In un paesino marchigiano attraversato da rifiuti, storie minime e architetture eccentriche, il veleno diventa materia di costruzione simbolica. Un racconto che parte dalla fornace Smorlesi per riflettere su memoria, comunità e convivenza con il danno.
In copertina una foto di Giorgiomaria Cornelio
Questo testo è un estratto da “Ogni creatura è un popolo”, Nero editions, di GRANDI MAGAZZINI CRIMINALI (Giorgiomaria Cornelio, Danilo Maglio e Giulia Pigliapoco). Ringraziamo gli autori e l’editore per la gentile concessione.
«Mi piace pensare che il mondo intero,
e non solo io, sia in gestazione»
Bayo Akomolafe
«E non ho parole per dire, io, l’impiccato,
Che della mia stessa argilla è fatto il boia.»
Dylan Thomas
Che cosa può insegnarci l’amianto? In un primo momento, questa domanda può sembrare parecchio strana; eerie, persino. L’amianto è oggi il residuo di un tempo da bonificare, l’immagine di un’eternità fragile – eternit – destinata a sgretolarsi. Solo in Italia, negli ultimi dieci anni, si contano circa sessantamila persone morte per malattie legate all’amianto. Eppure, Ogni creatura è un popolo cerca di parlare di amianto da una prospettiva diversa, per certi versi mischiata con la sua tossicità: che farcene oggi della sua eredità, anche immaginativa? Proprio perché la vita di chi scrive s’ingarbuglia in maniera inestricabile con la presenza di questo minerale – con le sue fibre sottilissime destinate a non scomparire – ci troviamo di fronte a un’opera che, nei confronti dell’amianto, osa un tentativo di inquieta riconoscenza.
Lo abbiamo già detto: quest’opera non è un luogo sicuro. Nasce per interrogare un’eredità inquinata di cui non vuole ancora liberarsi e, allo stesso tempo, raccoglie in sé una serie di questioni nodali: il futuro, la rassegnazione, il patriarcato, il genocidio, la convivenza con i nostri passati. Per affrontare un desiderio universale come quello dell’eternità, abbiamo scelto di partire dalla storia di un paesino di quattrocento abitanti alla periferia della periferia delle Marche: Vallecascia. Un paesino che, nonostante le sue dimensioni ridottissime, ha generato negli anni una vera e propria epopea della tossicità, tra fornaci abbandonate, rifiuti speciali e leggende di contagio che arrivano a riguardare persino la sessualità dei suoi abitanti.
Un tempo, l’amianto era considerato la lana della salamandra, poiché, esattamente come la creatura mitologica, poteva attraversare il fuoco senza subire danno. In questa vicenda incandescente di eternità ed annientamento, di contagio e riconoscenza, noi incominciamo già scottati.
Fragili eternità
Vallecascia non ha avuto sempre questo nome. Per molti, il paesino era poco più che una strada spersa nella campagna marchigiana, da attraversare in gran fretta per spostarsi altrove, magari a Montecassiano, il borgo medievale di stupefacente bellezza di cui Vallecascia è soltanto una frazione.
Un benzinaio, un bar, due alti palazzacci rosa e, tutto attorno, grandi campi di girasole, cocciutamente luminosi, dove un poeta negli anni Ottanta concertò uno spettacolo per Vincent van Gogh: ecco Vallecascia. A chi decidesse di sostare per qualche istante in più in questo paesino di quattrocento abitanti, a poco a poco si rivelerebbe una natura ambigua, anfibia, frutto di una commistione tra due entità sempre parziali: quella industriale e quella agricola. È come se il paesaggio industriale non fosse riuscito a impadronirsi completamente della campagna, e queste realtà fossero poi cresciute insieme, una sull’altra, attorcigliate e storte, senza rottura apparente, sboccando entrambe i propri veleni.
Vallecascia, dicevamo, non ha sempre avuto questo nome: un tempo veniva chiamata semplicemente «La Fornace», per devozione alla fornace di mattoni piombata lì nel 1912, dopo che Smorlesi, il fondatore, la trasferì da Monteferro, trasformandola tanto nel centro propulsivo quanto nel vero e proprio certificato d’esistenza di quella piccola area rurale che già in passato aveva ospitato altre fornaci. Vallecascia, Monteferro: nomi bizzarri, imparentati fin dall’inizio a una forma di narrazione che si voleva favolosa e che, in effetti, è finita per diventarlo davvero.
La fornace Smorlesi rimarrà in attività per quasi un secolo. Sin da primi forni Hoffmann, capolavori industriali in cui il fuoco correva a temperature altissime in una specie di inferno artificiale, la fornace ha sempre pedinato il mito del progresso, edificando, mattone dopo mattone, la sua secolare fortuna, il cui boom coincide con la partecipazione alla costruzione, tra il 1958 e il 1959, del villaggio olimpico di Roma, che permette a Gaetano Smorlesi, il figlio del fondatore, di estendere la propria influenza ben oltre il territorio marchigiano. Il minimissimo e il monumentale, la capitale e la periferia della periferia: questa danza degli opposti, questo impervio attaccamento alla contradizione è un motivo ricorrente nella storia che stiamo cercando di tracciare.
Del resto, fu lo stesso Gaetano Smorlesi a incoraggiare gli operai a realizzare una loro personale cosmogonia in miniatura, costruendo con gli stessi mattoni in giallo cuoio o in buccia d’arancia tanto la fortuna industriale della frazione quanto la sua vita architettonica. Valga su tutti l’esempio della chiesa cittadina, edificata sul finire degli anni Settanta con il contributo degli operai e la direzione architettonica di uno studio d’avanguardia, il Gruppo Marche. Ancora oggi, la chiesa si mostra come una specie di moderna piramide a gradoni, nutrita di brutalismo e paganesimo, e bagnata su ogni lato da una luce che sembra favorire, piuttosto che l’isolamento, un contagio immediato con la campagna tutta attorno. Esattamente come il Cristo sospeso senza crocifisso che fluttua al centro della chiesa, questo prodigio architettonico, nato nel deserto rurale di Vallecascia, è anche il risultato di un altro mescolamento: quello tra cristianesimo, vita operaia e tradizione contadina, i cui rituali sono tanto le processioni per la Madonna della Rosa quante le feste celebrate nel grande cortile della fornace, con maratone dentro sacchi di juta o corse con uova tenute maldestramente in bilico sopra a cucchiai. Questo umore festoso e maldestro, che s’arrampica sullo scheletro del secolo per rimpolparlo, produce come conseguenza l’interessamento di numerose altre attività produttive, che trovano in Vallecascia una frazione ideale dove insediarsi, ridisegnandone a tutti gli effetti la geografia verso un’impurità da cui non riuscirà più a liberarsi.
Prima ancora della chiesa era sorto a Vallecascia un conglomerato di abitazioni cittadine: i «palazzacci rosa», che per la loro impressionante altezza costituivano all’epoca una novità, e avevano richiesto l’intervento di una speciale gru. Non furono però gli operai della fornace a colmarne gli spazi, ma persone giunte da fuori con la promessa di una dimora economica e all’avanguardia. La vicenda di questi palazzi meriterebbe un altro racconto che non abbiamo modo di fare, ma di quell’innesto di progresso lanciato verticalmente nella campagna ci ha sempre colpito un esempio in particolare, tra le molte disperazioni lì raccolte: un piccolo appartamento tranciato a metà da un muro di cartongesso, che letteralmente separava marito e moglie in casa, poiché non c’erano le economie per spostarsi altrove. Il figlio di quel matrimonio infelice transitava da un lato all’altro di un muro che non è mai crollato, come una sorta di microclima alieno a tutti gli sconvolgimenti della Storia, alle sue ideologie di liberazione o confinamento. Quel muro, semplicemente, esisteva, e continua ancora oggi ad esistere. Che cosa poteva significare allora l’atto di dover convivere forzatamente con il proprio furore? Che cosa si provava a crescere lì?
Molte storie come questa sono nate al margine della gigantesca fornace Smorlesi e della sua pretesa di durare per sempre. Decennio dopo decennio, i capannoni continuano infatti a moltiplicarsi, come le coperture dei tetti in amianto, un materiale che concretizza il sogno di un’eternità costruita dal basso, modellabile, assemblabile, ignifuga, alla portata di tutti. È curioso che il DAS, quel panetto d’argilla artificiale che poteva essere modellato nelle forme più svariate e che ha incantato generazioni di bimbi negli anni Sessanta e Settanta, contenesse proprio fibre di amianto proveniente da Balangero, la più grande miniera di amianto in Europa; miniera che per Primo Levi era paragonabile alle rappresentazioni dell’inferno della Divina Commedia: «C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina» scriveva lui (Il sistema periodico). Alla stessa maniera del DAS, anche l’amianto è stato una materia per piccoli demiurghi con il sogno di rimodellare il mondo a loro piacimento, e di farlo durare, senza che gli agenti esterni potessero seriamente danneggiarlo.
Eppure, tanto la parabola della Smorlesi quanto quella dell’amianto sono destinate a uno schianto rovinoso. Nel 2012, dopo un secolo di attività, una grande nevicata fa crollare uno dei tetti dei capannoni della fornace. Già profondamente intaccata dalla crisi dell’edilizia e da anni di malagestione, la Smorlesi non riuscirà più a riprendersi. Termina così la sua vicenda industriale, e si spalanca un altro capitolo: quello dell’eredità tossica, dello smaltimento di ciò che resta.
L’oblio come strategia
L’amianto è stato riconosciuto come sostanza nociva già all’inizio del Novecento, ma i suoi effetti letali sono stati a lungo ignorati. Una prima sentenza risalente al 1906 condannava una fabbrica nel Canavese per i danni causati ai lavoratori, ma non bastò a fermarne l’uso. Nonostante le segnalazioni mediche, come quelle del dottor Luigi Scarpa, che identificò patologie polmonari anomale tra gli operai, l’industria continuò a impiegare l’asbesto per le sue qualità tecniche. Negli anni Cinquanta questo raggiunse il massimo della diffusione, pur essendo noto per la sua pericolosità. L’amianto contagia l’edilizia in ogni suo luogo: lo ritroviamo nei serbatoi per l’acqua, nei freni per auto, nelle navi, nei guanti di protezione, nei tessuti resistenti al fuoco, nelle scuole, negli ospedali. Le proteste e le azioni legali dei lavoratori emersero solo alla fine degli anni Settanta. Nel frattempo, la produzione aumentava, come nel caso della cava di Balangero, attiva fino al 1990. Il caso dell’amianto rivela così un meccanismo ricorrente: sapere, occultare, sfruttare, negare, fino a che il danno non è più contenibile. L’amianto non è solo un materiale: è un archivio del rimosso, un testimone delle forme storiche del sacrificio, dell’inerzia istituzionale, della complicità scientifica. Come tale, non appartiene solo al passato: continua a sedimentarsi nel suolo, nei corpi, nelle mappe industriali, come quella della fornace Smorlesi.
Dal 2012, per più di dieci anni la fornace rimane infatti abbandonata, mentre i tetti continuano a crollare, talvolta in maniera dolosa. Nessuno sa che farsene: sindaci, abitanti, procuratori fallimentari, ex-operai. La fornace diventa un grande mostro ghiacciato nella sua monumentale indifferenza. Come raccontano Valentina Compagnucci ed Elisa Michelini in un articolo pubblicato su Tracce urbane, «L’esperienza dei Fumi della fornace a Valle Cascia. Una festa per re-immaginare una comunità», i procedimenti giudiziari, complessi e senza fine apparente, hanno avvolto questa storia in una morsa di immobilismo: gli obblighi di messa in sicurezza e gli interventi ambientali restano non adempiuti, mentre la fornace languisce, dimenticata. La sua chiusura non è stata solo la fine di un sogno industriale, ma anche la disgregazione di una comunità che attorno a quel sogno sciagurato aveva fatto sorgere la sua esistenza. Abbiamo sempre visto la fornace come una sorta di preistoria di un mondo nuovo, una forma di vita selvatica arrampicata sulla storia del Novecento, senza neppure una traccia di ulteriore passaggio umano: un graffito, un materasso, un giornale abbandonato in qualche angolo nascosto. No, non c’era niente di tutto questo; l’alone tossico della fornace, la sua minaccia silente, aveva reso quel regno impenetrabile se non agli avventurieri più curiosi. Eppure, da questa sigillazione inizia ad emergere altro: problematiche ambientali che trasformano Vallecascia in una specie di ulteriore archivio della tossicità. Durante la pandemia vengono scaricate illegalmente, nell’ex cava della Fornace, dalle 13.000 alle 13.500 tonnellate di rifiuti speciali di materia argillosa. Una parte dei terreni viene venduta a un’azienda che archivia PVC, un altro materiale che mescola eternità e inquinamento, natura della plastica e plastica della natura. Un altro sogno ambiguo.
Bonifica immaginativa
In questo ambiente si sviluppa una mala voce: la diceria che i fumi della Fornace, insieme all’amianto, fossero la causa dell’eccentricità dei giovani abitanti di Vallecascia che studiavano fuori. Si credeva che la nostra «stortura» fosse stata causata dalla tossicità respirata: «froci e puttane», dicevano, «per via dei fumi della fornace». E ancora: «voi non conoscete la fadiga; siete proprio storti!»; l’assenza della fadiga, la fatica del lavoro che per decenni aveva segnato la storia di Vallecascia, diventa in noi un marchio d’infamia. La fornace abbandonata partoriva altre aberrazioni.
Come le xeno-molecole contaminano l’ambiente, così pezzi di rifiuti, di passati fossili e di nuove scorie finiscono per infiltrare la nostra immaginazione, la nostra pratica di quotidiano attraversamento percettivo del mondo. Dalla fornace Smorlesi sorge una lezione su che cosa significa convivere con la tossicità ai tempi della Specie storta. Per noi che ascoltavamo questa mala voce, la domanda diventava: che farsene di questo mito di stortura a suo modo fondativo? La risposta che abbiamo immaginato nel 2019 è stata proprio quella di fare del mattone di scarto la pietra d’angolo di un nuovo processo edificativo: una festa della poesia, un rituale, una congerie di narrazioni che diventasse il nostro modo di riarticolare la questione (I fumi della fornace). Al momento di generare la festa, lo abbiamo detto così:
Occorre inventare la città come manifesto sussultorio, per rompere i programmi da troppo tempo fissati nel cemento. Occorre pensare la casa come “luogo eletto a dimora del proprio nomadismo”, cantiere a cielo aperto e viva fornace, affinché tutto sia fatto per bruciare. Occorre disinquinare, anzi spurgare le immagini dall’amianto che le attanaglia (questo il mestiere del poeta-architetto nel Theatrum Mundi). Occorre infine piegare il patto dei divorzi, della separazione tra uomo e ambiente.
Sette anni dopo, la festa è divenuto un festival, una comunità senza nome certo, sempre a venire. Nel frattempo, la fornace Smorlesi è stata acquistata nel 2022 da un nuovo proprietario, e ora si inaugura una nuova fase. Ma i mattoni abbandonati, così come l’amianto, restano per il momento come un monito: nonostante ogni possibile bonifica (processo ad oggi avviato, e che porterà alla rimozione dell’amianto e dei rifiuti), gli effetti innescati da anni di incuria, di crolli e polveri non sono prevedibili con certezza. Si tratta di un’eredità di devastazione – mescolata con i nostri stessi corpi – con cui dobbiamo imparare a convivere.
Non c’è bonifica possibile che non includa anche una bonifica immaginativa; ma questa «bonifica» non costituisce un esercizio igienico, un aggiustamento totale del torto, una cancellazione di ciò che è stato; piuttosto, decide di accasarsi proprio nel luogo del pericolo – di partire da esso. Ecco perché abbiamo scelto di non occultare i mattoni, ma di farne la scena di Ogni creatura è un popolo. Di portare un camion di 2000 mattoni di luogo in luogo, ancora al confine tra scenografia e recupero del tragitto mercantile – delle rotte commerciali della fornace Smorlesi. Questa scena di rovina, di maceria, di impurità, non poteva poi non conficcarsi con il tempo dell’attualità, confondersi fino a diventare un lotto di terra occupato, uno spazio che riflette altre devastazioni planetarie, che le accoglie, che le subisce. E che decide persino di metterle in vendita, insistendo su questa zona di complicità con la devastazione che il teatro, talvolta, si trova ad abitare.
«Non c’è un luogo che sia sicuro. Non c’è mai stato». Siamo già mischiati con ciò che ci avvelena, ci trasforma, ci muta, rinnova la nostra percezione – al confine tra pelle d’oca e sguardo. La lezione dell’amianto è che ogni opera è implicata – impastata – col suo stesso difetto. Materia inquinata, come il linguaggio: non c’è un pezzo di lingua rimasto puro. E tuttavia, dobbiamo continuare ad articolare – ad immaginare – una lingua del futuro.


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