra discorso accademico, propaganda politica e tecniche di marketing. Il protagonista di Satin Island abbandona la carriera accademica per entrare nel mondo più remunerativo dell’antropologia aziendale. D’altro canto interi settori del discorso accademico, come filosofia, storia, antropologia, sociologia, semiotica, psicologia e studi culturali hanno dovuto sottostare alle regole burocratiche e ideologiche del neoliberalismo, barricandosi in uno specialismo archeologico totalmente distaccato dall’opinione pubblica o adeguandosi in modo aproblematico ad imperativi meritocratici e imprenditoriali. La storia di queste traiettorie divergenti e convergenti resta ancora da scrivere, anche se si trova al centro dei percorsi esistenziali di moltissime/i lavoratrici/ori del settore culturale.

Verso la fine degli anni ’90, in Russia, si è verificata un’anticipazione del fascismo consumista delineato nell’ultimo romanzo di Ballard. La fine dell’Unione Sovietica ha creato un vuoto simbolico e politico riempito da una nuova tecnologia del potere: le public relations. Gli emblemi di quel periodo sono ricchissimi oligarchi (come il personaggio de L’Accademia dei sogni), pubblicitari, artisti, musicisti e scrittori nichilisti, le nuove emittenti televisive, i servizi segreti, Putin, Ėduard Limonov e Vladislav Surkov. Quest’ultimo è forse il caso più estremo di incarnazione del nuovo regime politico: ex attore, poeta, bohémien, Surkov inizia la sua carriera di spin doctor come responsabile della comunicazione di ricchi industriali per poi inserirsi nel cuore della rappresentazione mediatica della politica di Putin. La sua strategia è cinica eminentemente machiavellica: come Robert Pearson, egli non intende veicolare un unico messaggio ideologico e coerente, ma una gamma sconclusionata e schizofrenica di posizioni estremiste, da sinistra a destra, occupando contemporaneamente tutto il compasso politico. Il ciclo della storia si ripete: la strategia di Surkov è la stessa tecnica descritta nei Protocolli dei Savi di Sion: la creazione di una falsa confusione per mantenere occultato chi detiene realmente il potere.

Ogni cosa è public relations” è diventata la frase preferita della nuova Russia; i miei coetanei moscoviti erano convinti di essere contemporaneamente cinici ed illuminati. Quando ho chiesto loro dei dissidenti dell’era sovietica, come i miei genitori, che hanno combattuto contro il comunismo, li hanno liquidati come sognatori ingenui, ridicolizzando il mio attaccamento occidentale a nozioni vaghe come “diritti umani” e “libertà”. “Non vedi che i tuoi governi sono cattivi come i nostri?”, mi dicevano. Ho cercato di protestare, ma hanno sorriso, compatendomi. Credere in qualcosa e sostenerlo è considerato ridicolo, in questo mondo, mentre la capacità di mutare costantemente forma viene celebrata” (Peter Pomerantsev, The hidden Author of Putinism).

Otaku, Anonymous, QAnon

Verso la fine del millennio, mente in Russia si sperimentano le nuove forme dell’autoritarismo democratico, il Giappone è in una fase di profonda crisi economica, denominato decennio perduto. La grande bolla tecnologica degli anni ’80 scoppia, bruciando le speranze in un futuro prospero per un’intera generazione cresciuta sulla base dell’esportazione di computers, gadgets, manga, videogiochi e action figures. I cieli dell’estetica cyberpunk, grigi e squarciati da luminosi kanji al neon, avevano colonizzato l’immaginario occidentale, importando il mito di un futurismo giapponese che continua a lasciare il segno anche nelle narrazioni contemporanee. Tuttavia, col sopraggiungere della crisi economica e dell’inflazione, i salari si abbassarono, il mercato del lavoro si fece sempre più competitivo, e il già severo sistema educativo, s’irrigidì. Milioni di giovani smisero di prendere parte alle attività sociali e si rinchiusero in ossessivi universi di fantasia: i mondi virtuali dei videogiochi, dei manga, degli anime e di internet. Una generazione di otaku e hikkikomori si trovò così immersa in un flusso interrotto di merci, giochi e narrazioni che erano state concepite dalle nuove industrie dell’intrattenimento precisamente per catturare l’attenzione di un pubblico infantile e adolescenziale.

Brutalizzati contemporaneamente dal marketing e da anni di preparazione per scalare la gerarchia sociale, [gli otaku] utilizzarono le nuove tecnologie per ritirarsi nell’evasione […] Gli otaku erano i partecipanti passivi delle loro stesse immaginazioni, assorbendo piuttosto che generando le intricate fantasie fabbricate dalle imprese commerciali. Erano consumatori che spingevano il consumo ai suoi limiti radicali” (Dale Beran, It Came from Something Awful)

È in questa condizione di isolamento, depressione e precarietà che nascono i primi chan, forum di discussione online su argomenti di ogni tipo, focalizzati principalmente sulla condivisione di scherzi, immagini pornografiche, passioni nerd, confessioni e offese. Inizialmente l’interazione avviene in maniera puramente testuale, ma in breve tempo sarà reso possibile anche lo scambio di immagini, passando così dalle textboards alle imageboards. Gli elementi che contraddistinguono i chan giapponesi sono principalmente due: la possibilità di accedere alla discussione in modo anonimo e il sistema di prioritizzazione dei contenuti che hanno ricevuto più attenzione. Queste specifiche infrastrutturali creeranno un’ambiente comunicativo peculiare: l’anonimato svincolerà gli utenti dalla pressione delle gerarchie sociali (condizione economica, genere, provenienza, aspetto fisico, etc.) e contemporaneamente consentirà l’espressione di desideri, passioni e confessioni altrimenti censurate; mentre il flusso continuo di contribuiti premierà quelli più estremi e spinti. In breve le boards produrranno una subcultura caratterizzata da un particolare stile di umorismo intenta a frammentare, discutere, remixare ed estremizzare i contenuti mainstream dell’industria culturale. Proprio come accadrà in America dieci anni dopo, la base nichilistica e consumistica degli utenti dei chan assumerà posizioni maschiliste, nazionaliste, razziste e neofasciste: il fenomeno si chiamerà Netto-uyoku (Net right).

Fomentati da un mix corrosivo di insicurezza e orgoglio, i net-rightists liquidarono i media mainstream perché inquinati dal politicamente corretto, civettando con il razzismo anti-coreano e anti-cinese, negando furiosamente le atrocità della guerra Giapponese, e organizzando campagne per umiliare chiunque percepissero come critico del loro paese. In un certo senso, essi rappresentavano la militarizzazione della mentalità otaku: fantasiosi, affamati di drama, ossessionati dalle minuzie, zelanti nei loro interessi e abituati a dedicare la maggior parte del loro abbondante tempo libero ai loro hobby (Matt Alt, Pure invention)

L’eredità delle imageboards verrà importata in America attraverso siti come Something Awful, 4chan e Wizardchan, aperti nei primi anni 2000, diffondendo un mix d’immaginario giapponese, videogiochi, pornografia, self-help, prank e, soprattutto, meme. In pratica tutto ciò che di rilevante, in senso positivo, negativo e ironico, è nato su Internet nell’ultimo ventennio, da un punto di vista di avanguardia culturale, è nato all’interno dei chan o di boards che ne hanno copiato le funzionalità. La struttura dei chan ha creato un ecosistema governato dalla cattura dell’attenzione, dalla costruzione di eco chambers e dalla decostruzione e rimediazione dei contenuti dell’industria culturale. A differenza dei social network, le boards non sono legate all’identità, al ruolo e all’immagine dell’utente, ma ai contenuti che questo veicola. Un altro elemento tipico delle boards è il limitato, quasi assente, ruolo della moderazione dei contenuti. È questo carattere trasgressivo, anonimo e bramoso di attenzioni che si rivelato allo stesso tempo fonte di intrattenimento infinito e culla delle più deleterie ideologie neofasciste. Il ruolo che Ballard attribuiva al Metro-Centre, ovvero un meccanismo di conversione del capitalismo in un fascismo consumista, corrisponde, virtualmente, alla funzione che i chan hanno avuto nella genesi della net right giapponese, e, più avanti dell’alt right statunitense.

Il fascismo prolifera in luoghi dove il moderno edonismo consumistico spinge le masse talmente alla deriva da farle nuotare disperatamente verso la terraferma dei valori tradizionali (mescolati con una grande quantità di finzioni apocrife e arcaizzanti). 4chan ha spesso funzionato come un monito sui limiti dell’incitamento liberale a inventare la propria bussola morale” (Dale Beran, It Came from Something Awful)

Il Giappone rappresenta una fantasia ben confezionata in sé e di sé: una versione semplificata e miniaturizzata del mondo, una realtà virtuale in forma di nazione, che ha reso ancora più rivelanti all’estero i dispositivi di produzione dell’immaginario ai quali i suoi cittadini si aggrappavano. Ecco perché, se si dovesse disegnare un diagramma di Venn degli interessi condivisi – con cerchi per gli otaku giapponesi e i net-rightists, per l’estrema sinistra Antifa e l’alt-right, per gamers, YouTubers ed edgelords […] sostenitori di Black Lives Matter e attivisti LGBT – l’intersezione, avverrebbe, sorprendentemente, sui prodotti giapponesi: manga, anime, e l’idea del Giappone come mondo immaginario in sé e di sé” (Matt Alt, Pure invention)

Oltre a costituire la principale fabbrica dell’ascesa e del declino dei meme, 4chan ha ospitato l’aggregazione di attivisti appartenenti ai lati opposti della bussola politica. Nel 2008 su 4chan si è formato Anonymous, il collettivo di hacktivisti che ha attaccato Scientology, condiviso documenti riservati, sostenuto Occupy Wall Street e la Primavera Araba. La presenza mediatica degli utenti di 4chan nei media mainstream ha da subito creato un fraintendimento che si è più volte ripetuto nel corso degli anni. Per effetto di uno strano pregiudizio di proporzionalità e d’intenzionalità si è attribuita un’identità di gruppo e una volontà unificata ad un insieme eterogeneo di posizioni sconclusionate e contrastanti. È vero che Anonymous ha agito come un collettivo, orientando verso l’anarchismo e l’estrema sinistra gran parte degli anonimi utenti di 4chan, ma si è trattato di una tendenza, non condivisa da un’altra parte della comunità e perseguita da un’ulteriore parte solamente con l’aspettativa di gabbare i media. Prima di Anonymous, dell’appropriazione della maschera di V Per Vendetta, e delle operazioni di leak, la comunità di 4chan si limitava a inscenare ridicoli scherzi ai danni di personalità mediatiche casuali, senza un indirizzo ideologico che propendesse per la destra o la sinistra. Secondo Dale Beran, autore di un corposo libro sulla storia di 4chan, il nichilismo e la volontà distruttiva che hanno sempre caratterizzato gli anon, esaurita la loro carica decostruttiva si sono inabissati in un’inquietante spirale di maschilismo, omofobia, razzismo, neofascismo e cospirazionismo.

La storia di come 4chan sia passato da Anonymous a QAnon è lunga e tortuosa, e per avere una descrizione dettagliata degli eventi posso solo rimandare ad un dettagliato articolo di Matteo Lupetti pubblicato su Dinamopress. Il senso di questa mutazione è invece riassumibile in poche righe. Dal 2012 al 2014 la comunità di 4chan è progressivamente diventata più maschilista, depressa, nichilista e cinica. Cresce la cosiddetta manosfera, un gruppo di maschi bianchi cisetero che inizia ad elaborare un lessico concettuale criptico, violento e autoreferenziale: tecniche di manipolazione psicologica spacciate per corteggiamento (pick up artist), immaginarie cospirazioni femministe e omosessuali (social justice warrior), gerarchie sociali basate sulla struttura cranica (teoria LMS, red pill). Contemporaneamente, un’altra imageboard, Tumblr, veicola contenuti transfemministi e antirazzisti che diffondono pillole di identity politics, body positivity e materiali di self-help. Comune alle due sfere è l’idea di gerarchia, visualizzabile come un doppio cono, o iperboloide. In pratica, entrambe le comunità – quella principalmente bianca, maschile, conservatrice e liberale di 4chan e quella principalmente socialista, intersezionale e transfemminista di Tumblr – concepiscono la struttura economico-sociale come un sistema di sopraffazione multilivello, alla base della quale si trova il gruppo più oppresso.

Se la società ha una struttura gerarchica, ci sono solo due modi per spiegare il tuo status inferiore: o hai perso a causa dei tuoi difetti o qualcun altro ha preso il tuo posto nel mezzo o in cima alla gerarchia. In questo secondo scenario, opportunisticamente, l’accento è posto altrove (sugli ebrei, sugli stranieri, e così via)” (Dale Beran, It Came from Something Awful)

Sovrapporre queste due ideologie sarebbe scorretto come equiparare il fascismo con il comunismo. La teoria intersezionale, i gender studies e i race studies non sono minimamente equiparabili alle teorie cospirative della manosfera e la stessa idea di una società composta da caste non corrisponde in alcun modo alla sociologia marxista. I concetti di race, class e gender sono vettori dinamici di trasformazione della società che solo un’estrema semplificazione descriverebbe come statici. Al contrario, l’ideologia conservatrice e maschilista che si è diffusa su 4chan è fascista proprio perché immagina un mondo statico e conflittuale nel quale i gruppi sociali sono aprioristicamente determinati. È in questa falsa concezione della gerarchia che riemergono delle istanze politiche di natura antisemita, ovvero che attribuiscono la colpa del proprio stato di oppressione ad un gruppo circoscritto. Il caso del gamergate scoppia nel 2014 come esplosione mainstream del conflitto fra queste due ideologie, creando un dibattito pubblico proprio intorno alla natura politica dei contenuti dell’industria dell’intrattenimento. La manosfera vuole difendere una posizione nostalgica e oppressiva nella quale i videogiochi, gli anime, i manga, i film e i romanzi possono e devono contenere stereotipi razziali e di genere, proponendo inoltre un intrattenimento ‘trasgressivo’ libero da codici etici. Il fatto che il conflitto si concentri principalmente su dettagli contestuali di prodotti commerciali, videoludici, cinematografici o narrativi è il segno che la cultura dei chan si è estesa all’ambito dell’opinione pubblica più mainstream, che ormai condivide le stesse passioni che inizialmente appartenevano a gruppi circoscritti di amanti dei manga e dei videogiochi.

Nel 2015 e nel 2016 la parte neofascista del gamergate viene cooptata dalla macchina della propaganda mediatica di Donald Trump, che viene scelto come figura di riferimento per i suoi atteggiamenti apertamente scorretti e grazie ad una sotterranea operazione di spinning operata dall’agenzia di consulenza britannica Cambridge Analytica. Così com’era avvenuto per Anonymous, la figura di Trump diventa un attrattore d’individui genuinamente convinti della correttezza delle sue idee e da un manipolo di troll che gode nel creare scompiglio e situazioni inaspettate.

Il Gamergate è stato una “rivolta dei consumatori” che reclamavano il diritto fondamentale di essere illusi dalle corporazioni nei modi che più li aggradavano. E anche Trump, in quanto principe delle buffonate, era un’invocazione allo stesso diritto di scegliere il bugiardo, la fantasia, il troll” (Dale Beran, It Came from Something Awful)

Nel momento in cui le promesse e l’atteggiamento pubblico di Trump si sono rivelate meno radicali ed efficaci del previsto, il neofascismo si è ulteriormente metamorfizzato in un dispiegato coacervo di teorie cospirative. Fra il 2017 e il 2021, l’indiziale accusa di condurre un pedophile ring occulto si è progressivamente espansa dai nemici politici di Trump (Hillary Clinton, il partito democratico), fino ad inglobare un’intricata rete tentacolare che aggroviglia la storia e la geografia mondiale. La diffusione del meme del Pizzagate e di QAnon non può essere spiegata utilizzando delle interpretazioni reciprocamente esclusive – non si tratta semplicemente di una macchinazione propagandistica, di un nuovo culto o di uno alternate reality game (ARG) diventato ingovernabile. Q è comparso su 4chan nell’ottobre del 2018 come firma di un gruppo di utenti che fingeva di avere accesso a delle informazioni riservate. Al tempo non era l’unico: si potevano contare FBIAnon, CIAAnon, MegaAnon, tutti fantasmi di un’epoca precedente, quella di Anonymous e WikiLeaks. Quello che questi utenti proponevano non era altro che un modo per intrattenere altri utenti, creando indovinelli da svelare, fomentando ricerche personali e diffondendo conspiracy theories. Non è chiaro in che percentuale queste ‘rivelazioni’ fossero percepite come un gioco o come un’autentica fuga di notizie, ma è possibile tracciare un cambiamento nello stile e nella fonte di emissione dei messaggi di QAnon. In particolare, si può vedere come a seguito dello spostamento di Q da 4chan a 8chan (poi 8kun), la fonte e la struttura dei messaggi abbia iniziato ad uniformarsi. Anche i temi sono cambiati: sempre più riferimenti all’escatologia, alla lotta fra bene e male, a una chiamata alle armi di tipo rivoltoso. Il 2020 ha accelerato immensamente la diffusione di Q, portando i contenuti cospirativi sulle principali piattaforme mainstream (Facebook, Instagram, YouTube).

L’audience si è accresciuta e l’iniziale legame con la cultura di 4chan ha lasciato posto a nuove schiere di utenti, disinteressati a verificare la fonte delle informazioni e alla cultura dei troll. Questo ulteriore straripamento dei contenuti di 4chan è stato nuovamente accolto dalla stampa e dal discorso accademico con stupore ed allarmismo. L’assurdità e la pericolosità dei contenuti propagandati dai seguaci di Q ha oscurato l’aspetto infrastrutturale e genealogico legato alla cultura delle imageboards. Al di là della riscoperta dell’Alt-Right per i ‘classici’ dell’antisemitismo nazista come i Protocolli dei Savi di Sion, il complotto giudaico-massonico e l’accusa del sangue, è lo stesso ambiente di 4chan a contenere le risposte agli interrogativi sull’emergenza di QAnon.

Fin dalla fondazione di 4chan, la pornografia infantile è stata oggetto di ricorrenti battute sul sito. La compulsione degli adolescenti frustrati a superarsi l’un l’altro nell’ umorismo trasgressivo si mescolava al desiderio di prendere in giro gli otaku che visitavano le sezioni sugli anime per condividere disegni sessualizzati di giovani ragazze (Dale Beran, It Came from Something Awful)

La ricerca di ‘indizi’ del pedophile ring, prima nella corrispondenza di Hillary Clition e poi negli oscuri aforismi di Q è nata come un inside joke, un meme che ha avuto più successo di altri e ha generato una domanda di contenuti simili. Qualcuno ha intercettato questo bisogno di escapismo e l’ha riformulato in modo sistematico, portandolo fuori dall’incubatore che l’aveva cresciuto. Esattamente com’è successo con Anonymous, ma questa volta con un esito politico di segno opposto.

In teoria queste operazioni di marketing presuppongono la consapevolezza dei partecipanti. Ma quando un contenuto circola su Internet è difficile accertarsi che non venga frainteso o creduto alla lettera. Insomma è possibile che un ARG sfugga al controllo e che l’industria culturale si trasformi localmente in gigantesca macchina disinformatrice e ideologizzatrice (Raffaele Alberto Ventura, Anonymous. La grande truffa)

QAnon è un coinvolgente gioco interattivo. Questo ne spiega l’attrattività. Di fatto, QAnon è un “Alternate Reality Game” (ARG). Gli ARG sono un genere che coniuga gioco on line e avventura di gruppo, per il quale fin dagli anni Novanta esiste un’industria ludica specializzata. Un ARG contiene indizi e misteri che i giocatori risolvono trovando informazioni fuori dal gioco e condividendole coi loro pari. Spesso gli ARG non hanno un finale già scritto. E come suggerisce il loro nome, i loro intrecci costuiscono realtà alternative che si estendono alle vite quotidiane dei giocatori e, in un certo senso, le infondono di magia” (Florian Cramer e Wu Ming 1, Blank Space QAnon. Sul successo di una fantasia di complotto come gioco collettivo di interpretazione testuale)

A questo punto non possiamo non evidenziare un apparente paradosso: da un lato abbiamo la spiegazione antropologica, psicologica e genealogica che interpreta QAnon come una fantasia cospirativa dalla struttura antisemita, mossa dal moral panic indotto dalle pressioni verso una società che promuove identità di genere, orientamenti sessuali, legami affettivi e dinamiche di race and class diverse da quelle vigenti. Dall’altro abbiamo evidenziato il ruolo infrastrutturale che le imageboards hanno avuto nella genesi di una cultura nichilistica che si è tramutata in un consumismo fascista (come aveva predetto Ballard). Come abbiamo visto, le spiegazioni del successo di un meme sono complesse: il caso di QAnon mostra chiaramente l’intersezione di vari livelli: quello di canali di diffusione (di nicchia o mainstream), quello dell’audience (ironica o complottista), quello della fonte (dal basso o orchestrata). Questi livelli si mescolano poi con i contenuti e la struttura della storia: le vittime, innocenti e intoccabili, e i carnefici, malvagi, onnipotenti e senza scrupoli. Infine, c’è la natura espositiva del racconto: in forma di caccia al tesoro, indagine, ricerca criminologica.

È chiaro che le motivazioni della diffusione di QAnon non possono essere ricondotte ad una singola spiegazione: c’è stato qualcosa, nell’intricata costruzione di narrazioni, piattaforme e congiunture socio-economiche che ha fatto risuonare coordinatamente un’idea che altrimenti sarebbe scomparsa fra gli atti processuali, i libri di storia e il diluvio memetico delle imageboards. In particolare, seguendo l’interpretazione di Lee Edelman, potremmo asserire che il nucleo mitologico delle idee cospirazioniste e delle forze conservatrici sia proprio l’ideologia del bambino-vittima, inteso come metonimia del futuro. In altre parole le accuse di uccisione, violenza e adescamento dei bambini rimandano alla distruzione del futuro di un gruppo sociale, o alla pericolosa seduzione delle nuove generazioni.

È noto che su 4chan circolassero immagini pedopornografiche, al punto che si è iniziato a fare degli inside jokes con relativi meme sulla questione. Sono altrettanto note le moltissime accuse di molestie sessuali a carico di Donald Trump, compresa la sua amicizia con un Jeffrey Epstein, un miliardario condannato per abuso e traffico minorile. Anche Milo Yiannopoulos, uno dei principali promotori della campagna presidenziale di Trump nel 2016, espresse pubblicamente delle dichiarazioni controverse in merito alla pedofilia, che lo costrinsero ad abbandonare Breibart, la rivista conservatrice per la quale lavorava.

Chi crede nelle rivelazioni di Q e del Pizzagate può anche essere totalmente all’oscuro del criptico senso dell’umorismo di 4chan, ma è molto difficile che ignori le esternazioni pubbliche di Trump e le accuse che sono state mosse contro di lui. È quindi molto strano che nelle fantasie cospirative avvenga una completa inversione dei ruoli, ovvero che un miliardario bugiardo e spaccone, accusato più volte di violenze, possa diventare un paladino cristiano della lotta contro le forze del male. La spiegazione più plausibile è che i seguaci più ferventi del trumpismo, delusi dall’incapacità del loro rappresentate di risolvere i problemi economici e sociali che aveva eloquentemente descritto durante la sua campagna elettorale, piuttosto che ammettere di essere stati imbrogliati e traditi, hanno iniziato a vivere in una realtà alternativa, un mondo immaginario costruito per scherzo da un gruppo di troll su 4chan. Si tratta di un bias cognitivo noto come sunk cost fallacy: più tempo, denaro, passioni e desideri si sono dedicati ad un progetto, meno si è propensi ad abbandonarlo quando questo diventa fallimentare.

Vi è poi la questione della reversione mitologica: com’è già avvenuto con il moral panic per gli RSA e nel caso di Bibbiano, la stessa parte politica che ha accettato, senza alcun problema, l’idea che negli anni ’90 l’Italia pullulasse di culti satanisti dediti al sacrificio di minori, vent’anni dopo ha difeso a spada tratta l’idea che l’esistenza di questi gruppi fosse stata artefatta e occultata da una malvagia lobby comunista e LGBT. Questo significa che chi aderisce a simili fantasie cospirative non ha alcun interesse alla risoluzione dei problemi legati alle trame che denuncia, ma vuole solamente demonizzare il gruppo sociale e politico che detesta. Inoltre, la ricorrente riemergenza del moral panic rivela qualcosa sull’inconscio istituzionale dell’estrema destra conservatrice: la presenza di un desiderio, censurato e orribilmente traslato, di trovarsi in una situazione caotica generata da un malvagio nemico da abbattere. È una strategia ipocrita per nascondere a sé stessi le proprie pulsioni sadiche, come nel caso della guerra in Afghanistan giustificata come ‘esportazione della democrazia’ mentre a Guantanamo si compivano torture sui prigionieri. O, ancora, come ebbe a sottolineare Žižek sul rapporto tra cattolicesimo e pedofilia:

La pedofilia dei preti [è] un fenomeno che interessa la Chiesa cattolica come tale, che è impresso nel suo stesso funzionamento come istituzione socio-simbolica. Non riguarda l’inconscio privato dei singoli individui, ma l’inconscio dell’istituzione stessa: non è qualcosa che accade perché l’istituzione deve adattarsi alle realtà patologiche della vita libidica al fine di sopravvivere, ma qualcosa di cui l’istituzione ha bisogno allo scopo di riprodursi (Slavoj Žižek, Il segreto sessuale della chiesa).

Complessità e modellizzazione

Mentre siamo perfettamente in grado di comprendere la causalità diretta – anzi, la implichiamo anche dove non c’è –, abbiamo grande difficoltà a capire la causalità sistemica. Per questo scienza e politica sono chiamate a un grande sforzo di divulgazione per semplificare in termini di causalità diretta le cause sistemiche che stanno dietro tali fenomeni urgenti e complessi” (Fabrizio Luisi, Maghi, guerrieri e guaritori)

L’ambiente reale, preso nel suo insieme, è troppo grande, troppo complesso e troppo fuggevole per consentire una conoscenza diretta. Non siamo attrezzati per affrontare tante sottigliezze, tanta varietà, tante mutazioni e combinazioni. E pur dovendo operare in questo ambiente, siamo costretti a costruirlo su un modello più semplice per poterne venire a capo. Per attraversare il mondo gli uomini debbono possedere carte geografiche” (Walter Lippmann, L’Opinione pubblica)

Mettendo a confronto le mappe causali del Pizzagate e di QAnon ci sono delle differenze sostanziali che si distinguono nettamente: a. l’estensione temporale e geografica, b. il numero dei nodi, c. la plausibilità delle teorie. Mentre il Pizzagate copriva un’area circoscritta, QAnon assorbe e unifica una pletora di fantasie cospirative eterogenee, creando una meta-teoria onnicomprensiva. Ritengo che l’estensione della rete causale di Q possa essere il segnale di un fenomeno rilevante, o quantomeno il riflesso paranoico di una mutazione epistemologica in corso. In Overcompicated, Samuel Arbesman delinea una distinzione fra sistemi complicati e sistemi complessi, i primi sono composti semplicemente da un alto numero di componenti, mentre i secondi involvono complessi meccanismi di retroazione. Una teoria cospirativa può connettere fra un numero esorbitante di anomalie inspiegabili, e quindi apparire molto complicata, però solitamente il tipo di relazioni fra le parti non comporta una quantificazione della forza delle connessioni, né considera rilevanti i feedback. Inoltre, le anomalie vengono spesso raggruppate e ricondotte ad un’unica spiegazione causale.

Questo avviene perché la nostra specie ha dei limiti cognitivi, limiti di cui spesso non ci rendiamo conto e che non sono bypassabili mediante l’ausilio di sostanze nootrope o ausili tecnologici. In Il paradosso dell’ignoranza Antonio Sgobba raccolte una considerevole bibliografia di riferimento sulla natura di questi limiti, dalla filosofia greca alle neuroscienze cognitive. Esiste un fenomeno chiamato illusion of explanatory depth che chiarisce perché, indipendentemente dalla nostra conoscenza specialistica di un fenomeno naturale, un fatto storico, un testo narrativo o uno strumento tecnico, facciamo molta fatica a fornire una spiegazione completa e corretta dell’oggetto analizzato. Fra le motivazioni più importanti ci sono: la facilità con la quale scambiamo una visualizzazione mentale per una rete gerarchica ed interconnessa di relazioni causali, l’illusione di aver acquisito nella memoria intracranica (‘nel cervello’) un contenuto che necessita di un riferimento extracranico per essere rievocato (in una memoria artificiale), il rapporto fra le parti visibili e nascoste di un fenomeno. Questi studi neuroscientifici dimostrano come nell’interpretazione di fenomeni fisici o nella descrizione dell’interazione delle parti di un oggetto tecnico siamo particolarmente poco attrezzati da un punto di vista cognitivo. Se non riusciamo a mostrare correttamente nemmeno il funzionamento di una bicicletta o di un arco, come possiamo pretendere di avere una spiegazione adeguata a macro-fenomeni come il climate change, le fluttuazioni dei mercati finanziari, e le relazioni geopolitiche fra gli stati nazione?

La vera ragione della nostra eccessiva fiducia si riduce a un’anomalia metacognitiva. Il termine processo metacognitivo è solo un modo elegante per indicare il «pensiero sul pensiero». Quando facciamo affermazioni del tipo: «Sono bravo in matematica», oppure «Mi lascio facilmente distrarre», abbiamo compiuto un’analisi metacognitiva. Eppure, si scopre che pensare al nostro pensiero non è così facile come sembra […] Ci sono dei limiti alla nostra capacità di valutare con precisione quello che sappiamo, e in particolare di renderci conto di quanto non sappiamo” (Rob Brotherton, Menti sospettose)

La comprensione, la memorizzazione e la ‘cultura personale’ non sono delle acquisizioni permanenti e statiche: i nostri processi di apprendimento e disapprendimento sono dinamici e interagiscono con molte variabili psicologiche, sociologiche e tecnologiche. Più un fenomeno è complesso e complicato, più le nostre strutture cognitive si adeguano, raggruppando molte variabili in una singola immagine, o condensando la non-linearità e l’imprevedibilità di un evento in una storia semplice e coerente. Trattandosi (per ora) di limiti insormontabili della nostra ‘ragion pura’, quello che possiamo fare è: conoscere in modo più approfondito questi confini e comprendere l’importanza della modellizzazione e delle forme base della complessità. L’ipertrofia di contenuti addictive e delle informazioni a nostra disposizione necessita di un’adeguata educazione alle fonti, ai filtri e alle interazioni fra i dati che possiamo reperire.

Oggi, per la prima volta nella storia del pensiero, è divenuto necessario imparare a seguire una dieta. Senza una nuova cultura della selezione, e strumenti che ci permettono di filtrare e raffinare le informazioni di cui abbiamo bisogno, Internet si trasformerà in un labirinto in cui i ricercatori eviteranno di entrare, oppure finiranno col perdersi” (Antonio Sgobba, Il paradosso dell’ignoranza)

Evochiamo l’immagine di un ‘mostro’ su cui riversare la colpa, prendendo una strada che, sebbene sia soddisfacente da un punto di vista psicologico, è probabile che ci distragga dall’obiettivo di realizzare un cambiamento reale nel mondo reale? O prendiamo la seconda strada e guardiamo in faccia la vera natura del sistema, per quanto ciò possa sembrare caotico e psicologicamente indigeribile?” (James Williams, Scansatevi dalla luce)

L’ipercomplessità di un fenomeno può innescare una reazione difensiva: si preferisce ripristinare una modalità archetipica di ragionamento, basata sull’uso di miti, storytelling e immagini simboliche. Questi strumenti non hanno una connotazione negativa, sono anzi i primi passi per avvicinarci al nucleo della sua comprensione. Il problema non concerne gli archetipi, ma la nostra consapevolezza della loro plasticità e mutevolezza.

Scambiare un alternate reality game per una cospirazione reale significa non aver dimestichezza con i meccanismi narrativi e ludici dell’universo delle simulazioni. Significa inoltre non maneggiare le nozioni storiche, sociologiche e antropologiche legate all’emergenza e al declino dei simboli. Giocare a manipolare un immaginario, scomponendolo e ricomponendolo, consumare narrazioni, giochi di ruolo o videogiochi può aiutare a comprendere la natura artefatta delle fantasie cospirative. Ci si renderebbe conto che i Protocolli sono copiati da un cattivo romanzo, o che gli indizi di Q assomigliano ad una caccia al tesoro. Come ha sottolineato recentemente Enrica Lagalisse in Anarcoccultismo, il problema delle fantasie cospirative non concerne l’irrazionalità delle credenze implicate, ma la fragile struttura causale delle spiegazioni.

La teoria critica si incentra sulla costruzione di una teoria (strutturale o post- strutturale) dei cambiamenti sociali in cui gli eventi si svolgono a causa di forze impersonali (come nella “dialettica” di Marx o nel “discorso” di Foucault), mentre la teoria del complotto si focalizza su una visione volontaristica della storia, in cui gli eventi sono manipolati dall’attività dei singoli (o dei singoli gruppi)” (Erica Lagalisse, Anarcoccultismo)

Quando i seguaci di Q affermavano che il Coronavirus fosse stato una pianificazione globale, stavano (volontariamente o involontariamente) riprendendo il mitologema del complotto giudaico-massonico, ma, allo stesso tempo, avevano in qualche modo intuito che dietro la pandemia ci fosse una rete complessa di responsabilità globali (il cambiamento climatico, l’antropizzazione, i tagli ai sistemi sanitari nazionali, etc.). Il problema è stato scambiare complessità con complicazione. L’impatto emotivo della pandemia ha accelerato la proliferazione delle ricerche individuali sulle cause di quanto stava succedendo, ma questa ricerca (opportunamente indirizzata) ha prodotto solamente un’aggregazione di connessioni lineari non verificate. Connessioni che sono state catturate da un attrattore semiotico estremamente semplificato, proiettando sul presidente repubblicano un’aura mitologica completamente scollegata dai suoi reali interessi e poteri. Ora che Trump ha dovuto assumere un ruolo di secondo piano, i seguaci di Q si sono ritirati in un’attesa autoriflessiva, ma non hanno abbandonato le loro speranze in un grande evento rivelatorio.

Arbesman sostiene che la teoria della complessità possa essere spiegata attraverso la diffusione di modelli e simulazioni interattive come strumento educativo. È vero, si tratta ancora una volta di un meccanismo semplificatorio, ma di natura diversa rispetto alla riduzione mitologica. Concetti di base come la causalità sistemica, le retroazioni, e la quantificazione delle interazioni sono universali e potrebbero essere diffusi attraverso la distribuzione di simulazioni digitali create ad hoc per fornire il modello in miniatura di un evento storico, un fenomeno fisico o un artefatto tecnologico.

Alle volte questi modelli sono adeguati ad alcuni scopi: per l’organizzazione di base di un’entità, la forma complessiva è tutto ciò che ci interessa. Questo approccio astratto e semplificato ai sistemi complessi può aiutarci a capire la forma del comportamento di un sistema. Può insegnarci la retroazione, l’interconnessione e la profonda dipendenza di tali sistemi dalle loro condizioni iniziali. Può persino porre dei limiti alle nostre aspettative su come un sistema potrebbe rispondere ai cambiamenti” (Samuel Arbesman, Overcompicated)


Tommaso Guariento è nato a Padova (1985). Ha conseguito un dottorato in Studi Culturali all’Università di Palermo. Vive fra Padova e Parigi. Scrive per l’indiscreto, not, anti-materia, Effimera ed Il Lavoro culturale. Si interessa di immagini, antropologia e filosofia politica. da tre anni tiene un corso di visual studies presso la scuola open source di bari.

 

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